È il momento di riprendere in mano la parte di questa rubrica dedicata all’antropologia, all’uomo e al territorio, che da tanti mesi aspettavo con ansia di continuare. L’argomento che ho scelto per annunciare il mio trionfale ritorno rappresenta un po’ una riflessione sul modo che possiedono le persone di percepirsi rispetto a se stessi, agli altri, e al mondo che li circonda.

Il corpo, di per sé, è il veicolo attraverso il quale si interpreta la realtà. Ognuno di noi vive determinate sensazioni, situazioni, emozioni in un modo tutto personale, e spesso in forme veicolate che dipendono da dove nasciamo, dal luogo in cui viviamo e dagli impulsi esterni che assorbiamo da tutto ciò che entra in contatto con la nostra sfera quotidiana.

Spesso i comportamenti corporei, i movimenti e i gesti sono simbolo di ciò che siamo: «Stare al mondo abitandolo con il proprio corpo e abituandosi ad esso», come afferma Giovanni Pizza in Antropologia Medica. Saperi, pratiche e politiche del corpo (2005).

Non ci soffermiamo quasi a mai a sentire il nostro corpo, pensando che, alla fine, la rappresentazione che abbiamo di noi stessi non sia importante, e non serva a nulla nella creazione di un futuro, di un lavoro, di una relazione affettiva. La consapevolezza di se stessi, al contrario, è fondamentale per una buona riuscita nella vita. La comprensione che si ha del corpo determina il rapporto che l’individuo possiede con la realtà.

La percezione individuale del territorio, per esempio, pur variando da persona a persona, mostra tutta una serie di comunanze tra individui che vivono nello stesso luogo, che permettono di rendere partecipi dello stesso legame persone provenienti da società completamente diverse tra loro.

Mi è capitato, qualche anno fa, di compiere una ricerca per l’Associazione Italia Nostra Onlus, un’organizzazione che si occupa della preservazione del territorio e dell’ambiente a livello nazionale. Il mio lavoro di campo è consistito nella raccolta di numerose interviste tra cittadini italiani e stranieri all’interno di un determinato quartiere di Roma. L’argomento della ricerca riguardava la percezione che ognuno degli intervistati possedeva rispetto a quel dato territorio, attraverso il riconoscimento di luoghi definiti che venissero considerati particolarmente caratteristici di quel quartiere. Non solo monumenti o chiese, ma anche il bar dove si riunivano solitamente gli abitanti della zona, il parco dove di solito si lasciavano giocare i bambini dopo la scuola, e così via. Il quartiere poteva essere quello di nascita, ma anche il luogo che per molti rappresentava il posto dove lavoravano, o il punto di arrivo di un viaggio a volte interminabile, come nel caso degli immigrati che si erano stanziati in quell’area.

L’analisi delle interviste mi ha permesso di vedere come il riconoscimento di luoghi identitari non vedeva la differenza culturale. Sia che una persona fosse italiana, nata lì o solo residente da qualche anno, o straniera, o di passaggio, la percezione riguardava il riconoscimento degli stessi luoghi e delle stesse emozioni vissute in quel quartiere.

Davvero interessante, a mio parere, vedere quanto esista una dimensione di rappresentazione individuale di tanti corpi diversi tra loro, che trovano spazio comune nell’appropriazione di un dato territorio, a cui ci si lega affettivamente, culturalmente ed emotivamente.

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Chiara Magliacane

Specializzata in Antropologia Medica all’Università di Roma La Sapienza nel 2014. Adora intrecciare parole in tutti i modi possibili, particolarmente se finalizzate alla creazione di racconti, pensieri e poesie. Il suo sogno sarebbe stato parlare di cinema, musica e antropologia, davanti a un caffè, con Gertrude Stein; o fare l’autostop con Kerouac sulla Route 66 e fermarsi, poi, a prendere una birra con Fernanda Pivano. Vive a Roma, ma nella mente vive un po’ ovunque. Da brava antropologa, ci racconta la Valdichiana con il suo sguardo esterno.

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