“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

È proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse come il sangue’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

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Quando si riporta un fatto di cronaca prima di tutto è necessario rispettare la privacy delle persone coinvolte e poi fornire le informazioni necessarie al lettore perché sia messo in condizione di capire cosa sia successo, quando, dove, come e perché. Certo, fornire i particolari è necessario per rendere ancora più ricca la storia e far comprendere meglio ciò che è avvenuto, ma quanti particolari e quale linguaggio dobbiamo usare per rispettare le persone coinvolte e non creare stereotipi di determinati soggetti che veicolano messaggi sessisti o razzisti?

Raccontando i fatti di violenza, femminicidi o aggressione, avvenuti negli ultimi mesi sia a livello nazionale che locale, questa domanda me la sono fatta più volte mettendomi sia nella parte di chi scrive, sia nella parte di chi legge, cercando di capire quali sono le informazioni utili al lettore nel rispetto delle persone coinvolte.

Molto spesso le narrazioni che ci vengono offerte dai media sono distorte e il linguaggio non è propriamente adatto a quanto raccontato, come per esempio per parlare di femminicidio vengono usate spesso diciture come ‘raptus della gelosia’, ‘delitto passionale’, ‘allarme femminicidio’, ‘uccisa per il troppo amore’. Tutte queste espressioni possono portare ad atteggiamenti che innescano processi frettolosi e privi di senso nei confronti delle vittime e ancora più spesso a giustificare chi a commesso il fatto, creando confusione nella mente del lettore.

Il motore che sta dietro all’uso di un linguaggio (oppure la scelta di titolare un pezzo in un modo invece che in un altro) è dovuto al tentativo di veicolare un articolo rispetto alla concorrenza se si parla di web, di vendere più copie se si parla di carta stampata, di aumentare gli ascolti se si parla di TV. Ma dove finiscono le persone coinvolte in tutto questo? E il lettore dov’è? Rischiamo di dare soltanto le informazioni nel modo più utile al direttore editoriale di turno, senza alcun rispetto per le vittime: tanto qualcuno va in carcere, parenti, amici o semplici conoscenti fanno la fila per essere intervistati, l’importante è parlare e sparlare.

I titoli strillati, come per esempio ‘Donna stuprata da un uomo nero’, oppure ‘Uccide per il troppo amore la sua ex’, non sono titoli mirati a informare, ma anzi, da una parte creano confusione nella mente di chi cerca di capire cosa è successo e dall’altra cercano di spettacolarizzare le tragedie senza tenere conto dei contesti sociali e personali delle persone coinvolte.

A cercare di porre rimedio a questa situazione che, purtroppo, negli ultimi anni è peggiorata, ci sta provando anche l’Ordine dei Giornalisti che ha adottato un documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti. Si tratta di un decalogo composto da dieci punti da seguire quando si racconta un fatto di cronaca di femminicidio o violenza.

Prima di tutto, dopo aver identificato la violenza inflitta alla donna in modo preciso, è necessario darne notizia utilizzando un linguaggio esatto e libero da pregiudizi, come per esempio, uno stupro o un tentato stupro non possono essere rimandati necessariamente al fatto che una donna stava girando sola o che era poco vestita. In questo caso, come in tutti i fatti di violenza o femminicidio, i giornalisti devono riflettere sul grado di dettagli che desiderano rivelare, perché molto spesso l’eccesso rischia di far precipitare il reportage nel sensazionalismo, o in caso contrario di banalizzare la gravità della situazione.

Molte volte è più adatto non usare la parola ‘vittima’, per chi è sopravvissuto alla violenza, anche perché le donne coinvolte non vogliono essere etichettate come vittime, ma bensì come coloro che hanno saputo reagire a un gravissimo fatto che le segnerà per tutta la vita. Spesso le sfumature dei termini aiutano, non solo a descrivere meglio il fatto, ma anche a tutelare chi è rimasto coinvolto.

Conoscere a fondo chi si intervista, mettersi sullo stesso piano e cercare di avere un’empatia con l’interlocutore, consente al giornalista di realizzare un reportage responsabile, approfondito e ricco di particolari utili al lettore. Trattare con rispetto chi sceglie di rilasciare un’intervista significa trattare anche con rispetto il lettore a cui si danno informazioni puntuali e dettagliate. Ovviamente le persone coinvolte possono rifiutarsi di rispondere alle domande: in questo caso il giornalista può lasciare il contatto e quando l’interlocutore è pronto per raccontare anche altre informazioni, sa che in quella persona può trovare prima di tutto un confidente e un amico a cui affidare le sue notizie in maniera sicura, senza speculazioni.

Inoltre può essere utile usare statistiche e informazioni in ambito sociale. Questi strumenti permettono di collocare la violenza nel proprio contesto, nell’ambito di una comunità o di un conflitto. Raccontare la vicenda per intero è importante. Molto spesso i media si concentrano solo l’aspetto che fa più ‘audience’, parlando in termini tecnici, tralasciando invece aspetti meno importanti ma che possono essere di supporto a chi vive la notizia da fuori. Infine è importante preservare la riservatezza delle persone coinvolte, non citare nomi o luoghi che potrebbero mettere a rischio la sicurezza e la serenità dei testimoni.

Un cambio di linguaggio necessario è richiesto anche dall’Associazione Amica Donna, Centro antiviolenza della Valdichiana, che svolge un importante lavoro sul territorio per aiutare le donne che necessitano di assistenza perché protagoniste di atti di violenza sia verbale che fisica. L’associazione è attualmente impegnata a organizzare un presidio simbolico in ricordo di Antoneta Balan, la donna romena di 42 anni uccisa lo scorso luglio a Montepulciano per mano dell’ex convivente. Antoneta verrà ricordata il prossimo 13 ottobre a Montepulciano, per tenere alta l’attenzione sul tema della violenza anche a livello locale, per dire basta a questa lenta mattanza e soprattutto, aggiungo io, per dire basta al linguaggio violento e poco rispettoso usato sempre più spesso dai media per raccontare le violenze e i femmicidi.

Da donna è avvilente leggere notizie create ad arte soltanto con l’obiettivo di arrivare per primi, a costo di raccontare la vicenda in maniera approssimata e con titoli strillanti. Soprattutto dobbiamo riflettere sul fatto che quelle notizie che noi raccontiamo e che spesso i miei colleghi strillano, sono lette non solo da semplici donne, ma da chi la violenza l’ha ricevuta, da chi è sopravvissuto e dai parenti delle vittime. Credo che a queste persone non faccia piacere essere violentate per la seconda volta in senso figurativo, da un articolo di giornale o da un titolo scritto con un linguaggio feroce, brutale e privo di rispetto.

Bibliografia


Scarpette rosse – Introduzione (27/04/2017)

Il rosso é sempre stato il mio colore preferito. Da piccola sceglievo sempre di indossare abiti che avessero qualcosa di rosso. E poi c’erano le scarpe con i tacchi di mamma: non erano rosse, ma indossarle mi faceva sentire grande e bella.

“Da grande voglio un paio di scarpe così, ma rosse, perché il rosso è il colore della bellezza e della libertà” pensavo, guardando i miei piccoli piedini dentro quelle scarpe enormi. Adesso quelle scarpe rosse le ho, ma quando le indosso non penso né alla bellezza, né al fascino o all’eleganza bensì a una libertà violata e sempre più spesso negata.

Elina Chauvet utilizzò le scarpe rosse con questa accezione per la prima volta nel 2012 in un’installazione artistica davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne uccise nella città messicana di Juarez, che erano state rapite, stuprate, mutilate e strangolate. Elina raccolse trentatré paia di scarpe rosse e le installò nello spazio urbano. Da quel giorno le scarpette rosse, rosse come il sangue, sono diventate il simbolo della lotta contro la violenza sulle donne.

Ed è proprio partendo da questa concezione delle scarpe rosse e dal fatto che anche in un territorio come la Valdichiana, avvezzo alla tranquillità, negli ultimi anni si siano verificati molti casi di violenza sulle donne, che nasce la nuova rubrica: ‘Scarpette rosse come il sangue’. Attraverso questo spazio cercherò di affrontare il tema della violenza di genere, una problematica sociale e trasversale, da sempre considerata un argomento tabù e qualcosa di cui doversi vergognare quando subìta.

L’argomento della violenza di genere è molto vasto e per cercare di capirlo a fondo servono le testimonianze e i racconti di coloro che ogni giorno lavorano per cercare di far fronte a questo avvilente problema. Con l’aiuto del Centro Antiviolenza Territoriale, di psicologi, avvocati, antropologi e delle forze dell’ordine, cercherò di affrontare il problema sotto vari punti di vista. In questo modo potremo capirne meglio l’origine, le cause, le conseguenze, i percorsi d’assistenza psicologici e legali da compiere una volta presa coscienza di essere una vittima di violenza, cosa non sempre scontata.

Nonostante l’intervento dello Stato con decreti legge e con varie campagne di sensibilizzazione, e nonostante l’attività dei centri antiviolenza e di altri enti che operano nel territorio nazionale, i casi di violenza sulle donne sembrano non fermarsi e, ancora oggi, assistiamo a fatti che sfociano troppo spesso nella tragedia.

La violenza sulle donne è stata definita dall’Onu come la manifestazione di una disparità nei rapporti tra uomo e donna, qualificandola giuridicamente come una violazione fondamentale dei diritti umani. La violenza sulle donne è considerata come la punta dell’iceberg dell’esercizio di potere e controllo dell’uomo sulla donna e si esterna in diverse forme, come violenza fisica, psicologica e sessuale, fuori e dentro la famiglia.

Dagli anni settanta del XX secolo, il movimento delle donne e il femminismo in Occidente hanno iniziato a mobilitarsi contro la violenza di genere, sia per quanto riguarda lo stupro sia per il maltrattamento e la violenza domestica. Il movimento ha messo in discussione la famiglia patriarcale e il ruolo dell’uomo nella sua funzione di “marito/padre-padrone”, non volendo più accettare alcuna forma di violenza esercitata sulla donna.

I dati Istat nel 2015 riferiscono che il 35% delle donne nel mondo abbiano subito una violenza e la matrice di questa violenza può essere rintracciata proprio nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne. Alcune tesi dimostrano che le donne maggiormente istruite o con una migliore posizione sociale tendono a essere ancora più in pericolo poiché questo status può scatenare in alcuni uomini forme di aggressività dettate dalla smentita dello stereotipo, mettendo quindi in crisi la personalità maschile.

Essere sottoposti a violenza produce effetti diversi a seconda del tipo di violenza subìta e della persona che ne è vittima. In un passato recente gli atti di violenza commessi in ambito domestico dall’uomo nei confronti della donna non erano punibili penalmente ed erano anche socialmente giustificati perché considerati faccende private, e quindi fuori dalla valutazione collettiva. Il fatto che oggi questi atti vengano condannati è già indice di un cambiamento della società e fa riflettere sull’evoluzione dei valori di uguaglianza, libertà e autodeterminazione nella relazione tra i generi maschile e femminile.

Non esistono indici che dicano con certezza se una persona è stata vittima di violenza o meno. Credere che il maltrattamento sia connesso a delle manifestazioni legate a varie patologie mentali è sbagliato, perché la diffusione della violenza degli uomini contro le donne esclude che il fenomeno sia da imputarsi a situazioni eccezionali o di devianza. Nessun comportamento messo in atto sulle donne può giustificare la violenza da loro subìta, ed è un dato di fatto che gli episodi di abuso avvengano spesso per motivi futili. Per una donna, subire percosse la espone a elevati livelli di stress e a malattie che si manifestano in attacchi di panico, depressione, disturbi del sonno e dell’alimentazione, alcolismo o abuso di stupefacenti, mentre per altre il modo migliore per fuggire dai maltrattamenti subiti è il suicidio.

Negare o minimizzare sono i principali meccanismi di difesa che appartengono a chi viene in contatto con la violenza; non solo: queste strategie difensive concorrono a creare quella confusione cognitiva che spinge a fare tentativi di uscire dalla relazione violenta che, però, si esauriscono in un rientro nel rapporto di coppia giustificato dall’illusione che l’altra persona possa cambiare. Un cambiamento che però non arriva mai.

Solo quando la vittima riuscirà a non negare e a non minimizzare l’atto di abuso subìto sarà pronta ad affrontare il percorso per riconquistare la libertà sottratta. Riconoscere di essere stata vittima di maltrattamenti è tutt’altro che semplice e molti sono i motivi che rendono difficile il prenderne coscienza. Per una donna, parlare di una situazione di violenza è molto difficile perché implica paura, vergogna o umiliazione, ma il riconoscimento della violenza è un presupposto essenziale e imprescindibile per poter intervenire efficacemente su di essa e compiere un percorso per riconquistare la libertà persa.

Detto questo, forse potremmo andare oltre all’attuale accezione che hanno preso le scarpe rosse, e pensare che questo bellissimo accessorio femminile potrebbe riprendere la sua valenza reale, quello di bellezza e libertà, perchè le scarpe rosse potrebbero essere indossate idealmente da ogni singola donna per compiere il percorso verso la libertà dalla violenza: ogni donna con la sua storia personale, ma tutte con lo scopo di costruire insieme un percorso comune.

Bibliografia:

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