Polvere di Cipria – Sesta Parte

Oggi non parlerò di un personaggio appartenente al passato e non parlerò neanche di un personaggio famoso nel senso stretto – ovvero di quei personaggi che il tempo riconosce come celebri, come punti di riferimento universali per uomini e donne di svariate decadi. Forse Maria de Villota non l’ha sentita nominare proprio nessuno, se non qualche appassionato di Formula 1 o di motori in generale, dato che la sua carriera è stata stroncata sul nascere.

Maria de Villota

Maria de Villota, pilota spagnola di 33 anni, è una delle poche donne che abbia potuto realizzare il proprio desiderio di salire a bordo di una monoposto di F1 e di effettuare un test, nella speranza di poter diventare terzo pilota di una scuderia, e in seguito, pilota titolare. Figlia d’arte – il padre Emilio de Villota era pilota di F1 anche lui negli anni ‘70, pur con magrissimi risultati – già nel 2011 aveva testato una monoposto, con la Lotus Renault, e il suo manager le aveva assicurato un nuovo test a bordo della Marussia, un team non di quelli che si possono definire vincenti, quanto più da retrovie e giri di distacco dai vertici. Pochi fondi e macchine tutte da rivedere e sviluppare nel corso del campionato, dove ogni gara costituisce un’enorme e lunga sessione di prove per questi team che rischiano di sparire nel nulla nel giro di qualche stagione, se i risultati tardano ad arrivare.

Purtroppo, la F1 e gli sport motoristici in generale, non sono mai stati molto aperti alle donne. C’è chi afferma che le donne non abbiano il fisico per sopportare le sollecitazioni a cui sono sottoposte da parte della monoposto; le donne, inoltre, non avrebbero la resistenza fisica per durare una gara intera (in F1 sono circa 200 km da percorrere); le donne non avrebbero la velocità di riflessi degli uomini. Tuttavia, qualche donna ha corso nella “massima categoria” delle competizioni motoristiche: Lella Lombardi, Gabriella Amati, Desirée Wilson, Divina Galica e Maria Teresa de Filippis, con risultati tutt’altro di rilievo, ad essere onesti. E forse sono proprio i modesti frutti raccolti a rafforzare la tesi che le donne non siano portate per i motori – ritirando fuori anche un sarcastico detto: “donne al volante, pericolo costante”. Detto che è stato riportato in auge a sproposito – e oserei dire con un po’ di cattiveria gratuita – quando la pilota spagnola ha affrontato il test con la Marussia, test che è finito in tragedia. Non con la morte, fortunatamente, però la de Villota ha seriamente rischiato la vita, come si vedrà nel prossimo paragrafo.

Chiarisco un attimo il contesto in cui si trovava la sportiva spagnola al momento del test: in una F1 privata di test nel vero senso della parola, blindata nello sviluppo delle monoposto e sempre più imbavagliata in regolamenti e cavilli, uno degli escamotage per poter provare qualche modifica alla monoposto, è di testare lungo dei rettilinei, facendo passare tali test come prove aerodinamiche (non ci nascondiamo dietro un dito, è risaputo che non si prova solo l’aerodinamica della vettura). Molto spesso, si usano piste di aerodromi, con un’area box approssimativa, con camion direttamente a bordo pista, tendoni a mo’ di garage e nessuna delimitazione e distinzione tra le due aree. Insomma, non che le norme di sicurezza siano propriamente rispettate, in questi test.

Ed è proprio la mancanza di sicurezza che ha fatto sì che, un anno fa, la vettura della de Villota si schiantasse contro la rampa di carico di un camion parcheggiato nella “corsia box” dell’aerodromo di Duxford, rampa che è stata lasciata ad altezza casco. L’incidente non è stato causato da un difetto della monoposto, ma per una “serie tragica di errori” non meglio specificati – che la spagnola non sia riuscita a controllare la forza dei 750 cavalli della monoposto, ripartita di colpo, forse perché la macchina non era in folle come da prassi, rimane una possibilità. Un’eventualità che, in condizioni normali, in un circuito con le protezioni e le strutture del caso, non avrebbe avuto conseguenze così gravi. Di certo, la sfortuna ci ha visto benissimo, ma anche l’inesperienza del team, che non ha curato le condizioni di sicurezza tra rettilineo e pit lane, lasciando un camion parcheggiato poco distante e con la rampa mezza abbassata. Con il risultato che la rampa ha tranciato il casco di Maria e ci è voluta un’ora per estrarla dalla macchina, facendo attenzione a non aggravare le fratture al volto e a non causare ulteriori danni agli occhi e cervello. La macchina non va assolutamente biasimata, dicono gli esperti, ma Maria sì, e gli “esperti della domenica” si scatenano per forum e per siti dedicati alle quattro ruote, e solo pochi assennati concedono che la sportiva abbia potuto fare qualche errore, ma che l’inesperienza e le condizioni precarie di quella struttura, abbiano fatto il resto. La pilota è stata sottoposta a un delicatissimo intervento chirurgico, uno dei tanti, che l’ha risparmiata da danni neurologici permanenti, ma non è riuscita a salvarla dalla perdita dell’occhio destro e dalla perdita dei sensi del gusto e dell’olfatto.

Quello che stupisce e suscita meraviglia e ammirazione, è la forza che una persona dimostra in disgrazie come queste: Maria de Villota si è presentata alla stampa lo scorso Ottobre con un taglio corto di capelli, biondissimo, quasi bianco, e una benda piratesca sull’occhio – benda che abbina sempre al colore dei vestiti – e tutto quello che dice, è di voler contribuire alle campagne di sicurezza stradale, ma soprattutto, di voler tornare a correre in auto, nella speranza che le ridiano la licenza per guidare. E, senza timore, per la prima volta, ha fatto vedere a tutti il proprio casco squarciato. Perché tutti capissero che uno squarcio, un occhio di meno, non l’avrebbero mai fermata dall’inseguire un sogno e un desiderio che ha da moltissimi anni. Forza, Maria!

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