La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: Marta Parri

45 Giri – Seconda traccia

Continua il videoblog che segue le fasi di lavorazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, con il coinvolgimento di tanti bambini e…

Continua il videoblog che segue le fasi di lavorazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, con il coinvolgimento di tanti bambini e la conferma di un gruppo di attori e assistenti di scena che avete già visto all’opera con Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano. In questa puntata andremo a scoprire il tema portante del nuovo spettacolo, ovvero la follia della protagonista Matilde e il suo modo di relazionarsi con il mondo esterno.

Ecco la seconda traccia di 45 Giri, buona visione!

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45 Giri – Prima traccia

Dopo il racconto della nascita di Nessuno, il laboratorio di Teatro Danza dei Concordi è già partito per un nuovo anno, con il coinvolgimento di tanti bambini e la conferma…

Dopo il racconto della nascita di Nessuno, il laboratorio di Teatro Danza dei Concordi è già partito per un nuovo anno, con il coinvolgimento di tanti bambini e la conferma di un gruppo di attori e assistenti di scena pronti ad affrontare una nuova avventura. Il titolo dello spettacolo di quest’anno, che verrà messo in scena al termine del laboratorio, è “45 Giri”. La squadra è all’opera per occuparsi di tutte le fasi necessarie alla messa in scena, ma nel frattempo il diario di lavoro verrà raccontato su queste pagine.

Ecco la prima traccia di 45 Giri!

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Nessuno

“NESSUNO” – uno spettacolo di Marta Parri. Hana, Mila, Peta e Tomi: quattro ragazzi coinvolti nella Guerra dei Balcani, il sogno infranto di una generazione.

“NESSUNO”
uno spettacolo di Marta Parri

Hana, Mila, Peter e Tomi: quattro ragazzi coinvolti nella Guerra dei Balcani, il sogno infranto di una generazione. Lo spettacolo messo in scena dal Laboratorio Teatro Danza dei Concordi è un inno alla volontà di rimanere umani in mezzo alla guerra, intesa come folle negazione di ogni principio razionale. Le vicende sono quelle del conflitto balcanico degli anni ’90, ma in realtà riguardano tutte le guerre e tutte le persone, perché non c’è bisogno di essere dei reduci per sentirsi privati della propria umanità e della propria personalità.


Attori: Emma Bali, Riccardo Laiali, Benedetta Margheriti, Giovanni Pomi, Laboratorio Teatro Danza
Regia: Marta Parri
Aiuto Regia: Pauline D’Antonio
Scenografia: Selene Vacchelli, Daniele Dumi, Federica Marcocci, Nico Posani
Costumi: Rossana Crociani, Franca Dottori
Luci e Audio: Luca Culicchi, Giacomo Capeglioni, Federico Giomarelli
Musica: Istituto di Musica “H.W.Henze” di Montepulciano, Davide Vannuccini, Tamburi Migranti
Si ringraziano: Collettivo Piranha, Associazione Incontriamoci, Cantiere Internazionale d’Arte, Lightning Multimedia


Sabato 16 Giugno 2018 ore 21:15
Teatro dei Concordi di Acquaviva


Domenica 17 Giugno 2018 ore 21:15
Teatro Poliziano di Montepulciano


Il racconto della preparazione dello spettacolo:

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Nessuno, atto 6: senza nome e senza colpa

Quando ci si avvicina a un momento a lungo immaginato e per il quale si lavora da molto, il tempo sembra scorrere con una particolare lentezza e da una parte…

Quando ci si avvicina a un momento a lungo immaginato e per il quale si lavora da molto, il tempo sembra scorrere con una particolare lentezza e da una parte è bene che sia così, perché più vicini ci si sente al traguardo e più lentamente pensiamo di correre, ma in realtà siamo a un passo dall’arrivo e si ha paura di fare quell’ultimo respiro finale prima di bere dalla borraccia e voltarsi indietro dicendo che ce l’abbiamo fatta. La preparazione a qualcosa è molto più bella di ciò per cui ci si sta preparando, perché significa crescita, maturazione, riflessione, ma soprattutto sconvolgimento delle idee che da tempo frullavano nella nostra testa, avendo delle conferme o semplicemente decidendo di non scegliere quello che un po’ di tempo prima, probabilmente, avremmo scelto.

Dal training autogeno alla biomeccanica, dal lavoro sul corpo alla sceneggiatura, dalla consapevolezza del movimento del corpo su un palco ai balletti, fino alla composizione della musica, all’arredamento e alla pianificazione di come far muovere tutto in contemporanea, per arrivare infine a fare i conti con quello che ci aspetterà fra solo un mese. Il pensiero di prendere in braccio il mio bambino, di sentire l’odore della sua pelle, la sorpresa nel vedere diverso da come me lo sono sempre immaginato, lo stupore nel vedere che frutto può nascere da un amore o una propensione verso qualcosa.

In questi mesi c’è stato veramente tutto, tutto ha contribuito a rendere Nessuno ciò che sarà. E come non concludere tutto questo se non preparando l’abbigliamento con il quale mio figlio vivrà le prime ore della sua vita? In termini drammatici, Rossana Crociani, ovvero la costumista alla quale ho affidato la creazione dei vestiti, sta mettendo a punto le ultime cuciture lavorando ai dettagli finali per rendere il bambino ancora più bello e farlo sentire avvolto in qualcosa, quando non sentirà più il calore del mio grembo.

I vestiti sono un concetto fondamentale nello spettacolo, infatti non solo verbalmente, musicalmente e coreograficamente, si trasmette il concetto della spersonalizzazione: con stoffe cucite a metà, geometrie, simmetrie e colori che rendono implicito ed esplicito allo stesso tempo il significato dell’intero testo, il quale appare ora realmente comprensibile, poiché tutte le scene sono state montate con le luci, gli spostamenti e la coordinazione di qualsiasi movimento che dovrà avvenire sul palcoscenico. È solo metà del lavoro, perché la gran parte ancora deve arrivare, ma fino a qui si sono sicuramente costruite le basi solide senza le quali niente di tutto quello che verrà messo in scena sarebbe stato possibile.

Vedendo l’impegno dedicato finora, la consapevolezza del fatto che l’arte sia un buon conduttore è ancora maggiore e che non è assolutamente vero che ai ragazzi sia vietato l’accesso a certi temi o a certi argomenti, perché in un determinato contesto tutto si può affrontare, anche quello che per l’essere umano è oggettivamente incomprensibile.

Così come un bambino è legato alla madre per mezzo di un cordone ombelicale, che sembra essere un grande tubo attraverso il quale scorrono le stesse emozioni, le stesse necessità di comunicare, così io mi sento legata a ognuna delle persone che collaborano a questo spettacolo, che siano sul palco o dietro le quinte, per mezzo di una grande corda, simile a quella che apre un sipario, attraverso la quale scorre un fine che vediamo dritto puntualmente di fronte a noi e che è reso sempre più evidente dalla voglia sfrenata di raggiungerlo e di vedere finalmente nascere questo bambino.

“Nessuno, la vostra vita è senza nome e senza colpa.”

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Nessuno, atto 5: musica che delimita la vita

Il rumore, il caos, il ritmo, la pulsazione della musica su tutti gli oggetti che incontra è gran parte della nostra vita. Ci accompagna durante tutta la giornata, anche se…

Il rumore, il caos, il ritmo, la pulsazione della musica su tutti gli oggetti che incontra è gran parte della nostra vita. Ci accompagna durante tutta la giornata, anche se noi non sempre lo sentiamo, lo percepiamo, ascoltiamo. Quando ci svegliamo al mattino il semplice farci un caffè può diventare un ritmo bellissimo che, accompagnato all’aroma forte che riempie la stanza, rende il nostro risveglio uno di quei riti al quale non potremo rinunciare. La musica è vita, è movimento, è espressione delle particelle che compongono tutti i corpi, è razionalità irrazionale ed è la cornice che dà un senso a tutte le cose.

Non solo la musica dà vita e la esprime, ma ne accompagna anche la creazione, lo sviluppo di una vita stessa. Una mamma dentro al suo pancione sente tutto: e la musica più bella che potrà mai ascoltare sarà quella dei piccoli piedini rugosi che scalciano contro il suo grembo. Ecco, questa è la musica che fa da cornice alla creazione di un essere umano che sceglierà di essere chi vuole, accompagnato dalla colonna sonora che prediligerà, e che accarezzerà sempre ciò che sarà. Ed io, il mio Nessuno, lo sento. Lo sento suonare ogni giorno, la musica è una delle più piacevoli, anche se spesso mi perdo ad ascoltarla, perché il ritmo non è per niente regolare, perché i timbri a volte sono troppo forti, altre volte non li sento per niente, e a volte invece sono talmente tanto belli che quasi non mi rendo conto di cosa sento.

E anche lo spettacolo ha una cornice bellissima, innovativa, personale, espressiva ed esplicativa di ciò che è. In questo mese, infatti, abbiamo lavorato a un tassello in più che consiste nella composizione delle musiche elettroniche che andranno ad accompagnare le coreografie dei corsi del laboratorio teatro-danza del Teatro dei Concordi. Molti padri vedono crescere questo bambino, e uno è il compositore Davide Vannuccini, che con l’Istituto di Musica di Montepulciano curerà la parte musicale dello spettacolo; non solo è un padre, ma è anche l’ecografo, la rappresentazione figurativa della crescita di una creatura che per prima farà crescere anche me. Ogni musica contiene un suono evocativo della scena nella quale è contestualizzata, fornisce una sensazione e un’emozione che riempiono e concludono quelle che già verranno trasmesse attraverso il testo durante lo spettacolo.

In queste settimane ci siamo preparati all’arrivo di questo bambino, specificatamente all’istante del parto, abbiamo già realizzato alcuni corsi pre-parto, giusto per capire come cambiare il pannolino, come prenderlo in braccio e reggere la testa, come farlo smettere di piangere o come distinguere un lamento di stanchezza da uno di fame. Quello che, teatralmente parlando, si traduce in prove. Mettendo gli attori in scena e cominciando a montare le posizioni, i movimenti, le intonazioni, i tempi di risposta, la trasmissione delle emozioni, ci si può rendere conto dell’impatto che questa creazione avrà e bisogna ammettere che sarà molto forte, ma anche discontinua, sarà una trama rotta, spezzata e ripresa frequentemente, ma che si chiuderà in un cerchio finale che darà luogo alla nascita di un bambino un po’ particolare e sicuramente speciale per la sua mamma.

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Palio dei Somari 2018: i fioretti delle contrade

Il Palio dei Somari è l’evento tradizionale che apre la stagione festiva della Valdichiana, e la nostra redazione non poteva mancare all’appuntamento: siamo andati a conoscere meglio le contrade in…

Il Palio dei Somari è l’evento tradizionale che apre la stagione festiva della Valdichiana, e la nostra redazione non poteva mancare all’appuntamento: siamo andati a conoscere meglio le contrade in cui è suddiviso il paese di Torrita di Siena, per scoprire tutte le emozioni dell’edizione 2018, che si è conclusa domenica 25 Marzo presso il piazzale del Gioco del Pallone.

Marta Parri e Niccolò Picchiarelli sono andati a raccogliere i fioretti dei contradaioli, chiedendo una promessa da realizzare in caso di vittoria della rispettiva contrada; a ogni fioretto è stata poi associata una parola dal dialetto chianino, per celebrare degnamente la tradizione del Palio dei Somari, che è ormai un elemento fondante della comunità torritese.

A vincere è stata la contrada di Porta a Gavina: il fioretto sarà stato realizzato? Buona visione!

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Nessuno, atto 4: controlli in corso d’opera

Non so come faccia il tempo a scorrerci addosso e scivolare via, ma ultimamente scorre troppo velocemente, tanto da non sentire il contatto con la superficie delle cose. La fine…

Non so come faccia il tempo a scorrerci addosso e scivolare via, ma ultimamente scorre troppo velocemente, tanto da non sentire il contatto con la superficie delle cose. La fine di questo mese vuol dire l’inizio di un periodo al quale potrei attribuire troppi aggettivi che non starò a citare, perché chi mi accompagna in quest’avventura possa viverlo in maniera ancora più concreta. Inizia infatti quel lasso di tempo nel quale il mio bambino ha bisogno di controlli, giusto per vedere come cresce e avere la possibilità di trovare da prima le soluzioni, nel caso ci fossero dei problemi.

Febbraio: accordi siglati, progetti entrati in porto, viaggi e ritorni verso casa, riflessioni e preparazione a quella che sarà l’entrata nell’arena, come quando i gladiatori strofinavano un pugno contro l’altro prima di prepararsi al combattimento. In questi quasi 28 giorni di cose ne sono successe, abbiamo messo a punto il lavoro con i ragazzi dell’istituto F. Redi di Montepulciano facendo un laboratorio di una sola lezione, mettendo in scena l’aspetto emotivo della guerra. Il 9 febbraio io e Lara Pieri (professoressa di lettere dell’istituto) abbiamo presentato questo lavoro, prendendo un treno la mattina presto per andare a Firenze al Sant’Apollonia, dove si teneva una conferenza storica, conclusione di un ciclo sperimentale della Facoltà di Storia di Firenze. Alla presentazione erano presenti molte scuole della Toscana: tutte hanno parlato dello stesso argomento, la guerra nei Balcani. Hanno affrontato aspetti politici, questioni religiose e ragioni economiche che hanno fatto iniziare un inferno del quale alcuni orrori rimangono tuttora da rivelare, caratteristica comune a molte guerre. Al di là dell’aspetto storico si è parlato molto dell’aspetto umano, di quelle superstiti Hana e Mila, di Nina che vede tornare suo fratello a casa in lacrime, e di un Paese di cui prima erano concittadini e che dopo la guerra ha dovuto accettare diversità indotte, che non hanno né tradizioni né una storia vera e propria, ma che attraverso i simboli si sono costruite una nuova nazionalità, una patria diversa alla quale appartenere. Tra confini invisibili, lotte tra vicini di casa, abitazioni deturpate da colpi di proiettile e rancori incancellabili, in quella stanza dove si teneva la conferenza volavano invisibili pensieri discordanti. Era quasi esplicita una frase che mi passava spesso per la mente: “La guerra come dolorosa necessità”. Quella mattina, solo quella mattina, ho capito quanto fosse importante da parte di noi posteri, far rivivere la brutalità di certi eventi nella mente di chi si sente immune agli episodi del passato, con la consapevolezza che è spesso destinata a succedere ancora.

Il mio bambino non somiglierà solo a me, ma nel suo volto se ne rifletteranno almeno altri cinquanta, perché di padre ce n’è più di uno. Io sono semplicemente la custode, tutti coloro che saliranno sul palco sono la parte attiva che gli dà concretezza. Non avrei mai voluto che sul palco salissero soltanto persone che la guerra non l’hanno mai vissuta; è giusto che ci siano, perché riusciranno a comprendere l’argomento e rimarrà nei loro pensieri per molto a lungo, ma un pensiero diventa espressione quando è stato vissuto in maniera reale, tangibile, vera. Non potevo non invitare a partecipare a questo lavoro i “Tamburi Migranti”, un gruppo di estroversi musicisti del centro di accoglienza per i richiedenti asilo di Chiusi; alcuni di loro hanno sentito il fuoco tambureggiante delle armi troppo da vicino e hanno sentito la necessità di dover chiamare casa un altro posto, portando con sé solo loro stessi e le proprie passioni. Attraverso colori sgargianti, ritmi primordiali, facce consumate e quindi attraverso la musica fanno riemergere storie del loro passato, esperienze mai spente. Ho sempre voluto che questo spettacolo fosse un urlo a cielo aperto, un grido di rabbia, una collettività che attraverso la confusione di storie, che creano un rumore quasi assordante, dice qualcosa che non molti hanno il coraggio di dire, a cui pochi pensano, che Nessuno esprime.

In questo momento mi sembra di essere sulle montagne russe e io mi trovo solo nei carrelli finali all’inizio della giostra: pian piano sto proseguendo verso il centro e di fronte a me vedo una salita ripida, al termine della quale ci sarà una discesa a picco che mi farà venire il nodo allo stomaco. Probabilmente a volte mi farà chiudere gli occhi, e so che scesa da quella giostra mi tremeranno ancora le gambe, ma sicuramente niente mi darà mai la sensazione di quel tuffo nel vuoto. Insomma, bambino mio, siamo arrivati insieme fino al quinto mese e se prima vedevo solamente la pancia di una forma diversa, adesso concretamente ti sento dentro di me.

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Nessuno, atto 3: arredamento e scenografia

Continua la preparazione di “Nessuno”, questa volta lavorando non in maniera immanente, ma trascendente. Non parlerò di come cresce il mio bambino, o se ho la pancia a punta o…

Continua la preparazione di “Nessuno”, questa volta lavorando non in maniera immanente, ma trascendente. Non parlerò di come cresce il mio bambino, o se ho la pancia a punta o i fianchi larghi, ma di come mi sto preparando per accoglierlo, per farlo sentire mio e per caratterizzarlo. In questo periodo i lavori stanno procedendo sull’arredamento della cameretta: non sarà rosa o blu, perché non voglio sapere il sesso, mi preoccupo solo che ci sia un letto e tutto ciò che possa rendere l’ambiente un posto sicuro.

In termini di spettacolo, l’arredamento è composto da tanti fattori, infatti in questo mese ho comprato e montato la “culla”, ovvero, per intenderci, sono iniziate le prove con gli attori, concentrandosi sui lavori di biomeccanica, training autogeno e linguaggio del corpo. In più, come ogni camera che si rispetti, ho comprato tutte quelle cose che apparentemente sembrano inutili, ma che poi trovano la loro funzionalità nell’essere ciò che sono. La ditta di arredamento (coloro che mi aiutano a montare le mensole e l’armadio) è composta dagli scenografi Federica, Nico, Daniele, Selene e Gaia (due dei quali conosciuti alla Casa della Cultura di Torrita di Siena): personaggi fuori dalle righe, da ogni schema, che non possono essere guidati o diretti, che sono indefiniti e indefinibili.

Gli scenografi daranno un’ambientazione al bambino che sta per nascere, un posto nel quale avrà il diritto di essere se stesso, o di sentirsi ciò che vuole. La cameretta sarà la stessa, ma le case saranno due: i palchi in cui verrà messo in scena lo spettacolo saranno quelli del Teatro dei Concordi e del Teatro Poliziano.

Quando il bambino nascerà, dovrà pure indossare qualcosa: per poter far questo, insieme a Pauline (che definirei la zia di questo bambino) siamo andate alla sartoria del Teatro Poliziano. Tra vestiti troppo stravaganti, tulle, corpetti e cappotti anni ’20, abbiamo messo da parte ciò che ci interessava di più, per vestire gli attori dello spettacolo.

Adesso vi saluto che devo ancora capire come funziona lo scaldalatte. Del resto, per ora, gioco solo a travestirmi da “mamma regista”, non lo sono realmente.

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Nessuno, atto 2: sviluppo e immaginazione

Sono ormai arrivata al secondo mese di “gravidanza”, un mese particolare per una aspirante regista, così come per una mamma. In questo momento tutto deve conciliare, ogni margine deve essere…

Sono ormai arrivata al secondo mese di “gravidanza”, un mese particolare per una aspirante regista, così come per una mamma. In questo momento tutto deve conciliare, ogni margine deve essere definito e oltre a quello non si può andare. Il mio bambino delle forme comincia ad averle, sono sicura che da questa ecografia riuscirete a vederlo e non vi sembrerà semplicemente un feto, ma uno spettacolo, qualcosa che nasce.

In questo mese la nostra compagnia si è arricchita dell’ultimo personaggio, si sono strette collaborazioni con gli scenografi Nico e Federica, si è creata la collettività sperata, e anche la storia è stata quasi ultimata. In pratica è come se questo bambino cominciasse già a sviluppare le mani che saranno fondamentali nella sua vita, per toccare le cose; in fondo è come se le mani conoscessero la verità prima di noi. Per non parlare di come respira: non potrei dire che respira a pieni polmoni, ma sta già cominciando a capire come sia quella sensazione. Gli organi principali quali lo stomaco, l’intestino, il pancreas hanno cominciato a dare già i primi segni di riconoscimento, ci vorrà del tempo prima che possano cooperare tutti assieme per la vita di quell’essere che ha bisogno di loro per esistere.

E gli organi di questo “bambino” per me sono i personaggi: Mila, carismatica, matura, cresciuta troppo in fretta e determinata. Hana, capace di mostrare una fittizia vivacità, apparentemente spensierata, empatica e un po’ ingenua. Peter, un giovane soldato ambizioso, figlio di una vita un po’ crudele nei suoi confronti, con un guscio troppo duro nel quale a volte non riesce più a entrare e dal quale è ancora più difficile uscire. Tomi, insicuro, sensibile, riflessivo, emotivo e troppo fragile per avere accanto a sé un amico come Peter, ma più coraggioso di quanto possa sembrare. Interpretati rispettivamente da Benedetta Margheriti, Emma Bali, Giovanni Pomi e Riccardo Laiali, attori di provenienze diverse, compagnie diverse e strade diverse, ed è questa diversità ciò che farà sicuramente trovare fra loro un nucleo che possa esprimere al meglio il messaggio di questa storia.

Ma la parte più bella sta iniziando, quella in cui ogni mamma inizia a immaginarsi il suo piccolo: come sarà, di che colore avrà gli occhi, saranno grandi, piccoli, a mandorla o rotondi? E cosa sarà bravo a fare? Giocare a calcio, a tennis, diventerà una ballerina, sarà alta, bassa? Insomma ogni mamma in questa fase inizia a crearsi delle aspettative che poi – stando a quanto dicono tutte – vengono sempre disattese, naturalmente in meglio. Perché finché non ci sei, finché non sarà quel giorno, non ci si può minimamente immaginare la sensazione che si ha quando si vede per la prima volta quello che è stato dentro di noi per così tanto tempo.

Questo spettacolo me lo immagino altalenante, un climax di emozioni pervaderà il mio corpo prima di quello degli attori e del pubblico. So che avrò la pelle d’oca lungo la schiena, so che in qualche parte mi commuoverò, ma non posso sapere altro, perché anche io, come voi, quello spettacolo lo vedrò la sera stessa. E allora nei mesi successivi potrò dire com’è stato, ammesso che la troppa emozione non offuschi i ricordi.

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Nessuno, atto 1: il concepimento

“Il concepimento” è un titolo strano, effettivamente molto strano. No, se ve lo state chiedendo, non sto per diventare madre, o almeno non sto per avere un bambino. In realtà…

“Il concepimento” è un titolo strano, effettivamente molto strano. No, se ve lo state chiedendo, non sto per diventare madre, o almeno non sto per avere un bambino. In realtà amo le metafore. La maggior parte delle volte, nel corso della vita, ci spieghiamo tramite questa figura retorica, per renderle più divertenti e meno statiche, noiose, o scontate. Il concepimento è l’inizio di una vita, creare qualcuno o qualcosa. Il verbo concepire ha una polivalenza nella lingua italiana, si può difatti concepire un’idea, un concetto oppure un essere vivente. Quando si concepisce si crea qualcosa, si mette a frutto ciò che prima era soltanto in potenza d’essere o  di diventare. Di cosa potrei parlare allora, che cosa potrei concepire?

Teatro. Questa è la mia parola preferita nella lingua italiana. La scorsa stagione del Teatro dei Corcordi si è conclusa con il successo de “Il magico mondo di Oz 2017” andato in scena il 15 Giugno al termine di un anno di lavoro con le trenta bambine del laboratorio “Teatro Danza” dell’associazione “Il Fierale” di Acquaviva. Poche settimane fa è iniziata la preparazione ad un’altra grande avventura, un altro viaggio alla scoperta di  tante nuove persone (ma anche di tante nuove parti di me). Dopo tutti gli errori commessi, tutte le nuove nozioni acquisite, i punti su cui fare forza, si riparte con un nuovo spettacolo, ovvero un bambino da mettere al mondo. Che aspetto avrà questo bambino? Rispetto agli altri sembrerà nato da un’altra madre o almeno me lo auguro, forse sto esagerando, diciamo da una madre migliore di quella del passato, più consapevole di ciò a cui va incontro.

Il nuovo debutto, previsto per il mese di Giugno 2018, parlerà di guerra. Avrà come sfondo la guerra dei Balcani, Prijedor e Sarajevo, ma in realtà parlerà di tutte le guerre, poiché tutte si accomunano, hanno le stesse cause e le stesse conseguenze. Un climax ascendente di emozioni sempre più complesse verrà messo in scena, ma soprattutto una conseguenza straziante della guerra: la spersonalizzazione. Perdere l’identità ed essere costretti all’uguaglianza, aiuta la distruzione di massa, la cancellazione delle proprie peculiarità, delle caratteristiche che ci rendono diversi gli uni dagli altri, che ci contraddistinguono nella società.

Per documentare la nascita del nuovo spettacolo (documentare aiuta a veder crescere le cose) mi sono armata di una piccola telecamera e durante le prime settimane di lavoro ho già incontrato i responsabili dell’Istituto di musica di Montepulciano per comporre la musica e le colonne sonore, oltre a due giovani ragazze che interpreteranno i ruoli delle attrici protagoniste (Emma Bali e Benedetta Margheriti). È bello amare le cose, perché in questo modo si fanno amare anche agli altri; posti di fronte a questo progetto nessuno poteva dire di no. Il gruppo sta prendendo vita, ma ancora non siamo del tutto al completo, e presto crescerà.

Sto scrivendo la storia, concentrandomi sui desideri e le speranze di ragazzi che hanno vissuto la guerra. Sto scrivendo le emozioni, ciò che sui libri di storia a volte non trova spazio. Questi sono argomenti e spunti di riflessione a cui noi nella nostra quotidianità non badiamo; il teatro, del resto, serve anche a far pensare.

Perché ho deciso di raccontare attraverso questi articoli la nascita dello spettacolo? Immaginatevi che sia un’ecografia che posso rivedere tra un anno, e magari piangere come le mamme ricordando i primi momenti. Concepire qualcosa non è una passeggiata, ma quanto è bello provare tutte queste emozioni!

La prossima volta che leggerete queste pagine, questo bambino avrà un mese in più e magari assomiglierà a quello che potrebbe diventare. Come si chiamerà? Nessuno.

Riparto da qui.

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