La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: paesaggio

Il paesaggio culturale tra mezzadria e agricoltura

Quando dobbiamo promuovere il nostro territorio ai turisti, e quando gli ospiti parlano in maniera incantata dei luoghi che hanno visitato in Valdichiana e in Valdorcia, uno dei commenti che…

Quando dobbiamo promuovere il nostro territorio ai turisti, e quando gli ospiti parlano in maniera incantata dei luoghi che hanno visitato in Valdichiana e in Valdorcia, uno dei commenti che più spesso ci capita di sentire è: “che bel paesaggio!”. Indubbiamente questi luoghi, e in più in generale la Toscana, sono famosi a livello internazionale per la bellezza dei paesaggi e per il particolare rapporto che si è instaurato tra l’ambiente naturale e l’opera degli uomini che l’hanno abitato per secoli. Un rapporto certificato dalla denominazione di “Paesaggio culturale patrimonio mondiale” che la Valdorcia ha ricevuto dall’Unesco nel 2004. Ma qual’è il significato del paesaggio culturale, e qual’è il rapporto che esiste con la storia della mezzadria e la civiltà contadina che ha contraddistinto per secoli questi territori?

Vitaleta, cartolina della Valdorcia

Vitaleta, cartolina della Valdorcia

Paesaggio Culturale

Il paesaggio, secondo le definizioni più comuni, può essere spiegato come la “porzione di territorio considerata dal punto di vista prospettico o descrittivo, con senso eventualmente affettivo, artistico ed estetico” e anche come “la particolare fisionomia di un territorio determinata dalle sue caratteristiche fisiche, antropiche, biologiche ed etniche, imprescindibile dall’osservatore e dal modo in cui viene percepito e vissuto”. Risulta già evidente come il paesaggio non possa essere separato dal suo osservatore: che si tratti di un paesaggio di campagna, di un paesaggio invernale o desertico, il paesaggio non va confuso con l’ambiente naturale, che esiste in maniera autonoma. Il paesaggio è tale perché osservato dall’uomo ed esiste in funzione di esso: per certi versi, ogni paesaggio è culturale.

Perché sostengo questa tesi? Perché si è soliti definire l’antropizzazione come l’intervento umano sull’ambiente naturale, con lo scopo di trasformarlo o adattarlo alle sue esigenze. Un paesaggio è un ambiente modificato dall’uomo, se non in maniera fisica, perlomeno come identificazione: anche un paesaggio incontaminato è tale perché percepito tale dall’osservatore, in opposizione a un ambiente totalmente antropizzato.

Per l’Unesco i paesaggi culturali sono frutto dell’opera combinata della natura e dell’intervento umano, in cui si riconosce una conciliazione tra natura e cultura. In realtà, ritengo che ogni paesaggio sia frutto di questa combinazione, e che la differenza nel caso citato sia l’attribuzione di un valore positivo alla particolarità della Valdorcia. Come recita la targa, infatti, quel paesaggio viene visto come un modello degli ideali del buon governo, come un’icona artistica ed estetica. Un paesaggio culturale, quindi, modificato dalla cultura degli abitanti di questo territorio e della loro particolare capacità di modificare l’ambiente naturale.

La cultura, intesa in senso antropologico, non si limita all’oggetto culturale (il libro, il manufatto archiviato nel museo) ma comprende il sistema di norme e valori condivise all’interno di un gruppo sociale. La cultura è l’insieme degli usi e dei costumi, delle tradizioni e delle conoscenze, che vengono apprese dall’individuo come membro di una comunità.

La cultura è stata spesso opposta alla natura: ciò che non è naturale è artificiale, è prodotto dall’uomo sulla base della sua cultura. Tuttavia, la cultura fa parte della natura umana, rappresenta la capacità dell’uomo di apprendere dall’ambiente che lo circonda e trasmettere le sue conoscenze, continuamente modificandole con l’ambiente, le altre culture e gli altri uomini. E per conoscere la nostra cultura, per comprendere il nostro paesaggio culturale, come possiamo prescindere dalla storia della mezzadria e della civiltà contadina che per secoli ha contribuito a plasmare questo paesaggio?

trebbiatura

La tecnologia aiuta la trebbiatura

La mezzadria e il paesaggio

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina delle nostre campagne. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la sua famiglia, e il proprietario, che concedeva l’utilizzo dei terreni in cambio della divisione a metà dei prodotti e degli utili: il proprietario metteva il capitale, la famiglia mezzadrile metteva il lavoro. Il rapporto non era soltanto economico, ma anche sociale, perché la mezzadria era il fondamento della storia e della cultura di questi territori, grazie alle influenze che aveva nella vita familiare. Per approfondire, potete leggere le caratteristiche della famiglia contadina e della divisione all’epoca della mezzadria.

Quello che ci interessa, nel contesto del paesaggio, è la particolare modifica dell’ambiente agricolo operata da questo sistema nel corso dei secoli. Il proprietario terriero suddivideva i terreni in poderi, che venivano abitati e gestiti da famiglie mezzadrili: ma erano quest’ultime ad adattarsi alle dimensioni e alle caratteristiche del podere e della casa colonica, non il contrario. Le famiglie si adattavano al podere e se diventavano troppo grandi si dividevano. Il podere diventava anche il centro di aggregazione e di scambio sociale, un luogo d’incontro esemplificato dalla veglia, in cui le famiglie si spostavano a turno nelle rispettive case coloniche per ballare, raccontare storie, conoscersi e socializzare.

Il podere era l’unità di base della fattoria e contribuiva a formare il paesaggio nel corso dei secoli; con i suoi campi coltivati, la casa colonica e le stalle, è diventato l’elemento caratteristico del territorio rurale. Sono tipiche le case leopoldine in Toscana, nelle zone della bonifica e dei piani di sviluppo di Pietro Leopoldo di Lorena, costituite da un modello a padiglione con torretta centrale: i contadini abitavano ai piani superiori, mentre i piani inferiori erano dedicati alle stalle per il bestiame, alla cantina e al granaio.

Ciò che è importante sottolineare è che i mezzadri avevano bisogno di sfruttare ogni angolo del podere per la propria attività, poiché avevano diritto soltanto a metà della produzione. Gran parte del podere era dedicato alle coltivazioni da commerciare, quali il grano e la barbabietola da zucchero, ma era necessario pensare anche all’autosussistenza. Veniva dedicato uno spazio all’orto, per coltivare i prodotti per l’uso giornaliero della famiglia; c’erano le vigne e l’oliveto per produrre vino e olio, oltre all’aia e al pollaio con le galline e gli animali domestici, fino ai filari di frutta e ai bachi da seta ospitati nelle camere da letto.

I mezzadri hanno modificato i poderi sulla base delle proprie necessità, e hanno progressivamente adottato migliorie tecnologiche, d’accordo con i padroni, per aumentare la produzione. La mezzadria ha contribuito a modellare il paesaggio delle campagne, come oggi lo conosciamo, sulla base della propria cultura e delle proprie necessità di adattarsi all’ambiente.

castorodiga

Le dighe dei castori: cultura o natura?

Il paesaggio oggi: cultura o natura?

Con l’abbandono della mezzadria, le modifiche tecnologiche e le mutate condizioni del mercato agricolo internazionale, le campagne si sono prima svuotate e poi adattate al nuovo contesto. Nuove forme di economia si sono diffuse nelle campagne della Valdichiana e della Valdorcia, diventate luoghi turistici d’eccellenza e non più campagne affidate ai contadini; tra casolari abbandonati e ristrutturati, assistiamo a nuove forme di accoglienza, enogastronomia e recupero della ruralità. Anche in queste situazioni, l’uomo modifica il paesaggio sulla base delle mutate condizioni culturali e ambientali.

Si può quindi parlare di paesaggio culturale da preservare, da opporre ai paesaggi altamente antropizzati? Si può parlare di paesaggio rispettoso della natura, che si concilia con l’opera dell’uomo? Pensiamo per un attimo ai castori che costruiscono una diga e paragoniamoli con i contadini impegnati nella trebbiatura. In entrambi i casi, l’ambiente viene modificato per le rispettive necessità, utilizzando gli strumenti tecnologici a disposizione. Certo, la tecnologia dei contadini è maggiormente sviluppata, ma anche la diga dei castori, per certi versi, può essere considerata artificiale: la diga non si trova in natura, è opera dell’ingegno del castoro, come la trebbiatrice è opera dell’ingegno dell’uomo. Un paesaggio frutto dell’opera combinata di natura e intervento dei castori, quindi, sarebbe un paesaggio culturale degno di una targa Unesco? Si tratta ovviamente di una domanda provocatoria, ma che dimostra quanto il concetto di natura opposto a quello di cultura sia ormai sorpassato nell’antropologia moderna.

Le sfide per il futuro, per quanto riguarda il paesaggio dei nostri territori, sono complesse. Nessuno vorrebbe vedere la Valdorcia rasa al suolo e ricoperta d’asfalto, nessuno vorrebbe perdere l’identità culturale delle campagne e dei borghi della Valdichiana. D’altra parte, pensare soltanto a un paesaggio da cartolina come Vitaleta, con i cipressi perfettamente curati e pronti da fotografare per i viaggiatori, significa creare un paesaggio artificiale, a uso e consumo dell’estetica del turista, con poche attinenze alla cultura che l’ha prodotto. Considerare il paesaggio come un manufatto da preservare in un museo, intoccabile e immutabile al pari di un quadro, significa snaturarlo.

La sfida per il futuro sarà quella di trovare una via di mezzo tra il museo e il cemento, tra la cartolina e il cieco sviluppo. Sarà quella di preservare il paesaggio non in quanto tale, ma nella sua capacità di adattarsi ai cambiamenti, coniugando turismo e agricoltura, tradizione e modernità. Come sempre hanno fatto i mezzadri, vivendo e ricreando il paesaggio con la loro cultura.

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Libero Accesso – 4° puntata: Paesaggio

La quarta puntata di Libero Accesso è andata in onda martedì 17 Marzo su Tele Idea (canali 86-625-699 del digitale terrestre) e si è occupata di paesaggio: approfondimenti sulla situazione ambientale e agricola…

La quarta puntata di Libero Accesso è andata in onda martedì 17 Marzo su Tele Idea (canali 86-625-699 del digitale terrestre) e si è occupata di paesaggio: approfondimenti sulla situazione ambientale e agricola in Valdichiana e in Toscana, sul piano del paesaggio in discussione in Consiglio Regionale, sul dissesto idrogeologico e l’operato dei Consorzi di Bonifica.

La discussione è stata affrontata in studio con i seguenti ospiti:

  • Giacomo Giannarelli, candidato M5S alla carica di Portavoce Presidente della Regione Toscana
  • Juri Bettollini, Direzione provinciale PD, assessore del Comune di Chiusi
  • Luca Marcucci, Presidente CIA Provincia di Siena
  • Francesco Sossi,  Direttore provinciale Coldiretti (assente per motivi di salute)

Inoltre hanno contributo alla discussione con servizi esterni:

  • Lorenzo Rosso, portavoce senese Fratelli d’Italia
  • Paolo Tamburini, presidente Consorzio Bonifica Alto Valdarno
  • Mario Mori, presidente Consorzio Bonifica Valdichiana romana e Valdipaglia
  • Anna Rita Bramerini, assessore Regione Toscana alla tutela dell’ambiente ed energia
  • Riccardo Agnoletti, Sindaco del Comune di Sinalunga
  • Stefano Biagiotti, presidente della società Qualità e Sviluppo Rurale
  • Alessandro Ferrari, architetto della Protezione Civile di Siena

Libero Accesso è una trasmissione aperta al contributo di tutti, che continua nel suo approfondimento giornalistico sui tremi trattati in studio anche nel magazine online “La Valdichiana”. Come un wi-fi libero, tutti possono connettersi e inviare i loro contributi, che possono essere letti e commentati in diretta, oppure partecipare alla conversazione online. Nel corso della trasmissione è infatti possibile interagire attraverso l’indirizzo mail liberoaccesso@teleidea.it, la pagina facebook e l’hashtag su twitter #LiberoAccesso.

Documentazione sulla quarta puntata

Per la copertina che ha introdotto l’argomento della serata è stata realizzata una timeline che percorre la storia degli ultimi mesi del Piano del Paesaggio e la controversa discussione sul PIT in Consiglio Regionale, con particolare riferimento alle problematiche di agricoltori e viticoltori della Valdichiana senese: PIT – LUCI E OMBRE

Per i dati relativi al dissesto idrogeologico e il materiale utilizzato durante la trasmissione si ringrazia anche la Protezione Civile di Siena, che ci ha anche inviato le seguenti fotografie relative all’evento alluvionale dell’Ottobre 2013, che ha gravemente colpito strade e attraversamenti di competenza della Provincia di Siena:

Ecco il video integrale della puntata:

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Il Piano del Paesaggio della Regione Toscana

Il Piano del Paesaggio della Regione Toscana è un’integrazione al piano di indirizzo territoriale (PIT), i cui lavori durano già dal 2011. Dovrà servire a regolare gli strumenti per la…

Il Piano del Paesaggio della Regione Toscana è un’integrazione al piano di indirizzo territoriale (PIT), i cui lavori durano già dal 2011. Dovrà servire a regolare gli strumenti per la pianificazione del territorio e del paesaggio, suddivisi in due livelli, regionale e d’ambito. La storia di questo piano è costellata di critiche, modifiche, prese di posizione e battaglie politiche, non soltanto in Consiglio Regionale.

Nella timeline sottostante abbiamo cercato di tracciare una breve storia degli ultimi mesi di lavori relativi al Piano del Paesaggio, concentrandoci soprattutto sulle questioni riguardanti l’agricoltura e la viticoltura in Valdichiana, oltre alle ultime dichiarazioni del Governatore Enrico Rossi.

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Rinascimento Verde in Valdichiana: intervista ad Albano Ricci

Ho conosciuto Albano Ricci, assessore del Comune di Cortona, durante il convegno organizzato da Banca Valdichiana nel corso della 13° edizione di AgrieTour. Il nostro quotidiano si occupa principalmente della…

Ho conosciuto Albano Ricci, assessore del Comune di Cortona, durante il convegno organizzato da Banca Valdichiana nel corso della 13° edizione di AgrieTour.

Il nostro quotidiano si occupa principalmente della Valdichiana senese, ma i rapporti con Cortona e la Valdichiana aretina sono molti, e sono destinati ad aumentare. Oltretutto, non capita spesso che i rappresentanti della politica o delle amministrazioni siano i relatori più brillanti durante un convegno che parla di sviluppo locale.

albano ricciNon potevo quindi lasciarmi sfuggire l’occasione di continuare il dibattito inaugurato dal convegno di Arezzo attraverso un’intervista diretta: un invito a cui l’assessore Ricci ha gentilmente risposto, sottoponendosi a domande più approfondite sullo sviluppo della Valdichiana e sulle politiche di area. Volevo verificare se, oltre alle slide, ci fosse di più. E questi sono i risultati. (Spoiler alert: c’è molto di più!)

Albano Ricci, assessore del Comune di Cortona: deleghe alla cultura, al turismo, all’agricoltura, alle attività produttive e alle politiche giovanili. Tante deleghe, molto importanti. Come si integrano tra loro?

“Innanzitutto devo dire che si tratta di un onore e di un onere, una felice intuizione del Sindaco Basanieri. Da una parte l’unione di queste deleghe è dovuta alla riduzione del numero degli assessori per effetto della spending review, come se gli amministratori locali fossero il vero problema dei conti pubblici! In realtà il nostro è un duplice lavoro: dobbiamo effettuare le scelte amministrative e gestire le emergenze, oltre a fornire un contatto diretto e continuo con la popolazione del nostro territorio. Dall’altra parte, l’unione di queste deleghe è dovuto alla particolarità del nostro territorio: una zona agricola d’eccellenza con città di grande storia e tradizione. Paesaggio e cultura creano opportunità di sviluppo turistico. Se non avessimo sfruttato le eccellenze locali probabilmente non riusciremmo a reggere la crisi economica.”

Al convegno di AgrieTour, promosso da Banca Valdichiana, ha parlato di un “Rinascimento Verde” per la Valdichiana. Può spiegarci meglio di cosa si tratta?

“L’agricoltura può diventare il nuovo volano del progresso economico, perchè è capace di coniugare turismo, ambiente e lavoro, attirando l’interesse di nuovi investimenti finanziari. I nostri paesaggi non sono soltanto belli, sono il frutto di anni di cura dell’uomo e attenzione al territorio, attraverso il lavoro agricolo. Il nostro territorio ha già vissuto due rinascimenti: il primo con la civiltà etrusca, che ha lasciato tante ricchezze. Gli etruschi sono stati soltanto qui, non in altre parti del mondo, quindi è nostro dovere valorizzare questo patrimonio. Soltanto qui hanno lasciato testimonianze di una delle civiltà più importanti del passato, dove la donna aveva un’importanza che non ha eguali fino alle epoche più moderne. E poi il rinascimento toscano, l’umanesimo, che ha toccato anche le nostre zone grazie anche alla presenza di artisti importanti come Beato Angelico, Piero della Francesca, Michelangelo. Adesso ci sono tutti i presupposti per un nuovo rinascimento: grandi città, grandi capolavori, grande paesaggio agricolo. Proprio l’agricoltura può diventare il motore che innesca questo meccanismo, grazie al valore dell’autenticità. Questo è il Rinascimento Verde: è la terra che potrà dare una rinascita, non l’economia virtuale. In fin dei conti, il mondo si aspetta questo dall’Italia. Non una politica industriale che ribalti la scena internazionale. Siamo la patria del buon vivere, dei gusti artistici e creativi e di grandi eccellenze enogastronomiche. Dobbiamo essere bravi a sfruttare queste qualità.”

Mi è sembrato molto orgoglioso della sua origine contadina, un’identità fondamentale delle nostre terre. Eppure, il mondo contadino ha perso il suo rispetto, è stato spesso considerato come inferiore rispetto a quello cittadino. Quindi, mi chiedo: quali possono essere gli strumenti culturali ed economici per recuperare questo orgoglio identitario?

“Spesso si capisce realmente il valore delle cose soltanto con la distanza. Abbiamo vissuto un periodo storico in cui la campagna aveva accezioni negative: era sinonimo di povertà, lavoro e fatica. Le persone volevano abbandonare questo mondo, ed era normale: alla ricerca di nuovi servizi, di migliori opportunità di lavoro, di nuovo benessere. L’attuale fase di crisi costringe a guardarsi intorno e a guardarsi indietro, alla ricerca di cos’è rimasto di quel mondo. Voglio chiarire che non credo al mito del “buon contadino”: si tratta di un’idea arcadica, ha anche delle inflessioni razziste. La civiltà contadina aveva degli aspetti negativi: i contadini non erano liberi, sotto il gioco del padrone e della mezzadria. Ho compreso tuttavia l’importanza dei valori positivi che provengono da quell’epoca. D’altronde si tratta della nostra identità, il radicamento sul territorio. Accanto a questi aspetti culturali deve viaggiare l’agricoltura, che deve sapersi innovare e modernizzare, deve aggiornarsi come tutti gli altri campi del sapere, non può rimanere alle tecniche e alle visioni di inizio secolo scorso.”

Parliamo di progetti di area. Lei crede che sia possibile fare sistema tra Valdichiana aretina, senese e romana?

“Per la Valdichiana romana è sicuramente più difficile, ma tra Valdichiana aretina e senese ci sono forti punti di contatto. Per la Valdichiana Toscana c’è una direzione della governance del territorio che viene anche dalla Regione Toscana. La politica va in questa direzione: un’unione sempre più stretta della Toscana del sud con le province di Arezzo, Siena e Grosseto. Basti pensare alla riforma delle aziende sanitarie locali, ad esempio. Con il superamento delle province sarà naturale ragionare per aree vaste, soprattutto per quelle zone che hanno tanto in comune come la Valdichiana senese e quella aretina. Per i progetti di area, già ora, possiamo partire da quelli più facili: il turismo, che è immediato. Per esempio con protocolli di intesa tra i vari comuni, per creare un ponte naturale, e sviluppare poi un’integrazione di altri servizi. I circuiti museali sono meno riottosi a unioni di questo tipo, rispetto ai consorzi o altri attori economici. Turismo e cultura sono un ottimo inizio, ma l’amministrazione deve essere capace di creare i bisogni e di investire sui progetti di area per i territori. L’alta velocità, con la stazione ferroviaria di Media Etruria, è uno di questi.”

A questo proposito, qual’è la sua opinione sull’alta velocità in Valdichiana?

“Non sarà una strada facile arrivare a una soluzione condivisa. Tuttavia questa vicenda è l’esempio della necessità di gettare il cuore oltre l’ostacolo e di pensare al benessere di tutti i territori. L’eccessivo campanilismo rischia di bloccare tutto: se non c’è accordo, si rischia di far saltare tutto il progetto e di fare preoccupanti passi indietro.”

Parliamo di turismo: quali sono le prossime iniziative che metterà in atto il comune di Cortona e più in generale la Valdichiana?

cortona“L’obiettivo è quello di aumentare la permanenza dei turisti. Riuscire a far rimanere i turisti più di due giorni e avvicinarsi alla settimana, grazie alla grande offerta turistica. Fondamentali a questo scopo sono i protocolli con le altre amministrazioni e gli altri enti turistici per favorire una promozione culturale di area. Un primo passo per una governance turistica condivisa saranno i protocolli d’intesa con gli altri comuni limitrofi, da firmare entro fine anno. L’altro grande progetto è quella di promuovere il modello della Valdichiana come luogo turistico di eccellenza anche all’EXPO 2015, nel padiglione della Toscana. Cortona non può che essere il comune capofila della Valdichiana aretina, per via della sua storia, delle strutture attrezzate e attrattive a livello internazionale.”

Passiamo alle politiche giovanili, con una domanda impertinente: perchè un giovane dovrebbe rimanere in Valdichiana, piuttosto che emigrare all’estero?

“Una domanda complicata, a cui voglio rispondere con un ragionamento sociologico. La Valdichiana è una zona felice, per certi versi, come una mamma da cui è difficile staccarsi, nel bene e nel male. Il nostro è un territorio meno abbandonato rispetto ad altri; non siamo così provinciali da essere desolati, come purtroppo è accaduto in alcune province italiane. Ma non è neppure un territorio così impersonale, caotico e difficile come quello delle metropoli. Poca densità abitativa si abbina a tanta realtà sociale: stiamo parlando di territori con miriadi di associazioni, sagre, fiere, mostre, teatri, sale, ogni frazione con la propria identità. Una voglia sociale molto forte e diffusa. Ci sono quindi i presupposti sociali per una qualità della vita alta, interessante per molti giovani. Inoltre può essere la scelta adeguata per nuove imprese e nuove possibilità, ma per riuscire devono incrociare le necessità di questo territorio, ovvero: la sostenibilità, il patrimonio agricolo, le eccellenze dell’artigianato e quelle della cultura. Tutti aspetti che si legano tra di loro. Chi ha grande talento in settori che hanno necessità di un grande sviluppo industriale è difficile che rimanga in questo territorio, ma è una mancanza che accomuna tutta l’Italia. Tuttavia, queste terre hanno anche i connotati giusti per qualità imprenditoriali. Chi produce olio, vino o cereali qui, sa che assieme a quei prodotti promuove tutta la nostra storia. Non vendi soltanto quel vino, ma anche il territorio e la storia.”

In qualità di amministratore locale e di “renziano”, non si può esimere dal rispondere a un’ultima domanda: qual’è la sua opinione sul Jobs Act?

“Parto da un tema fondamentale che è quello dell’articolo 18. In questo momento abbiamo bisogno di superare le ideologie. Abbiamo parlato finora di rete, di progetti di condivisione: un modello totalemnte opposto a quello delle ideologie contrapposte. Dobbiamo fare rete tra politica, amministrazione, finanza, impresa, sindacati. Trovare soluzioni condivise e adeguate al momento. Sarebbe scontato sostenere che i tempi sono cambiati, che certa politica di sinistra ha bloccato lo sviluppo del Paese. Eppure quel meccanismo di progresso della sinistra, che ha portato a tante rivendicazioni, tante lotte e tante conquiste, in un certo senso si è arenato. Ha trovato una forte inerzia, non è più capace di dare risposte attuali e concrete. Per questo ritengo la difesa a oltranza dell’articolo 18 come un vessillo ideologico, che difende soltanto pochi lavoratori. Certo, la sua modifica si tratta di una prova di forza da parte di Renzi, ma è un messaggio importante. Ci stiamo avventurando verso un’altra fase, in cui si danno risposte concrete oltre gli steccati ideologici. Nel Jobs Act, più in generale, sono contenute riforme importanti come il superamento delle troppe tipologie di contratto o il supporto alla maternità e al sistema di welfare. L’idea è quella di riuscire a semplificare il mondo del lavoro per creare nuove opportunità.

Credo molto in questo nuovo orizzonte, che è anche l’ingresso in una nuova forma di linguaggio. Che tipo di dialogo hanno oggi i giovani con le forme sindacali? Utilizzano la stessa lingua, lo stesso lessico? Mi sembra proprio di no, quindi la politica deve fare passi da gigante per permettere a questi mondi di dialogare. Da amministratore locale mi sento mortificato quando non posso dare risposte alle imprese, perchè la loro velocità e i loro bisogni vanno a un ritmo maggiore rispetto alle risposte che noi possiamo dare, e questo è il fallimento della politica. Non dico che dobbiamo per forza andare alla stessa velocità, ma almeno avvicinarsi molto di più. Facilitare la creazione di lavoro e di chi ha voglia di investire, questo è l’obiettivo. Quei giovani che non vogliono andare via dalla Valdichiana, di cui abbiamo parlato prima, lo sanno benissimo che questo territorio ha le giuste potenzialità. Ma dobbiamo essere capaci di rendere più facile il loro percorso.”

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In bici nel cuore della Valdichiana senese e aretina

Una libera escursione in bici su strade asfaltate e strade bianche organizzata dall’Associazione La Montigiana Toscana, in programma domenica 7 settembre, per scoprire i paesaggi della Valdichiana senese e aretina…

Una libera escursione in bici su strade asfaltate e strade bianche organizzata dall’Associazione La Montigiana Toscana, in programma domenica 7 settembre, per scoprire i paesaggi della Valdichiana senese e aretina

Paesaggi mozzafiato in un percorso nel cuore della Valdichiana aretina e senese: Monte San Savino, Lucignano, Civitella, Gargonza, Rigomagno faranno da sfondo ad un ciclismo d‘altri tempi. Questo è il leit motiv della passeggiata in libera escursione per appassionati di bici su strade asfaltate e strade bianche organizzata dall’Associazione La Montigiana Toscana con il patrocinio del comune di Monte San Savino, in programma domenica 7 settembre.

Due i percorsi disponibili entrambi con partenza alle ore 7.30: il primo lungo km 97, mentre il secondo più ridotto è di km 60. Le preiscrizioni, previa compilazione ed invio di apposita modulistica disponibile on line potranno essere effettuate fino al 5 settembre 2014. Sarà, inoltre, possibile consultare sul sito internet www.ciclosavinese.it l’elenco delle preiscrizioni regolarizzate ed accettate.

la montigiana

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Consorzio Vino Nobile: “La viticoltura è il paesaggio toscano”

I produttori di Montepulciano intervengono in maniera critica sulle indicazioni del Piano Paesaggistico Toscano: “La viticoltura e’ il paesaggio toscano” «Saint-Emilion è patrimonio Unesco per la bellezza dei vigneti, in Toscana ora,…

I produttori di Montepulciano intervengono in maniera critica sulle indicazioni del Piano Paesaggistico Toscano: “La viticoltura e’ il paesaggio toscano”

«Saint-Emilion è patrimonio Unesco per la bellezza dei vigneti, in Toscana ora, a quanto pare, sono considerati dannosi e deturpanti nei confronti del paesaggio». Con questa riflessione il Consorzio Vino Nobile di Montepulciano interviene sulle linee guida del Piano di indirizzo territoriale che la Regione Toscana ha presentato nei giorni scorsi muovendo non pochi malumori all’interno del mondo agricolo.

«Siamo rimasti molto perplessi e scoraggiati nel leggere il documento del piano paesaggistico che la Regione ha presentato senza per altro coinvolgere le associazioni agricole – dice il Presidente del Consorzio Vino Nobile di Montepulciano, Andrea Natalini – in particolare non riusciamo a capire perché sia stata demonizzata la viticoltura, in una regione, come la Toscana, dove il vino non solo è stato nei secoli sentinella del territorio, ma anche fondamentale traino per la promozione turistica in tutto il mondo».

Andrea Natalini«Ci sono i disciplinari di produzione e le normative vigenti in materia come naturale limite agli impianti di produzione – continua Natalini – e i produttori sono i primi a non volere che del vino in Toscana si faccia massificazione dal momento che la filosofia assodata in questi anni è rispetto per il territorio, per il paesaggio e per la qualità dei nostri prodotti». Il Consorzio Vino Nobile, d’accordo con altri consorzi vitivinicoli toscani, critica del PIT l’approccio anacronistico che denota una scarsa attenzione all’agricoltura regionale e che, evidentemente, nemmeno prende in considerazione l’importanza di questo settore che da sempre ha saputo integrare l’eccellenza produttiva alla qualità di un paesaggio unico e apprezzato da milioni di visitatori che ogni anno provengono da tutto il mondo.

«Ringraziamo l’Assessore all’agricoltura, Gianni Salvadori, per aver messo in chiaro il suo punto di vista che per altro coincide con il nostro – conclude il Presidente del Consorzio del Vino Nobile – e ribadiamo che come Consorzio siamo stati i primi negli anni a limitare l’ampliamento dei vigneti proprio perché consapevoli che gran parte del valore aggiunto del nostro prodotto, e in generale del Made in Tuscany, derivi dal territorio e dal paesaggio a cui si lega, anche per questo disapproviamo questo Piano di indirizzo territoriale chiedendo alla Regione Toscana, all’Assessore Anna Marson in particolare, di rivedere il testo coinvolgendo le categorie del settore al tavolo di concertazione».

Il patrimonio “Nobile”. Cinquecento milioni di euro. E’ questa la cifra che quantifica il Vino Nobile di Montepulciano tra valori patrimoniali, fatturato e produzione. Nello specifico in oltre 200 milioni di euro è stimato il valore patrimoniale delle aziende agricole che producono Vino Nobile, 150 milioni circa il valore patrimoniale dei vigneti (in media un ettaro vitato costa sui 150 mila euro) e 65 milioni di euro è valore medio annuo della produzione vitivinicola. Una cifra importante per un territorio nel quale su 16.500 ettari di superficie comunale, 2.200 ettari sono vitati, ovvero il 16% circa del paesaggio comunale è caratterizzato dalla vite. A coltivare questi vigneti oltre 250 viticoltori (sono circa 90 gli imbottigliatori in tutto dei quali 78 associati al Consorzio dei produttori) che nel 2013 hanno prodotto 56 mila ettolitri di Vino Nobile e circa 17 mila destinati a divenire Rosso di Montepulciano. Oltre mille i dipendenti fissi impiegati dal settore vino a Montepulciano, ai quali se ne aggiungono altrettanti stagionali. Nel 2013 sono state immesse nel mercato circa 7,4 milioni di bottiglie di Vino Nobile e circa 2,5 milioni di Rosso di Montepulciano Doc, numeri in linea con l’anno precedente.

Il mercato. L’export segna con il 2013 un +8% rispetto al 2012 toccando quota 76 per cento di prodotto mentre il restante 24% viene commercializzato in Italia. Per quanto riguarda il mercato nazionale le destinazioni di Vino Nobile si sono dirette al Nord (40 per cento), mentre in Toscana si sono attestate al 19 per cento, mentre resta invariata rispetto allo scorso anno la percentuale della vendita diretta in azienda, 19%. Per quanto riguarda l’estero la Germania è passata ad assorbire il 48 per cento della quota esportazioni, crescendo del 4 per cento rispetto al 2012 e tornando ad essere il mercato di riferimento per il Nobile. Gli Usa confermano l’ottimo andamento segnando nel 2013 il 17,5% (+1,5% rispetto al 2012), così come i mercati asiatici che nel 2013 hanno rappresentato un vero e proprio exploit di vendite passando dall’8,1 al 12 per cento.

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Luci e ombre nel Piano Paesaggistico adottato dal Consiglio Regionale

Il presidente Cia Toscana, Luca Brunelli: «C’è riconoscimento del valore dell’agricoltura, ma non si perde il vizio di voler pianificare l’attività agricola sulla base di parametri estetici; serve invece un’agricoltura…

Il presidente Cia Toscana, Luca Brunelli: «C’è riconoscimento del valore dell’agricoltura, ma non si perde il vizio di voler pianificare l’attività agricola sulla base di parametri estetici; serve invece un’agricoltura dinamica e competitiva per valorizzare il paesaggio e combattere la rendita».

Luci e ombre. Ma sono necessarie modifiche, anche sostanziali. È questo il primo giudizio della Cia Toscana sul Piano Paesaggistico appena adottato dal Consiglio Regionale della Toscana. È senz’altro positiva – secondo la Cia – l’ispirazione generale del Piano, che mette al centro l’obiettivo dare uno stop al consumo di suolo agricolo. Ma nei diversi elaborati che compongono il documento – sottolinea la Cia Toscana -, e soprattutto nelle 20 schede di ambito territoriale, prevale la tendenza a voler condizionare lo sviluppo agricolo ed alla non realistica conservazione di un’agricoltura del passato, che corrisponde ormai a modelli astratti e non più riproducibili.

«Se si sostiene di voler puntare sull’agricoltura come valore essenziale per il paesaggio – afferma Luca Brunelli, presidente Cia Toscana – non si può poi pretendere di pianificare i paesaggi agrari secondo criteri estetici, che nulla hanno a che fare con l’economia e con le esigenze reali e quotidiane delle imprese. In molte schede si arriva al paradosso di proporre uno stop a nuovi impianti di vigneto, mentre l’Unesco, ad esempio, ha appena riconosciuto i vigneti delle Langhe piemontesi come patrimonio dell’umanità. Nella piana di Pistoia e Prato – prosegue Brunelli – sembra che il principale pericolo per l’ambiente ed il paesaggio sia il vivaismo. Peccato che la Regione Toscana abbia da poco approvato una Legge regionale sul vivaismo per rilanciare proprio il settore, che è linfa vitale per il tessuto socio-economico di quel territorio. Più in generale – prosegue – tutte le schede indicano come obiettivo di qualità il mantenimento di una generica “agricoltura tradizionale” e dei “paesaggi storici”, proponendo di fatto un ingessamento dell’agricoltura. Il paesaggio rurale – conclude Brunelli – è stato costruito e trasformato dagli agricoltori sulla base delle esigenze economiche e produttive. Solo un’agricoltura dinamica, produttiva e competitiva, in grado di produrre beni, servizi e, soprattutto reddito per chi ci vive e ci lavora, può garantire la tutela del paesaggio. Non dimentichiamolo mai».

La Cia Toscana ricorda come lo stesso codice del paesaggio, all’Art. 149, escluda le attività agro-silvo-pastorali dalla disciplina paesaggistica. Per questo la Cia ha già chiesto modifiche al testo adottato dalla Regione, per riportare la disciplina di Piano nei limiti definiti dal Codice del Paesaggio. Nei prossimi giorni la Cia presenterà un ampio dossier nel quale verranno analizzate nel dettaglio le schede di ambito territoriale ed avanzate proposte di modifica finalizzate alla piena valorizzazione dell’agricoltura nel Piano paesaggistico.

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La percezione del mondo esterno, dal corpo al territorio

È il momento di riprendere in mano la parte di questa rubrica dedicata all’antropologia, all’uomo e al territorio, che da tanti mesi aspettavo con ansia di continuare. L’argomento che ho…

È il momento di riprendere in mano la parte di questa rubrica dedicata all’antropologia, all’uomo e al territorio, che da tanti mesi aspettavo con ansia di continuare. L’argomento che ho scelto per annunciare il mio trionfale ritorno rappresenta un po’ una riflessione sul modo che possiedono le persone di percepirsi rispetto a se stessi, agli altri, e al mondo che li circonda.

Il corpo, di per sé, è il veicolo attraverso il quale si interpreta la realtà. Ognuno di noi vive determinate sensazioni, situazioni, emozioni in un modo tutto personale, e spesso in forme veicolate che dipendono da dove nasciamo, dal luogo in cui viviamo e dagli impulsi esterni che assorbiamo da tutto ciò che entra in contatto con la nostra sfera quotidiana.

Spesso i comportamenti corporei, i movimenti e i gesti sono simbolo di ciò che siamo: «Stare al mondo abitandolo con il proprio corpo e abituandosi ad esso», come afferma Giovanni Pizza in Antropologia Medica. Saperi, pratiche e politiche del corpo (2005).

Non ci soffermiamo quasi a mai a sentire il nostro corpo, pensando che, alla fine, la rappresentazione che abbiamo di noi stessi non sia importante, e non serva a nulla nella creazione di un futuro, di un lavoro, di una relazione affettiva. La consapevolezza di se stessi, al contrario, è fondamentale per una buona riuscita nella vita. La comprensione che si ha del corpo determina il rapporto che l’individuo possiede con la realtà.

La percezione individuale del territorio, per esempio, pur variando da persona a persona, mostra tutta una serie di comunanze tra individui che vivono nello stesso luogo, che permettono di rendere partecipi dello stesso legame persone provenienti da società completamente diverse tra loro.

Mi è capitato, qualche anno fa, di compiere una ricerca per l’Associazione Italia Nostra Onlus, un’organizzazione che si occupa della preservazione del territorio e dell’ambiente a livello nazionale. Il mio lavoro di campo è consistito nella raccolta di numerose interviste tra cittadini italiani e stranieri all’interno di un determinato quartiere di Roma. L’argomento della ricerca riguardava la percezione che ognuno degli intervistati possedeva rispetto a quel dato territorio, attraverso il riconoscimento di luoghi definiti che venissero considerati particolarmente caratteristici di quel quartiere. Non solo monumenti o chiese, ma anche il bar dove si riunivano solitamente gli abitanti della zona, il parco dove di solito si lasciavano giocare i bambini dopo la scuola, e così via. Il quartiere poteva essere quello di nascita, ma anche il luogo che per molti rappresentava il posto dove lavoravano, o il punto di arrivo di un viaggio a volte interminabile, come nel caso degli immigrati che si erano stanziati in quell’area.

L’analisi delle interviste mi ha permesso di vedere come il riconoscimento di luoghi identitari non vedeva la differenza culturale. Sia che una persona fosse italiana, nata lì o solo residente da qualche anno, o straniera, o di passaggio, la percezione riguardava il riconoscimento degli stessi luoghi e delle stesse emozioni vissute in quel quartiere.

Davvero interessante, a mio parere, vedere quanto esista una dimensione di rappresentazione individuale di tanti corpi diversi tra loro, che trovano spazio comune nell’appropriazione di un dato territorio, a cui ci si lega affettivamente, culturalmente ed emotivamente.

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#paesaggioedu, un tweet per la Settimana Unesco dedicata allo sviluppo sostenibile

Raccontare attraverso un tweet il paesaggio, per conservarlo, per conoscerlo, o per migliorarlo. È questa la proposta che parte dall’Università di Siena, in occasione della settimana Unesco per l’educazione allo…

Raccontare attraverso un tweet il paesaggio, per conservarlo, per conoscerlo, o per migliorarlo. È questa la proposta che parte dall’Università di Siena, in occasione della settimana Unesco per l’educazione allo sviluppo sostenibile, dal 18 al 24 novembre, per sensibilizzare tutti i cittadini attraverso una vasta operazione di comunicazione e condivisione in rete.

Scrivendo #paesaggioedu o @Landscape_Edu tutti coloro che si troveranno sulle reti italiane parteciperanno alla prima mobilitazione social che mira a tutelare il più grande patrimonio, che è l’ambiente in cui viviamo. Gli esperti del Ladest (Laboratorio di analisi economico, sociale e territoriale dell’Ateneo senese), guidati dalla professoressa Cristina Capineri, geografa, grazie a uno speciale software saranno in grado di filtrare tutti i messaggi provenienti dal territorio nazionale. I due tweet che saranno stati giudicati migliori tra tutti quelli inviati saranno insigniti del premio “Miglior Amico del @Paesaggio 2013”.

Singoli cittadini e in particolare le scuole e gli studenti sono invitati a partecipare twittando interpretazioni, citazioni, opinioni personali, suggerimenti, link, foto, letture e altro ancora in tema di paesaggio. Coloro che parteciperanno potranno contribuire seguendo #paesaggioedu o @Landscape_Edu.

“È un primo esperimento a livello nazionale che parte da un territorio che ha saputo trasformare la tutela in una delle risorse del proprio sviluppo futuro e per questo ci preme molto il coinvolgimento delle scuole”, ha spiegato la professoressa Capineri, ideatrice e responsabile scientifica del progetto insieme al professor Bruno Vecchio. “Attraverso questa proposta che rivolgiamo a tutti, grazie a un mezzo così immediato, ormai molto diffuso vogliamo offrire l’opportunità di intervenire su un tema molto delicato quale è quello della conservazione del paesaggio e dell’ambiente. Riteniamo inoltre che vi sia un interessante potenziale educativo di Twitter ed è importante farlo comprendere ai più giovani, facendoli partecipare con motivazioni così importanti come l’educazione al paesaggio”.

L’iniziativa #paesaggioedu, che ha il patrocinio dell’Unesco, è promossa in collaborazione con il Museo del Paesaggio di Castelnuovo Berardenga e della Società di Studi Geografici di Firenze. Al termine dell’esperimento verrà prodotto un rapporto basato sulla analisi dei contenuti e della distribuzione geografica dei tweet ricevuti, che sarà reso disponibile online.

All’interno dell’Università di Siena, inoltre, è prevista una serie di iniziative dedicate alla settimana Unesco, dal titolo “Are U #Aware?”. L’evento sarà caratterizzato da incontri, seminari, proiezione di documentari, mostre fotografiche e laboratori interattivi all’insegna delle buone pratiche e dei comportamenti consapevoli, e coinvolgerà numerosi soggetti della comunità universitaria. L’organizzazione è curata dal network studentesco Greening USiena, allo scopo di avvicinare i giovani alle sfide ambientali e sociali del nostro tempo, mostrando al tempo stesso come istruzione universitaria, cultura e buone pratiche individuali siano aspetti imprescindibili per una formazione che possa fornire alle nuove generazioni gli strumenti atti ad influenzare in prima persona le politiche globali relative allo sviluppo sostenibile.

Per maggiori informazioni: settimana Unesco e Università di Siena

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La frazione di Castelmuzio

Prosegue il nostro viaggio alla scoperta dei luoghi più interessanti del territorio, che possono diventare meta di viaggio e di scoperta sia da parte dei turisti che dei residenti della…

Prosegue il nostro viaggio alla scoperta dei luoghi più interessanti del territorio, che possono diventare meta di viaggio e di scoperta sia da parte dei turisti che dei residenti della Valdichiana senese, a caccia dei ricordi del proprio passato. Il nostro territorio è ricco di splendidi paesaggi, borghi e opere d’arte che affondano le loro radici nella storia e che costituiscono un punto di riferimento stabile per il nostro futuro.

Castelmuzio alto

Tra i borghi medievali più suggestivi e interessanti che possiamo trovare all’interno dei comuni della Valdichiana senese c’è sicuramente Castelmuzio, una frazione del comune di Trequanda. Le origini del borgo risalgono addirittura all’epoca etrusca, come dimostra il ritrovamento dei resti di un tempio dedicato alla dea Iside nelle vicinanze dell’insediamento, oltre a tombe, urne cinerarie e iscrizioni etrusche. Per trovare delle tracce ufficiali di Castelmuzio, tuttavia, dobbiamo oltrepassare l’anno mille. In alcuni documenti del IX secolo della Badia Amiatina di San Salvatore viene chiamato come “Casale Mustia”, mentre dai suoi abitanti veniva considerato solamente come il “Castello”. In altri documenti risalenti al 1213, presenti nell’Archivio di Stato di Siena, viene nominato “Castel-Mozzo”.

In epoca medievale Castelmuzio era di proprietà dei Signori Cacciaconti della Scialenga, già signori di Montisi e proprietari della fattoria della Fratta a Sinalunga. Nel 1270 la proprietà del borgo passò all’Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena, il cui stemma è ancora presente in alcuni poderi dei dintorni; acquistato poi da Andrea Piccolomini nel 1470, il dominio senese si interruppe nel 1559 con la sconfitta della Repubblica di Siena e l’annessione al Granducato di Toscana dei Medici. Dopo l’Unità d’Italia il borgo di Castelmuzio entrò a far parte definitivamente del comune di Trequanda.

castelmuzio dentro

La frazione di Castelmuzio è stata eretta sul crinale di un colle di tufo, ai piedi del Monte Lecceto. La sua struttura ricalca il modello medievale del castello fortificato, circondato da mura e bastioni per facilitare la difesa degli abitanti. All’ingresso del paese è presente un monumento ai caduti e l’antica pietra sulla quale era solito riposare San Bernardino da Siena. All’interno del borgo sono presenti molti edifici storici degni d’interesse, come il Palazzo Fratini, che fu sede del giudice e a cui si deve probabilmente il nome della frazione, per via della sua torre mozza. Sulla piazza centrale si affaccia anche lo Spedale di San Giovanni Battista, che offriva alloggio e cibo a viandanti e orfani, oltre a provvedere alla dote delle ragazze senza patrimonio che volevano sposarsi. Degna di nota anche la Confraternita della Santissima Trinità e di San Bernardino, fondata nel 1450, dotata di una piccola farmacia e di un ospizio per i pellegrini che percorrevano la Via Francigena; l’oratorio e la chiesa dedicate al santo senese ospitano un Museo d’Arte Sacra ricco di pregevoli esemplari.

Oggi Castelmuzio è una frazione del comune di Trequanda, con meno di trecento abitanti. Situato nelle vicinanze di Petroio e Montisi, costituisce sicuramente una tappa suggestiva in una visita attraverso la Valdichiana, la Valdorcia e la Val d’Asso.

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