Partecipare al Live Rock Festival di Acquaviva si configura come qualcosa di più che una “tradizione”. La complessità di significati, che tale evento, giunto quest’anno alla diciottesima edizione, rappresenta, è una cerimonia che impone piacevolmente al coinvolgimento vivo.
È la festa rivolta a quel pubblico che si è formato sulla cadenza annuale di questa manifestazione, la quale ha contribuito ad educare all’ascolto un’intera generazione di ragazzi del territorio. Negli ultimi diciotto anni, gli adolescenti della valdichiana hanno modulato i propri ascolti sulle scelte della direzione artistica del Live Rock Festival, o se non altro ci si sono confrontati.

Ho incontrato colui che, più di tutti, ha influito sulle opzioni musicali di questi anni, Alessio Biancucci, direttore artistico della diciottesima edizione.

Quali sono stati i criteri guida per la selezione degli spettacoli o più in generale la disposizione critica che ha definito le scelte della direzione artistica?

«La nostra linea è come sempre quella di cercare proposte dotate di originalità riconosciuta a livello internazionale. Allo stesso tempo diamo spazio a quello che emerge in ambito territoriale, con un accordo con la regione toscana e il progetto “Toscana Musica” che monitora i migliori elementi della scena regionale (quest’anno è toccato ai Walden Waltz, il gruppo che apre la prima serata). In più cerchiamo anche di fornire maggiore visibilità a quei progetti che, vantando già un buon percorso ma in ambiente slipstream, crediamo riescano a crescere ed a raggiungere un’utenza di pubblico più vasta, come è stato in passato per i Nobraino, per Brunori SAS, per i Bud Spencer Blues Explosion o Lo Stato Sociale. Quest’anno abbiamo puntato su Kutso, Fuzz Orchestra e C+C= Maxigross; progetti validi che promettono una carriera futura piuttosto significativa nel panorama nazionale.
Per quanto riguarda invece le proposte internazionali quest’anno ci siamo concentrati sul coinvolgimento diretto del pubblico; energia ed entusiasmo. Anche laddove siamo andati a cercare proposte più complesse dal punto di vista armonico o non immediatamente fruibili, abbiamo provato a dare un segnale di connessione sentimentale con chi partecipa al nostro festival, cercando di ottemperare alla nostra principale ambizione, ovvero quella di offrire al pubblico del nostro territorio la possibilità di vedere concerti che altrimenti sarebbero a mille o duemila chilometri da qui. Un’altra nostra prerogativa è anche di portare esclusive in Italia, come è stato in passato per molte band o musicisti che hanno avuto una sola data nel nostro paese, ad Acquaviva. Quest’anno avremmo Djaikovski per la prima volta in Italia, che sta spopolando nei festival più importanti d’Europa. A questi elementi di ricercatezza italiana e internazionale affianchiamo nomi noti al grande pubblico, nel caso di quest’anno è evidentemente Roy Paci a fungere da catalizzatore dell’utenza ascoltatrice media»

Quali sono le novità di quest’anno invece sul piano dell’organizzazione e gestione del festival?

«Sul piano organizzativo il rinnovo del consiglio dell’associazione è un cambiamento rilevante. La nuova presidenza di Andrea Mezzanotte ha suscitato un ricambio generazionale considerevole, il che non può essere un bene per un’associazione che dura ormai da quasi due decenni. Ieri sera abbiamo festeggiato il diciottesimo compleanno con una maxitorta piena di candeline, ed è stato emozionante.
Sul piano operativo abbiamo aggiunto elementi alla nostra sensibilità per le sempre più presenti questioni alimentari; quest’anno abbiamo aggiunto un menù per chi soffre di celiachia. Un’altra importante novità riguarda la riduzione dei rifiuti; una questione che ormai ci rappresenta e che fortunatamente ha fatto scuola per altre manifestazione non solo giovanili, ma anche sagre popolari. Abbiamo fatto un passo ulteriore chiedendo al nostro pubblico un piccolo sforzo; quello di tenere “l’amicobicchiere” in mano tutta la sera. Sono utilizzati infatti dei bicchieri riutilizzabili e lavabili, così da ridurre la produzione di rifiuti ed evitando così di sporcare l’area concerto»

Diciotto anni fa cosa c’era qui e cosa è cambiato rispetto ad allora, sia nelle strutture e nell’istituzione che è diventata il Colletivo Piranha, sia nella mentalità di chi organizza?

«Nel 1997 abbiamo messo in piedi una situazione per la quale la motivazione principale era; “da queste parti non succede niente e ciò che vediamo in giro non ci piace, quindi facciamo qualcosa noi”. Il clima e l’approccio era decisamente più scanzonato – anche dozzinale se vogliamo guardare con occhi professionali – più genuino, legato all’aggregazione di giovani che avevano semplicemente voglia di costruire qualcosa di nuovo. Abbiamo deciso di portare il rock’n’roll in una frazione sperduta della provincia con tutte le incongruenze che nel novantasette ci si possono immaginare; i freakkettoni in giro per il paese, le vecchiette spaventate, eccetera. Con una crescita esponenziale di livello, abbiamo definitivamente cambiato la mentalità non solo nostra ma dell’intera collettività, scardinato le abitudini sedentarie della collettività, (sedentarie dal punto di vista intellettuale, ovviamente). Quindi se inizialmente c’era un po’ di diffidenza da parte delle generazioni un po’ più attempate, del tutto distanti da queste realtà che si vedevano solo in ambito metropolitano, Siamo riusciti a superare certe barriere cercando di dimostrare la nostra autorevolezza. Abbiamo coinvolto migliaia di persone che hanno iniziato a venire al festival da tutta Italia e questo ci ha imposto e stimolato a progredire verso la professionalità; quando hai a che fare con il tour manager ufficiale di Lou Reed e Paul McCartney, per contattare Tricky, evidentemente devi dimostrare di avere competenza e serietà»

Alessio mentre mi parla del festival cammina per tutto il parco dell’ex feriale di Acquaviva, fino ad accompagnarmi nelle cucine, dove una folla di volontari mi sfreccia accanto con vassoi colmi, in un turbinio di voci e armonico caos.

«Anche nelle cucine, come vedi, c’è una ricerca che ogni anno trova elementi di perfezionamento e crescita. Quando d’inverno facciamo riunioni con 40/50 ragazzi under 35 – quello che una volta erano i sindacati o i partiti politici negli anni 60 e 70, e che oggi sembra impensabile – noi stiamo anche mezz’ora a dibattere sul punto di bollitura dell’olio di palma rispetto all’olio d’oliva, per capire qual è quello che consuma e inquina meno, da usare nella nostra friggitrice. È forse questa cura del dettaglio ciò che ci caratterizza e che è stata la chiave di quello che sono sempre più convinto rappresenti un successo»

Alessio mi accompagna poi nel backstage nel quale incontro Lalla Savini, ormai consacrata speaker ufficiale del festival. Anche lei mi parla dell’evoluzione che la manifestazione ha intrapreso negli ultimi diciotto anni mentre ordina le pagine di presentazione delle band nel raccoglitore, poco prima di salire sul palco;

«Diciotto anni fa tutto è partito come un “giochino” tra ragazzi poco più che ventenni (io anche meno, non avevo nemmeno diciotto anni), montando quattro pedane per creare il palco e con gruppi locali a costo zero tirammo su la primissima “festa della birra”. Fu molto improvvisato, una piccola scommessa tra ragazzi incoscienti che si è sempre più portata alla qualità, alla professionalità ed è arrivata, passo dopo passo, ad accogliere cinquemila persone per i concerti, tremila coperti a sera e gruppi conosciuti a livello mondiale…»

Non dovrebbe essere sottovalutata da nessuno la portata divulgativa del far esibire, davanti ad persone abituate alle interminabili partite di pinnacola e di poker sui tavoli dei bar, le più squisite scelte musicali del panorama sia indipendente che mainstream italiano. Da proto adolescente che non aveva altri veicoli di conoscenza musicale all’infuori di Mtv e delle radio commerciali, lontano dai club londinesi o dai centri sociali nelle grandi città, vedermi passare a pochi chilometri da casa gli Afterhours, i PGR, i Verdena, gli Assalti Frontali, i Quintorigo, i Sud Sound System e tantissimi altri, rappresentava un universo spalancatosi davanti ai miei occhi, in continua espansione. Le band che suonavano a Settembre ad Acquaviva erano quelle che riempivano gli auricolari durante la stagione a venire, nei tragitti da casa a scuola. Come me anche per tantissimi altri, il Live Rock Festival (che ai tempi si chiamava ancora “Of Beer”) era – ed è – un’istituzione culturale ben più potente ed educativa delle iniziative scolastiche. Lunga vita al Collettivo Piranha, che si merita altri mille di anni come questi.

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