Ormai da circa tre mesi tutti gli studenti italiani di qualsiasi ordine e grado si stanno confrontando con la didattica a distanza (DAD). A marzo, causa Coronavirus, il mondo della scuola è stato improvvisamente messo in ginocchio. Con le videolezioni, termine entrato nel lessico e soprattutto nella vita di molti italiani, le scuole e il Ministero dell’istruzione hanno cercato di tamponare un’emorragia gravissima. Ci siamo chiesti, perciò, quanto questo cerotto sia riuscito a suturare lo squarcio provocato dalla chiusura delle aule. Il confronto diretto con alcuni alunni toscani e lombardi, intervistati nelle scorse settimane, ci ha permesso non solo di poter sollevare alcune delle problematiche che gli studenti hanno vissuto (e vivono tutt’ora), ma anche di portare all’attenzione pubblica la loro voce e quindi le loro esperienze.

Nel primo articolo di questa serie di inchieste sulla scuola è emerso come giovani e giovanissimi nati a stretto contatto con tecnologie quali smartphone, computer e gli stessi social network, non le utilizzano in ambiente scolastico e tantomeno ne approfondiscono gli usi, le potenzialità e i pericoli. Adesso invece concentreremo l’analisi su questi ultimi tre mesi di “scuola” e in particolare come gli studenti si sono approcciati alla nuova didattica d’emergenza.

Dalle interviste emerge puntualmente che “non tutti i professori riescono a fare lezione online”. Come dice Sofia (II media) «Non seguiamo italiano, storia e geografia, perché la professoressa non sa usare il PC» e ancora «Alcuni non hanno i mezzi, altri sono anziani e non sono in grado di lavorare con i computer, altri ancora rinunciano a fare lezione alla prima difficoltà: per esempio se ci sono problemi di linea ci dicono di spegnere e rimandare» (Lorenzo, III superiore). Inoltre, ci ha stupito sentire che alcuni istituti non avevano attivato la didattica online dopo quattro settimane di lockdown: «Non abbiamo ancora iniziato con le videolezioni» ci hanno detto lasciandoci a bocca aperta Elettra (II media) ed Ettore (III elementare). Verso la fine di marzo, infatti, dai dati raccolti dal Ministero dell’istruzione era stato stimato che circa il 18% degli istituti non aveva avviato la didattica online. In pratica, circa 2 scuole su 10 non sono state in grado di garantire il diritto all’istruzione.

Fortunatamente abbiamo registrato casi che vanno in totale controtendenza rispetto a quanto detto appena sopra. Alcuni studenti hanno scoperto un docente più umano, sensibile al benessere dei suoi ragazzi, dedito a fondo nel garantire continuità didattica e attento a stimolare la curiosità e gli interessi di chi sta dall’altra parte dello schermo: «Mi ha stupito positivamente l’entusiasmo e la passione che alcuni docenti riescono a trasmettere anche attraverso una telecamera» spiega Veronica, 15 anni «segno che mettono davvero se stessi nell’insegnamento, come se fosse una missione». E ancora «Questa nuova modalità di studio mi ha portata a concepire la classe come un gruppo con degli obiettivi comuni, accorciando la distanza tra studenti e professori». Anche per Giorgia, 17 anni «Sentire le voci di alcuni insegnanti, quelli preferiti, riempie di gioia questo periodo difficile! […] Entrare nelle case dei nostri docenti, vedere i loro figli o i loro compagni, rende la loro figura molto più umana e vera».

Il fatto che “l’umanizzazione” del professore sia avvenuta non nell’aula scolastica, dove il rapporto tra studenti e docenti è fisico e imprescindibile, ma nelle case di ciascuno filtrata da uno schermo, fa riflettere sull’effettiva efficacia del processo di socializzazione e costruzione di un ambiente scolastico in cui l’obiettivo è quello di puntare al benessere dell’alunno. Dalle parole degli studenti ci è sembrato di percepire che, dalla frequentazione quotidiana e prolungata nei mesi e negli anni con i professori la creazione di questo rapporto umano che trascende i ruoli insegnante-studente sia molto complicata.

Un’altra evidenza da segnalare, e che ai processi di socializzazione all’interno della scuola si lega, è senza dubbio il fatto che «I ragazzi introversi pare riescano a interagire di più con la classe e l’insegnante quando filtrati da uno schermo» spiega Lorenzo. «Compagni che per la timidezza non hanno mai partecipato alla lezione, adesso [attraverso le videolezioni ndr.] sembrano altre persone: intervengono, domandano, parlano». E allora è forse grazie a questi strumenti molto familiari alle nuove generazioni che gli alunni, soprattutto i più introversi, riescono a liberarsi dal peso della timidezza e trovare vie alternative alla partecipazione. «L’ansia di dire la parola sbagliata si è un po’ attenuata» conferma Giorgia, 17 anni «Si sbaglia? Ci si fa una risata e si va avanti. È tutto più informale e rilassato».

L’ambiente scolastico, quello di classe, i compagni, socializzare, vivere un contesto comunitario sono mancanze che tutti gli studenti hanno lamentato durante le interviste: «Mi manca stare in classe. Mi mancano anche le cose banali tipo il “mi presti la penna”. Mi manca parlare, scherzare, sentire che c’è qualcuno intorno a me» ci ha detto Emma, II media.

Per quanto riguarda le lezioni in teledidattica non sono poche le criticità che gli studenti hanno fatto emergere quando gli abbiamo chiesto di parlarcene nello specifico. Le ore di lezione sono ridotte della metà e le spiegazioni sono spesso superficiali. Le distrazioni sono frequenti, siano esse offerte dalla casa o dal fatto che la lezione si svolge con le videocamere degli studenti spente, impedendo perciò al docente di vedere i ragazzi. Questo comporta anche un’evidente riduzione del coinvolgimento, e va anche considerato che, per partecipare con domande o interventi, lo studente deve prenotarsi in una chat apposita gestita dal professore, rallentando un meccanismo che invece in aula risulta fluido e dinamico. Le varie criticità sulla DAD possono essere riassunte portando in evidenza la consapevolezza degli studenti sul fatto che «Questo modo di fare didattica non compensa del tutto le lezioni in presenza, ma sono cosciente che sia l’unico modo per non interrompere la scuola» (Emma).

Infine, dalle interviste ai ragazzi che abbiamo coinvolto non sono emersi casi di disparità relative al possesso o meno di computer o connessione internet, ma molti tra gli studenti che abbiamo intervistato si sono dimostrati ben consapevoli del problema, tanto che alcuni ci hanno detto di essere «davvero fortunati ad avere tutta questa tecnologia a disposizione in casa». E ancora «Se uno studente non dispone di strumenti con cui lavorare, la didattica a distanza non può nemmeno svolgersi, è bloccata in partenza».

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Francesco Bellacci
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