La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Interviste

“Camping” al Teatro degli Oscuri di Torrita. Intervista ad Alessandro Bartolini

Sette ragazzi hanno intrapreso un’avventurosa vacanza in giro per l’Italia, con quattro tende, gli zaini in spalla e due chitarre. Una notte decidono di accamparsi ai piedi del Monte Bianco,…

Sette ragazzi hanno intrapreso un’avventurosa vacanza in giro per l’Italia, con quattro tende, gli zaini in spalla e due chitarre. Una notte decidono di accamparsi ai piedi del Monte Bianco, ma una guardia forestale, infastidita dalla loro presenza, farà di tutto per mandarli via. Ecco la base narrativa di Camping, lo spettacolo prodotto dal Teatro Golden di Roma, in seno al progetto Giovani Talenti in Scena, scritto e diretto da Toni Fornari. La commedia che tanto successo ha riscosso durante la stagione scorsa, sabato 25 novembre raggiunge il palco del Teatro degli Oscuri di Torrita, con un doppio spettacolo, alle 19:00 e alle 21:15. Abbiamo incontrato uno dei protagonisti, Alessandro Bartolini, che insieme a Federica Biondo, Serena Canali, Laura Morelli, Noemi Sferlazza, Angelo Sugamosto, Lorenzo Tassiello e Raniero della Peruta nella parte della guardia forestale, sta portando in giro lo spettacolo. Alessandro ci ha concesso una chiacchierata in visione della data torritese.

Alessandro Bartolini interpreta Danny, in Camping.

Partiamo dalla compagnia: lo spettacolo è parte del progetto “Giovani talenti in scena”. Come è avvenuta la formazione del gruppo?

Ciao a tutti, lo spettacolo è prodotto dal Teatro Golden di Roma che grazie al progetto Giovani Talenti in scena dà la possibilità ai ragazzi che hanno frequentato il Corso di Formazione professionale per attori di entrare in scena in prima persona nelle produzioni del teatro. Per quanto riguarda Camping la compagnia che lo porta in scena è nata l’anno scorso, mentre frequentavo l’ultimo anno di scuola. Toni Fornari, dopo aver lavorato con alcuni allievi della mia classe nello spettacolo L’Albero di Natale ha pensato di scrivere un testo basandosi sui nostri caratteri e sulle nostre personalità. I miei compagni di viaggio quindi sono le stesse persone che hanno vissuto con me tre bellissimi anni di studio, anzi vorrei ricordare i nomi dei professionisti con i quali condivido questa fantastica esperienza: Angelo Sugamosto, Lorenzo Tassiello, Raniero della Peruta, Laura Morelli, Federica Biondo, Serena Canali. In scena c’è anche Noemi Sferlazza, che pur essendo uscita da scuola prima di noi ha accettato di “fare questo viaggio in nostra compagnia”… consentitemi il gioco di parole!

Com’è stato lavorare con Toni Fornari, ormai una delle penne più efficaci della commedia italiana? Come si comporta durante la costruzione delle scene?

Lavorare con Toni Fornari è stato – ed è – assolutamente un piacere su tutti i fronti. È un grandissimo professionista che quando monta uno spettacolo usa la sua grande esperienza in tutti i campi per mettere a proprio agio gli attori. Consente loro di fare prima delle proposte personali, sulla visione della scena, per poi andare a limare e correggere tutto ciò che il suo occhio esterno, e ovviamente più esperto, riesce a cogliere.

In Camping vediamo sette ragazzi accampati, con quattro tende, durante una particolare estate, decisiva per le loro vite. Uno spettacolo corale, nel quale spicca il tuo personaggio: parlacene un po’, come lo hai costruito? Come hai lavorato, dal punto di vista individuale, per questo spettacolo?

Si, hai detto bene dicendo che lo spettacolo è assolutamente corale. Non si può definire in alcun modo quale sia un protagonista assoluto. Ogni personaggio è ben scritto e porta in scena, insieme agli altri, delle esperienze che tutti i ragazzi della nostra età possono vivere. Per quanto riguarda il mio personaggio: io interpreto Danny, il classico bravo ragazzo amico di tutti, sempre pronto a correre in aiuto degli altri.  Nonostante questo, fin dall’inizio dello spettacolo nascono dei dubbi su Danny. Fanno capire che ci sta nascondendo qualcosa. Ora però non posso dire di più. Ovviamente vi aspettiamo a teatro per scoprire come andrà a finire! Come dicevo prima, Toni ha scritto i personaggi pensando molto alle nostre caratteristiche agevolando così la costruzione del personaggio e la messa in scena dello spettacolo stesso.

Questo è uno spettacolo fatto da ragazzi esordienti: credi che il teatro italiano oggi dia abbastanza spazio ai giovani? Dal punto di vista professionale quali sono le difficoltà che un giovane incontra, affacciandosi in questo mondo?

Non è molto facile dare una risposta a questa domanda; mi sono diplomato due anni fa quindi mi sto affacciando ora al mondo del lavoro. Posso però dire che anche grazie al Teatro Golden ho avuto le mie opportunità e soddisfazioni lavorative. Sono pienamente consapevole che questo sia un mondo difficile ma credo che, con la giusta determinazione e soprattutto con studio ed impegno costante, si possano raggiungere gli obiettivi sperati.

 

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“Sesso&Giardinaggio” agli Arrischianti. Intervista a Carlo Pasquini

Sesso e Giardinaggio è uno spettacolo liberamente tratto dalla pièce inglese – ormai un classico del teatro di protesta degli anni settanta – Nemico di Classe di Nigel Williams. Il plot si…

Sesso e Giardinaggio è uno spettacolo liberamente tratto dalla pièce inglese – ormai un classico del teatro di protesta degli anni settanta – Nemico di Classe di Nigel Williams. Il plot si snoda all’interno di una squallida aula di un istituto scolastico di periferia, frequentato dai figli del sottoproletariato urbano. I  protagonisti sono sette adolescenti reietti, abbandonati a loro stessi. Attendono l’arrivo di un insegnante o di una guida, di un riempitivo di quel vuoto che li costringe ad autogestirsi, a confrontarsi tra loro con una crescente aggressività. Il testo ha una fulgente carica simbolica riottosa, propria di quegli anni di grande tensione sociopolitica, la quale oggi non sembra per nulla lenita. A portarlo in scena, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, l’11 e il 12 novembre 2017, è il neonato gruppo teatrale FUC – Formare Una Compagnia. L’assetto della comitiva trova la sua matrice nell’esperienza ultradecennale di LiceiTeatri, i laboratori diretti da Carlo Pasquini nelle scuole superiori del territorio. Proprio lui, l’artefice del nuovo gruppo che debutta in questa occasione, risponde alle domande de La Valdichiana in una pausa tra le prove, nella sala di regia al primo ordine di palchetti del teatro sarteanese.

Sesso e Giardinaggio è una rielaborazione abbastanza libera di un testo di Nigel Williams. Come hai lavorato sull’originale e che tipo di versione proponi per questo spettacolo?

Dunque, lo scheletro della vicenda è quello dell’originale ed è bellissimo. Il gruppo di ragazzi di una scuola in una periferia qualsiasi che si confrontano e si scontrano. Sulla base di questo l’ho adattato sugli attori che avevo a disposizione. Ho aggiunto alcuni personaggi che nell’originale non ci sono. Le modifiche sono state strumentali. L’ho ampliato e ho cambiato il finale, ma la struttura segue Williams. Ho cercato anche di mantenere quello spirito ribelle e arrabbiato, che caratterizzava un certo tipo di teatro in quell’epoca: in Gran Bretagna avevano la Thatcher, c’erano notevoli differenze di classe, ed oggi la situazione in Italia non è poi così diversa, anzi forse è pure peggiorata. La riproposta adotta i linguaggi del presente ma con quello stesso spirito.

La strumentalità delle modifiche e delle interpretazioni, hai detto, è in funzione della compagine di attori che hai a disposizione. Come è venuta fuori questa neonata compagnia da te diretta?  

Io ho sempre preferito non formare una compagnia vera e propria, anche se durante le mie esperienze a Monticchiello ho avuto a che fare con gruppi fissi di giovani e di bambini. Ho sempre costruito gruppi di attori per ogni spettacolo, secondo le suggestioni che mi arrivavano durante il confronto con un testo. Poi è chiaro che lavorando spesso con attori locali ci sono alcuni attori che a mio parere erano più bravi con cui ho lavorato più frequentemente. Dopo vent’anni di esperienza nei laboratori fatti presso i Licei Poliziani, in cui ho radunato tanti ragazzi nel corso del tempo, ho pensato di aggregarne alcuni in una compagnia. In questi anni ho prodotto spettacoli seri, per i licei poliziani, in cui i ragazzi stessi prendevano tutto molto seriamente, appassionandosi. Ho avuto gruppi da quindici, da venti, negli ultimi anni addirittura da quaranta ragazzi. Ho voluto raccogliere tutta questa energia, questa voglia di partecipare, che non era solo voglia di stare su un palco, ma voglia di aprirsi ad un percorso creativo, voglia di lavorare su materiali nuovi.  Alla chiamata hanno risposto in molti e insieme abbiamo fondato questa realtà. C’è un clima molto buono, devo dire. Mi piace l’idea di seguirli e con loro di sperimentare cose nuove, tornare a scrivere testi originali. Ovviamente partiamo da zero, non abbiamo un teatro fisso, non abbiamo finanziatori. Per adesso andiamo avanti con la passione, poi vedremo.

Il regista Carlo Pasquini

Visto che abbiamo parlato dell’esperienza ventennale dei Licei Teatri, come interpreti la componente didattica e formativa di questo modo di fare teatro?

Dunque nel fare teatro a scuola c’è un preciso intento pedagogico. La risultanza non è il mero aumentare le capacità espressive degli individui, cosa che pure avviene, ma c’è una componente che credo sia la  principale ed è quella di dare loro un interesse per la creazione; fornire loro una disposizione all’atto creativo, che nasca da un’idea, da una cosa quindi immateriale, che non si vede, che non ha colore né peso, e come – attraverso di loro e i loro corpi – si raggiunga un risultato materiale, visibile, godibile.

Tra questi allievi magari è capitato che qualcuno avesse l’ambizione di intraprendere la carriera professionale. Qual è lo scarto di cui si dovrebbe tener conto passando da una compagnia studentesca a una carriera professionale.

Lo scarto, in definitiva, lo da il grado di curiosità con cui si affronta il mondo. Per cui, a 18 anni che tu reciti bene non basta. Bisogna che al contempo ci sia un allargamento della propria coscienza alla ricerca di tutti gli interessi artistici. Una curiosità elevata a potenza per cui si comincia a leggere libri, si incominci a leggere i quotidiani a interessarti, vedere spettacoli e film. Cultura umana prima che professionale.

Ecco, questo spettacolo è un ottimo punto di partenza per acquisire strumenti critici, per costituire una cultura umana. Sesso e Giardinaggio sarà a Sarteano nel weekend dell’11 e del 12 novembre 2017. Ad interpretarlo saranno Giovanni Pomi, Emma Bali, Giuliano Scroppo, Andrea Uscidda, Luca Amirante, Federico Vulpetti, Elena Salamino, Cristiana Bruni e Lara Frosoni. La regia è di Carlo Pasquini.

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L’elettronica degli Whao! (con il punto esclamativo) contaminata da diverse personalità

Le orecchie si tendono e il collo si gira inevitabilmente verso il palco quando capita di sentirli suonare per la prima volta, la testa inizia a seguire il ritmo dei…

Le orecchie si tendono e il collo si gira inevitabilmente verso il palco quando capita di sentirli suonare per la prima volta, la testa inizia a seguire il ritmo dei bassi spaccatimpani in un gesto di approvazione mentre nella mente si fermano due domande: “Questa che roba è? Questi chi sono?”.

Succede così, fidatevi, quando sentiamo suonare i Whao!, qualcosa che raramente avete sentito o che non avete proprio sentito mai. Nati ad Arezzo, i Whao! si esibiscono per la prima volta nel novembre del 2014, quando ancora sono un duo, e nel giugno 2015 esce Ep. vol. 1. La band si allarga e nel dicembre 2016 esce Ep. Vol. 2 e il quartetto suonerà al completo nel 2017 al Mengo Music Fest.

A casa del Giova, che nella band è quello che fa le magie con il basso, ho incontrato i tipi che si fanno chiamare “i Whao!”: Nepo, Mattia e il Noce. Dallo stereo, i Gorillaz hanno fatto da sottofondo alla serata. Uno strato di fumo di sigaretta e piadine bruciacchiate riempiva l’ambiente già piccolo, reso ancora più intimo dallo spessore della nebbia innaturale.

 

Quanto è importante il punto esclamativo?

Il nome è un’esclamazione che in questa forma scritta non esiste né in italiano né in inglese. È un’esclamazione di stupore, una storpiatura dell’interiezione “wow” che esprime entusiasmo, eccitazione intensa, un sentimento di meraviglia. Il punto esclamativo da un sacco di forza aggiuntiva a questa parola onomatopeica, gli dà la giusta enfasi. Ci sta tutto.

 Ha una storia questo nome?

All’inizio eravamo propensi per trovare un’espressione inglese che dicesse “mi state tutti sul cazzo”. Poi però è sempre più piaciuta l’idea dell’esclamazione di stupore che ora è il nostro nome. Facendo una ricerca su internet avevamo notato che wow o Whao non erano praticamente utilizzati da nessuna band, perciò ci ha intrigato ancora di più. È una storia nata davanti al computer.

Ci spiegate che tipo di musica fate?

Ognuno di noi, nei Whao!, è riuscito a realizzare dei piccoli desideri, intimi sogni musicali che si sono potuti avverare grazie a questo progetto. I Whao! suonano pezzetti di Mattia, di Nepo, di Giova, di Noce. È un’elettronica contaminata da un mondo di altre cose e questo mondo sono le singole personalità musicali di ognuno di noi. Anzi, facciamola breve: suoniamo elettronica perché usiamo delle macchine! Ok? E come diceva sempre la mia [Nepo] professoressa di musica da camera “quando non sai cosa dire, di sempre alternativo”. A parte gli scherzi quello che facciamo è un bellissimo e serissimo gioco. È la fortuna di avere tanti giocattoli fra le mani e quindi, come i bambini, possiamo scegliere se usarli tutti insieme, alcuni o uno per volta. Uniamo mille cose, ma l’elettronica rimane la base di tutto. Oggi secondo noi riveste un ruolo importantissimo, perché dà molta freschezza alla musica. Noi abbiamo influenze per certi versi simili, ma lasciamo che le varie differenze ci contaminino a vicenda. Non condividiamo che alcuni strumenti siano più importanti di altri, come comunemente viene inteso il ruolo della chitarra. Per noi sono tutti colori che danno vita al risultato finale e ognuno è fondamentale affinché il risultato sia degno di chiamarsi “Quadro”. Anche la voce fa parte di questa miscela, perché la vediamo come uno dei colori, anche se deve mantenere la sua fondamentale importanza non facendosi mai sovrastare. La band è una tavolozza di colori che compongono in armonia il lavoro finale. Ognuno necessità dell’altro, senza che qualcuno possa fare a meno degli altri strumenti. Questo progetto è un’avventura che cresce, si evolve e si costruisce piano piano. Siamo work in progress…

All’inizio eravate basso e tastiera. Tanta elettronica, bassi a palla e poche parole. Quest’anno si è aggiunta la chitarra e la voce di Mattia e la batteria del Noce. È un cambiamento importante. A cosa è dovuto?

All’inizio eravamo io [Giova] e un altro batterista. Poi è arrivato Nepo, ma si sono creati dei contrasti che ci impedivano di portare avanti un progetto condiviso da tutti. Siamo ripartiti cambiando completamente indirizzo: prima la nostra musica era un mezzo punk-rock scatenatissimo, basso e batteria a bestia, poi da gladiatori abbiamo introdotto sintetizzatori e batteria elettronica. Fa molto Berlino anni ’90: può essere punk anche così, anche se allora non usavamo una batteria vera. Siamo cresciuti in pochissimo tempo, stavamo giocando e creando qualcosa di nuovo e gratificante e abbiamo deciso di continuare a divertirci. Ed ora eccoci qua.

Come vi siete conosciuti?

Arezzo è un microcosmo dove finisci per conoscere tutti quelli che suonano e fanno musica. Ci conosciamo da tanto, da quando il Giova suonava nei Thank You For The Drum Machine. Poi ci siamo incontrati in sala di registrazione, un po’ per caso. Insomma, il mondo è piccolo e Arezzo di più. Il Noce è bello!! Lui è sceso dal cielo!!

Cosa c’è nelle canzoni dei Whao! ?

Il cantante è Mattia, ma a questa domanda deve risponde il Giova, perché i primi pezzi usciti sono stati scritti quando eravamo in due (Giova e Nepo). Parlano di vita, di figli, di quello che succede intorno, del quotidiano. Sono punti di vista che non hanno nessuna pretesa. Sono storie scritte un po’ come una terapia, una specie di Coscienza di Zeno: il Giova “Cosini”.

Arezzo ha una buona scena musicale?

È fervidissima, nonostante ci sia un mortorio organizzativo vergognoso e i locali non incentivino i giovani ad esibirsi. Moltissimi ragazzi e ragazze si fanno il culo pur non essendoci possibilità di suonare. È molto bella questa cosa. Ci sono un sacco di progetti nuovi e belli. C’è grande volontà di fare musica, spenderci tempo e denaro. Ovviamente ci sono anche molte band che lasciano, ma crediamo sia una cosa fisiologica. Molti si arrendono nonostante siano talentuosi, perché non trovano nessuna strada da percorrere. Altri perché non hanno voglia di farsi il culo, di fare la gavetta, di iniziare a suonare davanti a 5 persone. Il mondo è pieno di musicisti bravissimi, se vuoi emergere devi dare tutto. Arezzo ha un’infinità di input e di risposte, ma è una minuscola realtà comparata al mondo. Dal nostro punto di vista, per quanto impegno ci mettiamo ci sono pochissime opportunità per farsi conoscere e crescere. Certo ci sono le eccezioni dei festival fichissimi o degli amici che ti ospitano nei locali. Purtroppo di negativo c’è anche la risposta del pubblico che non è per niente adeguata: non c’è interesse se non all’interno di chi fa già parte del mondo musicale.

 Vi ispirate a qualcuno?

Tantissima ispirazione ci arriva dai Gorillaz, che puoi sentire qui in sottofondo… secondo te è un caso? Gorillaz quindi Demon Albarn, il loro cantante, che conosce musica e note come un dio. In comune tra noi quattro abbiamo anche i Radiohead, i Blur, i Clash, i Daft Punk, insomma un po’ un casino. Molta della musica che ascoltiamo viene dall’Inghilterra, che bene interpreta il concetto della tavolozza dei colori, dove non c’è supremazia, ma solo unione. Il Noce invece si ispira al metronomo, il suo migliore amico. Anche la formazione classica ci aiuta moltissimo, per una questione tecnica di scrittura della musica.

Come gioca Nepi?

“Ah! Coma gioca Nepi!” è una cosa da social network nata nel 2010 in ambito universitario. Per far sapere al popolo social il buon esito degli esami scrivevo su Facebook proprio questa frase. Allora tutti scrivevano “Maglia?” e a quel punto io postavo la maglia di un giocatore con il numero del voto. C’è anche il lato triste di questa vicenda. “Non è sempre natale”, infatti, era l’annuncio della malinconica bocciatura. Adesso però sono dottore e ho smesso di “giocare” in università, ma non con la musica. Comunque tutto nacque da Maurizio Mosca, che per consolare Del Piero dopo una sconfitta contro l’Inter esclamò proprio così: “Ah! Come gioca Del Piero!”

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Roberto Ciufoli racconta i suoi ‘Tipi’ al Teatro degli Oscuri di Torrita

Frizzante e poliedrica l’apertura della stagione al teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, sabato 28 ottobre 2017. Anche quest’anno l’Associazione Teatro Giovani Torrita conferma la direzione artistica di Laura…

Frizzante e poliedrica l’apertura della stagione al teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, sabato 28 ottobre 2017. Anche quest’anno l’Associazione Teatro Giovani Torrita conferma la direzione artistica di Laura Ruocco, che ha affidato il primo doppio spettacolo dell’anno a Roberto Ciufoli, storico volto della comicità italiana, già membro della Premiata Ditta e attore dalle multiformi disposizioni, che arriva con un monologo intitolato Tipi – Recital comico-antropologico.

Roberto Ciufoli arriva a Torrita reduce da un’annata costellata di impegni teatrali, da Paradiso 2.0 – Un atto di Dio, alla commedia Ti Amo o qualcosa del genere, fino all’impegnativa apertura del Teatro Eliseo di Roma con il dramma Americani, da un testo di David Mamet, insieme a Sergio Rubini, Gianmarco Tognazzi, Francesco Montanari e tanti altri. Ciufoli dimostra così la capacità di passare dalla coralità di una grande compagnia, alla stand-up comedy dell’uomo solo sul palco. Il suo Tipi è infatti una carrellata di personaggi interpretati sempre dallo stesso attore, che con pochissimi elementi scenici (una camicia, un cappello, una parrucca e un paio di occhiali) tiene il palco per un’ora e quaranta minuti di spettacolo.

«A me piace variare. Ogni spettacolo ha una sua peculiarità» racconta nel camerino, poco prima di entrare in scena «Americani, ad esempio, era uno spettacolo corale che è impossibile proporre da solo. Tipi invece è un monologo, in cui propongo varie tipologie umane. Il sottotitolo è recital comico-antropologico, ma in realtà di scientifico ha ben poco. Prendo spunto specialmente dalla morfologia delle persone, dagli elementi attraverso i quali si può riconoscere un tipo rispetto ad un altro. Ho lavorato molto sulle posture, sul modo di parlare, eccetera…»

Lo spettacolo oscilla tra la stand-up e il cabaret, dall’esercizio di stile nell’utilizzo dei vari dialetti fino alle parentesi riflessive, nelle quali si arriva anche a recitare un frammento da l’Amleto di Shakespeare «Ho voluto riproporre qua e là una canzone di Giorgio Gaber o un monologo di Shakespeare proprio per dare una dinamica allo spettacolo. La cosa bella è che il pubblico, in fondo, non deve aspettarsi nulla in particolare. Anzi, deve essere sorpreso. Voglio che si emozioni, che si diverta e anche che rifletta».

Direttrice artistica Laura Ruocco con Roberto Ciufoli

Abbiamo incontrato anche la direttrice artistica Laura Ruocco, che ha presentato la ricca stagione al teatro degli Oscuri. Il suo intento è stato quello di mettere al primo posto il pubblico, rendere il teatro un luogo centrale nella vita pubblica del borgo toscano, con scelte che vanno incontro ai gusti degli abbonati. «Le linee guida sono quelle che il nostro pubblico ci suggerisce e che io in parte elaboro» racconta  «Lo slogan che abbiamo utilizzato è “ci ritroviamo a teatro” noi ci siamo già, tu che cosa stai aspettando”. Ci tengo a soddisfare questo pubblico. Quello che ho riscontrato dai report è la voglia di avere delle storie brillanti, che appartengano a tutti, nelle quali perdersi e lasciarsi coinvolgere. Quindi ampio spazio alla commedia brillante e ad alcune proposte un po’ fuori dal coro. Tornerà La Ginestra, Morandi, avremo di nuovo i ragazzi del Teatro Golden,  e poi in chiusura Ivano Picciallo, con uno spettacolo che ha vinto molti premi in Italia e in Europa, A Sciuquè: uno spettacolo sul gioco d’azzardo, vista attraverso gli occhi di ragazzini pugliesi. Una bella scommessa».

Laura Ruocco che ha anche la direzione didattica del Teatro Golden di Roma, porta contestualmente avanti anche i progetti che la impegnano in giro per l’Italia «L’anno scorso abbiamo aperto la stagione qui a Torrita con Finché Giudice non ci Separi, e anche quest’anno ripartiamo, dal 10 novembre da Torino, con il terzo anno di tournée. Il successo e l’apprezzamento del pubblico hanno decretato questo successo. Ha fatto sì che questo spettacolo, nato quattro anni fa per stare a Roma quattro settimane, abbia avuto una vita così lunga. In più a Marzo uscirà il film tratto dallo spettacolo. Lo abbiamo girato quest’estate. Da marzo lo vedrete in tutte le sale. Anche questa è una bella soddisfazione per il teatro Golden e per una drammaturgia teatrale che se è vincente e funziona può diventare anche drammaturgia cinematografica. Collaboro sempre con il Golden accanto alla direzione artistica di Andrea Maia: e avremo qui a Torrita all’interno del progetto Giovani Talenti in Scena lo spettacolo Camping: ci sarà da divertirsi».

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Ballare, esprimersi e volare: la Danza Aerea

Non sa cosa si perde chi non ha ancora visto uno spettacolo di danza aerea: sensualità, leggerezza, attrazione fisica, adrenalina, è quello che ci si accorge di provare quando si…

Non sa cosa si perde chi non ha ancora visto uno spettacolo di danza aerea: sensualità, leggerezza, attrazione fisica, adrenalina, è quello che ci si accorge di provare quando si assiste a un’esibizione così complessa e coinvolgente.

La danza aerea è una disciplina artistica nella quale ci si esibisce come in assenza di gravità, con l’utilizzo di attrezzi di scena quali cerchi, tessuti, imbraghi e trapezi. Questa danza trae origine dalle tecniche acrobatiche circensi che si sono mescolate con altre danze, dalla classica, alla moderna, fino a quella contemporanea, facendo esaltare armonia e perfetto sincronismo.

Diletta e Simone, di AltraForma Events, sono due ballerini che studiano in una scuola di danza Foiano della Chiana e si esibiscono in spettacoli di danza aerea. Nella performance alla Flog di Firenze ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con loro e il risultato è stato un viaggio di emozioni e sensazioni, un sentirsi liberi in un habitat innaturale per l’uomo.

Cos’è la danza aerea?

Per noi è sentirsi realizzati. È essere se stessi a 2, 3, 4, metri dal suolo. Arriviamo a sentirci in competizione con la natura nel momento in cui iniziamo a combattere contro la gravità: una forza che non dipende affatto da noi e che anzi cerca di metterci i bastoni fra le ruote.

Durante la vostra esibizione avete introdotto una novità nella vostra esibizione?

Sì, il body-painting. Durante il secondo pezzo a terra ci siamo cosparsi il corpo di colori fluo dando allo spettacolo un effetto davvero fantastico. Inoltre i laser stroboscopici che ci accompagnavano nei movimenti accendevano ancora di più questi colori. Ci piace sperimentare cose nuove.

Come nascono ballerini e ballerine di questa disciplina?

Nasce tutto “a terra”, nel senso che il percorso verso la danza aerea è formato da tappe, la prima delle quali è avere una solidissima base di classica, moderna e contemporanea, che appunto si ballano a terra. Si acquisiscono così tecnica e consapevolezza del corpo. Poi succede, curiosando tra le esibizioni di ballerini che sono su internet, di scoprire un video in cui una “pazza” balli su un cerchio o su un tessuto appeso a 4 metri da terra. E non puoi non rimanere affascinato. Più spesso è l’insegnate che propone ai suoi allievi questo nuovo percorso.

Come vi preparate?

Innanzitutto guardiamo sempre dentro di noi, i nostri sentimenti e le nostre sensazioni che dovranno “prendere vita” nella danza. I movimenti che vedete siamo noi con le nostre paure, il nostro amore, la nostra rabbia, la nostra forza. È il primo passo per creare la coreografia: il lavoro di introspezione. La scelta della musica è uno scambio intimo tra note, parole e l’atleta. È la melodia che conquista il ballerino e amplifica le sue sensazioni. La parte atletica, i movimenti e le posizioni sono scelte in base alla preparazione tecnica e all’esperienza che si acquisisce negli anni.

Qual è il vostro obiettivo?

Uno degli obiettivi più importanti, e sicuramente il più difficile, è proprio quello di raccontare con i movimenti del corpo ciò che sentiamo dentro: rabbia o amore, forza o ansia, paura o felicità. Non è banale, perché spesso chi assiste a uno spettacolo di danza si ferma alla superficie di un pianeta fatto di strati: rimane colpito dai movimenti e dalla bravura del ballerino, ma difficilmente riesce a cogliere il significato nel suo complesso. Chiaramente sappiamo che si tratta di un compito difficilissimo per lo spettatore, ma se riusciamo a stimolare la curiosità anche di una sola persona, abbiamo vinto.

Guardandovi ballare sembra di trovarsi a teatro: l’atmosfera, l’espressività, il pubblico assorto. Ci sono influenze che vengono anche da qui?

Chiaro. A partire dalla preparazione di tutto il contesto scenografico, passando dal messaggio che si vuole comunicare, fino all’esibizione sul palco. La gestualità teatrale è importantissima per esprimere i sentimenti quando sei sospeso in aria: una musica forte e movimenti convulsi possono significare rabbia o guerra e lo stesso vale se vogliamo comunicare solitudine o amore.

Nella danza aerea ci sono esibizioni in singolo e in coppia (a volte in gruppo). Che differenze ci sono?

La fiducia prima di tutto. È la cosa che più spesso ti ritorna nella mente quando esegui prese a 4 metri di altezza, perché c’è solo il tuo partner tra te e una rovinosa caduta a terra. Poi bisogna conoscersi a fondo se si balla in coppia ed è praticamente impossibile improvvisare. Secondo noi i passi a due mostrano le vere qualità dei ballerini. Il singolo ha caratteristiche diverse ovviamente. Dipende tutto da te: sei solo con te stesso. È come scrivere un romanzo autobiografico.

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La neopsichedelia al GB20, intervista ai Weird Bloom

Sabato 21 ottobre 2016 riapre la stagione del GB20 Club. Torna quindi il flow creativo della grande musica indipendente italiana a permeare il centro storico di Montepulciano. Apripista di questo…

Sabato 21 ottobre 2016 riapre la stagione del GB20 Club. Torna quindi il flow creativo della grande musica indipendente italiana a permeare il centro storico di Montepulciano. Apripista di questo autunno sono i romani Weird Bloom. Protagonisti della scena musicale neopsichedelica, vantano collaborazioni internazionali e tour intercontinentali. Il loro suono traduce al meglio l’attitudine psicotropica del rock contemporaneo.

Il frontman – e principale artefice della scrittura – è Luca di Cataldo, il quale assieme a Giampaolo Scapigliati, nel 2016 ha dato alle stampe, con la label We Were Never Being Boring Collective, l’album Hy Brazil, per il quale è stato inserito nella compagine Matteo Caminoli alle batterie e percussioni. Il wall of sound generato dai Weird Bloom è figlio dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane, così come della scena di Canterbury, di Robert Wyatt e dei Soft Machine: i suoni lisergici e le estetiche caleidoscopiche della Summer of Love subiscono però il filtro del lo-Fi, dei vapori shoegaze, per sciogliersi in un fluido sonoro che sintetizza cinquant’anni di psichedelia.

La band ha come base operativa il Pom Pom Studio di Roma, mentre il loro live ha toccato Italia, Francia, Germania e Stati Uniti. Sono freschi freschi della tappa al SXSW Festival di Austin, in Texas e stanno lavorando a due pubblicazioni discografiche, per una delle quali è già è stato annunciato il titolo, Self Naturista:  si tratta di un progetto molto ambizioso che raccoglie collaborazioni poliedriche internazionali (tra gli altri, Ariel Pink, principe dell’underground statuintense, Allene Norton e Juliette Amoroso). L’altra, ancora in lavorazione, vede la presenza di Diego Magnani, dei The Beaters, che apre le porte a nuovi scenari di possibilità coloristiche del suono.

Aspettando l’esibizione poliziana, Luca di Cataldo ha risposto alle mie domande.

Secondo voi la neopsichedelia può dirsi contemporanea? Gran parte delle band sulla cresta dell’onda del rock internazionale si rifanno direttamente, in maniera più o meno esplicita, ad un certo tipo di sonorità proprie di quel vettore estetico. Avete un’opinione a riguardo?

Ogni forma d’arte valida è durevole. Più che badare alla contemporaneità di un manufatto dovremmo chiederci se l’espressione artistica cela un significato valevole nel tempo. È il 2017 e ascoltiamo musica del 1968 su Spotify. La tecnologia che abbiamo a disposizione ha mischiato e mescolato passato, presente e futuro, in una sostanza dalla quale attingiamo ogni giorno. Quindi mi viene da dire che è la scelta che facciamo ad essere contemporanea. Credo che la cosiddetta neopsichedelia sia nata da questa pesca ipnagogica. Le canzoni di allora erano davvero belle e sono rimaste belle anche se estrapolate dal loro periodo storico e spogliate dei presupposti socio-culturali dove hanno visto la luce.

La weird bloom , l’infruttescenza sovrannaturale – in traduzione libera -, è il nome che avete scelto per il progetto. Involontariamente collego la parola Bloom al titolo del disco capolavoro del 2012 dei Beach House, pietra miliare del dream pop di questo decennio. C’è qualche motivo particolare che vi ha portato ad indicare queste due parole come rappresentative di tutta la vostra Opera?

 Sì, il WEIRD è importante. BLOOM lo è di meno, anche se è carino. Non riesco a dargli ancora una connotazione precisa. Considera che il thread di questo progetto è la stranezza, in ogni forma possibile. Una stranezza senza punti di riferimento o termini di paragone. Una stranezza che mette a disagio. Un nome assume un significato preciso a seconda di ciò che rappresenta. Immagina che WEIRD BLOOM sia il nome di una marca di pannolini. Sarebbe senza dubbio un nome di m***a… (ride).

L’aspetto relativo alla produzione delle vostre tracce in studio è fondamentale per l’ascolto di Hy Brazil _ cosa dovremmo aspettarci nella versione live? Come riuscite a configurare l’atmosfera lo-fi di cui il disco è permeato?  

Sarà un po’ difficile ricreare l’atmosfera lo-FI in un impianto HI-FI. Ad ogni modo porteremo gli stessi strumenti con cui abbiamo registrato per garantirci – e garantirvi – un buon risultato. Il live si basa molto, anzi moltissimo, sul pubblico che ci troviamo di fronte. Non andiamo mai con una scaletta predefinita. Alla fine di una canzone valuto il mio stato d’animo e quello del pubblico. Mi giro e chiedo a Matteo: «che ne dici di fare questa? Sì, meglio di quell’altra, dai, che è noiosa!». È passato un bel po’ di tempo da HY BRAZIL e stiamo per far uscire altri due Album. Stiamo incrociando le dita. Il live è praticamente un greatest hits delle tracce di questi 3 dischi.

Se dovessi chiedervi di fare dei nomi di artisti (nell’accezione quanto più totalizzante, tra visuali, cinematici, sonori, e tutti gli altri media), quali sono quelli che più definiscono l’estetica da cui attingete?

Ecco, questa domanda mi mette l’ansia. Voglio fare bella figura. Dunque: ARIEL PINK, R. STEVE MOORE, BONZO DOG DOO-DAH BAND, KING GIZZARD & THE LIZARD WIZARD, DANIEL JOHNSTON… questi sono i primi a venirmi in mente.

I Weird Bloom si esibiranno nel GB20 Club di Montepulciano sabato 21 ottobre. L’ingresso è gratuito con tessera CAT 2017. Il live sarà circondato dalla spelndida mostra Trionfi di Luchadora (nome d’arte di Alessandra Marianelli): una serie di illustrazioni fatte a mano e digitali dai colori fluorescenti, nelle quali si interpretano le figure dei tarocchi, degli arcani maggiori e minori, in un interpretazione fulgente e sinestetica, che si sposa perfettamente con l’ambiente splendido del GB20 e con l’espressività sonica dei Weird Bloom. La mostra sarà visitabile per tutte le aperture del club fino al 23 Dicembre. Non esserci sarebbe un gran peccato.

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Amore Radio Nostalgia, un’intervista senese ai Baustelle

In un libro intitolato The Future of Nostalgia, la comparatista russa, ma americana di adozione, Svetlana Boym – docente di Letteratura Comparata all’Università di Harvard – prevedeva come il sentimento…

In un libro intitolato The Future of Nostalgia, la comparatista russa, ma americana di adozione, Svetlana Boym – docente di Letteratura Comparata all’Università di Harvard – prevedeva come il sentimento della nostalgia diventasse, in questo decennio, una categoria epistemologica che sottendesse a molti dei fenomeni e delle realtà componenti la storia del tempo presente. Un senso poetico di cui gli esseri umani si sarebbero permeati, nello smarrimento della ‘fine della storia’, per il quale l’autrice utilizza l’immagine sinottica, recuperata dalla Bibbia, dello sguardo della moglie di Lot, sulla città di Sodoma in fiamme.

Per carità, la nostalgia – ed è bene ricordare che per etimo, dal greco, già richiama l’Ulisse di Omero, visto che il composto tra nòstos (viaggio di ritorno) e àlgos (dolore), e quindi ‘dolore del ritorno’, riguarda in letteratura, prima di qualsiasi altra opera, l’Odissea – è un topos letterario plurimillenario. In questo decennio, anzi in questa seconda metà degli anni dieci, però, la nostalgia si è come sublimata e dallo stato di ‘sentimento’, di ‘alone poetico’, si è cristallizzata in ‘categoria estetica’, in codice di lettura delle cose. E così, in questo 2017, abbiamo la Vaporwave, contiamo centinaia di pagine Facebook dedicate al passato e al ricordo dei ‘fasti di un tempo’, la persistenza di icone anni Novanta nelle linee stilistiche delle principali griffe internazionali che espongono grafie seapunk, abbiamo hit estive nel cui testo si elencano frame culturali di vent’anni prima, e l’enunciato centrale del brano è “ma che ne sanno i 2000”.

Ecco, da una band come i Baustelle, che proprio nel 2000 hanno pubblicato il loro primo disco intitolato Sussidiario Illustrato della Giovinezza, che già era intriso di una particolare nostalgia per periodi storici, i quali – a parte le vacanze dell’83 – nessuno dei componenti della band aveva veramente vissuto (gli anni ’60, la Francia di Gainsbourg e degli Chansonnier, quella della Nouvelle Vague, la Roma de La Dolce Vita), di questi tempi intrisi di nostalgia inacidita, ci si aspetta qualcosa di illuminante. Da Francesco Bianconi, poi, che in un’economia sommaria della storia delle recenti humanities nazionali, ha lo stesso peso culturale di un grande autore letterario come Walter Siti – è indubbio che la generazione cosiddetta ‘dei millennials’ abbia recepito plessi culturali più rilevanti dal pop che da tanta letteratura – ed è addirittura citato, come termine artistico di riferimento, da scrittori autorevoli come Giuseppe Genna o Giordano Tedoldi, quello che si auspicava era una lettura del presente lapidaria, forzatamente snobistica e distaccata. Così è stato.

L’Amore e La Violenza, è un disco che può essere perfettamente letto come ‘nostalgico’. Dopo la mangrovia sonora, la complessità compositiva, orchestrale, che ha caratterizzato Fantasma, i Baustelle sono tornati ad un suono più crudo, ‘sintetizzato’. Gli arrangiamenti sono quanto più possibile analogici, composti soprattutto con Korg MS 20, Minimoog Voyager, mellotron anni Ottanta e campionamenti presi da dischi pubblicati tra il 1975 e il 1985. Nei testi si utilizzano dati recuperati dalla discografia italiana a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, c’è Amanda Lear che dà il titolo ad uno dei singoli di lancio del disco, c’è l’Eurofestival,  c’è tutto un paradigma di riferimenti simbolici: c’è un’improntitudine della coloristica era del riflusso come agoghé dello spirito, una golden age di sistemi che mantenevano un ordine stilistico oggi irrimediabilmente perduto.

La tournée de LAELV è iniziata d’inverno, ha riempito i principali teatri d’Italia, per poi spostarsi, nel suo formato estivo L’Estate, L’amore e La Violenza nelle piazze e nelle ambientazioni più suggestive dello stivale. Si è conclusa venerdì 29 settembre 2017, in Piazza del Campo a Siena, all’interno del programma di eventi di Bright – La Notte dei Ricercatori, organizzata dalle Università cittadine. Francesco Bianconi è un ex studente dell’UniSi, e lo esplicita anche, prima di eseguire La Moda del Lento «questa canzone l’ho scritta qui, anzi lì, un po’ di anni fa». La fine del tour che ha portato in giro questo disco “nostalgico”, nel capoluogo di provincia che ha dato loro i natali, non può non caricare di significati ulteriori i brani eseguiti.

Il concerto, di per sé, ha incontrato alcuni problemi, sia tecnici che logistici: durante i saluti, ad esempio, un tizio evidentemente su di giri è riuscito ad elidere i guard, in giacca nera, con la testa liscia tra gli auricolari, e salire sul palco, chiedendo a Francesco di “poter cantare una canzone”. Francesco Bianconi ha sorriso, come hanno sorriso gli altri intorno a lui: il clima era pacificato, da “viaggio di ritorno”. Addirittura ci scherza su: «Guarda, stai tranquillo, se ci organizziamo adesso facciamo cantare tutti». Probabilmente non avrebbe reagito così dieci anni fa, Francesco, quando portava le T-Shirt di Adam Green sotto le giacche tight, sui palchi dei Club che stipavano mille persone in novecento metri quadri, gli occhiali a montatura spessa e i capelli lunghi cerati, quando ancora il luogo di confronto era MySpace, il quartiere Isola di Milano – diceva – era una cava di cantieri a cielo aperto e Siena ancora era cullata da una floridità finanziaria, con la Mens Sana ai vertici del Basket europeo e l’estate che si chiudeva con i concerti di caratura internazionale con la rassegna Città Aromatica. Non avrebbe reagito così, specie a Siena, in quella fascia collinare, verso la quale c’era il canonico sentimento ambiguo che si ha nei confronti di una terra natale dalla quale si è andati via.

Uno dei primi brani composti dai Baustelle è “I Provinciali”, sebbene appaia solo nel terzo album, La Malavita: una bella canzone, che panneggia con arguta giustapposizione lessicale, in un’ellissi di figure, l’ecosistema della provincia italiana vissuta in prima persona da Francesco, Rachele, Claudio e Fabrizio (il ‘quarto’ Baustelle, che uscirà dal gruppo subito dopo aver concluso proprio le lavorazioni de La Malavita). Il registro lirico, si pone su un piano antagonista rispetto allo stato delle cose che si vivono in provincia: quella rappresentata è una «provincia cronica», come fosse una malattia invalidante. Oggi le cose sembrano cambiate: dopo Le Rane, dai Baustelle – specificatamente Francesco e Rachele, perché Claudio di fatto non se ne è mai andato – l’appertenenza territoriale è manifestata in più occasioni. Molte date dei tour toccano la valdichiana e la toscana meridionale, ogni volta acuminando i sovrasensi che permeano i brani nati lì. Ed è proprio riguardo a questa relazione la prima cosa che domando loro, appena ho l’occasione di scambiare due parole, alla fine del sound-check.

Com’è cambiato il vostro rapporto con questa parte di mondo?

Francesco: «L’approccio antagonista de I Provinciali, che tratteggiava il posto in cui siamo nati, attraverso i suoi difetti, come un luogo da cui si vuole scappare, non era riferito alla Valdichiana. Potevamo essere nati in Lomellina, o in provincia di Matera, e sarebbe stato lo stesso. I Provinciali era una canzone che parlava dello ‘stare stretti in un posto’. Questa cosa succede spesso, indipendentemente dalla provincia. È più che altro una tensione giovanile, secondo me, ed è anche giusto che ci sia. Non significa necessariamente essere cattivi, o irriconoscenti, verso il posto in cui si è nati. Il provincialismo è una condizione dello spirito».

Rachele: «Penso sia una condizione dell’adolescenza. ‘Sentirsi stretti in qualcosa’ è una sensazione che poi permane. Diventa anche uno stimolo a superare sempre i limiti che ci costringono, ad andare oltre, cercare cose nuove. Ovviamente, i luoghi che ci circondavano in Valdichiana offrivano meno possibilità, rispetto a quante se ne potessero trovare in città. Ma, se vuoi, era quello il bello: faticavi per cercare contesti che fossero più affini ai tuoi interessi, c’era una curiosità enorme, più fame: era un’occasione di ricerca continua che ci manteneva in attività».

Claudio, ad esempio, vive tutt’oggi in Valdichiana. Come leggi a distanza di anni I Provinciali?

Claudio: «Il concetto è ancora più ampio: si tratta di un luogo, non della provincia. Io a sedici anni ero incazzato. Lo sarei stato allo stesso modo se fossi cresciuto in città. Non c’entra il contesto, era uno stato d’animo. Si è ribelli ed energici, a quell’età».

Francesco: «Esatto, è una condizione dell’età. Per dire, lo sento molto meno adesso. Vivessi oggi qua, sarei molto probabilmente più tranquillo. Non scriverei un testo come quello de I Provinciali. Ma il confronto con il circostante sarebbe più pacificato. Ecco, credo sia una questione dell’essere giovani in provincia».

Cos’è successo alla musica alternativa e indipendente italiana, della quale siete “figli”?  La “scena” si è mutata e i termini si sono rovesciati. Gli stessi lemmi “alternativo” e “indie” si sono banalizzati. Abbiamo dischi prodotti da artisti indipendenti che sono in classifica e altri, che hanno alle spalle delle major, che invece fanno fatica. Come vedete il panorama indipendente e quello alternativo, oggi, in Italia?

Francesco: «Dipende da cosa si intende per indipendente… dunque, c’è stato un periodo – quello nel quale siamo cresciuti noi – in cui c’era, in Italia, un fiorire di musica, che per brevità chiamiamo rock, che aveva molto seguito: vendeva dischi, produceva concerti, se ne parlava in giro. C’era una coincidenza tra l’essere indipendenti dal punto di vista contrattuale e uno stile artistico: la musica indipendente era musica fatta in un determinato modo e aveva un suono nettamente diverso da quello che veniva identificato come “non indipendente”, e cioè il mainstream, e quindi tutto quello che andava in radio, passava in televisione, et cetera. In genere, quindi, la musica indipendente era considerata “alternativa” al mainstream. E spesso c’erano cose molto belle: era musica che aveva un approccio volto alla sperimentazione, alla ricerca, e non andava in classifica, salvo alcuni casi. Continuava cioè a vendere di più Ramazzotti, o Zucchero. Oggi ci sono gli indipendenti in classifica: e questo è un bene. “Meno male”, mi viene da dire, gli artisti sono più liberi. Non c’è più però quella differenza. Gli indipendenti vanno in classifica perché suonano esattamente nello stesso modo dei non-indipendenti. Non c’è più nessun tipo di ricerca o nessuna attitudine sperimentale. Non trovo niente di interessante per me, Francesco Bianconi ascoltatore».

Rachele: «Ci sono cose interessanti, certamente, ma non ci interessa. Ho sentito musicisti bravissimi, che però fanno cose che percepisco lontane da un certo tipo di attitudine. Ecco, rispetto agli anni Novanta, a quella scena che ha aperto altre strade, manca l’osare qualcosa in più, l’andare oltre».

Ma dai, ci sarà pure qualcuno che ascoltate, della nuova generazione, dei musicisti emergenti…

Francesco: «Ascolto altro, sinceramente».

Capitava, durante quegli stessi anni delle t-shirt di Adam Green, dei club con le persone stipate, che nelle aule dei Licei Poliziani – dei loro licei poliziani – si rubassero le ore dedicate alla traduzione di Demostene per leggere La Vita Agra, di Bianciardi, per via di quella citazione in Cinecittà, contenuta nel Sussidiario; capitava che si recuperassero gli artisti che a quel disco sembravano essere attigui, Garbo, Faust’O, i Virginiana Miller oppure i Pulp, i dEus, i Divine Comedy, gli Suede, mentre in classifica c’erano – per dire – gli Zero Assoluto; capitava che nel 2006 i concerti dei Diaframma si riempissero di sedicenni, perché era risaputo che ‘quel Fiumani’ fosse uno dei riferimenti ecdotici principali di Francesco Bianconi. Ecco, probabilmente, per quanto inadatti alla memorabilità, per quanto superanti il senso consequenziale delle rappresentazioni, per quanto giovani, quegli stessi liceali (di oggi) acquisiscono ancora simboli, ascoltano artisti nelle possibilità esponenziali dei server online, e si troveranno, prima o poi, a recuperare il Sussidiario, o Amen, poiché – nel loro empito – cercheranno un’oltre, partendo dai riferimenti che quegli stessi artisti suggeriranno loro. I Baustelle “hanno fatto proseliti” e la scena attuale (quella buona, eh, s’intende) è anche e soprattutto figlia loro. E forse – mi auguro –  quella che per Francesco e Rachele appare come una “desertificazione” degli espedienti discografici “alternativi al mainstream”, venga rivalutata.

Che la vita, come la storia, procede per cicli, e la nostalgia ne è la chiara esemplificazione emotiva.

Ché sì, il tempo ci sfugge, ma il segno del tempo rimane. Sempre.

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Un’estate di crescita per il gruppo di danza “Ecole de Ballet”

“Ecole de Ballet” è la scuola di danza di Sinalunga, guidata da Maria Stella Poggioni, che coinvolge bambini e ragazzi nel conseguimento di una maggiore scoperta di una disciplina artistica…

“Ecole de Ballet” è la scuola di danza di Sinalunga, guidata da Maria Stella Poggioni, che coinvolge bambini e ragazzi nel conseguimento di una maggiore scoperta di una disciplina artistica come la danza.

Abbiamo incontrato le componenti del gruppo durante la prima serata della 78° edizione del Bruscello Poliziano, dove loro stesse rappresentano una novità. Ne abbiamo approfittato per intervistarle sulle attività che le hanno viste protagoniste durante l’estate a Montepulciano e dintorni.

Ecco la video intervista, con riprese e montaggio a cura di Guido Domenichelli:

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“Inequivocabilmente nuovi”: un’intervista ai Bangcock

Se si considera che in Italia ancora sia le dinamiche di mercato, sia il pubblico, sia la critica del web – che pare aver sostituito in autorevolezza quella degli addetti…

Se si considera che in Italia ancora sia le dinamiche di mercato, sia il pubblico, sia la critica del web – che pare aver sostituito in autorevolezza quella degli addetti ai lavori – ragionano in termini di “genere”, secondo canoni fissi di categorie estetiche inamovibili, manco fossimo ai tempi di Quintiliano, l’avvento di una band come i Bangcock non può che essere salutato con piacere.

È un progetto musicale che emerge da un sottobosco locale in fermento: eccellono ognuno nel suo comparto strumentale. Simone Falluomini a.k.a. Fake, già membro della family Toscana Sud, rapper iperdinamico, incrocia la sua esperienza di metrica e flow con una compagine strumentale di tutto rispetto: Paolo Acquaviva, trombonista ‘laureato’, già capace di ottimizzare le molteplici potenzialità del suo strumento, con le ottime partecipazioni ai progetti FAD3D e P-Funking Band, Francesco Nedo Rossi, finissimo chitarrista militante negli Hammock e in altre compagini della scena locale, e poi Christian Luconi al basso virtuosistico, a tenere alto il registro ritmico insieme a Daniele de Bellis alla batteria. Un supergruppo degno dei migliori auspici, viste le ottime performance di “anteprima” in due dei più importanti festival del territorio (Rock For Life di Ponticelli e Festa della Musica di Chianciano Terme).

Aver avuto nelle orecchie per inenumerabili minuti Phrenology dei Roots, la compilation Jazzmatazz di GURU e il lato Bones dei Cypress Hill rende tutto più poetico, considerando che per il pubblico medio italiano la cosa più vicina al crossover sia stata il featuring tra Mondomarcio e i Finley. Molti dei principali rapper italiani propongono oggi nei loro live degli arrangiamenti dei loro beat (lo fanno, in modi diversi Ghemon, Dargen d’Amico, Salmo, Emis Killa), la proposta dei Bangcock esula da tutto questo filone. Si tratta di una cosa inequivocabilmente nuova, frutto di una ricercatezza sopraffina. Per capire meglio come sia stato possibile far nascere un fenomeno di questo tasso di qualità, l’ho chiesto direttamente a loro.

Ragazzi, Siete un supergruppo: protagonisti in altre formazioni. Il pubblico locale ha imparato a conoscervi come eccellenze nelle vostre rispettive funzioni strumentali. Come vi siete incontrati e cosa avete trovato come dato comune?

Una notte della scorsa Primavera, in uno dei peggiori bar della Toscana, un rapper, un rocker, un jazzista, un metallaro e un blues man si sono seduti allo stesso tavolo, il tavolo sbagliato al momento giusto. Sembra una barzelletta ma è molto di più, è la nascita dei Bangcock.

Ognuno di noi proviene da ambienti diversi e appartiene a generi musicali a prima vista lontani, credo che sia proprio la volontà di intraprendere un’esperienza musicale nuova e inesplorata a trascinare i nostri culi bianchi in sala prove. Data la varietà di generi che ognuno dei componenti predilige siamo consapevoli di poter sperimentare e osare, in un genere – il rap – abbastanza standardizzato, provando a creare qualcosa di mai sentito prima d’ora nel panorama musicale italiano.

Cosa cambia per te, Fake, rappare su una base rispetto a quando lo fai su una strumentale?

Fake: Prima della nascita dei Bangcock ho suonato quasi esclusivamente con i Dj alle mie spalle ma da sempre sognavo di poter condividere il palco con dei veri musicisti. La differenza sostanziale è che su un beat lo show è focalizzato sulla performance del singolo rapper che scorre sulla base: questa, essendo registrata, limita sensibilmente la variabilità e l’esplosività dell’esibizione suonata dal vivo.

Suonare e confrontarmi con degli artisti di questo livello è decisamente stimolante e mi permette di imparare e migliorare a mia volta. Diciamo che suonando con la base il flow è unicamente basato su di me, mentre un’esibizione con la band è un flusso musicale comune, elevato all’ennesima potenza.

Al giorno d’oggi molti rapper di alto livello registrano su basi strumentali e durante i tour si esibiscono con una band che ri-arrangia i pezzi originali, a mio avviso registrare un suono unico, interamente suonato, sia per le registrazioni che per i live può essere il nostro punto di forza.

Cosa succede in sala prove? Chi porta le idee e come vengono elaborate? Da cosa partite per scrivere un pezzo e come si inserisce ognuno lungo lo sviluppo di una composizione?

Nedo: il clima in sala prove è completamente differente rispetto alle mie passate esperienze, non c’è caos, riusciamo ad essere produttivi al massimo (o quasi) infatti siamo riusciti a tirar fuori 2 pezzi la prima volta che ci siamo trovati tutti insieme, tutto questo finché c’è Paolo! È il nostro maestro e coordinatore, credo che senza lui saremmo ancora a lavorare sul secondo pezzo e non avreste mai sentito parlare dei Bangcock… Per quanto riguarda la composizione il nostro punto forte è senz’altro Fake, arriva con un bel testo e con un’idea di base del pezzo e si comincia a tentare ognuno con il proprio stile, certo, non è un minestrone, proviamo stacchi, riff, groove e fraseggi e se il pezzo gira è fatto! Poi ovviamente i migliori stacchi, quelli che ti fanno pensare “ma questi sono bravi!“, sono in realtà grosse padelle che abbiamo poi fatto diventare parte del brano, si sa, sbagliare è creativo!

Consigliateci 4 dischi per questa estate torrida

Hardgroove degli rh factor, Damn di Kendrick Lamar, Coffee Shop Selection di Grammatik e Tourist di St. Germain.

Foto di Benedetta Balloni (Rock for Life) e PhotoSintesi Lab Project (Festa della Musica e Selvaggina in Tavola)

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La gioiosa macchina post-punk del Lars Rock Fest. Intervista ad Alessandro Sambucari

Quando si entra nell’ampio parco dei giardini pubblici di Chiusi Scalo, trasfigurato in occasione del Lars Rock Fest 2017, il palco centrale si trova in un’area nascosta. Lo stage si…

Quando si entra nell’ampio parco dei giardini pubblici di Chiusi Scalo, trasfigurato in occasione del Lars Rock Fest 2017, il palco centrale si trova in un’area nascosta. Lo stage si scorge infatti nel bassopiano circolare, perimetrato da latifogli – dalla parte opposta dell’ingresso da via Oslavia – per il quale la dorsale erbosa del parco va a configurarsi come una vera e propria tribuna naturale. È proprio da lì che mi trovo ad assistere allo splendido live dei Public Service Broadcasting la sera dell’8 luglio: probabilmente una delle rivelazioni più felici del rock britannico negli ultimi anni, capace di coniugare l’afflato del suono chitarristico secco, cui ci hanno abituato gli ultimi quindici anni di indie rock inglese, a componenti elettroniche, campionamenti, formule pluridimensionali di resa sonora – il chitarrista tiene di fronte a sé un Nord Lead capace di buttare, in diffusione, suoni di cui le nostre orecchie nemmeno credevano possibile l’esistenza – nonché una capacità visuale di gestione del palco formidabile, con visual che si dimostrano parti integranti dello show.

La serata segue quella che ha visto come headliner i Gang of Four, storica band di quella koinè New Wave della città di Leeds che ha prodotto, negli stessi anni, da una parte i Soft Cell e dall’altra i Sister of Mercy – quindi capace di smarcare i toni lugubri del post-punk à la Ian Curtis e rivolgersi anche al funky, alla disco e agli spunti goth rock che venivano da oltreoceano – e non a caso, di recente, ha regalato al mondo Kaiser Chiefs e Alt-J.

Precede invece quella che ha visto esibirsi i canadesi Austra, ribadendo i canoni del synthrock contemporaneo, con in apertura il nostro wrongonyou, rivelazione assoluta della musica italiana nel 2016, continua a girare l’Europa con il suo dream pop acustico, toccando anche Chiusi. C’è quindi – è evidente – una forte coerenza interna nelle scelte musicali, ed è una delle cifre di qualità che il Lars mantiene costantemente viva nelle sue attività.

 

 

La musica però, proprio come la collocazione dello spazio live, è un dato ambientale, un motivo complementare che va ad intersecarsi con le altre anime del festival, coloratissime, vive, dinamiche. Nel percorso che attraversa il parco infatti si incappa in Rumore, la mostra fotografica curata da Flashati Cinefotoclub, in cui sono catturate le espressioni in primo piano di soggetti nel momento in cui le frequenze musicali entrano nelle loro orecchie; le stampe di Lucetipo e i disegni di Creative Label, concretizzati con la tecnica della cianotipia; lo spazio di This Is Not A Love Song, artisti dal multiforme ingegno che in nome della nostalgia vaporwave, e del cult alternativo canonizzato degli anni ’80, modellano e personalizzano cassette tape, VHS, poster e tutte le piattaforme possibili.

Un pannello bianco orizzontale, al lato della birreria, vede un affollamento di artisti figurativi volatili, partecipanti alla performance di tre giorni che vede sfidarsi Mynameisbri, This Is Not A Love Song e Lucetipo, al colorismo di rese in live painting, piacevolmente disturbati dagli avventori.

 

 

Ho incontrato il direttore artistico del festival, Alessandro Sambucari, che – concedendomi tempo prezioso alle centinaia di incombenze sovrapposte nei giorni del festival – ha risposto ad alcune mie domande.

Quale è stato il percorso dietro la Line-up di quest’anno?

Per il taglio che abbiamo deciso di dare alle proposte musicali, ormai da qualche anno, il percorso che porta alla definizione della line-up assomiglia molto ad una via crucis. Il nostro tentativo è avere sul palco band straniere che abbiano un livello di interesse internazionale, compatibilmente con il nostro budget, che difficilmente passano in questa parte d’Italia. Possibilmente con un album nuovo in promozione. Già questo basterebbe a rendere le cose complicate: se poi ci metti la collocazione geografica sfavorevole dell’Italia in generale rispetto all’Europa – e di Chiusi a livello nazionale – puoi capire facilmente che incastrare tutto è sempre difficile. Per non parlare dei compensi nei festival europei rispetto ai nostri… ad ogni modo, speriamo e crediamo di essere riusciti anche quest’anno a proporre una line-up che tocchi tutti i generi musicali a noi cari – post-punk, psych-rock, electro-pop, etc – guardando sia al futuro – e mi riferisco agli Austra ed ai Public Service Broadcasting – che al glorioso passato, che tanto passato non è: i Gang Of Four in esclusiva nazionale. Senza dimenticare di dare spazio alle band italiane che a nostro parere sono fra le più interessanti in circolazione. Ah, tutto, come sempre, gratuito.

 

Rispetto agli altri festival del territorio, quale identità artistica ha secondo te in particolare Lars?

Come in parte ho già detto , ciò che ricerchiamo è esattamente trasmettere di anno in anno una identità precisa al pubblico presente. Lasciare la certezza che l’anno successivo, tornando al Lars Rock Fest, ci si possa ritrovare nello stesso clima di festa. Questo certamente passa anche dalle scelte artistiche che mirano volutamente ad un certo target di pubblico e che facciamo di tutto per mantenere coerenti senza stravolgimenti nelle varie edizioni. Personalmente non sono un grande sostenitore di festival piccoli che da un anno all’altro, o addirittura all’interno di una line-up, mischiano il metal col jazz, il blues con l’elettronica, senza un filo logico che colleghi il tutto. Cerchiamo di essere coerenti con lo spirito che si è venuto a formare nelle ultime edizioni. Oltre alle scelti musicali però, almeno per noi, hanno fondamentale importanza tutte le situazioni collaterali che tentiamo di mettere in piedi come associazione ( il Gruppo Effetti Collaterali ndr) e che richiedono un impegno costante ed elevato. Quest’anno, per esempio, abbiamo un laboratorio di riciclo creativo per bambini dai sei agli undici anni, letture con musica live per bambini dai zero ai sei anni, lezioni di yoga, presentazioni di libri, un team di disegnatori, illustratori e fumettisti che nel corso delle serate realizzano un murales di venti metri quadri ed interagiscono con altri artisti ospiti (Mynameisbri per la serigrafia, Lucetipo per la cianotipia e This Is Not A Love Song per le musicassette illustrate), una mostra fotografica multisensoriale. Anche tutte queste attività saranno proposte gratuitamente.

 

Ogni festival locale ha un rapporto diverso con i residenti che circondano le aree concerti: che rapporto hanno i chiusini con Lars, specie quelli più distanti dalle poetiche r’n’r?

Per la mia esperienza: il Lars con gli abitanti di Chiusi ha più o meno lo stesso rapporto di tantissime altre situazioni simili. Nel tempo siamo riusciti a coinvolgere oltre cento volontari nell’organizzazione e già questo, per un paese abbastanza piccolo come Chiusi, credo sia sintomatico di un certo apprezzamento. Le ottime affluenze degli anni passati lasciano intendere che a molti abitanti venire a fare due passi ai giardini, ascoltare un po’ di musica e bere una birra non dispiace. Fondamentale, poi, è anche il rapporto con i negozianti, sempre disponibili nel trovare nuove forme di cooperazione, come per esempio, dedicare le proprie vetrine alla musica nel periodo del festival. È certamente innegabile che, come in ogni manifestazione musicale che porti un buon numero di persone in paese, ci siano anche delle lamentele e delle problematiche, che da parte nostra ascoltiamo e facciamo di tutto perché non si ripetano. Siamo consapevoli che tutto sia migliorabile.

Quali sono state le novità di quest’anno?

La principale è il passaggio dai due giorni classici ai tre giorni di festival. Un incremento considerevole di impegno richiesto, sia nella tre giorni che durante i mesi precedenti. Abbiamo poi un dj-set al tramonto, dalle 19 alle 21, in zona relax con possibilità di stendersi sul prato, bere una birra o un cocktail ed ascoltare le selezioni musicali dei dj mentre si attendono i live o di andare a cena. Altra novità è, dopo la fine del concerto degli headliner, un “palco” secondario chiamato campfire stage e dislocato su una collinetta dei giardini pubblici che fa da anfiteatro naturale ai tre musicisti che si esibiranno in versione completamente unplugged, quindi senza alcuna amplificazione, per concludere la serata così come è iniziata, in totale relax, stesi in mezzo al verde con una birra in mano. Abbiamo per il secondo anno un servizio di navetta gratuita che collegherà il Lars alla stazione, al centro storico ed al campeggio al lago di Chiusi.

 

Della città di Chiusi, negli ultimi due mesi, si è parlato in modi diversi, tra polemiche e marette, scivoloni e riscatti a più riprese. Nonostante tutto, i tre giorni di Lars, sono stati un’occasione di approfondimento, di pluralità e di confronto; dimostrazione di capacità reattiva e simultaneità collettiva. Quella progettualità educativa, fondata sulla formazione – umana più che umanistica – degli individui, volta alla fruizione culturale, di cui la Fondazione Orizzonti dovrebbe essere garante, ha trovato in quest’edizione di Lars un canale di rafforzamento. Un festival che sia musica di qualità, ma anche arte, letteratura (GEC&Book), fotografia, laboratori per bambini ed espressioni del corpo (come i workshop Yoga&Natura di Eleonora Cosner), ricopre esattamente quello che politiche giovanili e culturali dovrebbero sostenere quanto più possibile in ogni luogo: l’essere costantemente in confronto con la creatività propria e quella altrui, con le possibilità pratiche che scopriamo di possedere e quelle che riusciamo a scorgere negli altri; affinare sensi critici e sensibilità creativa; riuscire a riconoscere il bello in noi stessi e nelle persone che ci circondano; divenire, quindi, esseri umani sempre più consapevoli di un benessere collettivo per cui la diversità e la contaminazione non rappresentino mai un allarme.

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I matti fuori dal cancello – Intervista a Carlo Pellegrini

Lungo il fascio dei binari che fluiscono sull’Affrico, poco prima (o poco dopo, a seconda da come li si percorre) di essere inghiottiti dalla stazione di Firenze Campo di Marte,…

Lungo il fascio dei binari che fluiscono sull’Affrico, poco prima (o poco dopo, a seconda da come li si percorre) di essere inghiottiti dalla stazione di Firenze Campo di Marte, sorge il plesso colonico di San Salvi, ex ospedale psichiatrico Chiarugi, nel quale spicca la casa colonica La Tinaia. Questa è divenuta col tempo uno degli spazi creativi, rivolti a degenti ospedalieri, più interessanti e rivoluzionari dal punto di vista terapeutico. L’ambiente si pone come vero e proprio atelier e mette al centro il linguaggio estetico e l’espressività – che pertenga al disegno, alla pittura, o alla lavorazione della creta – come vie possibili per la comunicazione con gli altri, le interazioni, l’uscita dall’emarginazione e l’isolamento dal mondo.

Carlo Pellegrini, fotografo poliziano, ha passato un lungo periodo di tempo nella struttura, iniziando a raccogliere dati fotografici e lavorarli, studiando le rese grafiche ed espressive più aderenti a quell’esperienza. L’intervento tecnico è stato quello della doppia esposizione e cioè della sovrapposizione di due immagini con due diverse quantità di luce filtrate dall’obiettivo. I soggetti sono sia gli utenti della struttura (gli artisti) sia le opere di loro produzione, per brevità – e banalità – collocabili nel macroinsieme di espressività Art Brut. Ma al contrario di quella che era la linea programmatica denotata da Jean Dubuffet come codice critico del concetto di arte grezza, e cioè un’elaborazione completamente sciolta dal sistema mimetico dei maestri e della tradizione pittorica e delle scale valoriali intellettuali, qui sembra che una ricchezza estetica, di ampia tradizione e profonda consapevolezza, sia presente in tutte le opere mostrate dall’occhio di Carlo Pellegrini. Il risultato è stato “due” un volume fotografico edito dalla galleria-editrice senese Seipersei, e curato da Stefano Vigni.

Nel libro, oltre alle immagini, ci sono tre contributi testuali: uno dello stesso Carlo Pellegrini, uno di Alice Angioletti, psicologa, e uno di Stefano Vigni, editore del volume. Tutti i contributi convergono in una riflessione sul tema della schizofrenia, psicopatia o simili. Le riflessioni, così come le foto, cercano di smarcare la definizione di ‘devianza’, o di ‘degenza mentale’, dalla dilatazione e dal rovesciamento dei punti di vista, la confusione delle sovrapposizioni, non solo fotografiche, al fine – forse – di far cedere qualsiasi convinzione preconcetta ed accettare le immagini, così come le opere e i soggetti ritratti, per quello che sono, per quello che fanno e per le scelte che compiono.

Ho intervistato Carlo Pellegrini in occasione dell’inaugurazione della mostra temporanea, in cui alcune delle foto inserite nel volume sono esposte, presso la galleria Seipersei, a Siena.

Quali sono le motivazione che ti hanno spinto alla Tinaia e all’analisi di un tema così complesso? 

Le motivazioni sono due: “due”, è non a caso anche il numero di moventi che mi hanno spinto ad intraprendere questo lavoro. Il primo motivo è storico: il 2018 è il quarantesimo anniversario della legge Basaglia, o legge 180 o più precisamente legge Orsini, che regolava i trattamenti sanitari di assistenza psichiatrica, superando quelle che erano le pratiche manicomiali. Questa è secondo me un’occasione per ritornare a riflettere su certi conformismi sociali legati alla percezione del “matto”. L’etichetta di “matto” mi ha sempre dato fastidio. Io ho preferito dare loro un’altra etichetta: li ho intesi come “artisti”. A La Tinaia si praticano arti pittoriche di rilievo. Ho voluto far uscire fuori questo lato. Il secondo motivo è più personale, una riflessione: parte dal presupposto che ognuno di noi porti una maschera, che si nasconde dietro certi comportamenti e se vogliamo è un appello a toglierci la maschera e mostrare al mondo chi siamo veramente.

Come sei entrato in contatto con La Tinaia? Come ti sei preparato per affrontare quel contesto? 

Ho conosciuto la Tinaia tramite una persona di Montepulciano che me ne ha parlato, dopo che già avevo in mente di portare avanti un progetto che avesse questa tematica. Ho quindi scritto ai responsabili della struttura chiedendo di poter affrontare un progetto fotografico. Purtroppo o per fortuna in quel posto sono già passati altri fotografi, quindi erano tutti un po’ abituati alla presenza di macchine e di obiettivi. In passato Gardin, Giacomelli avevano già fatto cose del genere. Parliamo degli anni ottanta. Erano tutti lavori in bianco e nero, avevano un obiettivo di denuncia, diverso da quello che vorrei far emergere io con due. Erano quelli gli anni in cui venivano sollevate le questioni polemiche nei confronti dei trattamenti che per decenni avevano subito i degenti. Quindi ho dapprima parlato con gli utenti della struttura, mi sono fatto conoscere dagli artisti, mi sono fatto spiegare i loro lavori. Quando sono diventato invisibile, ho iniziato a fare delle fotografia. Ho iniziato nel giugno 2016 e ho finito poco tempo fa. Due è la sintesi di quasi un anno di fotografie, di vita condivisa con loro.

Con queste premesse quello che ci si aspetta è un reportage, un percorso documentario, un resoconto fotografico. Invece qui c’è tutt’altro. L’espediente artistico espressivo sormonta quello di resoconto dei luoghi. Come hai lavorato in questo senso?

Innanzi tutto avevo l’idea di avere qualcosa tra le mani che non fosse soltanto una mostra. Nella mia visione questo è un libro di appunti. Grandezza A5, ad anelli, come un blocco di schizzi di un pittore. È emersa l’idea di valorizzare l’oggetto. Lo avrei voluto ancora più sporco e spreciso. È abbastanza materico, le pagine sono spesse, anche se le foto non stanno dentro un riquadro e sbordano, c’è una precisione che avrei comunque forzato ancora di più. Le foto poi non hanno ricevuto post-produzione. L’effetto di doppia esposizione è stato dato al momento degli scatti, quindi ho cercato di mantenere una base di reportage e consegnare gli scatti nel modo in cui sono stati lavorati nel momento stesso del loro accadimento. Spero di essere arrivato all’osservatore. o meglio, pero che sia arrivata l’idea di fondo, quella più riflessiva delle due che ti ho detto prima: dovremmo tutti cercare di essere meno quadrati, di mettere meno etichette, ascoltare e mettere in dubbio ogni certezza, togliersi le maschere e esporsi alle visioni degli altri per quello che siamo. Il concetto di “matto” in passato ha coinvolto alcolizzati, omosessuali, addirittura al manicomio di Volterra c’era un soggetto rinchiuso perché parlava sardo. Cos’è ciò che chiamiamo pazzia se non un livello superiore di critica e di sensibilità?

La follia, di base, è una condizione vissuta da qualsiasi eccesso o deficienza di razionalità che viviamo tutti i giorni. Una socientà, per dirsi civile – diceva Franco Basaglia – dovrebbe accettarle entrambe, tutte e due, come elementi umani.

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Il Borgo dei Libri: interviste agli autori

“Borgo dei Libri” a Torrita di Siena è stata una piacevole sorpresa: un’occasione di confronto e di respiro. Il centro storico di Torrita si è riempito di librai, di sole…

“Borgo dei Libri” a Torrita di Siena è stata una piacevole sorpresa: un’occasione di confronto e di respiro. Il centro storico di Torrita si è riempito di librai, di sole e di eventi focalizzati a valorizzare l’operato di case editrici, autori e istituzioni culturali locali. Il tratto d’unione tra le esperienze presentate a borgo dei libri c’è sicuramente l’aspetto narrativo legato al mistero: gialli, thriller, romanzi d’avventura a intreccio, noir. Questi i “generi” cardine di Borgo dei Libri che hanno trasformato il selciato torritese in un percorso gotico, riscaldato comunque da bellissime giornate assolate.

Ho avuto l’opportunità di frugare tra i prodotti esposti dai librai e di portarmi a casa libri fantasmagorici: una “Medusa degli Italiani” del 1947 – diretta da Elio Vittorini – contenente “Il Sole del Sabato” di Marino Moretti, un’edizione di “America” di Kafka, sempre in collana Medusa, in più tre BUR “quadrati” degli anni cinquanta e una splendida edizione de “Lo Specchio Mondadori”, che credevo introvabile, contenente la raccolta di poesie “Il Disperso” di Maurizio Cucchi, del 1976. Questi acquisti mi hanno letteralmente esaltato: l’opportunità, poi, di incontrare dieci degli autori presenti alla manifestazione mi ha fatto scoprire una rete di autori più o meno locali estremamente attiva e produttiva, consapevole e acuta. Autori di gialli, di thriller e di approfondimenti piacevolmente interessante.

Se pensiamo che la manifestazione è solo alla sua terza edizione, non si può che sperare in bene. Maggio è il mese della lettura a livello nazionale: giusto una settimana fa si concludeva la trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, con un afflusso record di visitatori. La Valdichiana, e Torrita di Siena, possono trovare, in questa fiera, l’opportunità per far coadiuvare le realtà bibliofile e letterarie del territorio verso un ambizioso progetto di divulgazione culturale. La Toscana, regione che di tradizione letteraria ne ha da vendere, manca di un evento letterario che sia egemonico (come la già citata fiera di Torino, ma come stanno crescendo a Milano, Bologna, Roma e Napoli) che sia rappresentativo a livello nazionale. Cose come Il Borgo dei Libri non possono che fare bene.

Sono intervenuti, nel salottino allestito da La Valdichiana a Borgo dei Libri: David Valori,  Simona Polimene, Emiliano Bianchi, Ciro Pinto, Simone Signorini, Raffaella Micheli, Luigi Picchi, Marina Berti, Danil, Gianni Monico e Marco Fusi.

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“I mestieri della libertà” – Intervista a Ugo Sani

«L’avanguardia è la cosa più vecchia che ci sia» usava dire Ennio Flaiano, accusato di aver usato un piglio fin troppo “ottocentesco” nella stesura della sceneggiatura de La Dolce Vita….

«L’avanguardia è la cosa più vecchia che ci sia» usava dire Ennio Flaiano, accusato di aver usato un piglio fin troppo “ottocentesco” nella stesura della sceneggiatura de La Dolce Vita. Ugo Sani e l’Orchestrina Caffè Mambo, sembrano aver introiettato spontaneamente questa massima, presentando un disco tanto coerentemente passatista da raggiungere vette di contemporaneità che mai nessun Moog, nessun trigger, nessuna macchinazione digitale avrebbero mai potuto raggiungere. In un periodo storico nel quale persino negli ambiti della popular music si sta calcificando un “canone” (quasi fosse scolastico) inattaccabile e inamovibile, mentre le novità convergono verso modulazioni postmoderne di manomissione della tradizione, sdoganando e rovesciando retoriche, I Mestieri della Libertà – questo è il titolo del disco – suona come un’ode alla nike di Samotracia dopo il terremoto futurista, una chiara e netta affermazione delle forme “pulite” e “classiche” della canzone, dimostrando come anche i sistemi compositivi dei vari Gaber, Fossati, Conte, Bubola, e più recentemente Capossela – gli ‘istituti’ della canzone italiana – siano ancora serbatoi iridescenti, vivissimi, strutture che ancora hanno molto da dire e dalle quali ancora dovremmo molto acquisire.

Invece di cadere nel manierismo e nella riproduzione fedele di schemi fissi, I Mestieri della Libertà parla al circostante, centra corde caldissime del presente. Pur nella sua forte marcatura novecentista, parla al nostro tempo, giustifica e riqualifica dei sentori sempiterni. Se l’arte si rigenera per cicli, ci troviamo in un pieno rappel à l’ordre, in cui le forme metriche tradizionali, le strutture-canzone del passato, si rivestono di forza espressiva ulteriore, e tornano a ribadire fondamenti ideologici umanistici, che sembrano fin troppo opalizzati e verso cui l’umanità tutta dovrebbe tornare a riflettere.

Ho incontrato Ugo Sani ed ho intavolato una piacevole conversazione che riporto di seguito:

Dalla copertina de I Mestieri della Libertà si nota che insieme a Ugo Sani e a l’Orchestrina Caffè Mambo, appare un “& Co.”. Com’è composta attualmente, quindi, la compagine della band che ti accompagna?

«Della OCM originaria sono rimasti tre elementi: Simone Bruschi, Marcello Rossi e Giulio Piero Baricci. In origine con noi suonava Luciano Brigidi, ma la sua presenza fissa era messa in discussione da molteplici impegni esterni. È arrivato poi Mirco Rubegni che ha dato un’impronta completamente diversa con la tromba. In più sono intervenuti musicisti bravissimi come Luca Ravagni, Franco Fabbrini e Diego Perugini, che ho sentito suonare quando faceva il quinto ginnasio, a teatro, in uno spettacolo sulla scoperta dell’America e ho subito capito che me lo sarei ritrovato anni dopo come musicista affermato. E così è stato. Nonché c’è Alessandro Cristofori, che è intervenuto in maniera ingente sui brani.»

Parli di “Orchestrina Caffè Mambo originaria”, da quanto tempo dura il percorso di questa band?

«L’Orchestrina Caffè Mambo nasce come cover band di Paolo Conte. In realtà abbiamo cominciato a fare Conte quando ancora ci chiamavamo “Hemingway Band”. Il nome Orchestrina Caffè Mambo venne fuori nel momento in cui privilegiammo quei brani che facevano risuonare atmosfere sudamericane, come pure sono presenti in Conte, e che poi ritrovammo in Capossela. Questa era diventata una costante. La ricostruzione del Mocambo, il caffè sudamericano… in più aggiungemmo l’apposizione Orchestrina per recuperare atmosfere di un tempo remoto…»

I mestieri della libertà è un florilegio di brani scritti lungo un ampio lasso temporale…

«Considera che Rumba Flambé, il brano che abbiamo lanciato con un videoclip, ha venticinque o trent’anni. Ho messo insieme tutti questi quattordici brani ed ho notato che avevano un tema comune, quello della libertà.»

Prima hai citato Conte, e questo già giustifica gli echi contiani in “Ventotene”, “Chimera” e in “Bellaguida”…

«Bellaguida non è un brano mio – forse la più contiana di tutte –  ma è l’unico pezzo che non è mio ed è un brano scritto da Piero Baricci…»

Oltre a Conte ci sono tante cose: il Carbonetti è molto Gaberiana, che va a costruire una mitopoiesi del piccolo mondo…

«Gaber è citato una volta esplicitamente, proprio ne I Mestieri della Libertà: «la libertà è il riso amaro di Gaber», ma anche un’altra volta, non apertamente, uso una sua espressione, anche se parliamo di un cantautore le cui formule sono entrate nel linguaggio comune: in Vecchia Europa canto «fatti uno shampoo e tirati su». Un ovvio richiamo allo storico brano.»

La maggior parte dei brani sono lirici. C’è un io che racconta. Chi è questo io che parla?

«Sono io, no? (ride) Guarda, io considero autobiografico tutto quello che scriviamo. Tutto. Io parto da questo presupposto. Anche quando ad esempio ho composto Parabolè, il mio primo disco… Parabolè è costruito quasi completamente su testi letterari di altri autori. Accanto a brani di cui ho piena paternità ho messo canzoni che elaborassero testi collazionati dalla letteratura che più ho amato, da Calvino a Borges. Ecco azzarderei che perfino quei testi, che di fatto non sono interamente “miei”, io li considero autobiografici. Se non altro perché sono parole che ho fatto mie. Sono pezzi della mia vita. Quello che sono è stato definito anche e soprattutto grazie alle cose che ho amato. Grazie alla formazione culturale che ho avuto. Una personalità si costruisce per tante tessere, e sono proprio queste tessere che credo tornino nelle canzoni.»

La matrice delle tue composizioni è per gran parte letteraria…

«Ci sono opere che ti aprono orizzonti nuovi, su tutti i fronti. Quando ho letto Sentinella di Fredric Brown, ad esempio, che racconta la diversità in un modo completamente diverso da qualsiasi altra argomentazione, rovesciando il punto di vista e mettendo in crisi il lettore, ho percepito una scossa che molto spesso mi ritorna in mente quando scrivo, ma più in generale ogni volta che cerco di elaborare un pensiero: quando il soldato che narra e nel quale ci si è identificati, descrive l’alieno che ha ucciso con «la pelle di un bianco ributtante e senza squame» e si capisce evidentemente che a parlare non è stato un essere umano, ma un marziano. Queste sono cose che ti rimangono impresse, e che non puoi dimenticare. Ecco, non ho mai goduto di un testo come semplice elemento letterario fine a sé stesso…»

…ma entra tutto nel paradigma individuale.

«Esatto.»

Nei tuoi testi è presentissima molta metrica tradizionale. Tra le tue letture di poesia “silenziosa”, invece, cosa c’è?

«Tra i miei amori c’è Montale. Ma, senza dubbio, anche Caproni. La prepotenza metrica che puoi aver notato nel disco è una deformazione professionale. Ho fatto lettere classiche, ed ero ossessionato dal ritmo del metro antico. Tu, hai fatto il classico?»

Malauguratamente sì…

«Però devo aggiungere una nota. A partire dagli anni ottanta io ho smesso di ascoltare musica d’oltreoceano e ho scoperto Paolo Conte. Il mio mondo musicale si è formato più sulle canzoni che cantava mia mamma, che sulle canzoni dell’età del liceo, negli anni sessanta. Io ho cominciato a suonare a cinque anni. Strimpellavo al piano le canzoni di Fred Buscaglione. Quando è morto facevo la scuola media. Avevo una passione tale per Buscaglione che quella mattina mia madre non mi disse nulla, per non turbare il mio equilibrio e la mia serenità. Dal punto di vista metrico ciò che più mi ha condizionato è quel periodo. L’età dell’infanzia è importantissima per acquisire ritmo e metrica. Il canto di mia mamma è stato molto più importante dello studio dell’esametro.»

Ci sono due citazioni in fraseggio, in apertura e in chiusura del disco: La Marsigliese in I Mestieri della Liberta e Fischia il Vento in Tanaliberatutti. Nel disco, quindi, aleggia anche una percezione ideologica di libertà?

«Sono approdato al pensiero debole, da un po’. (ride) Ogni libertà proposta ideologicamente mi sembra si sia rivelata amaramente fallimentare. La libertà vera, probabilmente, non è una struttura programmata ma un attimo fuggente. Qualcosa di impalpabile. Qualcosa che avverti ma che ti sfugge subito di mano. Questo concetto è espresso in maniera forte in un brano del disco che si intitola Chimera, che non a caso è più musicale che cantato. Chimera è costruita su immagini giustapposte, sfuggenti, correlativi oggettivi della libertà: «la radiocronaca di De Zan» dell’arrivo di una tappa o «la criniera di Varenne».  Spero che questo, in positivo, dia risposte alle domande che vengono poste quando si parla di libertà. Certo, appare un po’ di amarezza di tanto in tanto, ma spero sempre di consegnare la malinconia, che da questa fugacità si produce, senza drammi e senza pesantezza.»

Possiamo considerarlo un disco di impegno o di – passami il termine – poesia civile

«Oddio,  guarda, io ho avuto passione politica da sempre. Ecco Fischia il Vento e la Marigliese che citavi, sono riferimenti estetici, e in qualche modo ricalcano quel senso di fuggevolezza. Stiamo parlando di ideali e sogni di libertà molto forti, che sono stati amati fino a sacrificare vite di esseri umani lungo la storia, ma che non so quanto siano veramente riproponibili oggi.»

In Chi Glielo Dice agli Americani parli di «scampoli usati di democrazia» che gli USA hanno esportato in tutto il mondo. Ecco, questo sentimento di sfiducia nei confronti del modello democratico occidentale è oggi molto sentito. Pare che quasi il 40% degli europei – secondo dati di un sondaggio che, come tutti i sondaggi, va preso con tutte le cautele del caso – auspicherebbe il ritorno di un “uomo forte”, che prenda le redini dei paesi per tirarli fuori dalla miseria in cui stagnano. Mi è venuta in mente l’anaciclosi di Polibio, il circuito che dal rovesciamento delle monarchie, passerebbe una serie di step per poi ritornare allo stadio governativo originario…

«… certo, dalla tirannia all’oligarchia e poi dalla democrazia all’oclocrazia, fino ad un ripristino della monarchia…»

Stiamo vivendo veramente un “superamento” della libertà? Come si può uscire, ideologicamente, da tutto questo?

«Ormai la libertà credo vada ricercata in momenti di sensibilità individuale. In piccoli barlumi quotidiani. Frammenti di libertà intuita e perduta immediatamente. In un verso dico «la libertà ha mosso il passo alla storia di ieri, ma ha spento i sogni a qualunque utopia», come a voler ribadire che la libertà esiste solo quando non c’è, esiste solo in quanto valore utopico. È un anelito, uno slancio, un ricordo, nient’altro.»

È più il tendere-a che l’esercitazione stessa…

«Quando si pensa di averla conquistata si trasforma in una nuova schiavitù. Così come ho descritto il modello americano in Chi glielo dice agli americani, che ha trasformato la liberazione in un trionfo del consumo.»

Io sono nato tre mesi prima del crollo del  muro di Berlino e ho sempre visto gli anni Sessanta e Settanta come una Golden Age, con un sacco di possibilità, florescenza culturale e musica bellissima…

«Eh, sei nato alla fine della storia…»

Esatto. La mia generazione è cresciuta in un mondo amorfo, orfano degli orizzonti ideologici che invece hanno sorretto, nel bene e nel male, il mondo vissuto dalle persone nate nei decenni prima di me. L’universo culturale nel quale sono cresciuto si è fluidificato sempre di più e i riferimenti che hanno edificato la mia formazione, così come quella di molti miei coetanei, appartengono a nomenclature e linguaggi speculari al passato, ormai scarnificati, privi di conferme oggettive. Chi c’è stato prima, invece, come vive il metro di paragone tra vecchio e nuovo mondo?

«Ahimé, mi sono iscritto all’università nell’anno accademico 1967-1968. Facoltà di Lettere. In una città tranquilla, com’era Perugia, ma non esente da conflitti. Uscivo dalla facoltà con la barba e l’eskimo, segnali inequivocabili di appartenenza politica. Perugia era tranquilla, ripeto, ma il clima era teso ovunque. Sono stato un “bersaglio” dei fascisti più volte. Una volta ho persino usato una chiesa per nascondermi, come “rifugio politico” (ride) … questo per dire che anche Perugia nel suo piccolo ha avuto importanti scossoni. Tutta l’Italia era coinvolta. Alla tua domanda, rispondo dimostrandoti quanto in realtà non fosse tutto così piacevole come immagini. Era un mondo con altrettante contraddizioni. Il primo schiaffo ai concetti di egualitarismo che perseguivo, l’ho avuto durante un’assemblea studentesca. Nei collettivi era tutto abbastanza incontrollabile. Si fingeva che non ci fossero capi, in realtà c’era una leadership fortissima e anche abbastanza esclusiva. I capi avevano diritto di parola, non volava una mosca durante i loro interventi. Quando chiedeva la parola qualcun altro, invece, non c’erano più orecchie ad ascoltare.

Il secondo shock l’ho avuto durante un autostop. Ti lascio immaginare la difficoltà con il sistema dei trasporti di allora, spostarsi dalla val d’Orcia fino a Perugia. Il sabato pomeriggio poi lo dedicavamo alle prove del gruppo e dovevamo arrivare nel chiantigiano, sempre con l’autostop. Ricordo un giorno di giugno, uno di questi tragitti. Era caldissimo. Passò un camion di braccianti agricoli, che tornavano da lavoro. Ce n’erano un po’ seduti sul cassone e ci videro. Rallentarono un po’. Noi pensammo «ecco, questi sono lavoratori e noi siamo studenti. Il movimento studentesco e la classe operaia si aiutano a vicenda!». Questi invece, ci fecero un numero à la “Vitelloni”, come Alberto Sordi nel film, però a ruoli rovesciati. Ci urlarono contro alcuni insulti e ci abbandonarono. Lì capii che, probabilmente,  quel carico di speranze che nutrivamo verso un cambiamento agognato era destinato a frantumarsi.»

I Mestieri della Libertà è comunque un disco che definirei “novecentesco”, ma che cos’è per te la modernità?

«A me non piace l’idea di “contemporaneità”. Tende ad essere, appunto, contemporanea e a non durare. A mio parere la modernità consiste nel non avere alcun pregiudizio. Io non credo allo stile. Perché molto spesso si tratta di ripetizione di un qualcosa di già fatto. Diventa ripetizione di approdi sicuri. Io da questo vorrei uscire. Mi sembra di riuscire a farlo non restando sempre sul cliché. Uno dei miei amori musicali è Randy Newman, conosciutissimo per le colonne sonore di alcuni celebri film. Chi ha comprato i suoi dischi per cercare quello stesso risultato negli altri brani, è rimasto deluso. Negli stessi dischi, ma in generale in tutta la sua produzione, non c’è nulla di coerente. Ecco, lui è un esempio di libertà compositiva assoluta.  La rottura rispetto allo stile, la rottura rispetto al codice definito, ecco cos’è la modernità.»

Dall’ascolto del disco si percepisce un messaggio di accusa morbida e di ammissione di colpe generazionali. È come se Ugo Sani, con i suoi musicisti, più o meno coetanei, amici di una vita, avvertisse la piena responsabilità del contemporaneo. Le piene contraddizioni dell’attualità, la devastazione dei codici e le aberrazioni espressive, le banalizzazioni del dibattito politico e l’inefficienza generalizzata dei beni condivisi – deprecabili – non sono causati da un’eventuale disattenzione delle giovani generazioni (i millenials, fa bene ricordarlo, saranno la prima generazione della storia ad essere più povera di quella dei padri), ma da cesure interne alla loro generazione, i cui indici di fallimento e aberrazione ideologica, possono essere riscontrati nell’utilizzo deviato di una libertà scialacquata, nell’empietà e negli errori dei Senior. «La libertà certe volte / ha l’aria di un lager / tutti in colonna per l’ultimo Ipad».

Certo sarebbe ben poco autorevole un monito urlato da un ventenne sciolinante assonanze e omofonie su basi trap, così come resterebbe autoreferenziale – dal punto di vista anagrafico – un rimprovero punk; quale forma migliore quindi del linguaggio canzonettistico, che non teme di apparire esautorato, banalizzato o rattoppato – e che di fatto non lo è – che non teme neanche di mescolarsi alle chitarre elettriche e ai synth? Quale forma migliore per veicolare un messaggio tanto potente e tanto straziante, come quello espresso nella title-track: «La libertà è vernice che grida sui muri / poi un’altra mano la copre e fa pulizia /la libertà ha fatto mille mestieri /compreso quello di schiacciare la mia» ?

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Tra musical e teatro – Intervista a Mario Bastreghi

“La Divina Commedia” di Dante Alighieri è da sempre considerato il prodotto più alto della letteratura italiana; non riguardando solo il poeta come individuo, l’opera è in grado di rappresentante…

“La Divina Commedia” di Dante Alighieri è da sempre considerato il prodotto più alto della letteratura italiana; non riguardando solo il poeta come individuo, l’opera è in grado di rappresentante l’intero genere umano. È forse per questo che ‘La Divina Commedia’ è il testo più usato per gli adattamenti teatrali, risultando, con i suoi oltre sette secoli di vita, sempre attuale, moderna e corrente.

Lo stesso motivo che ha spinto Mario Bastreghi, poliziano, appassionato di classici della letteratura e di teatro, nonché regista per passione della Compagnia Amatoriale del Teatro dei Concordi, ad adattare e mettere in musica ‘La Divina Commedia’ di Dante per lo spettacolo di fine anno dell’Associazione “Il Fierale” di Acquaviva di Montepulciano.

Uno spettacolo che nelle sue due rappresentazioni ha fatto registrare il tutto esaurito con un gradimento unanime, tanto che sabato 11 febbraio ‘La Divina Commedia’ di Bastreghi torna, in via del tutto straordinario e in tutta la sua spettacolarità, in scena, ma questa volta al Teatro Poliziano di Montepulciano. Un ulteriore replica è poi prevista per sabato 25 marzo al Teatro Mascagni di Chiusi.

Bastreghi nella sua ‘Divina Commedia’ intreccia i versi del poema con i successi della musica leggera degli anni ’60 e ’80. Cinque gli atti in cui l’autore ha diviso le tre cantiche dantesche, lasciando più spazio all’Inferno. Nel primo si narra dell’incontro tra Dante e Beatrice e del loro amore platonico e cortese fino alla morte di lei che darà a Dante lo spunto per scrivere la Divina Commedia. Poi saranno rappresentati i momenti e i personaggi più famosi dell’Inferno e del Purgatorio per finire con Beatrice che attende Dante nel Purgatorio e lo accompagna in Paradiso.

Bastreghi, come ha lavorato sul testo?

“Sintetizzare in poco meno di due ore di spettacolo un’opera così imponente mi sembrava arduo. Quindi ho cercato di dare maggior risalto agli episodi danteschi più conosciuti per favorire la comprensione ad un pubblico più ampio possibile. Delle tre cantiche, quella che viene maggiormente illustrata è l’Inferno, dove troviamo Caronte, Paolo e Francesca, il Conte Ugolino e Lucifero, mentre nel Purgatorio incontriamo Catone Uticenze e Pia de’ Tolomei. La parte finale è dedicata all’incontro di Dante con Beatrice, che poi  accompagnerà il poeta a visitare il Paradiso”.

La trama si è intrecciata con famose canzoni della musica leggera italiana, come ha scelto i brani da utilizzare?

“Le canzoni utilizzate sono, a parte qualcuna degli anni 2000,  le più famose degli anni dal 60 all’80, che secondo me sono gli anni più prolifici, e che ultimamente sono ritornate di moda. Adamo, Endrigo, Battisti, Mina, Celentano, Morandi, Patty Pravo, Baglioni, Venditti con i vari gruppi rock (i Nomadi, i Pooh, Dik Dik), sono gli artisti che hanno costituito la colonna sonora della mia gioventù, e, conoscendo bene le loro canzoni, mi è rimasto abbastanza agevole scegliere quelle i cui testi risultavano maggiormente inerenti alla trama dello spettacolo per poter procedere al riadattamento”.

Mario Bastreghi, nel portare in scena la sua Divina Commedia, ha lavorato molto sui componenti della Compagnia dei Concordi, una compagna di teatro amatoriale che si impegna nell’attività teatrale per pura passione e diletto. Come ha lavorato sugli interpreti?

“Qui sta all’abilità degli interpreti di ‘entrare nella parte’ imparando il prima possibile i nuovi testi delle canzoni per potersi poi calare nei vari personaggi. Negli anni questa capacità si è affinata e tutta la compagnia ha avuto una grande maturazione artistica, sia sotto l’aspetto canoro che scenico. Qualcuno di loro ha già avuto esperienze teatrali amatoriali e può dare consigli agli altri. Siamo fortunati ad avere nella Compagnia due persone esperte come Massimo Tosi e Valeria Garavelli che curano la parte musicale e aiutano gli altri interpreti con i loro preziosi suggerimenti. La parte scenografica è curata da uno staff diretto da Gianni Culicchi mentre Luca Culicchi, oltre ad occuparsi delle luci, si dedica anche agli “effetti speciali” ed alle video-proiezioni. Anna Monciotti è la coordinatrice della parte costumi, molti dei quali ci vengono messi a disposizione dalla Compagnia del Bruscello di Montepulciano, che non finiremo mai di ringraziare per la preziosa collaborazione”.

Ci sono state particolari difficoltà che ha riscontrato in fase di componimento piuttosto che nell’assegnazione delle parti?

 “Una volta messa a punto la traccia della sceneggiatura, si passa all’assegnazione dei vari personaggi agli interpreti in base alle loro caratteristiche sia di recitazione che canore. Successivamente, e questa è la fase più difficoltosa, si passa  alla ricerca delle canzoni e quindi al successivo adattamento dei testi alla trama, che, con grande “soddisfazione” da parte degli interpreti, si conclude sempre a pochi giorni dal debutto. Non sempre i pezzi musicali scelti si adattano alle caratteristiche degli interpreti (anche perché molti non erano ancora nati quando ascoltavo quelle canzoni) e, fortunatamente di rado, in quei casi bisogna trovare brani più “appropriati”.

La ‘Divina Commedia’ di Bastreghi ha raggiunto un successo inaspettato fin dal suo debutto avvenuto lo scorso dicembre. In quell’occasione Bastreghi e tutta la Compagnia ha dimostrando di aver raggiunto piena maturità e padronanza della scena e questo li ha portati verso altri palcoscenici come il teatro Poliziano di Montepulciano e il Teatro Mascagni di Chiusi.

Se lo aspettava questo enorme successo?

“Visto il gradimento ottenuto dai precedenti spettacoli, ero abbastanza ottimista, anche se, come sempre, fino al giorno del debutto, c’è qualcosa che fa stare in ansia. Sul palco si alternano 15 cantanti, una decina di altri personaggi, un balletto formato da 20 bambine delle scuole elementari e un gruppo formato da 15 aiutanti dietro le quinte. Coordinare le varie esigenze è molto difficile, però, con la disponibilità e la pazienza di tutti, si riesce sempre a raggiungere l’obiettivo con risultati, per ora, molto incoraggianti”.

 Le due repliche, volute fermamente da tutta la compagnia e dall’Associazione “Il Fierale” avranno uno scopo benefico e l’intero incasso sarà devoluto a favore delle popolazioni colpite dai terremoti del 2016. I due spettacoli avranno il patrocinio dei Comuni di Montepulciano e di Chiusi ed il contributo di Banca Valdichiana, che hanno aderito prontamente all’iniziativa umanitaria.

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