Abbiamo incontrato Alessandro Serena, autore di The Black Blues Brothers: spettacolo in programma al Teatro Mascagni di Chiusi sabato 3 febbraio 2018. Professore di Storia dello Spettacolo Circense e di Strada all’Università Statale di Milano, Alessandro Serena proviene da un’antica famiglia circense, imparentata con gli Orfei. Si è dedicato a studi e ricerche sulla cultura e la storia del circo. Ha pubblicato i volumi Lo spettacolo del corpo (AICS), Il circo e la scena (Marsilio) e Luci della giocolieria (Stampa Alternativa). Ha rivestito ruoli istituzionali presso l’Ente Nazionale Circhi e l’Accademia del Circo. Ha firmato spettacoli tv come Sabato al Circo, Gran Premio Internazionale del Circo, Circo Massimo e Non Chiamatelo Circo, oltre che gli speciali di RAI 3 dedicati al Cirque du Soleil. Dal 2000, per tre anni, ha collaborato con La Biennale di Venezia in un’attività finalizzata alla fusione fra le arti della pista e quelle della scena.

V: Sono anni che approfondisci le possibilità che la mescolanza tra arte circense – da pista e tendone – e arte scenica possono portare a questa forma di arte-spettacolo: in occasione di Black Blues Brothers, questo sabato, avremo modo di vedere esercizi di acrobati circensi, sul palco del Teatro Mascagni. Com’è portare il circo in teatro?

Alessandro Serena: Dunque, va detto che ci sono varie differenze. Ce n’è uno tecnico, legato alla fisicità del luogo, e quindi strutturale: nel circo a pista rotonda hai la necessità di performare a 360 gradi, sei visto da tutte le direzioni, mentre in teatro, la capacità di attirare l’attenzione dello spettatore da una quarta parete, è completamente diversa. Il circo tradizionale poi permette anche numeri aerei, l’uso di animali, invece in teatro lo spettacolo deve necessariamente essere più contenuto. Negli anni quest’arte si è affinata, proprio per sopperire alla mancanza delle componenti più apriche, più articolate. Black Blues Brothers utilizza ad esempio una formula particolare di un gruppo da 5 persone. È uno spettacolo mono-disciplinare, sebbene all’interno dell’acrobazia vi siano tantissime sotto-discipline e variazioni: ma non ci sono trapezi, né clown, né animali.

V: Dal punto di vista del pubblico, secondo te, come è cambiata la percezione del circo negli ultimi anni? 

AS: È cambiata moltissimo. Ma come per tutte le forme d’arte. Prendi ad esempio il cinema: sono cambiati i metodi di fruizione. Siamo passati dai cinema di prima visione alle multisale. In più oggi abbiamo lo streaming e la payperview. Questo cambiamento ha inciso moltissimo anche e soprattutto sul prodotto artistico stesso. Il linguaggio si sta evolvendo continuamente. Così anche nel circo, dove le discipline circensi o paracircensi, sono antiche di millenni, e si sono evolute nel corso della storia.

Quest’anno di festeggia il 250 anniversario del circo classico, poiché si colloca nella figura di Philip Astley la paternità del circo moderno. In realtà le discipline che sono convenute nella pista tonda di Astley sono antiche di millenni. Nel corso degli anni trovano modalità differenti di mostrarsi al pubblico. Ce ne sono alcune altresì che sono impressionanti per quanto fedeli ai loro antesignani di millenni fa: c’è una statuetta di Tebe, risalente a 300 anni prima di Cristo, che è rappresentata nella posizione di un esercizio uguale a quelli che fa Viktor Kee, una delle stelle contemporanee del Cirque du Soleil. Quindi ecco la percezione è cambiata, così come è cambiata la fruizione. In televisione si vedono Italia’s  got Talent e Tu Si Que Vales che hanno sostituito, di fatto, programmi televisivi come il Festival Internazionale di Montecarlo.

V: E secondo te com’è l’arte circense oggi? 

Il circo è un contenitore polisemico. Segni che sono tanti e in contrasto fra di loro. Il circo può ispirare la piccola compagnia di guitti, polverosa quasi patetica, felliniana direi, come un’armata Brancaleone dell’acrobazia, che gira con un tendone rattoppato di città e città. allo stesso tempo il circo può rimandare alla perfezione del gesto fisico: il funambolo è l’uomo solo con se stesso che non può sbagliare, cercando il suo sentiero, con una metafora. Il circo contenga un sacco di segni contrastanti tra di loro. Il circo oggi è una delle pochissime forme di spettacolo che riesce a tenere insieme moduli contrastanti di intrattenimento: come la cucina italiana ti può proporre sia un piatto raffinato che uno popolare con lo stesso tasso di qualità. Può mettere vicini, in scaletta, un numero raffinatissimo di Anatoli Zaleski, con la musica classica, e un numero di animali – maiali, mucche e galline – con musiche tirolesi, riuscendo a farli sembrare coerenti e godibili.

V: Sei anche un sostenitore del circo sociale: che funzione ha il circo nella reintegrazione sociale e nella formazione degli esseri umani? 

I cinque ragazzi che vedrete sul palco di Chiusi si sono formati a Nairobi, in Kenia. Sono in tournée da quattro anni e riescono, oggi, a vivere di quest’arte. Si sono formati e tutt’oggi collaborano con un gruppo chiamato Sarakasi. Il gruppo è attivo in Africa da anni e lavora soprattutto in situazioni di estrema miseria. In passato ha lavorato con ex-prostitute di tredici anni -sì, esatto, ex prostitute di tredici anni– trasmettendo valori legati alla consapevolezza del corpo con i quali sono riusciti a salvare delle vite. Ho avuto modo di collaborare con realtà meravigliose in giro per il mondo dalla Colombia, alla Romania, dove l’associazione Parada tira fuori i bambini dai tombini della città per insegnare loro l’arte del circo. Sono stato a Kabul, dove mi sono confrontato con il disastro che la guerra ha portato nel paese, distruggendo tutti gli anagrafi e lasciando intere generazioni senza identità. Ma così come la clownterapia è una forma di circo sociale. I ragazzi di Black Blues Brothers tornano regolarmente a Nairobi ad insegnare acrobazia ai ragazzi nelle bidonville, molto spesso tirandoli fuori da un futuro certo di miseria e delinquenza.

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