Aule vuote, studenti e insegnanti costretti a casa e lezioni in videoconferenza. Al tempo della Covid-19 anche la scuola fronteggia la sua emergenza. In questo periodo difficile non sono mancati dibattiti attorno all’universo scolastico, sui tempi di riapertura delle scuole, sulla necessità di garantire lo svolgimento degli esami di stato, sulle disparità nate dalla fruizione della rete internet e dei dispositivi e sulle modalità didattiche strettamente legate al digitale. Proprio questo rapporto tra nativi digitali e teledidattica, molto acceso nel dibattito scientifico e accademico tra pedagogisti, studiosi e ricercatori, è il punto di partenza del nostro reportage che affronterà vari aspetti legati al mondo della scuola e dell’educazione al tempo del Coronavirus.

Nel meccanismo di aggiornamento della didattica mancano troppo spesso le esperienze e il contributo dei soggetti maggiormente interessati: gli studenti. Dalla raccolta di testimonianze di studenti toscani, che per lo più frequentano scuole di Firenze, e da uno studio analogo pubblicato nella rivista “Essere a scuola” che ha coinvolto studenti lombardi, sono stati saturati alcuni temi emersi spontaneamente dai racconti dei ragazzi e delle ragazze. Non sono chiaramente dati sufficienti per un’indagine statistica. Tuttavia, proprio la ricorrenza di specifiche problematiche ha permesso di sollevare alcune considerazioni.

Innanzitutto, emerge un paradosso generazionale che riguarda i nativi digitali. Giovani e giovanissimi nati a stretto contatto con tecnologie – smartphone, computer, gli stessi social network non le utilizzano in ambiente scolastico e tantomeno ne approfondiscono gli usi, le potenzialità e i pericoli. La loro educazione, e tutto ciò che riguarda questo universo, è praticamente autodidatta o, comunque, tramandata da coetaneo a coetaneo. 

Non c’è bisogno di dimostrare qui la naturalezza e la disinvoltura con le quali “i ragazzi del 2000” maneggiano e vivono certi dispositivi tecnologici: «Io credo che i ragazzi si trovino più a loro agio davanti a un PC che di fronte a un prof. […] A me personalmente piace molto usare il computer quando studio» (Beatrice, II media). Si tratta di un’attitudine che spesso compensa, come già detto prima, la mancata formazione sulle tecnologie stesse (e direi anche “con” le tecnologie) entrate a far parte della vita di ciascuno di noi, proprio come un secolo fa è avvenuto con le radio e i televisori.

A fronte di quanto emerso dalle interviste agli studenti pare assurdo che, ancora nel 2020, la scuola italiana non riesca a entrare nell’ottica di includere strumenti digitali per ampliare l’orizzonte didattico e fornire una corretta educazione all’uso del potenziale di computer, tablet, smartphone, applicazioni e social network. Gli strumenti per la formazione degli studenti non possono limitarsi alla lavagna lim o a ricerche commissionate sul web (che spesso non vanno oltre il copia e incolla da Wikipedia). 

Durante i giorni di quarantena, nelle loro camere, sui divani al sicuro dal Coronavirus, gli studenti hanno iniziato a utilizzare tecnologie e computer in modi fino a ora non tanto sconosciuti, quanto ignorati. Lo conferma Sofia: «Usare il PC per fare scuola mi ha aiutato a scoprirlo». Aggiunge Alessia: «Sicuramente abbiamo imparato a utilizzare tecnologie che potremmo usare per lo studio». È significativo il fatto che gli alunni intervistati non siano in grado di immaginarsi applicati alla scuola e alla didattica ciò che li accompagna per tutta la giornata: internet, smartphone e PC. Lo studio della storia, per esempio, viene ancora visto, da alcuni professori e studenti, come un semplice immagazzinamento di informazioni. Così facendo, non viene insegnato a fare ricerca sulla base dei principi scientifici attraverso le fonti, che sono sì certamente consultabili in luoghi fisici, come biblioteche e archivi, ma anche in rete con accesso da smartphone e computer.

Occorre al più presto virare verso una didattica adeguata ai tempi e affidare allo studente un ruolo fondamentale nella costruzione della scuola del futuro. Ma le loro voci e le loro richieste non hanno mai trovano veri spazi di espressione e di ascolto da quando, a partire dagli anni ’80, la politica neoliberista ha iniziato a smantellare stato sociale e società civile. Lo conferma il Professor Andrea Pirni del Dipartimento di Scienze Politiche all’Università di Genova quando scrive che «Gli alunni e gli studenti esprimono la distanza percepita rispetto a un sistema che, pur deputato a decidere sugli indirizzi per la società di cui fanno parte, risulta scarsamente ricettivo delle istanze quanto delle risorse provenienti dall’universo giovanile».

L’uso delle tecnologie digitali dovrebbe essere meglio integrato con la didattica di ogni grado. Ovunque oggi (anche indirettamente) i bambini e i ragazzi si trovano a contatto con PC, cellulari, tablet, social. Quindi cosa impedisce alla scuola di formare i suoi ragazzi su (e “con”) ciò che vivono e utilizzano ogni giorno? Questa del Coronavirus potrebbe essere l’occasione da non perdere per avviare un’educazione all’uso consapevole delle tecnologie strettamente collegata alle varie materie scolastiche.

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Francesco Bellacci
Francesco Bellacci

"Scrivo, imparo, viaggio, osservo, ascolto, imparo"

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