Quest’anno il Live Rock Festival di Acquaviva, organizzato dal Collettivo Piranha, ha festeggiato un traguardo importante: 30 anni di vita. Dal 1997 ad oggi è inutile dire che siano cambiate molte cose, non solo nella realtà della frazione in cui uno dei festival indipendenti più importanti del territorio accoglie ogni anno migliaia di persone, ma anche nel mondo e soprattutto nel modo in cui le generazioni si approcciano alla musica live e ai festival.
Io al Fierale di Acquaviva ho messo il primo piede nel 2018, ma ho iniziato a viverlo veramente nel 2020, quando grazie a La Valdichiana sono stata catapultata nel dietro le quinte del Festival, prima con Diretta Rock, poi con le interviste Rock, fino ad arrivare al 2023, quando sono diventata direttrice del giornale. Ho vissuto diverse stagioni, diverse birre, diversi pici, diverse ubriacature, diversi cantanti e gruppi, diversi pianti e diverse risate, ma ho sicuramente vissuto ricordi uguali a quelli di centinaia e migliaia di persone che hanno vissuto almeno una sera al Live Rock senza pensare a chi fossero venuti ad ascoltare, perché l’importante era tutto ciò che accadeva mentre chi era sul palco suonava e cantava.
Per me il Live Rock Festival è uno di quei festival dove vai anche se non conosci l’artista che è sul palco, anche se non ti piace la locandina di quest’anno, anche se la birra non la bevi, anche se hai già mangiato e l’odore dei piatti della cucina ti nausea. Al Live Rock ci vai perché c’è e questo è ciò che conta, perché ti fidi di chi ha deciso quei nomi, sostieni chi, sudato e sfinito, cammina per il Fierale cercando un momento di pausa e finendo per trovarlo solo sotto palco.
Per anni centinaia di volontari si sono ceduti il posto affinché un festival indipendente, in una frazione della provincia, non smettesse di esistere. Non perché sia la musica a essere fondamentale, ma perché vedere che un festival collettivo può sopravvivere negli anni, ti aiuta a non perdere la speranza nel credere che la resistenza sia effettivamente necessaria. Ti aiuta a svegliarti la mattina, sapendo che in un modo o nell’altro, in un mondo o in un altro, potrai sempre tornare lì.
Dieci anni fa, quando il LRF festeggiò venti anni, come La Valdichiana collaborammo alla creazione del libro del ventennale, quest’anno abbiamo deciso di raccontare nuovamente questa storia intervistando alcuni capisaldi del Collettivo e del Festival.
Prima di introdurre gli ospiti e le interviste ci tengo a condividere due paragrafi di sproloquio egocentrico ma totalmente sincero: quest’anno di andare al Live Rock con il giornale, di fare qualcosa lì, non avevo proprio voglia. Nonostante non abbia trent’anni ho infatti preso un cane, che ho usato come scusa iniziale, ma la verità è che associavo il LRF a un’idea di ribellione e sospensione temporale dalla realtà che quest’anno, dopo quasi due anni di psicologa e un anno di risoluzioni sentimentali e relazionali, non avevo voglia di rivivere.
Poi Valentina Chiancianesi e Alessio Banini, che a questo festival mi hanno portata la prima volta, hanno avuto un’idea, quella delle interviste ai membri del Collettivo, e lo hanno scritto nel gruppo. Seguendo il principio che mi porto dietro come direttrice di questo giornale (che banalmente è: pensate a una cosa e se il giornale può aiutarvi a farla facciamola; un modo per soccombere al fatto che ultimamente faccio poco) ho ovviamente detto: “Sì, certo, facciamolo, ma io non ci posso essere”. Abbiamo così iniziato a pensare alle persone da chiamare, alle domande da fare, ai giorni in cui potevamo farle, fino a che, tra una cosa e l’altra, tra un impegno maggiore e uno minore, le interviste che ascolterete sono state fatte da me, con il supporto alla creazione delle domande di Valentina e il supporto e sopporto di Francesco Pipparelli.
Tutto questo per dire che alla fine, anche se al Live Rock quest’anno non ci volevo venire, è stato forse l’anno in cui ho provato più soddisfazione nel riguardare ciò che, come giornale, abbiamo riportato a casa.
È difficile dopo dodici anni di collaborazione provare a tirare fuori sempre cose nuove, sempre con meno persone disponibili, inseguendo tempi e stili di vita che cambiano e si adattano sempre meno ai ritmi e agli stili di vita di un festival. Che poi è quello che vive tutto il mondo del volontariato ed è il motivo per cui, anche se non avevo voglia, anche se l’idea di prendere la macchina, cercare e trovare parcheggio, salutare e parlare con le persone, mi pesava, alla fine mi dispiace non avere passato un’ora o due in più al Fierale e rimango con la voglia di intervistare chiunque abbia mai lavorato al dietro le quinte del Festival, anche solo spillando una birra o attaccando un cavo a una presa.
Questo è il bello dei festival indipendenti, questo è il bello della resistenza provinciale, questo è quello che auguro alla me di domani: di lamentarsi ogni ora di non volerlo fare, ma di arrivare a casa con la voglia di ricominciare anche domani. È bello resistere, ed è bello potersi lamentare di come lo facciamo, perché significa che ancora ci crediamo, che vogliamo bene a chi abbiamo accanto e che ancora tutto ciò che ci circonda non è perso e neanche da buttare.
Ora lascio lo spazio agli intervistati, che ringrazio per avere raccontato, senza filtri, ognuno a modo suo, la vera essenza del Live Rock Festival.
30 anni di Live Rock Festival – Capitolo 1
Alessio Biancucci: “Credo che il livello di spontaneità e genuinità di questa manifestazione venga tutt’ora in parte tutelato e preservato dal continuo e costante ricambio generazionale”
