Raccontare una storia non è un impegno che va preso alla leggera. Raccontare una storia inventata è facile, ma raccontare una storia vera è dannatamente difficile. E quando prendiamo l’impegno di raccontare una storia, noi di Valdichiana Media dobbiamo portarlo a termine.

Quella del Festival Orizzonti è una storia di cultura e di arte, con tanti eventi che spaziano dal teatro alla danza, dall’opera alla mostra, concentrati in dieci giorni d’estate. Ma non era questa la storia che mi interessava raccontare. Quando ho cominciato ad aggirarmi per le vie di Chiusi, durante il primo weekend del festival intitolato “MediTerranea”, avevo un altro obiettivo in mente. Volevo concentrarmi sulle storie delle persone che ruotavano attorno al festival: gli organizzatori, i turisti, i cronisti, gli artisti, i commercianti, gli appassionati e gli oppositori. Non gli eventi, ma ciò che li metteva in relazione: non la terraferma, ma il Mediterraneo. Un obiettivo ambizioso, raccontare la vita che ruota attorno al festival, senza avere la pretesa di comprenderla pienamente.

Erano queste le domande che mi ronzavano in testa, quando progettavamo i nostri racconti del Festival Orizzonti: il festival porta la cultura a Chiusi, ma come cambia Chiusi nei confronti di questa cultura? Come reagisce nei confronti degli artisti, come si confronta con mondi artistici così distanti da una cittadina della provincia senese di neppure diecimila abitanti?

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Alessio e Cinzia

Che il festival sia coinvolgente anche nei confronti di coloro che vivono e lavorano nel centro cittadino di Chiusi, è evidente dalle parole di Cinzia, che dal suo negozio di frutta e verdura osserva le compagnie teatrali e gli stagisti del festival che passano lungo le vie.

“Gli eventi culturali creano comunità – mi racconta, citando involontariamente il mio articolo dell’anno scorso – Se ne parla tra noi, se ne discute. Il teatro e l’opera possono piacere o meno, i gusti son gusti. Ma ti arricchiscono comunque, perché la cultura ti lascia sempre qualcosa.”

E poco importa che i risultati commerciali dell’attività, durante i giorni del festival, non siano esaltanti:

“Perché non bisogna guardare solo al denaro. Anche alle conoscenze che fai, alla capacità di promozione di un evento del genere. La gente che viene a Chiusi in questi giorni poi ritorna. Fai conoscere la città e la fai rendere viva.”

Il rapporto umano e la relazione sociale sono fondamentali, per la crescita culturale. E di rapporti umani vive tutto il festival. Tra un evento e un altro si incontrano Anna e Arianna che corrono da una parte all’altra, i redattori di Teatro & Critica che preparano il magazine, i ragazzi di Radio Trasimeno che allestiscono il Dj set serale. Il fermento culturale del festival è anche il fermento di chi lo racconta e di chi lo organizza. Gli eventi sono la terra in cui si sbarca, ma la rete attorno a essi è il mare, quel Mediterraneo che è il titolo di quest’edizione e in cui si annida lo spirito vero e autentico dell’aspirazione culturale di quest’angolo di mondo.

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Silva e Marcello

Perché la cultura è anche in queste relazioni. Nella rabbia di Marcello che bacchetta a suo modo la presidentessa della Fondazione Orizzonti per aver tardato l’apertura dell’Open Space Art, in cui sono esposte le opere pittoriche degli artisti locali.

“Noi artisti non vogliamo essere il fanalino di coda – si lamenta – vogliamo essere il faro.”

Marcello non vorrebbe limitarsi a esporre le sue opere, ma vorrebbe far crescere il pubblico. Farlo diventare critico, favorire la gestione economica della cultura. Non è l’arte che deve diventare popolare, ma il cittadino che deve diventare critico.

“Qui in inverno la gente non sa cosa fare. Una visita a una mostra sarebbe già qualcosa. Ci vogliono spazi comuni per i pittori, sia per presentarsi al pubblico sia per fare sistema assieme agli altri.”

Prima di fare la pace con Silva, che viene ad aprire la mostra, Marcello trova il tempo di citare Churchill e la seconda guerra mondiale.

“Perchè dovremmo tagliare fondi alla cultura per finanziare la guerra? E allora per cosa combattiamo?”

Anche Churchill, probabilmente, sarebbe stato felice di vedere quegli anziani signori in Piazza del Duomo, che non erano minimamente interessati alla prima della Cavalleria Rusticana e stavano nei giardini accanto. Ma che, quando un passante ha alzato la voce, gli hanno intimato di fare silenzio per non disturbare.

Sarebbe fiero anche di Simona e Rina, che si affaccendano al chiosco dei giardini mentre cittadini e visitatori vivono il festival.

“Meno male che c’è il festival che ha dato vita a questo paese – dicono – Un po’ di facce nuove si vedono, meno male che fanno iniziative belle che portano persone.”

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Simona e Rina

E il dispiacere di non poter godere neppure di un evento, perché c’è necessità di lavorare e tenere aperta l’attività commerciale, è mitigato dalla possibilità di ascoltare da vicino tutte le prove dalla Piazza del Duomo e dal Teatro Mascagni.

Organizzare un festival come questo significa investire in cultura. E quando investi in cultura, trovi anche degli oppositori. Come il signore all’uscita del Teatro Mascagni dopo lo spettacolo di Pippo Delbono:

“Ma io, se devo comprare qualcosa, mica la compro a Chiusi! Altrimenti aumento l’indotto, sarebbe come votare questa gente! Piuttosto i soldi li porto alla Pieve, e la roba la compro lì!”

Mentre l’oppositore riparte per Città della Pieve, però, un gruppetto di bambine in Piazza XX Settembre improvvisa dei balletti con la radiolina davanti alla fontana, in attesa del Dj set serale. Tutto questo, mentre nel Chiostro di San Francesco si svolge lo spettacolo di danza della compagnia Adriana Borriello. L’evento, e la vita che ruota attorno. La terraferma, e il mare di relazioni che la rende viva.

Ma questo non può essere sufficiente, per raccontare il festival. Non possono bastare le voci dalla piazza, le opinioni dei commercianti, le impressioni degli spettatori dopo gli spettacoli o la stanchezza mattutina degli organizzatori. Il senso profondo di questa Mediterranea che unisce paesi, storie, culture, sogni e destini, tutti diversi e tutti uguali, non può prescindere dal rapporto tra le persone.

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Il DJ Set di Radio Trasimeno

Cultura non è solo negli spettacoli di qualità del festival. Cultura è anche nella rete di relazioni tra le speranze di Cinzia, la rabbia di Marcello, i sorrisi di Simona e Rina, le emozioni delle decine di persone che il festival lo vivono e lo attraversano, fisicamente e spiritualmente, come se fosse un Mar Mediterraneo: alla ricerca dell’altro, del futuro, dell’arte, se non addirittura di un senso. E il mio contributo a questo mare non può che essere il racconto, per dare dignità alle loro emozioni e alle loro storie.

Pur sapendo di non essere all’altezza del festival, in certi momenti. Anche negli spettacoli di danza contemporanea che non posso comprendere, anche nelle citazioni teatrali che non posso cogliere, percepisco un senso più profondo. Sto attraversando la mia Mediterranea, e non sempre la terraferma è conosciuta: a volte è aspra, ignota, difficile. L’incontro con l’altro non è sempre facile: ma è proprio in quell’incontro, la cultura. Nel mare, non nella terraferma.

E allora anche a Chiusi puoi cercare un senso all’arte, alla vita, all’incontro tra le culture. E allora capisci che sì, Chiusi è una città piccola, famosa per il suo passato etrusco e per la sua stazione ferroviaria. Ma è un crocevia, ed è nei crocevia che si fa cultura. Come nel Mediterraneo, un mare che per secoli è stato un crocevia, dove si incontravano i mercanti con i preti, i guerrieri con i pescatori, i criminali con i poeti. Il luogo in cui si incontrano le culture, in cui entrano in relazione tra di loro, prima di affrontare una terraferma ignota, che sia un incontro a passi di danza o a colpi di hashtag.

E allora sì, eccolo qua, il mio racconto: benvenuti a Mediterranea, crocevia di culture.

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