La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

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Cosce di pollo con crema di aglione della Valdichiana

Nel precedente articolo, ci eravamo lasciati con Marisa Bacconi impegnata nella creazione di un accompagnamento adatto ad arricchire i piatti da servire alla figlia minore senza farle correre rischi e…

Nel precedente articolo, ci eravamo lasciati con Marisa Bacconi impegnata nella creazione di un accompagnamento adatto ad arricchire i piatti da servire alla figlia minore senza farle correre rischi e siamo così giunti alla scoperta della crema di aglione della Valdichiana, una salsa adatta per condire sia secondi che primi piatti, ma esamineremo quest’opzione nel prossimo articolo. Stavolta ci concentreremo su un secondo piatto, una gustosa – e ben più economica – alternativa all’arrosto per il quale è stato pensato questo gustoso condimento.

L’arrosto con la crema di aglione era stato un vero e proprio successo, Adelina e tutto il resto della famiglia l’avevano letteralmente adorato, e a Marisa era dispiaciuto molto dover dire loro che, purtroppo, avrebbero dovuto aspettare un altro Natale per mangiarlo. In una famiglia povera come era sempre stata la loro, non era affatto facile procurarsi dell’arrosto al di fuori delle festività e, in generale, la carne rossa era troppo costosa per poter essere servita nei giorni normali; non c’era niente di male nella carne bianca, a tutta la famiglia Bacconi piaceva moltissimo il pollame, ma dopo tanti anni Marisa aveva esaurito le idee per cucinarla in maniera sempre diversa e presto, probabilmente, tutti si sarebbero stancati di poter mangiare solo pollo, piccione, faraona e, ben più raramente, tacchino.

Per di più, da quando avevano scoperto l’allergia di Adelina all’aglio, le varianti per cucinare la carne erano notevolmente diminuite ed il sapore era diventato via via meno intenso e gradevole ed ormai erano sempre meno i piatti che Marisa poteva cucinare e che soddisfacessero tutta la famiglia; la cosa che sembrava mancare maggiormente a tutti, ed anche a lei, erano però le cosce di pollo arrosto che lei era solita cucinare ogni fine-settimana: accuratamente impanate con un battuto di erbe aromatiche, sale e aglio e poi lasciate cuocere lentamente su una brace che sembrava quasi spenta. Da quando era stata costretta ad eliminare l’aglio dagli ingredienti che usava per cucinare, le cosce non avevano più avuto lo stesso sapore e, dopo un paio di tentativi fallimentari durante i quali quasi tutta la carne era rimasta attaccata alle ossa perché non gradevole come al solito, si era vista costretta a eliminare anche quel piatto dall’ampio menù che seguiva ormai da tanti anni. Riusciva a vedere la malinconia negli occhi dei suoi famigliari quando, fin troppo spesso, si vedeva costretta a cucinare semplice petto di pollo al latte e salvia e le sarebbe davvero piaciuto poter tornare a cucinare le cosce per vedere l’entusiasmo rimpiazzare la malinconia; aveva cercato anche delle varianti a quella preparazione, proprio come aveva fatto per gli spaghetti al pomodoro e con l’arrosto di Natale e, anche per le cosce, non era arrivata ad una soluzione soddisfacente prima di scoprire – o meglio, riscoprire – l’esistenza dell’aglione.

Il percorso non era stato semplice, il battuto di aglione non si era dimostrato efficace quanto quello di aglio, così lei era stata costretta a pensare ad un altro modo per condire le cosce; non era riuscita a giungere ad una conclusione prima di Natale, quando scoprì il modo migliore, fino a quel momento, per usare l’aglione all’interno di un piatto di carne. Se la crema di aglione che aveva fatto stava bene con l’arrosto, si era detta, era altamente probabile che stesse bene anche con le cosce di pollo che amava tanto preparare: da un certo punto di vista, aveva ragione; l’aglione ridotto in crema insaporiva bene anche la carne di pollo, il problema principale era che quest’ultima era un po’ insipida e diventava fin troppo dolciastra una volta condita con la salsa. Quello comunque era un ostacolo piuttosto facile da superare, infatti a Marisa fu sufficiente fare un trito di semi (per l’occasione usò quelli di papavero, di zucca e di girasole visto che in campagna erano decisamente i più facili da reperire) e pangrattato e pensare ad un contorno saporito e piuttosto amaro per contrastare l’eccessiva dolcezza della carne; anche quell’ingrediente fu trovato piuttosto in fretta e, da quell’anno in poi, anche le cosce di pollo in panatura di semi, peperoni arrostiti e crema di aglione della Valdichiana entrarono di diritto a far parte dei piatti preferiti di tutta la famiglia Bacconi.

Così, grazie a questo capitolo, abbiamo scoperto un altro impiego di questa deliziosa crema all’aglione e chissà quanti altri potrebbero dimostrarsi validi facendo qualche esperimento! Per ora, comunque, possiamo ancora affidarci alle sapienti mani di Marisa per scoprire altri impieghi non solo di questa crema nello specifico, ma anche del suo ingrediente principale.


La ricetta: ingredienti per 4 persone

4 cosce di pollo
4 peperoni
250 gr di aglione della Valdichiana
2 lt di latte
Mezzo litro di crema di latte
sale, pepe, olio evo qb, timo

Per la paanatura:

100 gr di semi misti
200 gr di pane Panko (o pangrattato)
200 gr di farina
6 tuorli

Pera la crema di aglione della Valdichiana:

Sbucciare l’aglione, bollirlo per circa 2/3 minuti nel latte e ripetere questo passaggio 4 volte; mettere l’aglione nel mixer con la crema di latte e un pizzico di sale e frullare fino ad ottenere un composto omogeneo.

Preparazione:

Pulire le cosce liberando l’osso (senza toglierlo) e avvolgerle singolarmente nella carta velina dando una forma tonda; cuocerle per circa 20 min. in acqua bollente e, una volta fredde, impanarle passandole nella farina, nel tuorlo e poi nel pane Panko misto a semi per poi lasciarle riposare in frigo almeno mezz’ora.

Preparare i peperoni sbucciandoli con una pelapatate e tagliarli a listarelle, disporli poi in una teglia da forno con sale, pepe, olio evo e timo e cuocerli per circa 30 min. a 190°.

Friggere le cosce di pollo in olio evo fino a doratura e servirle accompagnate dai peperoni.

(per la ricetta ringraziamo il ristorante “Le Logge del Vignola” di Montepulciano  e l’Associazione per la tutela e la valorizzazione dell’Aglione della Valdichiana)

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La crema di aglione della Valdichiana

Il nostro viaggio alla scoperta dell’aglione della Valdichiana continua, e anche stavolta ci occuperemo della nascita di un prodotto che è un ottimo accompagnamento per diversi piatti: la crema di…

Il nostro viaggio alla scoperta dell’aglione della Valdichiana continua, e anche stavolta ci occuperemo della nascita di un prodotto che è un ottimo accompagnamento per diversi piatti: la crema di aglione. Nel precedente articolo abbiamo conosciuto la famiglia Bacconi e, in particolare, la piccola Adelina, la figlia minore allergica all’aglio a cui si deve, probabilmente – o almeno, così ci racconta questa fiaba popolare -, la nascita dei famosi Pici all’aglione (ricordiamo infatti che questo bulbo nello specifico non provoca reazioni allergiche); la storia di questa famiglia non si ferma a questo primo piatto, si dice infatti che gran parte delle ricette che hanno come protagonista l’aglione siano nate proprio all’interno delle mura di casa Bacconi, ed è proprio da qui che riprendere il nostro racconto.

Il Natale si stava avvicinando e, come ogni anno, Marisa si stava dando da fare per preparare tutti i piatti più buoni e sontuosi a cui riuscisse a pensare; l’ultimo arrivo nel menù di Natale erano i pici all’aglione, che aveva perfezionato col tempo e che ormai tutti in famiglia chiedevano come piatto principale. Era davvero un piacere per lei poter vedere la figlia minore spazzolare tutto il piatto senza disdegnare una bella scarpetta, era felice di aver trovato il modo di farle mangiare qualcosa che le piaceva così tanto senza farle correre alcun rischio; si era impegnata quotidianamente per capire cos’altro avrebbe potuto servirle, aveva sperimentato diversi sughi e condimenti ma, fino a quel giorno, non aveva trovato niente che la soddisfacesse appieno. Forse doveva provare un approccio diverso, forse lavorare quel prodotto che conosceva tanto poco non era facile come aveva pensato: dopo tanti anni passati ad usare solamente l’aglio, si affidava a ricette e metodi prestabiliti e, a quanto pareva, non funzionavano sempre se usati su un prodotto simile, ma anche tanto diverso com’era l’aglione.

Aveva ricontrollato tutti i libri di ricette delle sue ave, li aveva esaminati in lungo e in largo ma, a parte il piccolo appunto che aveva trovato (“aglione, non impedisce il respiro”), non sembrava esserci altro che potesse aiutarla: nessuna ricetta specifica, nessuna indicazione, a quanto pareva avrebbe dovuto fare affidamento solo sulle sue capacità e in fondo, se ci era riuscita una volta, poteva riuscirci ancora. Purtroppo, quando la Vigilia di Natale era ormai alle porte, Marisa non aveva ancora trovato un altro modo soddisfacente di usare l’aglione: stava cominciando a perdere le speranze, ma il pensiero di Adelina che guardava l’arrosto fumante condito con un delizioso olio all’aglio senza poterlo neanche assaggiare, le faceva piangere il cuore; così, trasformandosi in qualcosa di molto simile a un alchimista, mise sul fuoco sei pentole diverse e riprese a sperimentare, cercando di non ripercorrere i passi fatti fino a quel momento. Il problema principale era che il gusto piccante e anche un po’ dolciastro dell’aglione non insaporiva l’olio in maniera corretta, come invece faceva il cugino aglio, e ogni volta che ci provava il condimento aveva un sapore strano e non completamente gradevole; aveva provato a metterlo in infusione senza pestarlo, a farlo bollire in un po’ d’acqua prima di cuocere tutto insieme, aveva usato pestati di diversa natura (sale, pepe, prezzemolo, salvia e quant’altro), ma quel gusto particolare non sembrava aver intenzione di sparire. Forse, come aveva già pensato, era il principio a essere sbagliato, forse la chiave era non usare l’olio com’era abituata a fare ma cercare di creare qualcosa di diverso; era ormai notte fonda quando, dopo essersi addormentata con la testa appoggiata sul tavolo della cucina, ebbe come un’illuminazione: quando era bambina a lei non piaceva l’aglio, sapeva che faceva bene ma non riusciva a tollerarne il sapore, eppure sua madre aveva sempre trovato il modo di ingannarla e farglielo mangiare comunque. Ma certo! Era proprio quella la chiave: usare lo stesso trucchetto che sua madre usava con lei; si alzò dalla sedia con entusiasmo crescente, prese il grosso giubbotto del marito e si diresse verso la stalla per mungere un paio delle mucche e poter avere così l’ingrediente che le mancava. Una volta raccolto un po’ di latte tornò in cucina e riprese con gli esperimenti; dapprima neanche quell’idea sembrò funzionare, ma lei era sicura che fosse proprio quello l’unico metodo giusto per creare un condimento perfetto per la figlia, così non si diede per vinta.

Il sole era già alto da un pezzo, la tavola era apparecchiata di tutto punto e la famiglia Bacconi vi si era riunita tutt’intorno quando Marisa uscì dalla cucina con un sorriso raggiante e un grosso arrosto fra le mani; lo posizionò al centro del tavolo e poi sparì di nuovo dietro la tenda, ricomparendo qualche istante dopo con una piccola ciotola stretta fra le mani: tutta quella fatica aveva dato i suoi frutti in fondo, la crema di aglione vedeva finalmente la luce e anche Adelina avrebbe potuto mangiare il delizioso arrosto della mamma.

Ci sono davvero tanti modi diversi di usare l’aglione della Valdichiana; se impiegato nel modo giusto il suo gusto particolare si abbina perfettamente ad ogni pietanza, e questa crema nello specifico si sposa molto bene con primi e secondi piatti. Per scoprirlo non ci resta che continuare il nostro viaggio immaginario insieme a questa famiglia e chissà, magari Marisa ci darà la giusta ispirazione per servire ai nostri amici un piatto che non avrebbero mai immaginato di mangiare.

La crema di aglione della Valdichiana: la ricetta

Ingredienti

250 grammi di aglione
2 litri di latte
Mezzo litro di crema di latte
Sale q.b.

Sbucciare l’aglio, bollirlo per circa 2/3 minuti nel latte e ripetere questo passaggio per quattro volte. Metterlo nel mixer con la crema di latte e un pizzico di sale e frullare fino ad ottenere un composto omogeneo.

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I pici all’aglione della Valdichiana

C’è una storia gastronomica che affonda le sue radici in tempi antichissimi, la storia di un prodotto prezioso ma purtroppo sconosciuto ai più, anche se sicuramente ne avrete già sentito…

C’è una storia gastronomica che affonda le sue radici in tempi antichissimi, la storia di un prodotto prezioso ma purtroppo sconosciuto ai più, anche se sicuramente ne avrete già sentito parlare. Chi di voi, sfogliando il menù di un’osteria toscana, non si è mai trovato davanti i famigerati ‘pici all’aglione‘? E quanti avranno scelto di evitarli per non rischiare di dover rimanere in silenzio per tutto il resto della serata a causa dell’odore poco gradevole, per così dire, emanato dal presunto ingrediente principale di questo piatto?
Potrei scommettere che in molti abbiate fatto questa scelta. Ma se ora vi dicessi che non c’è bisogno di preoccuparsi, che l’aglio non è affatto – o almeno non dovrebbe essere – un ingrediente di questa ricetta e che potreste godervi una generosa porzione di pici all’aglione senza preoccuparvi dell’olfatto dei vostri commensali, rimarreste stupiti? Forse sì, o almeno me lo auguro, perché è proprio da qui che parte la nostra storia.

L’allium ampeloprasum var. holmense, volgarmente noto come aglione, è una varietà di aglio che si coltiva nel territorio della Valdichiana sin dal XVI secolo.
Pur essendo conosciuto e coltivato da molto tempo, è stato davvero riscoperto solo in tempi recenti, pur rimanendo un prodotto di nicchia a causa del suo costo elevato (si arriva a 15-18 euro al chilo) e della sua diffusione limitata quasi esclusivamente all’interno dei confini della Toscana (chi volesse reperirlo o scoprire chi lo produce può rivolgersi all’Associazione per la Tutela e la Valorizzazione dell’Aglione della Valdichiana).
La scarsa fama di questo prodotto può derivare anche da una mancanza di informazione: chi non ne ha mai sentito parlare potrebbe pensare che non differisca poi molto dall’aglio e che quindi non valga la pena prestargli troppa attenzione. Ma l’aglione e l’aglio sono in realtà molto diversi, non solo per la forma (l’aglione è molto più grosso, come si può facilmente intuire dal nome).

Qual è la prima, sostanziale differenza tra questi due ortaggi?
Proviamo a immaginare quanto possa essere complicato, per qualcuno allergico all’aglio, andare a mangiare in un ristorante: nella cucina italiana è un ingrediente molto usato, per esempio nel sugo di funghi, nel pesto, nella famosa ribollita toscana e in moltissimi altri piatti. I soggetti allergici sono quindi costretti a prestare sempre molta attenzione a quello che ordinano. E qui sta proprio la chiave del malinteso: l’aglione, a differenza dell’aglio, non provoca alcun tipo di allergia, proprio come ci racconta la tradizione, e può essere quindi consumato anche da chi è allergico all’aglio.

Adelina aveva cinque anni la prima (e fortunatamente ultima) volta che, dopo aver mangiato una sola forchettata dei pici al pomodoro e aglio della mamma, smise quasi del tutto di respirare, destando il più completo terrore attorno alla tavola alla quale sedeva assieme a tutta la sua famiglia. Non ricordava molto di quel pranzo, sapeva solo che a un certo punto si era sentita soffocare come quando, solo qualche mese prima, era finita per sbaglio nel doppiofondo dell’armadio dei suoi genitori e si era sentita sollevare da terra, senza avere idea di chi fossero le braccia che la cingevano.
Si era svegliata un paio d’ore più tardi, madida di sudore e con un forte dolore al centro del petto, sentendo il padre spiegare al resto della famiglia che probabilmente non tollerava qualcosa che aveva mangiato e che tutti si sarebbero dovuti impegnare per capire che cosa fosse. Anche se Gilberto Bacconi aveva deciso di tornare a prendersi cura del podere una volta finita la guerra, non aveva mai dimenticato tutto quello che aveva imparato come medico dell’esercito. Quegli insegnamenti gli avevano permesso di salvare la vita alla figlia più piccola, ma non era comunque sicuro che sarebbe stato in grado di riuscirci una seconda volta. Non sapeva molto di allergie, che non erano state la preoccupazione principale durante una guerra cruenta quanto la Prima Guerra Mondiale, ma aveva visto morire sua madre dopo un attacco troppo simile a quello di Adelina. Così si disse che avrebbero dovuto fare molta attenzione affinché un episodio simile non si ripetesse.
Non fu una scoperta immediata, fu come giocare una brutta partita di Roulette Russa con la bambina, ma alla fine fu chiaro che era l’aglio a nuocere alla piccola Adelina. Non fu semplice privarsi di quell’ingrediente così tradizionale: quasi ogni cosa cucinata dalle sapienti mani di Marisa ne aveva contenuta, fino a quel momento, una dose più o meno consistente, ma era imperativo riuscire a farne a meno.

Nei cinque anni successivi, la donna ebbe molto tempo per sperimentare e diventare brava a sopperire a quella che, per una famiglia di contadini toscani, era decisamente una grossa mancanza. Di tanto in tanto, specialmente in occasioni di compleanni o feste importanti, qualcuno si azzardava a chiedere un piatto dei pici al pomodoro e aglio che non vedevano la luce in casa Bacconi da tanto tempo, ma Marisa decise di cucinarli di nuovo solo quando a chiederglieli fu proprio Adelina, il giorno del suo decimo compleanno. Lei ovviamente si rifiutò, ma quando la figlia proseguì dicendo che era il suo unico desiderio per quel compleanno, Marisa acconsentì col cuore attanagliato dalla paura. Avevano cercato di spiegare alla bambina che non era per scelta  che l’avevano privata di quello che, dopo una sola forchettata, era diventato il suo piatto preferito, che le avrebbe fatto molto male mangiarlo, ma lei sembrava così entusiasta al solo pensiero, che Marisa proprio non riuscì a negarle quell’unico regalo.
Le soluzioni erano molteplici: avrebbe potuto fare un semplice sugo di pomodoro senza usare l’aglio, ma era sicura che Adelina se ne sarebbe accorta e non aveva alcuna intenzione di deluderla. Così cominciò a pensare a come riuscire a rendere felice la bambina senza, ovviamente, farle rischiare la vita. Sfogliò tutti i libri di cucina presenti in casa (per la maggior parte scritti dalle sue ave) finché non si imbatté in un appunto piuttosto curioso, vergato a mano probabilmente con una penna d’oca. Era scritto proprio accanto alla ricetta dei famosi pici al pomodoro che ormai conosceva a memoria da più di vent’anni; tuttavia, non ricordava assolutamente quel particolare.
La parola aglio era stata cancellata con una sottile linea nera e accanto era stato appuntato “aglione, non impedisce il respiro”. Era quello il problema che aveva avuto Adelina: le era proprio mancato il respiro. Quell’appunto significava forse che quell’aglione, sicuramente in qualche modo simile all’aglio ma di cui lei non aveva mai sentito parlare, potesse essere mangiato anche da sua figlia minore? Continuò a studiare l’argomento, si consultò col dottore del paese, col proprietario della drogheria, col fruttivendolo e alla fine capì che la sua deduzione era esatta, che quell’antico appunto era esatto. Grazie a quella scoperta poteva realizzare l’unico desiderio di compleanno della figlia: non più dei semplici pici al pomodoro e aglio, ma degli innovativi e autentici pici all’aglione.

Questa forse è solo una storia, forse Adelina non è mai esistita (chissà), ma ciò che è senza dubbio vero è che l’aglione è l’ingrediente ideale per coloro che, impossibilitati a mangiare aglio, non vogliono privarsi di quel sapore piccante e un po’ dolce che è la sua caratteristica più apprezzata.

 

 

I pici all’aglione della Valdichiana: la ricetta

Ingredienti per 4 persone – Pici fatti in casa
400 g di farina 0
200 g di farina di grano duro
300 g di acqua

Mescolate bene le due farine, meglio se le setacciate. Disponetele a fontana sulla spianatoia, versate l’acqua nel cratere e incorporate la farina poco a poco.
Impastate per 10 minuti, dopo di che prendete la pasta e cominciate a fare delle strisce. Rollatele con le mani fino a ottenere dei lunghi spaghettoni . Per evitare che si attacchino, disponeteli su un piano cosparso di semolino in attesa della cottura. Il picio deve cuocere circa 15 minuti.

Ingredienti per il sugo
500gr di pomodori
50gr di aglione
olio extravergine di oliva
mezzo bicchiere di vino
sale
pepe e peperoncino a gusto

Per prima cosa, si sminuzza l’aglione. C’è chi preferisce tagliarlo a pezzi e chi preferisce schiacciarlo: in alternativa si possono frullare gli spicchi e qualche cucchiaio d’olio con un frullatore a immersione, e versare la pasta così ottenuta in un tegame dove si sarà fatto scaldare un po’ d’olio. Quando l’aglione comincia a dorarsi, stando attenti a non farlo attaccare al fondo, si aggiunge il mezzo bicchiere di vino (per esempio un Valdichiana Toscana DOC bianco) e lo si lascia ritirare ottenendo infine una crema. A questo punto si può spegnere la fiamma mentre si prepara il pomodoro, in modo che l’aglione non bruci.
Per quanto riguarda i pomodori si può usare la passata già pronta oppure i pelati (che andranno frullati una volta rimossi i piccioli). Il risultato finale dovrà essere una salsa, quindi se si sceglie di usare i pomodori freschi tagliati a cubetti bisognerà lasciarli cuocere fino a che non saranno completamente sfatti.
Quando la crema di aglione è pronta, a fiamma accesa si unisce il pomodoro e si amalgama il tutto. Se si è scelto di usare passata o pelati il tempo di cottura sarà di circa 30 minuti (o comunque fino a quando il pomodoro non si sarà addensato), per i pomodori freschi invece i tempi saranno più lunghi.

Quando la salsa è pronta, condite i pici, servite e abbuffatevi!
L’aglione è un ortaggio che ancora viene prodotto in quantità limitate ed è più facile reperirlo tra luglio e novembre. Un’ottima idea per gustarsi la salsa all’aglione tutto l’anno è prepararla in grandi quantità e farne delle conserve.

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L’amatriciana, piatto veicolo di gusto e di solidarietà

Dopo la paura e la distruzione arrivano le parole. Parole che cercano di alleviare il dolore di chi ha visto ed è sopravvissuto, di consolare l’inconsolabile ma allo stesso tempo…

Dopo la paura e la distruzione arrivano le parole. Parole che cercano di alleviare il dolore di chi ha visto ed è sopravvissuto, di consolare l’inconsolabile ma allo stesso tempo portatrici di speranza e che presto giudicheranno chi ha delle colpe nell’immane tragedia che ha colpito il Centro Italia il 24 agosto scorso.

Si parla di ricostruire, ricreando quei luoghi com’erano prima che il sisma li spazzasse via, senza cambiare il minimo particolare, come secondo volontà di chi quelle zone le abita, cercando di evitare che queste piccole comunità sparse sull’Appennino non vedano una fuga della popolazionenonostante la terra sia divenuta ostile e priva dei propri punti di riferimento nel giro di una notte.

Ma il terremoto, oltre a radere al suolo palazzi storici, abitazioni, piazze e a ridisegnare la geografia, ha cancellato la quotidianità delle persone tanto che neanche un’abile penna sarà più in grado di descrivere. La quotidianità è qualcosa di pesante e ruvido che ogni giorno ci investe, una coperta che a volte sentiamo troppo stretta e della quale non vediamo l’ora di sbarazzarcene, ma allo stesso tempo, se privi, si avverte subito la mancanza del suo calore. La quotidianità si vive attraverso i gesti, la ritualità, nei momenti di ritrovo, attraverso i suoni, gli aromi e i sapori. Proprio uno dei paesi più duramente colpiti, aveva deciso di condividere con il mondo intero un pezzo della sua quotidianità: il paese di Amatrice si stava preparando a celebrare la tradizionale sagra della pasta all’amatriciana.

Anche noi vogliamo rendere omaggio ad Amatrice e a tutte le popolazioni colpite dal sisma e lo faremo raccontando la storia di uno dei piatti più celebri della cucina del Belpaese. Fin da subito, quello che era un semplice veicolo di piacere e condivisione, è diventato uno strumento per dare nuovamente una speranza attraverso i vari appuntamenti di solidarietà e beneficenza che si sono susseguiti nel nostro territorio dove il piatto principe è stato proprio la pasta all’amatriciana.

L’amatriciana, o come si usa dire in gergo “matriciana”, ha come sua antenata la ‘gricia’ o ‘griscia’, un condimento che secondo le ricette tradizionali dei pastori era composto semplicemente da guanciale e formaggio. Il nome sembra che derivi dal paesino di Grisciano, frazione del comune di Accumoli. Furono poi le massaie di Amatrice a creare la variante rossa, che oggi conosciamo con l’aggiunta del pomodoro.

Un’altra vulgata ci racconta una storia leggermente diversa: pare, infatti, che il nome sia derivato da un vicolo di Roma, dove la pasta alla “matriciana” è particolarmente apprezzata. Questo vicolo, nel rione Ponte, si chiamava prima del 1870, vicolo de’ Matriciani, e dopo degli Amatriciani. In una piazza vicino al vicolo i Grici, termine con il quale erano indicate le popolazioni che venivano dalle zone di Amatrice e Accumoli, tenevano un mercato di prodotti tipici, e fu forse proprio da lì che il condimento all’amatriciana partì alla conquista della Città Eterna. Un piatto semplice, messo insieme con pochi ingredienti, che rispecchia la frugalità delle popolazioni locali, eppure apprezzato anche alla tavola di papi e imperatori.

Il cuoco Francesco Leonardi, che aveva lavorato alla corte di Caterina II di Russia, preparò nell’aprile del 1816 un banchetto per Francesco I Imperatore d’Austria e il Papa Pio VII a base di amatriciana. Il poeta Carlo Baccari dedica alcuni suoi versi alla semplicità e alla naturalezza degli ingredienti del sugo all’amatriciana:   “… e li tra gli armenti, da magica mano, nascesti gioiosa nel modo più strano/la pecora mite e il bravo maiale, donarono insieme formaggio e guanciale. ” »

Quando dunque ci metteremo a tavola per gustare un buon piatto di pasta all’amatriciana, l’augurio più sincero sarà quello di pensare non a qualcosa che fu, ma a qualcosa che è e che continuerà ad essere.

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Torta salata primavera con asparagi

Se vi dico verdure e primavera, quale ortaggio vi viene in mente? Intanto che ci pensate, vi dico che è un ortaggio povero di calorie, ma con molte fibre. Ricco…

Se vi dico verdure e primavera, quale ortaggio vi viene in mente?
Intanto che ci pensate, vi dico che è un ortaggio povero di calorie, ma con molte fibre. Ricco di vitamina C, carotenoidi, sali minerali e vitamina B! Sì, stiamo parlando dell’asparago.

Gli asparagi sono un vero toccasana per il nostro corpo, e non c’è niente di meglio che gustarli in una squisita torta salata, ottima da portare anche ad un pic nic sulla spiaggia.

Ingredienti:

Un rotolo di pasta brisée tonda
3 uova
180 gr di ricotta
100 gr di prosciutto crudo
1 mazzetto di asparagi
Sale, pepe q.b.

Pulire gli asparagi, tagliando via la parte finale o, in alternativa, pelarla con un pelapatate.

Cuocerli in abbondante acqua salata portata a ebollizione per circa 30 minuti. Il tempo è indicativo, guardare sempre la consistenza per capire se la cottura è terminata.

Intanto che gli asparagi cuociono, mescolare in una ciotola le uova sbattute con la ricotta e il prosciutto crudo a striscioline. Salare e pepare.

Stendere la pasta brisée in uno stampo per torte tondo e bucherellare il fondo con i rebbi di una forchetta. Versarvi dentro il composto di uova e ricotta. Terminare disponendo sulla superficie gli asparagi a raggiera.

Infornare in forno preriscaldato a 150° per circa 35 minuti.

N.B. (1)  Meglio usare gli asparagi di campo o, in alternativa, quelli più fini, poiché hanno il gambo meno legnoso e c’è meno spreco nel pulirli.

N.B. (2)  Scolate gli asparagi sotto un getto di acqua bollente, così rimarranno belli verdi!

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Plumcake salato con basilico

Qualche giorno fa sono andata a fare la spesa, e al supermercato c’erano in vendita una miriade di piantine aromatiche. Da buon amante del basilico, non potevo che prenderne una…

Qualche giorno fa sono andata a fare la spesa, e al supermercato c’erano in vendita una miriade di piantine aromatiche. Da buon amante del basilico, non potevo che prenderne una piantina. E quindi, la ricetta che vi propongo oggi è un plumcake salato con il basilico.

La versione originale prevede basilico, pomodori secchi e parmigiano, io l’ho modificata mantenendo il basilico ma aggiungendo tonno e olive nere. Provate questo delizioso plumcake mediterraneo, che può essere gustato sia come antipasto che come spuntino. E con l’arrivo del bel tempo, darà ai vostri pic-nic all’aperto quel tocco in più.

Ingredienti:

160 gr farina
1 bustina lievito
3 uova
100 ml latte
100 ml olio e.v.o
50 gr tonno al naturale
Parmigiano grattugiato q.b.
Basilico fresco q.b.
Sale, pepe
Burro e farina per lo stampo da plumcake

Preparazione:

Sbattere in una ciotola l’olio, il latte, il sale e il pepe.
Unire la farina setacciata e il lievito e mescolare bene.
Quando il composto sarà omogeneo, unire il basilico tritato finemente, il tonno e le olive intere.
Aggiungere anche il parmigiano. Mescolare.
Poi imburrare e infarinare uno stampo da plumcake e versarvi il composto.
Mettere in forno ventilato per circa 20 minuti a 180°.
NB. Il tempo è molto indicativo, vige la regola dello stuzzicadenti!

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Bomboloni salati di patate

Anche questo mercoledì vi lascio una ricetta salata da leccarsi i baffi…  Vietato non provarla! Ingredienti: Per l’impasto 500 gr patate rosse 500 gr farina 00 1 cubetto lievito birra…

Anche questo mercoledì vi lascio una ricetta salata da leccarsi i baffi…  Vietato non provarla!

Ingredienti:

Per l’impasto
500 gr patate rosse
500 gr farina 00
1 cubetto lievito birra (20/25 gr)
2 uova
2 cucchiai olio e.v.o
3 cucchiaini abbondanti sale
Per il ripieno
300 gr prosciutto cotto
300 gr formaggio a pasta filata o emmenthal o provola
Facoltativo
Olio per friggere q.b.

Preparazione:

Cuocere le patate e schiacciarle con lo schiacciapatate.

Unire la farina, le uova, l’olio, il sale e il lievito precedentemente sciolto in poca acqua tiepida.

Impastare bene e stendere con il mattarello su una spianatoia infarinata.

Con un coppapasta, ritagliare tanti cerchi. In mancanza del coppapasta, usare un bicchiere o una tazza con una bocca larga.

Quando saranno pronti tutti i cerchi di pasta, prenderne uno e riempirlo con il prosciutto cotto e il formaggio. Prenderne un altro, e sovrapporlo all’altro per chiuderlo. Sigillare bene i bordi.

A questo punto, far lievitare i bomboloni riempiti per un’ora. Mi raccomando, vanno messi su un piano molto infarinato, altrimenti c’è il rischio che si attacchino al piano.

Trascorsa un’ora, è fondamentale decidere se si vogliono cuocere i bomboloni in forno oppure in olio per friggere. In caso voleste farli in forno, è necessario cuocerli a 180° per circa 20 minuti. In caso contrario, è necessario friggerli in abbondante olio di semi.

N.B. Tra gli ingredienti ho scritto “patate rosse” perché ho provato a fare questi bomboloni con le patate gialle, ma forse contenendo troppa acqua non danno il risultato desiderato.

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Mug Cake dal cuore morbido

Non smetto mai di sperimentare e, stavolta, quella che vi propongo è una ricetta veloce (pronta in soli 2 minuti!) e davvero golosa. È un’ottima merenda, un buon dessert e indubbiamente…

Non smetto mai di sperimentare e, stavolta, quella che vi propongo è una ricetta veloce (pronta in soli 2 minuti!) e davvero golosa.

È un’ottima merenda, un buon dessert e indubbiamente un’imperdibile colazione da preparare la sera prima e da gustare la mattina per svegliarsi al meglio.

Non ci credete? Provate, poi ne riparliamo!

Ingredienti:

30 gr burro fuso
1 uovo
2 cucchiai zucchero
1 cucchiaino zucchero a velo
3 cucchiai panna fresca
2 cucchiai rasi cacao amaro
6 cucchiai rasi farina
½ cucchiaino lievito
2/3 quadretti cioccolato (fondente, al latte o bianco, a scelta vostra)

Prima di tutto assicuratevi di avere il microonde e una mug, ovvero una tazza grande come quelle tipiche anglosassoni che oggi piacciono tanto anche a tutti noi.

Preparazione:

In una ciotola, sbattete con la frusta l’uovo con lo zucchero e lo zucchero a velo.

Unite la panna, il cacao, la farina, il lievito e mescolare molto bene.

Infine, unite anche il burro fuso e mescolate per rendere omogeneo l’impasto.

Ora prendete la mug e versateci l’impasto. Versate inizialmente solo una parte dell’impasto e mettete qualche quadretto di cioccolato. Poi, terminate versando il restante composto.

A questo punto, cuocete nel microonde a 750 Watt per 2 minuti.

Ovviamente, lievitando, vedrete l’impasto gonfiare e forse avrete la fortuna di vederlo strabordare dalla mug. Per evitare questo, assicuratevi di avere una mug molto capiente e con i bordi belli alti.

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Risotto spinaci e gorgonzola

Quella che vi propongo oggi è una ricetta gustosa, colorata e semplicissima da fare. I protagonisti del piatto sono gli spinaci freschi  e il gorgonzola. N.B. Quelle riportate nella ricetta sono dosi…

Quella che vi propongo oggi è una ricetta gustosa, colorata e semplicissima da fare. I protagonisti del piatto sono gli spinaci freschi  e il gorgonzola.

N.B. Quelle riportate nella ricetta sono dosi indicative di spinaci e gorgonzola. Voi potete mettere più spinaci o gorgonzola, in base ai vostri gusti personali.

Ricetta per 5 persone:

 250 gr spinaci freschi
 250 gr gorgonzola
 15 cucchiai più o meno di riso per risotti
 500ml di brodo vegetale
 1 scalogno
 Sale q.b.
 Parmigiano (facoltativo) q.b.
Noce moscata (facoltativo) q.b.

Preparazione:

Partiamo con il cuocere gli spinaci freschi.
Mettete in una pentola capiente poca acqua salata. Non appena bolle, aggiungete gli spinaci e fate cuocere circa 10 minuti. Scolateli bene, strizzateli e lasciate freddare.

Riprendete gli spinaci e frullateli con il frullatore ad immersione, aggiungendo poca acqua alla volta se risultassero troppo asciutti. Mettete da parte la purea ottenuta.

Ora, in una pentola dal fondo spesso, fate rosolare uno scalogno in poco olio. Unite il riso a cucchiaiate e fate tostare. Iniziate ad aggiungere il brodo, poco alla volta. Quando il riso è al dente, toglietelo dal fuoco.

Terminare la cottura del risotto unendo la purea di spinaci e il gorgonzola tagliato a pezzettoni. Servire ancora caldo e, se volete, con una spolverata di parmigiano e di noce moscata.

 

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La tradizionale “ricetta rossa” lascia il posto alla ricetta elettronica

La “ricetta rossa”, la tradizionale ricetta di carta, lascia il posto alla ricetta elettronica, a partire dalle prescrizioni farmaceutiche. Questione di pochi giorni, e (prima a Empoli, poi progressivamente in…

La “ricetta rossa”, la tradizionale ricetta di carta, lascia il posto alla ricetta elettronica, a partire dalle prescrizioni farmaceutiche. Questione di pochi giorni, e (prima a Empoli, poi progressivamente in tutta la Toscana) il medico non consegnerà più al cittadino la ricetta, ma un foglietto con un codice, che il paziente consegnerà a sua volta al farmacista, il quale, in base al codice, rintraccerà su internet la ricetta del medico. Sul foglietto, ci sarà anche il codice relativo alla fascia economica di appartenenza, necessario per la determinazione del ticket aggiuntivo. La delibera che contiene il progetto regionale “Ciclo di vita della prescrizione elettronica: dematerializzazione della prescrizione farmaceutica” e che dà alle aziende disposizioni per la sua attuazione, è stata approvata dalla giunta nel corso della sua ultima seduta.

“La prescrizione elettronica – spiega l’assessore al diritto alla salute Luigi Marroni – migliorerà notevolmente la qualità dell’assistenza sanitaria e l’efficienza dei servizi, aumentando l’appropriatezza, il collegamento tra i professionisti, contribuendo a diminuire gli errori medici, e aiutando a monitorare i costi”.

I primi a partire, dal prossimo 16 giugno, limitatamente alla prescrizione farmaceutica, saranno un gruppo di medici di famiglia di Empoli. Le farmacie, in quanto erogatori, saranno tutte attive fin da subito. Dopo il primo avvio, il sistema sarà progressivamente esteso a tutto il territorio toscano (sempre limitatamente alla prescrizione di farmaci). Il progetto dovrebbe concludersi e andare a completo regime in tutta la Toscana entro la fine del 2014.

La ricetta rossa però non scompare del tutto. Per il momento, continua ad essere utilizzata per le precrizioni diagnostiche e specialistiche. E rimane anche per le prescrizioni farmaceutiche nel caso in cui il medico non abbia a disposizione il collegamento telematico (per esempio, durante le visite a domicilio).

Con il nuovo sistema, il cittadino non potrà più effettuare l’autocertificazione della propria fascia economica di appartenenza sulla singola ricetta al momento della fruizione della prestazione specialistica o in farmacia. Sarà il medico prescrittore a riportare sulla ricetta, attraverso il software di prescrizione elettronica che interroga le banche dati del Mef e dell’Inps, la posizione economica dell’utente. Se nelle banche dati non è presente nessuna informazione, oppure la fascia economica riportata è errata, il cittadino è tenuto a presentare idonea autocertificazione con validità annuale.

In tutte le Asl, nelle farmacie, negli studi dei medici di famiglia, saranno affisse locandine per informare in maniera corretta e uniforme la popolazione.

Per saperne di più:
numero verde 800 556060 oppure consultare il sito Regione Toscana Salute  o mandare un’email a ticket.sanita@regione.toscana.it – Urp delle aziende sanitarie

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