La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: antropologia

Identità meticce: un reportage senza maschere

Qual è un’espressione della bellezza, se non quando ci si riunisce per provare a migliorare il mondo? Mi appresto, qui, in questo luogo virtuale, a cercare di afferrare la bellezza…

Qual è un’espressione della bellezza, se non quando ci si riunisce per provare a migliorare il mondo?

Mi appresto, qui, in questo luogo virtuale, a cercare di afferrare la bellezza del 24 marzo, trascorso in quel luogo intimo e accogliente che è il Chiostro di San Francesco a Chiusi e dove, grazie a tanti protagonisti, si è cercato di migliorare il mondo. Almeno un po’.

Non so bene da dove cominciare per raccogliere la complessità e la varietà degli argomenti e delle attività protagonisti dell’evento Identità meticce: viaggi, crocevia, incontri, organizzata da GEC Gruppo Effetti Collaterali, con Biblioteca Comunale e Informagiovani Città di Chiusi e Chiusinvetrina CCN – Chiusi Scalo e con il patrocinio di Comune della Città di Chiusi e Centro Pari Opportunità Valdichiana: una giornata talmente ricca che spero di riuscire a raccogliere con la giustizia che merita.

Il programma completo merita una lettura approfondita: troverete maggiori dettagli sia sugli sponsor dell’evento che sugli ospiti dei quali io qui vi riporterò commenti e riflessioni. Considerata la ricchezza, e la lunghezza, ho deciso di lasciar parlare loro, i veri protagonisti dell’evento, limitandomi a qualche frase per facilitare la lettura. Alla fine, tuttavia, troverete un mio commento sulla giornata. Da antropologa, non riesco a resistere e a non dire la mia!

Durante l’incontro Arte in Movimento, sono intervenuti Matteo Casilli, Laura Fatini, Verdiana Festa e Nicole Romanelli, moderati da Tommaso Ghezzi.

Matteo Casilli, fotografo, ci parla delle sue impressioni a seguito della creazione della mostra Humans, in collaborazione con Intersos sul centro di accoglienza di Crotone.

Foto di Matteo Casilli

Mi ha chiamato Intersos perché gli piacevano i miei ritratti, volevano vedere il mio occhio su questa situazione; io che per la prima volta mi trovavo a raccontare una emozione simile, mi sono presentato, sono stato con loro, ho cercato di capire i problemi, le dinamiche. Sono entrato, così, senza fare foto all’inizio. La prima volta è stato molto toccante e mi ha commosso. Personalmente, è attraverso la fotografia poi che riesco a esprimere quello che penso e provo.

Quando fotografo qualsiasi persona, che sia Morricone o uno sconosciuto, cerco sempre, se posso, di conoscerlo, prenderci un caffè insieme, capire la sua storia: questo fa la grandissima differenza, visto che per me ciò che è più importante per un ritratto è conoscere la persona, chi è. Potevo fare foto molto più di impatto, ma io se uno sta male non lo vado a fotografare. E lì faceva veramente freddo, loro hanno fame, stanno male, sono bloccati lì senza documenti, gente laureata.

Foto di Matteo Casilli

Sono molto soddisfatto del risultato fotografico in termini tecnici, come ho avuto altre soddisfazioni in campo fotografico, ma in questo caso non me ne frega particolarmente perché sono più contento se serve a contribuire a giornate come questa, per far conoscere la situazione difficile che vivono questi ragazzi.

Laura Fatini ci racconta The Giufà Project ricordandoci che:

Attenti a fermare gli uomini. Si rischia di fermare anche le storie…

Foto di Andrea Micheletti

L’obiettivo di The Giufà Project è l’incontro tra diverse culture: due differenti culture riescono a parlarsi trovando un mezzo che le rispecchi entrambe; il personaggio di Giufà è questo mezzo. Lavorando con i migranti che hanno sofferto, ad esempio, non puoi chieder loro immediatamente ‘com’è stato il tuo viaggio’, ‘raccontami di te’, né è immediato l’approccio anche con gli altri che si sono avvicinati al progetto del ‘ok lavoriamo insieme’, ‘ok facciamo teatro insieme’, ‘parlami dei tuoi problemi’; bensì: ‘lavoriamo su qualcos’altro, su Giufà, in cui ci riconosciamo entrambi’. Le arti prendono in mano il dialogo e si fa quindi musica, teatro, danza insieme. Giufà è l’inizio. L’idea quindi è riscoprire delle radici comuni per favorire l’incontro, e questo mezzo funziona: dal 2014 ho trovato circa un centinaio di storie differenti su questo Giufà, di almeno 30 paesi differenti, ed è straordinario quando cominci a chieder a qualcuno ‘senti ma dalle tue parti c’è la storia di questo saggio folle, di uno un po’ sciocco?’, trovi risposte come ‘ah sì, mia nonna mi raccontava’: è straordinario.

Io lavoro in Italia con dei ragazzi migranti qui a Cetona. Un’enorme soddisfazione è vederli lavorare con i bambini, con gli stessi ragazzini che magari lo scorso anno avevano paura di loro e vederli collaborare, giocare, interagire senza problemi.

Una difficoltà è la iniziale diffidenza delle persone a cui proponi il progetto all’inizio, anche solo semplicemente per ospitarlo – anche se per fortuna alla fine sono riuscita a trovare sempre molto interesse. Iniziale diffidenza soprattutto dagli enti, dagli amministratori, dai politici, e un po’ dagli adulti (mentre i giovani non hanno assolutamente avuto nessun problema ad approcciarsi). Le persone che si propongono per attività del genere sono già sensibilizzate, anche se magari hanno i loro dubbi nei confronti dell’integrazione, però si aprono senza problemi.

Foto di Andrea Micheletti

Negli spettacoli che propongo su Giufà ci sono tante storie, piccole storie dove alla fine si propone il messaggio dell’integrazione: ‘siamo tutti uguali’; alla fine c’è una scena in cui si tirano fuori i giubbotti di salvataggio, ci sono i migranti e si parla dell’accoglienza, e viene fuori il tema principale: ‘attenti a fermare gli uomini, si rischia di fermare anche le loro storie’, perché fai vedere alle persone che quello che ci rende umani sono le storie, il fatto di narrarci, di raccontare; fai vedere che le storie sono tutte uguali, e che alla fine le storie parlano di persone in viaggio e di trasformazione, come quelle che ci hanno incantato da piccoli.

Link utili: The Giufà Project e The Complete Freedom of Truth

Verdiana Festa e Nicole Romanelli, che insieme a Pietro Gregorini e Michela Locati hanno ideato e portato avanti il progetto Solo in cartolina, ci raccontano le difficoltà e le soddisfazioni provate.

Foto di Andrea Micheletti

Il progetto è partito in modo spontaneo, non pianificato, e penso che questo sia stato un po’ il punto di forza. Abbiamo creato un gruppo dove oltre a noi, tanti altri che non si espongono su tematiche sociali, persone che solitamente non scendono in piazza perché magari non si occupano di queste cose, invece in questa campagna hanno detto la loro e hanno partecipato: hanno trovato un mezzo per poter esprimersi. I creativi che hanno partecipato, e anche dal pubblico, ci volevano aiutare in qualcosa, ci mandavano mail dicendo: ‘Possiamo darvi una mano? Come vi possiamo aiutare?’. Quindi interessati ci sono, esistono, sono più di quelli che noi perlomeno ci immaginavamo, e con tanti abbiamo iniziato collaborazioni, ci sentiamo, si continua, magari su altri lavori.

 Abbiamo ricevuto critiche sia ovviamente da un’opposizione che aveva un’opinione diversa dalla nostra, sia dal mondo della comunicazione, che magari aveva la nostra opinione ma per cui il nostro modo di comunicare non era corretto perché ironizzava troppo. Rispetto a come di solito si raccontano i migranti, la nostra voce è un po’ meno pesante e a volte anche sarcastica, però anche molto amara, tragicamente amara.

Io quello che posso dire è che siamo riusciti a spostare un po’ il target, nel senso che abbiamo parlato a chi volevamo parlare, ossia le persone della nostra età. Ci arrivavano le cartoline da ragazzi di 18, 19 anni! E i creativi hanno dato la direzione del progetto più che noi, che abbiamo dato loro l’input ‘metti nella cartolina un luogo di mare, saluti da, e rappresenta una scena che racconta quello che succede nei nostri mari’. Noi poi abbiamo filtrato. E ora che la campagna è finita però comunque ci cercano e ci mandano altre cartoline.

Ci siamo chiamati Creative Fighters (e anche poi nei giornali ci hanno iniziato a definire così), anche se questo nome ha destato il delirio, il nome fighters ‘ah perché è violenta’, perché noi per le idee si combatte. Combattiamo con il nostro strumento: la creatività.

A metà campagna c’è stato un altro tweet di Salvini in cui diceva ‘ciao amici mandatemi le vostre cartoline’ e chiamava i suoi seguaci a inviarci delle contro-cartoline. E sono arrivate: immagini di stupri, qualcuna un po’ fascista. Erano un po’, ma neanche troppe in realtà. Lo sai, nel momento in cui decidi di fare una cosa simile, lo sai benissimo: a me personalmente sono arrivate anche email a lavoro, visto che ero il tramite con l’ufficio stampa e usciva più spesso il mio nome, solo per questione di divisione dei compiti, e quindi probabilmente ho fatto un pochino di più da parafulmine rispetto ad altri.

Noi ora stiamo facendo questo spin off sulle Alpi: con questa campagna ci siamo spostati sul racconto, sulla storia di questo Amir che attraversa le montagne, per la quale ci siamo dovuti documentare e raccogliere le storie – vere – e scrivere una storia. Amir rappresenta un po’ tutti i migranti che attraversano il confine: le cartoline sono le puntate della storia che racconta questa traversata. Quando questo fundraising finirà, dovremo capire cosa fare, come tenere questo network e magari attivarci per una campagna l’anno, non solo cartoline ma anche altre tematiche, per esempio il climate change.

Chiara Cardaioli ci racconta il momento dedicato alle letture e alle attività per bambini 0-6 e 7-11 anni.

Foto di Andrea Micheletti

Domenica pomeriggio con tante mamme che ci hanno prestato la loro voce, abbiamo provato a seminare parole e racconti in varie lingue: spagnolo, arabo, inglese, albanese, rumeno. Abbiamo creato, attraverso le storie universali della letteratura per l’infanzia, un momento vero di integrazione: è forse questo l’obiettivo più alto di una Biblioteca pubblica. È stata l’occasione per valorizzare la lingua madre, che è la lingua del cuore, del ricordo, ed è stato bello sentire l’emozione nella voce di alcune lettrici. L’iniziativa è stata coordinata dalla Biblioteca comunale di Chiusi, all’interno del programma nazionale Nati per Leggere.

GEC&BOOK: Identità meticce, presentazione libri moderata da Caterina Guidi e con gli autori Giovanni Dozzini e Bruno Barba.

Foto di Andrea Micheletti

Caterina Guidi, ricercatrice alla European University Institute, ci parla dell’incontro e dei confini mentali, oltre che fisici.

L’incontro è essenzialmente la conoscenza dell’altro, incontrandoci ci riscontriamo un po’ simili in tutto, che siano desideri, aspirazioni, problematiche, e anche diseguaglianze. Penso che la reale diseguaglianza nel mondo moderno sia legata più a condizioni socioeconomiche che altro; che questo fatto venga poi manipolato e scientemente mascherato come un altro tipo di conflitto porta in sé la vera ragione stessa del conflitto. Se ci si accorgesse che, invece, si tratta di un problema di posizione socioeconomica, forse faremmo qualcosa di più: banalmente ci arrabbieremmo tutti insieme per migliorare questa condizione.

Nell’incontro con l’altro non c’è solo la somiglianza, ma anche la differenza. Sicuramente in occasioni come queste, per esempio, ci si riscopre quello che siamo, ossia uomini, donne e fondamentalmente esseri umani, in accordo con il tema della mostra fotografica Humans. Le etichette, siano esse appunto usate per definirci migranti, o per cittadinanza italiana, sono a volte comode: il diritto internazionale per sua stessa natura, per esempio, ha bisogno di esse per definire anche la protezione delle vulnerabilità. Allo stesso modo, l’economia pubblica ha bisogno di definire chi è vulnerabile per garantire maggiore protezione sociale. Purtroppo, a volte diventa la ragione stessa del pregiudizio e della mancanza di tensione nella conoscenza verso l’altro. A volte ci fermiamo alla sua stessa definizione, che è comoda, per riassumere la condizione dell’altro e per non conoscerlo davvero.

Ho lavorato in zone fuori dall’Unione Europea, come in Bosnia, e ho avuto modo di capire e apprezzare che cosa fosse la conoscenza reale dei problemi, toccarli con mano; ho cominciato davvero a capire l’importanza del mio passaporto e l’importanza di dover attraversare una frontiera: è totalmente aleatorio e qualcosa che non hai fatto niente per meritare. Ti è capitato di nascere da una parte del mondo rispetto ad un’altra. Spesso ho riflettuto su che cosa sia davvero il confine: lo puoi definire in modo positivo, ma può escludere allo stesso tempo, e in fondo lo stato nazione così come lo conosciamo è una creazione recente rispetto alla storia dell’umanità, solo tre secoli!

L’idea Europea è un po’ il superamento dei confini nazionali all’interno di un territorio comune, e la sua fragilità l’abbiamo vista quando qualcuno è venuto a bussare alle nostre porte e ha voluto far parte di questa terra, che io penso sia una terra di opportunità. 511 milioni di abitanti non dovrebbero spaventarsi di qualche milione di stranieri ma, anzi, essi stessi potrebbero essere i cittadini del domani di questa Unione Europea.

Penso veramente che l’approccio migliore sia di non raccontare più la migrazione con pietismo, – ovviamente senza per questo negare le tragedie del mediterraneo – garantendo prima di tutto condizioni dignitose di viaggio in sicurezza e raccontare la migrazione finalmente in un’ottica di storia dell’uomo. La mobilità è sempre esistita, e sempre esisterà. Nel bene e nel male nessuno fermerà la corsa al benessere di un altro individuo; bisognerebbe però pensarla in una prospettiva che non sia né di solidarietà né di carità, come spesso viene fatto, ma di cittadinanza, cioè nell’insieme dei doveri di cittadini e come parte di questa società europea. Io vedo questa come unica prospettiva per superare prima di tutto quello che è un confine mentale, e secondariamente quello che viene esercitato a suon di trattati dai governi nazionali.

Giovanni Dozzini, autore di E Baboucar guidava la fila – un romanzo, la storia di 4 protagonisti immaginari, ispirati però a ragazzi che l’autore conosce – ci parla di letteratura e politica.

La letteratura ha sempre un ruolo sociale e politico in senso ampio, perché incide sulle persone e sulle loro coscienze, sul modo di pensare, di sentire. Un romanzo come Babucar, per il tipo di storia che racconta, ha dei risvolti politici e sociali. Si parla di migranti, e parlare di migranti oggi ovviamente è un atto molto politico.

In particolare quello che io ho voluto fare è stato parlare di questo tema, che è enorme, in una maniera un po’ diversa rispetto a come si fa solitamente nella rappresentazione mediatica soprattutto, ma anche in letteratura. Perché negli ultimi anni alcuni libri, a livello narrativo, sono cominciati a uscire sulla questione migratoria, e la mia operazione è stata quella di proporre un racconto in presa diretta, cercando di non rivangare nel passato dei protagonisti: il viaggio, con la V maiuscola non lo racconto, bensì parlo di due giorni, di presente, cercando di raccontare il modo di porsi dei personaggi in un contesto completamente nuovo e pieno di possibilità ma anche di insidie. Il risvolto politico di questo romanzo sta nel tentativo di proporre una visione un po’ diversa di quelle persone che noi siamo abituati a considerare secondo categorie abbastanza approssimative e per luoghi comuni.

Anche se troppa poca gente legge libri rispetto a quanta ne servirebbe; anche se mi rendo conto che la gente, che viene alle presentazioni, che prende il libro in mano e lo legge, è già gente benevola nei confronti di questi ragazzi, comunque la letteratura può avere un ruolo. Quindi da un lato sento il limite della forma romanzo, dall’altro, soprattutto nel caso di Baboucar, credo che faccia pensare – d’altronde, io non voglio dare risposte, ma far ragionare la gente. Rispetto a questa grande questione dei migranti, anche chi ha un’attitudine più benevola a volte si rifà a dei cliché, per cui aderisce a uno schema un po’ pietistico: il migrante lo accogliamo, però a certe condizioni, nel senso che nel momento in cui lui non vuole più recitare la parte del ‘poveraccio’ fino in fondo cominciamo a stranirci. Il cellulare, l’ambizione di andare al mare, di fare una cosa tanto per farla: a volte anche una persona che accoglie questi ragazzi poi dice ‘eh però, non è che puoi lamentarti del vitto, non puoi pretendere anche di andare al mare, cioè vieni qua ti accolgo però, stai lì’. Leggendo questo romanzo si potrebbe un po’ cambiare il proprio punto di vista, incrinare qualche convinzione, anche legittima che una persona può avere. La letteratura deve far questo, far cambiare un po’ la prospettiva sulle cose, anche di un millimetro, perché poi uno ci ragioni, senza dare ricette o fornire risposte semplici.

Le rappresentazioni che noi abbiamo della realtà sono frutto dell’esperienza, quindi è normale da una parte affidarsi a quelle che ci vengono propinate in qualche modo, della quale ognuno fa la propria sintesi. Però, la narrativa rispetto, per esempio, all’informazione giornalistica, ha il privilegio di dare più tempo, di insistere sulle sfumature, e anche sulle contraddizioni. Quindi chi legge un libro può sfruttare questo privilegio, che ha lo scrittore ma ha anche il lettore; di conseguenza, la narrativa si fonda sulla complessità, la complessità è nemica degli stereotipi per cui, la narrativa credo che possa aiutare a scardinare un po’ la rappresentazione semplicistica della realtà e della società.

Bruno Barba, antropologo e autore di Meticcio, l’opportunità della differenza, ci regala spunti di riflessione importanti sul tema del meticciato culturale.

Prendiamo come punto di partenza il concetto di sincretismo religioso, che nasce da una reinterpretazione di due religioni che si incontrano e, a partire dalla loro unione, presentano poi un aspetto totalmente differente. Riferendomi al caso di uno dei miei campi di studio, la cultura brasiliana è tutta soggetta a questa dinamica, ovvero tutto è reinterpretazione: dalla musica alla gastronomia, e persino l’elemento biologico. C’è un salto logico forse un po’ ardito ma che in qualche modo spiega anche il fatto per il quale noi, tutti, siamo ibridi; tutte le culture sono ibride. La mistificazione della purezza, tanto dal punto di vista razziale, quanto del confine culturale, è qualcosa che si può definire ingenuo, sbagliato. Tutto è contaminato da sempre. Quindi, quando si parla di contenere confini, quando si tratta di difendere quella che qualcuno chiama addirittura la razza, si fa un’opera di disinformazione che può essere considerata o ingenua o malevola.

La migrazione, insieme alla percezione dell’alterità e all’ibridazione tanto biologica quanto culturale, è la costante più frequente nella storia dell’umanità. Da sempre gli uomini si muovono e si spostano, e questa è la ragione per cui non esistono le razze. Il fatto che le razze non esistono è dovuto al fatto che da sempre l’uomo ha scambiato geni, come anche dicono i genetisti, e come dice Barbujani tra gli altri. Queste riflessioni di fatto ci devono fare considerare l’immigrazione di oggi, soprattutto in Europa, come un fenomeno assolutamente normale, gestibilissimo – sarebbe stato, ed è ancora, gestibilissimo –, ma interessi vari fanno sì che la sua percezione sia appunto dell’ingovernabilità del fenomeno.

Io dico sempre che si perde di una cultura ciò che vale la pena perdere, magari attraverso strategie di resistenza, perché poi il destino meticcio non è un destino segnato, o tracciabile facilmente e di cui già oggi possiamo noi prefigurare i confini e gli effetti. È un processo che sicuramente avverrà come sta avvenendo e i cui effetti sono difficilmente calcolabili. Di sicuro, si tratta di effetti benefici nel lungo termine, perché le culture sopravvivono soltanto attraverso la contaminazioni. Quella cultura che si ritiene di poter proteggere, e alla quale si impone una protezione, è una cultura folclorizzata – le riserve indiane per intenderci –; mi rendo conto che possano esserci buone intenzioni alla base, ma non è così che si difendono le culture: sono gli uomini, che hanno la voglia e l’interesse a conoscere l’alterità. Un’altra mistificazione: la paura dell’altro nasce semplicemente dalla non conoscenza, o meglio, è legata all’ignoranza di che cosa l’altro è.

In questo momento, considerare ‘gli immigrati come risorse’ e prendere come paradigma i pochissimi casi in cui avvengono tragedie, diventano elementi discriminatori e critici, separanti, legati a un certo modo di pensare fortemente ideologicamente orientato. Pensando invece agli effetti macroscopici del fenomeno, è innegabile rendersi conto che le culture, gli uomini, la biologia, tutto ciò che ha a che vedere con il contatto, è favorito dal contatto stesso.

Sul ruolo e i doveri dell’antropologia oggi…

I doveri oggi sono intanto a rimediare a una percezione che l’antropologia storica ha contribuito a creare – non dimentichiamoci che le teorie evoluzioniste, il razzismo stesso, il differenzialismo, le enfasi date anche, magari con buone intenzioni, al multiculturalismo come sottolineatura della diversità, possono produrre una tendenza all’incomunicabilità. L’idea meticcia serve apposta a superare, a dare un’accelerata alla proposta multiculturalista, perché se il multiculturalismo accetta le diversità, le inserisce però in un ambiente, in una città, in un contenitore sperando in una pacifica convivenza. Il meticcio, questa convivenza la propone attraverso la capacità di ricreare stimoli culturali, e attraverso l’idea che i fatti e le usanze possano sempre essere migliorabili. L’uomo è tendenzialmente creativo, non passivo, e fruitore di quello che si chiama, appunto, cultura. Se qualcuno usa la cultura come alibi e come se fosse una cappa dalla quale gli uomini non possono né ribellarsi, né discutere, Jorge Amado ci ricorda invece che il razzismo si combatte a letto; il razzismo si combatte attraverso l’osservazione, la curiosità e il desiderio di conoscere l’altro e dell’altro scegliere ciò che ci fa bene.

Se in Europa la narrazione è legata alla tradizione, alla purezza, allo stesso tempo l’antropologia ci insegna che le tradizioni, la purezza, l’idea di razza, di confine, di Stato, sono tutte finzioni, creazioni contingenti e storiche che si possono, così come sono state proposte, riproporre, cancellare, modificare, modellizzare.

Conclusioni

Per concludere quella che si è rivelata una raccolta di riflessioni ricchissima, nonché un momento di dialogo fondamentale, cercherò di essere breve, mantenendo però la speranza che si continui ad affrontare queste tematiche da un punto di vista critico e riflessivo molto a lungo e approfonditamente.

Difatti, quella che ritengo sia la vera ricchezza di eventi come quello che si è svolto a Chiusi il 24 marzo, è finalmente dire le cose come realmente sono, scevri da maschere ed illusioni. A mio parere, solo parlando chiaramente, e onestamente, saremo in grado di migliorarci e di crescere.

Credo che se da una parte Identità meticce abbia riunito e invitato al dialogo i fautori di tanti progetti, uno più bello dell’altro, e attività stimolanti – citiamo nuovamente la mostra Humans, The Giufà Project, il progetto Solo in Cartolina, l’arte in live del collettivo Becoming X – Art+Sound Collective, le letture per i bambini a cura di Biblioteca Comunale e Informagiovani Città di Chiusi, con gli operatori di Nati per Leggere Siena, il tutto condito dall’aperitivo con i vini dell’ Azienda Agricola Nenci –, e che quindi abbia mostrato come esista un’Italia attiva e viva nei confronti dell’integrazione, dall’altro abbia sollevato due idee importanti, in particolare.

Sarò brevissima, perché breve deve essere, secondo me, il tempo in cui tutti noi possiamo renderci conto del poco che serve per iniziare a migliorare la situazione attuale.

Una realizzazione chiara, e semplice, che:

La mobilità è parte della storia dell’uomo da sempre.

La migrazione non deve essere vista con pietismo, ma come la normale corsa al benessere di un altro individuo, cosa che facciamo tutti in un modo o nell’altro.

Senza confini mentali. Quelli che vengono creati per paura dell’altro, quando la paura è un sintomo della mistificazione di una società attuale che vuole imporci le sue regole ma che, fortunatamente, consciamente o inconsciamente, siamo in grado di resistere, e resistiamo.

Vediamo orizzonti dove voi ancora tracciate confini.

[Valentina, 28 anni]

 

 

Foto in copertina di Andrea Micheletti, opera di David Ferracci del collettivo Becoming X

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L’accoglienza dei migranti: come bambini in un asilo

Il tema dell’accoglienza dei migranti dovrebbe più correttamente riferirsi ai “richiedenti asilo”. Stiamo infatti parlando di persone che lasciano il paese d’origine e sono temporaneamente accolte in Italia o in…

Il tema dell’accoglienza dei migranti dovrebbe più correttamente riferirsi ai “richiedenti asilo”. Stiamo infatti parlando di persone che lasciano il paese d’origine e sono temporaneamente accolte in Italia o in Europa perché hanno fatto richiesta di un diritto internazionalmente riconosciuto e presente anche nella nostra Costituzione. Fintanto che il sistema giudiziario non valuta la correttezza delle loro richieste, essi sono definiti da uno status ambiguo che li lascia in un limbo che è quasi fuori dall’ordinamento sociale e giuridico; può durare per molti mesi, addirittura anni.

D’altronde, la stessa parola “asilo” rileva un’ambiguità di fondo in questo contesto, se consideriamo la sua etimologia. Dal greco Asylum, era riferito ai templi o ai luoghi sacri in cui i criminali erano temporaneamente protetti dal diritto di cattura: luoghi sicuri e fuori dalla legge, poiché si situavano sopra di essa. Da luogo sicuro per i colpevoli, nell’età classica, a luogo sicuro destinato ai bambini nell’età contemporanea: oggi l’asilo è il luogo in cui poter lasciare gli infanti mentre i genitori sono al lavoro, per accudirli e farli crescere, in quanto non sono ancora autosufficienti per vivere nella società e non hanno ancora pienamente acquisito lo status di persona.

Che siano riferiti all’accezione di criminali o bambini alla ricerca di un luogo sicuro, quindi, coloro che ricorrono al diritto d’asilo nell’ambito delle migrazioni internazionali hanno già, per definizione, uno status inferiore a quello della persona libera.

Per approfondire questi temi ho analizzato un caso di studio sul territorio in cui vivo: il centro di accoglienza di Montepulciano Stazione. Ho svolto interviste e ricerche, raccolto storie di vita e documentazioni nel corso dei primi mesi del 2017; da questa inchiesta è nato un lavoro molto più complesso e articolato, di cui vi propongo alcuni punti salienti.

I sistemi di accoglienza in Italia

L’eccellenza del sistema di accoglienza nel nostro Paese è rappresentata dalla rete SPRAR, ovvero il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Esso è costituito dalla rete degli enti locali, supportati dalle associazioni del terzo settore, che garantiscono interventi di accoglienza integrata. Lo SPRAR è un sistema che consente non soltanto la distribuzione di vitto e alloggio, ma anche i servizi di assistenza e orientamento, l’inserimento sociale ed economico, la mediazione culturale. Si tratta di un sistema che ha ricevuto numerosi attestati di merito e che è specificamente destinato ai richiedenti asilo e ai rifugiati.

Non tutti gli enti locali, tuttavia, hanno aderito alla rete SPRAR: ad oggi si contano soltanto circa 1200 comuni su un totale di circa 8000 comuni italiani. Alla fine del 2016 la situazione è quella ben descritta dall’approfondimento de “La Stampa”, con Comuni in sofferenza e altri neppure toccati dalla situazione.

Inoltre, l’ambigua condizione che continuano a vivere i migranti (sospesi tra richiedenti asilo, titolari di un qualche tipo di protezione internazionale, profughi o clandestini) ha impedito di fare chiarezza tra i centri di accoglienza primaria (per l’identificazione dei richiedenti asilo e la gestione delle prime fasi di arrivo) e quelli di accoglienza secondaria (per l’inserimento sociale e culturale di coloro che ne hanno diritto), finendo per mischiare le carte in tavola e smistando i migranti, sulla base della contingenza e dell’emergenza, tra le varie tipologie di strutture.

Non tutti gli enti locali hanno aderito alla rete SPRAR, ma gli sbarchi non si sono fermati. Per quanto non si possa parlare di “invasione” o di “emergenza sbarchi”, il numero degli arrivi è comunque superiore ai posti messi a disposizione da questa rete (nel 2016 circa 360mila sbarchi a fronte dei circa 26mila posti disponibili – attraverso le fonti di Open Migration). Lo Stato italiano ha quindi dovuto ricorrere ad altre tipologie di centri accoglienza quali il  Cpsa, il Cara, il Cie, e soprattutto i Cas, a partire dal 2014; misure alternative che permettessero comunque di distribuire la presenza dei migranti nei territori, anche in quelli periferici, diminuendo la loro incidenza nelle grandi città e nelle periferie.

Sono soprattutto i centri Cas a costituire la parte più ambigua del sistema: essi non hanno bisogno del rapporto diretto con l’ente locale e al loro interno vengono smistati anche i richiedenti asilo che avrebbero diritto ai servizi più avanzati di inserimento. È bene chiarire che la criticità dei Cas non è soltanto relativa al mancato esercizio di un diritto, ma anche alla loro peggiore gestione, al loro costo più alto e alla loro efficienza più bassa. Nei Cas la rendicontazione dei costi è più difficile da ottenere e la trasparenza non è sempre garantita.

La riuscita dei Cas dipende dalla singola capacità degli operatori dei centri, e questo denota una mancanza di strutturazione del servizio: la buona accoglienza, con questo sistema, diventa l’eccezione e non la norma. A questo proposito, la campagna “InCAStrati” mira a mettere in luce le storture e l’ambiguità del sistema di accoglienza in cui stiamo vivendo: ci troviamo infatti di fronte a una cipolla a più strati, un sistema di accoglienza che dal 2014 ad oggi non è cambiato, e in cui la situazione non fa che peggiorare.

I migranti di Montepulciano Stazione

In questo contesto si inserisce il centro di accoglienza di Montepulciano Stazione, che ha cominciato le sue attività a Dicembre 2016. Si tratta di un Cas gestito da un imprenditore di Chianciano Terme, Massimo Fiorini, all’interno di una struttura alberghiera, con il supporto di un’associazione del terzo settore di riferimento, ovvero la Croce Rossa locale.

Il centro gestisce 26 migranti provenienti da Ghana, Nigeria, Somalia, Costa d’Avorio, Mali, Bangladesh e Pakistan, suddivisi in 24 adulti e 2 bambini. Per loro stessa ammissione, l’esperienza si sta rivelando buona: durante le mie interviste ho raccolto commenti positivi e nessuna lamentela.

La struttura di accoglienza funziona sulla base di precisi orari: la colazione alle ore 7:30 di mattina, il pranzo alle ore 12:00, la cena alle ore 18:00. Tale orario costituisce anche la chiusura serale del centro: se qualcuno degli ospiti dovesse rientrare nella struttura dopo l’orario stabilito, i gestori sono tenuti a comunicarlo alla Prefettura per eventuali provvedimenti disciplinari.

Il regolamento del centro di accoglienza cita anche i casi di allontanamento: l’uscita dei migranti è consentita limitatamente alle ore diurne. Chi vuole allontanarsi per più tempo, per motivi personali o per attività connesse alle domande di asilo, deve effettuare una richiesta preventiva alla prefettura per ottenere un permesso temporaneo.

In cambio dell’erogazione dei servizi del centro, i migranti ospitati a Montepulciano Stazione si impegnano a firmare quotidianamente il registro delle presenze, frequentare i corsi di lingua italiana, partecipare alle pulizie degli spazi privati e comuni. Alcuni vorrebbero lavorare, ma finché non hanno una richiesta provvisoria di permesso di soggiorno, non posso essere iscritti all’ufficio di collocamento. Tre di loro hanno fatto richiesta per frequentare il corso e diventare volontari della Croce Rossa di Montepulciano Stazione.

I richiedenti asilo imparano la lingua italiana

Non-persone, bambini e migranti

Il caso di Montepulciano Stazione mi permette di affrontare alcuni aspetti complessivi del sistema di gestione. Il fulcro della questione è già nella definizione linguistica: la parola asilo rappresenta pienamente tutta l’ambiguità di fondo del contesto in cui vivono i migranti nei centri di accoglienza. L’asilo è il luogo sicuro in cui i criminali si rifugiano, il luogo sacro situato sopra la legge; ma è anche il luogo sicuro in cui i genitori lasciano i figli mentre vanno al lavoro.

Gli infanti nell’asilo non sono ancora sufficientemente maturi: non sono ancora diventate persone. In maniera simile, i criminali posti fuori dalla legge, nel sacro territorio dell’asilo, non possono essere catturati e quindi neppure difesi: sono temporaneamente fuori dalla legalità, dal sistema dei diritti e dei doveri che accomuna tutte le persone che hanno acquisito lo status di cittadino.

Anche un criminale, che ha un’accezione negativa, è diventato perlomeno una persona, rispetto a chi rimane fuori da questo sistema. Finché rimane dentro all’asilo, è una non-persona, che non può neppure accedere al sistema giudiziario. Al pari dell’infante, però, l’asilo è una condizione temporanea: prima o poi il bambino crescerà, e potrà diventare una persona a tutti gli effetti.

Anche i richiedenti asilo si trovano in una situazione temporanea di non-persone. Sono in attesa di valutazione da parte di una commissione competente, e fintanto che questa condizione perdura, sono accolti nel loro asilo, un luogo sicuro e separato dalla cittadinanza. Dentro all’asilo non si è ancora persone: in cambio della sicurezza, si perdono autonomia o libertà ( o non si acquistano mai, finché non se ne esce). D’altronde, lo stesso sistema di accoglienza della rete Sprar ha come obiettivo la “(ri)conquista dell’autonomia” da parte dei richiedenti asilo e quindi dello status di persona libera: segno evidente che i migranti che si trovano al loro interno non hanno ancora un’autonomia e si trovano in una posizione ambigua e indefinita.

In uno Stato come quello italiano, in una civiltà come quella occidentale, in cui lo status di persona è riconosciuto a ogni individuo, i richiedenti asilo sembrano provocare un paradosso. Non sono delle persone, ma devono ancora diventarlo, come se fossero degli eterni bambini.

Questo tema era già stato al centro del mio precedente lavoro sui migranti di Torrita di Siena. Alla fine di tale ricerca avevo teorizzato la figura del migrante come quella del figlio adottivo, che attraverso il sistema di gestione dell’accoglienza riceve vitto, alloggio, vestiti e paghetta mensile. In cambio di questi servizi, forniti dal loro genitore adottivo rappresentato dal centro di accoglienza, sacrifica la sua dignità di persona e il pieno godimento dei diritti individuali.

La situazione nel centro di accoglienza di Montepulciano Stazione è simile: anzi, il regolamento predisposto dalla Croce Rossa in accordo con la Prefettura di Siena permette di fare un ulteriore passo avanti nella riflessione. Il regolamento chiede il rispetto di una serie di impegni e di divieti, oltre a dare delle indicazioni generali sui servizi offerti e sul modello di comportamento; in caso di ripetute infrazioni o grave violazione dello stesso, è previsto l’allontanamento della struttura o addirittura la revoca del diritto all’accoglienza.

La tabella dei divieti imposti agli ospiti è molto interessante, perché mischia norme di carattere legale a considerazioni di carattere morale; mischia indicazioni di “buona educazione” a condizioni d’uso della struttura alberghiera. Vi sono comprese norme già sancite dal diritto pubblico, e che non avrebbero bisogno di essere specificate, perché sono già vietate per legge (usare violenza contro altre persone, usare droghe, danneggiare la proprietà privata); vi sono limitazioni più strette rispetto a quelle che le persone, facenti parte della comunità dei cittadini, devono rispettare (usare alcolici, ospitare amici e parenti). E poi, accanto a quelle che potremmo considerare come delle norme di salvaguardia della struttura alberghiera ospitante, ci sono le indicazioni di buona educazione (rovistare nei cassonetti della spazzatura) che sembrano essere indirizzate più alla percezione esterna che la cittadinanza potrebbe avere degli ospiti, che a una reale necessità di gestione del centro.

Queste non sono norme necessarie alla corretta gestione di un centro d’accoglienza per richiedenti asilo: sono le norme di un collegio. Gli ospiti all’interno della struttura sono considerati al pari di eterni bambini, rinchiusi in un collegio con regolamenti più stringenti rispetto a quelli a cui ha diritto la società di persone. E a cui loro non hanno ancora diritto, in quanto non-persone.

La condizione di eterni bambini è il risultato dell’infantilizzazione che costringe i richiedenti asilo in un limbo che tra rinvii burocratici e appelli giudiziari può durare anni; in questa condizione temporanea essi sono costretti a vivere nel collegio dei centri di accoglienza, in attesa che venga loro riconosciuto lo status di persona, nel luogo sicuro e fuori dalla legge costituito dal loro asilo.

Ma le persone continueranno a migrare e a cercare di migliorare la propria condizione; prima o poi i bambini diventeranno adulti, e non potremo chiuderle in luoghi sicuri per tutta la vita.

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Il paesaggio culturale tra mezzadria e agricoltura

Quando dobbiamo promuovere il nostro territorio ai turisti, e quando gli ospiti parlano in maniera incantata dei luoghi che hanno visitato in Valdichiana e in Valdorcia, uno dei commenti che…

Quando dobbiamo promuovere il nostro territorio ai turisti, e quando gli ospiti parlano in maniera incantata dei luoghi che hanno visitato in Valdichiana e in Valdorcia, uno dei commenti che più spesso ci capita di sentire è: “che bel paesaggio!”. Indubbiamente questi luoghi, e in più in generale la Toscana, sono famosi a livello internazionale per la bellezza dei paesaggi e per il particolare rapporto che si è instaurato tra l’ambiente naturale e l’opera degli uomini che l’hanno abitato per secoli. Un rapporto certificato dalla denominazione di “Paesaggio culturale patrimonio mondiale” che la Valdorcia ha ricevuto dall’Unesco nel 2004. Ma qual’è il significato del paesaggio culturale, e qual’è il rapporto che esiste con la storia della mezzadria e la civiltà contadina che ha contraddistinto per secoli questi territori?

Vitaleta, cartolina della Valdorcia

Vitaleta, cartolina della Valdorcia

Paesaggio Culturale

Il paesaggio, secondo le definizioni più comuni, può essere spiegato come la “porzione di territorio considerata dal punto di vista prospettico o descrittivo, con senso eventualmente affettivo, artistico ed estetico” e anche come “la particolare fisionomia di un territorio determinata dalle sue caratteristiche fisiche, antropiche, biologiche ed etniche, imprescindibile dall’osservatore e dal modo in cui viene percepito e vissuto”. Risulta già evidente come il paesaggio non possa essere separato dal suo osservatore: che si tratti di un paesaggio di campagna, di un paesaggio invernale o desertico, il paesaggio non va confuso con l’ambiente naturale, che esiste in maniera autonoma. Il paesaggio è tale perché osservato dall’uomo ed esiste in funzione di esso: per certi versi, ogni paesaggio è culturale.

Perché sostengo questa tesi? Perché si è soliti definire l’antropizzazione come l’intervento umano sull’ambiente naturale, con lo scopo di trasformarlo o adattarlo alle sue esigenze. Un paesaggio è un ambiente modificato dall’uomo, se non in maniera fisica, perlomeno come identificazione: anche un paesaggio incontaminato è tale perché percepito tale dall’osservatore, in opposizione a un ambiente totalmente antropizzato.

Per l’Unesco i paesaggi culturali sono frutto dell’opera combinata della natura e dell’intervento umano, in cui si riconosce una conciliazione tra natura e cultura. In realtà, ritengo che ogni paesaggio sia frutto di questa combinazione, e che la differenza nel caso citato sia l’attribuzione di un valore positivo alla particolarità della Valdorcia. Come recita la targa, infatti, quel paesaggio viene visto come un modello degli ideali del buon governo, come un’icona artistica ed estetica. Un paesaggio culturale, quindi, modificato dalla cultura degli abitanti di questo territorio e della loro particolare capacità di modificare l’ambiente naturale.

La cultura, intesa in senso antropologico, non si limita all’oggetto culturale (il libro, il manufatto archiviato nel museo) ma comprende il sistema di norme e valori condivise all’interno di un gruppo sociale. La cultura è l’insieme degli usi e dei costumi, delle tradizioni e delle conoscenze, che vengono apprese dall’individuo come membro di una comunità.

La cultura è stata spesso opposta alla natura: ciò che non è naturale è artificiale, è prodotto dall’uomo sulla base della sua cultura. Tuttavia, la cultura fa parte della natura umana, rappresenta la capacità dell’uomo di apprendere dall’ambiente che lo circonda e trasmettere le sue conoscenze, continuamente modificandole con l’ambiente, le altre culture e gli altri uomini. E per conoscere la nostra cultura, per comprendere il nostro paesaggio culturale, come possiamo prescindere dalla storia della mezzadria e della civiltà contadina che per secoli ha contribuito a plasmare questo paesaggio?

trebbiatura

La tecnologia aiuta la trebbiatura

La mezzadria e il paesaggio

La mezzadria era un contratto agrario di origine antica, che è stato il fondamento della civiltà contadina delle nostre campagne. Il contratto veniva stipulato tra un mezzadro, che rappresentava anche la sua famiglia, e il proprietario, che concedeva l’utilizzo dei terreni in cambio della divisione a metà dei prodotti e degli utili: il proprietario metteva il capitale, la famiglia mezzadrile metteva il lavoro. Il rapporto non era soltanto economico, ma anche sociale, perché la mezzadria era il fondamento della storia e della cultura di questi territori, grazie alle influenze che aveva nella vita familiare. Per approfondire, potete leggere le caratteristiche della famiglia contadina e della divisione all’epoca della mezzadria.

Quello che ci interessa, nel contesto del paesaggio, è la particolare modifica dell’ambiente agricolo operata da questo sistema nel corso dei secoli. Il proprietario terriero suddivideva i terreni in poderi, che venivano abitati e gestiti da famiglie mezzadrili: ma erano quest’ultime ad adattarsi alle dimensioni e alle caratteristiche del podere e della casa colonica, non il contrario. Le famiglie si adattavano al podere e se diventavano troppo grandi si dividevano. Il podere diventava anche il centro di aggregazione e di scambio sociale, un luogo d’incontro esemplificato dalla veglia, in cui le famiglie si spostavano a turno nelle rispettive case coloniche per ballare, raccontare storie, conoscersi e socializzare.

Il podere era l’unità di base della fattoria e contribuiva a formare il paesaggio nel corso dei secoli; con i suoi campi coltivati, la casa colonica e le stalle, è diventato l’elemento caratteristico del territorio rurale. Sono tipiche le case leopoldine in Toscana, nelle zone della bonifica e dei piani di sviluppo di Pietro Leopoldo di Lorena, costituite da un modello a padiglione con torretta centrale: i contadini abitavano ai piani superiori, mentre i piani inferiori erano dedicati alle stalle per il bestiame, alla cantina e al granaio.

Ciò che è importante sottolineare è che i mezzadri avevano bisogno di sfruttare ogni angolo del podere per la propria attività, poiché avevano diritto soltanto a metà della produzione. Gran parte del podere era dedicato alle coltivazioni da commerciare, quali il grano e la barbabietola da zucchero, ma era necessario pensare anche all’autosussistenza. Veniva dedicato uno spazio all’orto, per coltivare i prodotti per l’uso giornaliero della famiglia; c’erano le vigne e l’oliveto per produrre vino e olio, oltre all’aia e al pollaio con le galline e gli animali domestici, fino ai filari di frutta e ai bachi da seta ospitati nelle camere da letto.

I mezzadri hanno modificato i poderi sulla base delle proprie necessità, e hanno progressivamente adottato migliorie tecnologiche, d’accordo con i padroni, per aumentare la produzione. La mezzadria ha contribuito a modellare il paesaggio delle campagne, come oggi lo conosciamo, sulla base della propria cultura e delle proprie necessità di adattarsi all’ambiente.

castorodiga

Le dighe dei castori: cultura o natura?

Il paesaggio oggi: cultura o natura?

Con l’abbandono della mezzadria, le modifiche tecnologiche e le mutate condizioni del mercato agricolo internazionale, le campagne si sono prima svuotate e poi adattate al nuovo contesto. Nuove forme di economia si sono diffuse nelle campagne della Valdichiana e della Valdorcia, diventate luoghi turistici d’eccellenza e non più campagne affidate ai contadini; tra casolari abbandonati e ristrutturati, assistiamo a nuove forme di accoglienza, enogastronomia e recupero della ruralità. Anche in queste situazioni, l’uomo modifica il paesaggio sulla base delle mutate condizioni culturali e ambientali.

Si può quindi parlare di paesaggio culturale da preservare, da opporre ai paesaggi altamente antropizzati? Si può parlare di paesaggio rispettoso della natura, che si concilia con l’opera dell’uomo? Pensiamo per un attimo ai castori che costruiscono una diga e paragoniamoli con i contadini impegnati nella trebbiatura. In entrambi i casi, l’ambiente viene modificato per le rispettive necessità, utilizzando gli strumenti tecnologici a disposizione. Certo, la tecnologia dei contadini è maggiormente sviluppata, ma anche la diga dei castori, per certi versi, può essere considerata artificiale: la diga non si trova in natura, è opera dell’ingegno del castoro, come la trebbiatrice è opera dell’ingegno dell’uomo. Un paesaggio frutto dell’opera combinata di natura e intervento dei castori, quindi, sarebbe un paesaggio culturale degno di una targa Unesco? Si tratta ovviamente di una domanda provocatoria, ma che dimostra quanto il concetto di natura opposto a quello di cultura sia ormai sorpassato nell’antropologia moderna.

Le sfide per il futuro, per quanto riguarda il paesaggio dei nostri territori, sono complesse. Nessuno vorrebbe vedere la Valdorcia rasa al suolo e ricoperta d’asfalto, nessuno vorrebbe perdere l’identità culturale delle campagne e dei borghi della Valdichiana. D’altra parte, pensare soltanto a un paesaggio da cartolina come Vitaleta, con i cipressi perfettamente curati e pronti da fotografare per i viaggiatori, significa creare un paesaggio artificiale, a uso e consumo dell’estetica del turista, con poche attinenze alla cultura che l’ha prodotto. Considerare il paesaggio come un manufatto da preservare in un museo, intoccabile e immutabile al pari di un quadro, significa snaturarlo.

La sfida per il futuro sarà quella di trovare una via di mezzo tra il museo e il cemento, tra la cartolina e il cieco sviluppo. Sarà quella di preservare il paesaggio non in quanto tale, ma nella sua capacità di adattarsi ai cambiamenti, coniugando turismo e agricoltura, tradizione e modernità. Come sempre hanno fatto i mezzadri, vivendo e ricreando il paesaggio con la loro cultura.

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Burundi: il contesto antropologico

In redazione si è pensato di costruire un contesto che potesse fornire una cornice adeguata alla storia di Athanase Tuyikeze e al Burundi in generale. Trattandosi quest’ultimo di un paese dalle tradizioni…

In redazione si è pensato di costruire un contesto che potesse fornire una cornice adeguata alla storia di Athanase Tuyikeze e al Burundi in generale. Trattandosi quest’ultimo di un paese dalle tradizioni culturali ricche e affascinanti, non potevo che essere felice del compito affidatomi e buttarmi a capofitto nel leggere articoli, sfogliare libri e guardare filmati sul tema. In questa sede mi occuperò di darvi un assaggio del contesto antropologico burundiano, ossia dei gruppi sociali che ospita, delle religioni che accoglie e dei modi di comunicare propri dei suoi abitanti.

Innanzitutto, un po’ di informazioni di base. Situato quasi al centro dell’Africa, leggermente orientato a est, il Burundi è abbracciato dal Rwanda, dalla Tanzania e dalla Repubblica Democratica del Congo. Il governo è una Repubblica facente parte dell’African Union (AU), African Economic Community (AEC) and Common Market for Eastern and Southern African (COMESA).

MappaGEO

Entrando nello specifico del tema di questo articolo, iniziamo parlando della popolazione.

Poco più di 6 milioni di abitanti vivono in Burundi secondo le stime recenti. Tre gruppi sociali coabitano nel territorio (Hutu, Tutsi e Twa), con l’aggiunta di circa tremila europei e duemila asiatici che vivono per la maggior parte nella capitale, Bujumbura.

Mentre si dibatte sulla questione delle origini dei due gruppi sociali principali, Hutu e Tutsi – per mancanza di spazio non approfondirò questo aspetto – attualmente sono l’autodeterminazione e i documenti ufficiali (p.es. documento di identità) ad attestare con certezza l’appartenenza all’uno o all’altro gruppo: essi infatti condividono molti aspetti culturali, dalla lingua alla religione. Per quanto riguarda le relazioni sociali tra i due, invece, al posto della condivisione vengono reiterati atteggiamenti discriminatori reciproci; dagli strascichi dei passati conflitti avvenuti sul territorio, un costante mutamento di equilibro rende precari i rapporti, la cui storia e il cui conflitto saranno analizzati in articoli successivi.

In Burundi, in ogni caso, è fortemente marcata la differenza tra strati sociali della popolazione. Attraverso il modo di parlare, la postura e i movimenti del corpo di una persona si denota la sua appartenenza sociale.

#1 HUTU

La società Hutu rappresenta la fetta maggiore della popolazione del Burundi, con una percentuale dell’85 per cento, statistica rimasta costante negli ultimi anni. La maggior parte degli appartenenti a questo gruppo si occupa della terra e delle fattorie, trattandosi il bestiame considerato simbolicamente ed economicamente l’elemento principale dell’economia burundiana.

#2 TUTSI

Rispetto alla società Hutu, quella Tutsi rappresenta una minoranza, benché sia allo stesso tempo il gruppo che ha detenuto il potere in Burundi per molto tempo. Con una percentuale del 14 per cento della popolazione, ha annoverato tra i suoi membri la maggioranza dei re (mwami), durante il periodo storico della monarchia.

#3 TWA

Una minoranza della popolazioni presente sul territorio burundiano è rappresentata dai Twa, con una percentuale dell’1 per cento. Di origine pigmea, tradizionalmente sono associati alla caccia, ma sono legati anche alle attività della ceramica, della musica e dell’intrattenimento. Si tratta del gruppo sociale presente in Burundi che vive nelle condizioni più povere.

Un secondo aspetto del quale voglio parlarvi riguarda la religione e le concezioni tradizionali.

Le percentuali secondo le fonti più recenti sono così suddivise: 60% cristiani, 15% protestanti, 5% Islamici e 20% per coloro che possiedono concezioni indigene tradizionali. Non è raro, tuttavia, che queste ultime si mescolino e creino delle concezioni sincretiche con le altre religioni.

Oggi, quindi, sia i Tutsi che gli Hutu sono in predominanza cristiani, lasciando spazio a tutta una serie di concezioni tradizionali relative in particolar modo al culto degli antenati, largamente diffuso in molte parti dell’Africa. Sopra di essi si stanzia il Dio Imaana, entità suprema che garantisce ricchezza e fertilità. Gli spiriti degli antenati assumono il ruolo di messaggeri tra Imaana e il mondo umano; vengono chiamati abazima, capaci di recare cattiva sorte a chi non li rispetta, ragion per cui delle offerte vengono fatte per evitare tale prospettiva.

Prima dell’abolizione della monarchia nel 1966, il potere di Imaana era considerato condiviso dal re: egli esercitava la sua forza attraverso l’utilizzo di fuochi sacri, di rituali e dei tamburi reali.  Proprio questi ultimi erano considerati come i più potenti strumenti di potere. L’utilizzo delle percussioni (karyenda) è una parte fondamentale delle tradizioni del Burundi, utilizzate soprattutto per accompagnare le danze rituali.

Due eroi delle tradizioni Hutu e Tutsi hanno colpito particolarmente la mia attenzione.

#1 Gli Hutu raccontano la storia di Samadari, considerato un eroe locale, poiché considerato come colui che rompe le regole che tutti gli altri sono costretti a seguire. Ha la capacità di prendersi gioco dei ricchi e dei potenti, insultando allo stesso tempo i ricchi proprietari di bestiame. Samadari rappresenta quindi un esempio di rovesciamento dell’ordine costituito capace, attraverso la sfera del mito, di mantenere in equilibrio la società.

#2 I Tutsi raccontano invece la storia di Sebgugugu, al quale Dio regalò dei miracoli in modo che con la sua famiglia potesse avere cibo a volontà. Poiché l’eroe esigeva sempre maggiori risorse, alla fine perse tutto a causa della sua ingordigia.

Infine, ecco alcune informazioni riguardo alle lingue parlate in Burundi.

MappaLANG

Il Burundi fa parte dell’area dell’Africa appartenente alle lingue bantu; il sottogruppo di riferimento è quello delle lingue rwanda-rundi. Hutu, Tutsi e Twa parlano come prima lingua il Kirundi, lingua ufficiale del paese insieme al francese. In alcune parti viene parlato anche lo Swahili, mentre l’inglese viene insegnato in alcune scuole del paese.

Come in altre popolazioni africane, i proverbi assumono una grande importanza, regolando e scandendo i ritmi quotidiani della vita burundiana. Un esempio: «Umwanzi agucira akobo Imana igucira akanzu» [Mentre il tuo nemico sta scavando la fossa, Dio sta aprendo la via d’uscita].

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Un giro a Londra per parlare di multiculturalismo e intercultura

Vi è mai capitato di passeggiare per le vie di Londra? Sicuramente, almeno una volta nella vostra vita, è successo. Quando è capitato a me, in occasione del mio ultimo…

Vi è mai capitato di passeggiare per le vie di Londra? Sicuramente, almeno una volta nella vostra vita, è successo. Quando è capitato a me, in occasione del mio ultimo viaggio nella capitale britannica, mi sono trovata a riflettere sulle nozioni di multiculturalismo e intercultura. «Perché?», direte voi. Beh, se vi è capitato di passeggiare per le vie londinesi la risposta risulterà chiara. Per dirla in poche parole, è difficile trovarsi a camminare per strada circondati da inglesi e basta. Più facile sentir parlare svariate lingue da tutto il mondo, osservare diverse sfumature di colore di pelle, o diversi lineamenti del viso ed espressioni corporali.

Insomma, Londra è meravigliosamente multiculturale.

A seguito di questa asserzione piuttosto banale e di dominio comune, colgo quindi l’occasione per affrontare il discorso riguardo a questo tema.

Si utilizzano principalmente due termini per definire un contesto in cui più società convivono sullo stesso territorio; spesso, erroneamente, essi vengono confusi e associati come sinonimi: multiculturalismo e intercultura.

Nel momento in cui il termine multiculturalismo è entrato in vigore alla fine degli anni Ottanta, ha designato quel tipo di contesto nella quale società diverse convivevano tra loro. Tale accezione ha perdurato nel corso degli anni, ma il dibattito teorico e interdisciplinare su tale parola è arrivato in seguito alla constatazione che si trattasse di un concetto statico. Il multiculturalismo dava l’idea di un mondo dove culture diverse convivessero nello stesso luogo ma non si incontrassero mai.

Un concetto statico che poco ha a che fare con la realtà dei fatti, insomma. Dalle parole di Ugo Fabietti: «Il mondo infatti non è statico, fermo. Per quanto a noi possa rassicurare l’immagine di culture ben localizzate sul territorio (così come l’idea che coloro che ad esse appartengono possiedono delle identità localizzate), gli esseri umani si spostano, viaggiano, comunicano, confliggono, scambiano». Rimando a un precedente articolo nel quale avevo già parlato del cambiamento sociale.

L’esigenza di una nuova semantica divenne quindi impellente. Oggi, infatti, è preferibile riferirsi a un contesto di interculturalità. Intercultura, in effetti, rappresenta esattamente il dinamismo che caratterizza il nostro mondo. Oggi questo termine rappresenta l’idea che le società che convivono in uno stesso territorio si aprano le une alle altre, apprendano reciprocamente e si trovino in un contesto di incontro dinamico, interculturale appunto. Soprattutto in ambito pedagogico, dove sempre più si incontrano figli di diverse società, deve risultare pressante «l’invito a non considerare la cultura/le culture in modo statico, descrittivo e museografico», attraverso «un’attenzione verso le prospettive dell’antropologia culturale, e ad una sua rilettura in chiave pedagogica che stimola il confronto non più sulle culture dell’altrove pensate in modo esotico, ma sul ruolo dei soggetti quali creatori di significati culturali», come riportato da G. Benvenuto in La scuola diseguale. Dispersione ed equità nel sistema di istruzione e formazione.

La riflessione quindi che scaturisce dall’analisi semantica di questi due concetti riguarda principalmente la presa di coscienza, da parte di noi abitanti, di un mondo multiculturale che agisca a livello interculturale. Ossia di un mondo fatto di società diverse che convivono tra loro ma che non si chiudano in tanti pezzi separati tra loro, ma che interagiscano e siano fruitori di nuove interazioni dinamiche.

In conclusione, queste le parole illuminanti di Ugo Fabietti:

Un mondo in movimento è senz’altro più difficile da rappresentare di un mondo fermo […]. Un mondo fatto in questo modo è più difficile da rappresentare di un mondo in cui tante “culture”, tante “società”, tante “etnie” venivano comodamente localizzate nello spazio come le macchie colorate di un puzzle. Non è un mistero che l’antropologia e le scienze umane e sociali in genere, abbiano preferito offrire un’immagine dell’umanità “a scomparti”, dove ogni cultura corrisponde a una società e a un territorio ben delimitati. Ma oggi, in una situazione di delocalizzazione e di erranza sempre più accentuate, sono i nostri modi di rappresentare gli scenari che ci stanno di fronte a dover cambiare. E a dover cambiare sono anche i nostri modi di pensare quotidiani. Non si tratta di abbandonare le nostre certezze, i nostri radicamenti, le nostre identità. Si tratta solo di prenderle per quello che sono: delle realtà forti, potenti, di cui abbiamo certo bisogno per esistere; ma anche delle realtà costruite, stratificate, frutto di incontri con altre identità. “Costruzione dell’identità in contesti plurali” significa anche questo: essere disposti ad accettare l’idea della propria identità come “costruzione” per potersi incontrare con gli altri.

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L’economia del dono ai tempi delle contrade

Un ringraziamento non è sufficiente, quando si riceve un dono. Perché il dono sfugge alle regole dello scambio commerciale ed entra nel legame sociale e affettivo, il suo valore non…

Un ringraziamento non è sufficiente, quando si riceve un dono. Perché il dono sfugge alle regole dello scambio commerciale ed entra nel legame sociale e affettivo, il suo valore non può essere misurato con la moneta, poiché è un valore culturale. Quando ci viene donato qualcosa, abbiamo l’obbligo di accettare il dono (la cortese reticenza iniziale non deve essere esagerata, rifiutare un dono è un’offesa!) e abbiamo l’obbligo di ricambiare. Sfuggire alle regole e alle consuetudini dello scambio dei doni ha il significato di abbandonare il legame sociale che si vorrebbe invece celebrare. In maniera simile ai fidanzati che reclamano la restituzioni dei rispettivi regali al momento della rottura.

MdcValdichianaLa dinamica sociale del dono è uno dei temi portanti dell’antropologia economica e vanta una bibliografia e una storia molto lunga. Quel che mi preme sottolineare in questa sede, tuttavia, è la sua differenza dallo scambio economico tradizionale, di tipo commerciale. Quello scambio in cui beni e servizi vengono offerti e acquistati in un mercato in cui entrambi i contraenti devono rimanere liberamente soddisfatti e in cui il rapporto termina al momento della transazione. Acquisto una merce, la pago, e non ho bisogno di intrattenere più alcun rapporto con il venditore: sono libero. Usufruisco di un servizio, pago il professionista, e il rapporto è concluso: sono libero.

Il dono celebra la perdita di questa libertà e il rafforzamento del legame sociale. Il dono celebra uno scambio sociale che è più forte di quello commerciale, perché non ci libera. Noi vogliamo donare, vogliamo ricevere doni, vogliamo ricambiare. Una sorta di indebitamento crescente e continuo a cui aderiamo volontariamente, perché attribuiamo al legame sociale e affettivo un valore economico e culturale che è superiore a quello commerciale.

Questo articolo è un piccolo pensiero, un piccolo modo di ricambiare il dono ricevuto dal Magistrato delle Contrade del Bravìo delle Botti di Montepulciano. La pergamena di ringraziamento che abbiamo ricevuto al Teatro Poliziano era a sua volta un modo per celebrare il legame e per ricambiare il lavoro svolto dalla redazione del nostro giornale nell’occasione del quarantennale della manifestazione: un legame che non poteva esaurirsi in uno scambio commerciale.

Un semplice ringraziamento non sarebbe stato sufficiente, da parte nostra: questo articolo rappresenta invece la nostra gratitudine, nel senso di “Sentimento e disposizione d’animo che comporta affetto verso chi ci ha fatto del bene, ricordo del beneficio ricevuto e desiderio di poterlo ricambiare”. Donare, ricevere, ricambiare. La nostra gratitudine è anche il nostro apprezzamento per il lavoro svolto dal Magistrato delle Contrade e tutti coloro che hanno donato il loro tempo e la loro fatica alla buona riuscita del Bravìo 2014, con la speranza che la manifestazione possa crescere ulteriormente.

La nostra gratitudine, quindi, non è il cortese ringraziamento per uno scambio economico che ci rende liberi: è il sincero rafforzamento di un legame sociale e affettivo, la speranza per la crescita di un rapporto che è destinato a durare nel tempo. Donare, ricevere, ricambiare.

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Plan 9 From Cyberspace – la dipendenza da relazioni online

L’uso di Internet è oramai consolidato nelle nostre vite – e ha portato senza dubbio a molti vantaggi e comodità nelle nostre prassi quotidiane. A partire dallo facilitare parte della…

L’uso di Internet è oramai consolidato nelle nostre vite – e ha portato senza dubbio a molti vantaggi e comodità nelle nostre prassi quotidiane. A partire dallo facilitare parte della burocrazia, alcune operazioni di acquisto e anche a partire dall’ampliare l’offerta di beni di ogni genere. Negarlo sarebbe poco onesto – Internet ha aiutato la maggior parte di noi e ci ha portato numerosi benefici. Anche da un punto di vista relazionale, ha facilitato dei legami a distanza, ha permesso a molti di noi di andare oltre certe cerchie locali, conoscendo nuova gente nell’etere (a patto però che certi legami si consolidino, diventando anche rapporti face-to-face, distanze permettendo).

C’è però da considerare anche un filone di svantaggi e di disagi che Internet ha portato, da un punto di vista relazionale. È corretto pensare che un uso smodato di Internet abbia portato a dei disagi nella psiche delle persone? O meglio, che un abuso del genere abbia esasperato certi disagi psicologici, o anche psichiatrici, portandoli direttamente in Rete? Negli ultimi anni, un filone della psicologia e della psichiatria, così come della sociologia, si è concentrato molto sui processi digitali, e su come questi sono stati in grado sia di degradare una vita tutto sommato stabile degli utenti, sia come questi abbiano peggiorato la situazione di una persona con dei disturbi pregressi.

Possiamo considerare i cosiddetti Internet Disease (Disagi causati da Internet) delle vere e proprie sindromi strutturate? Disagi che necessitano di cure mediche, se necessario? Si può dire di sì, perché vanno a confluire in alcuni disturbi psichiatrici già identificati, di natura ossessivo-compulsiva, di natura bipolare e via discorrendo.

Quest’editoriale è basato su alcune osservazioni avvenute in queste anni in Rete – osservazioni non solo derivate da Facebook – il social network più utilizzato dagli italiani – ma anche, in tempi meno recenti, dall’ora dimenticato MySpace, dove erano stati riscontrati i primi casi di individui che hanno poi manifestato disagi causati da Internet. Pur non essendo psichiatra, ma avendo studiato basi di Psicologia della Comunicazione, Sociologia, Antropologia e come questi si rapportano al mondo digitale, con gli anni è stato più facile notare individui dai comportamenti problematici in Rete.

Partendo dallo PIU Problematic Internet Use (Uso Problematico di Internet) – si scoprono molte declinazioni di quest’abuso che diventa dipendenza: vi sono dipendenze da gioco d’azzardo online, acquisti compulsivi online, dipendenza da pornografia online, dipendenza da social network orientati a un preponderante egocentrismo fatto di selfie, monologhi, un parlare e un uso di chat continuo. Sono tutte dipendenze che scattano nel momento in cui c’è una forte eccitazione positiva: si provi a pensare quando ci si riesce ad aggiudicare un’asta online, quando si vince una mano di poker online, quando si ricevono complimenti positivi per il fiume di foto quotidiane (dove si è sempre presenti, di rado sono foto ambientali) postate nel proprio profilo. Un’altra dipendenza pericolosa, perché non solo dannosa per chi ne soffre, ma per chi viene coinvolto per un lasso di tempo significativo, è la dipendenza da relazioni online.

Si ribadisce che sentire i propri amici online, laddove poi ci sia una relazione face-to-face, non è per nulla dannoso, così come non c’è niente di male nel conoscere della gente tramite un forum o una chat, sempre purché ci sia poi un riscontro nella vita offline. Ma ci sono persone che, con i loro disturbi e la loro “valvola di sfogo” su Internet, intrappolano persone normali in relazioni online dannose, che possono avere conseguenze a volte irreversibili sulla psiche dei malcapitati. E molto spesso, queste relazioni malate non escono dalla Rete.

Parliamo quindi di un disturbo che si basa su una dipendenza. Solitamente queste persone riescono anche a essere molto popolari su Internet, ma come fanno? Perché attirano l’attenzione per la quantità di foto, l’apparente vivacità della loro vita – che a ben vedere, in realtà non così vivace, per la loro loquacità online e… Per la loro perenne presenza online, a qualsiasi ora. Ci si sente automaticamente invogliati ad aggiungere queste persone nella propria cerchia di conoscenze. E la trappola scatta subito, perché di relazione vera e propria non si parlerà mai, per quanto la carica emotiva delle conversazioni online sia molto elevata, tanto quanto una conversazione fatta di persona. Questo perché? Perché fondamentalmente nella Rete si possono creare ideali di principe azzurro o principessa, che un incontro reale smonterebbero e farebbero svanire all’istante. L’individuo dipendente quindi gioca sull’emotività del suo interlocutore, ne cerca una perfezione illusoria e lo vuole comunque tenere sia a distanza, ma anche sotto controllo. Ma non solo: è anche in grado di convincerlo delle sue ragioni e di giocare sulla sua empatia. Come? Si è appena parlato dell’emotività. Molto spesso, queste persone disturbate si trasformano in Sob Story Teller (Autore di Storie Strazianti), le cui “confessioni shock”, che dicono di non aver mai detto a nessuno, in realtà tutta la loro cerchia di contatti ne è al corrente, sono basate su lutti continui e sempre improvvisi e… Su traumi infantili, o adolescenziali, subiti, o peggio ancora, di malattie gravi – come leucemie, tumori, operazioni delicate imminenti. Questo tipo di comportamento è una sorta di sviluppo “digitale” della Sindrome di Münchhausen, e molto spesso è tutto inventato, ma nel frattempo, l’individuo disturbato è riuscito ad attirarsi il conforto e la simpatia dei suoi contatti, continuando a inventare disturbi e malattie di ogni tipo. Molto spesso, quando lo smascheramento da parte dell’interlocutore è vicino, questi soggetti mostrano anche sbalzi d’umore, una certa aggressività verbale, fino a quando non tornano docili e dolci, una volta riacquistato il controllo sul loro interlocutore. Come se si avesse avuto a che fare con due persone totalmente diverse in pochissimo tempo. Se vengono smascherati del tutto, questi soggetti spariscono nel nulla, cancellando tutti i loro profili sui social network – come se non fossero mai esistiti. E la persona coinvolta può rimanerci traumatizzata, in maniera più o meno lieve, in base al coinvolgimento emotivo che ha avuto.

Sarebbe riduttivo definire queste persone delle pure e semplici drama queen. Perché dietro questi comportamenti ci sono dei disturbi più o meno gravi, che le famiglie di questi individui non hanno saputo cogliere e curare in tempo, mettendo sotto protezione soffocante questi soggetti, come se fossero bambini da proteggere e da coccolare sempre e comunque, senza contraddirli e senza cercare di indagare ulteriormente circa i loro comportamenti. A volte, questi individui dipendenti da relazioni online hanno una vita agiata, con un posto di lavoro fisso, senza particolari problemi, con un supporto eccessivamente amorevole da parte della famiglia. E agiscono lontani dalla vita reale, in questo caso. Perché è facile comportarsi così e inventarsi tutto nelle relazioni online? Perché in Rete non si hanno fatti per provare le loro bugie o comunque smascherarli immediatamente – quindi possono agire indisturbati. Nella vita reale si tende a non contraddire queste persone, per paura di essere giudicati delle persone spregevoli e indelicate. Ma chiudere una persona con dei problemi relazionali e psicologici di varia entità in una stanza, a relazionarsi con un computer, non è esattamente una delle scelte più sagge che si possano fare; perché i danni più grossi sono anche e soprattutto a carico di chi si è fatto coinvolgere sentimentalmente – e non lo si mette in dubbio, in buonafede – da queste persone. E molto spesso, chi poi viene “sedotto e abbandonato” da questi soggetti problematici, non ha il coraggio di raccontare a nessuno quello che ha passato, preso da vergogna, rimanendo a livello più profondo ferito da una vicenda simile e talvolta in difficoltà nel relazionarsi con altre persone in maniera serena.

Per saperne di più, si consiglia caldamente di vedere qualche puntata di una serie TV – reality in onda su MTV, intitolata “Catfish: False Identità”. Può rendere l’idea, visivamente parlando, di quanto descritto in quest’articolo.

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Latouche al Lago di Montepulciano: “Recuperare l’autonomia”

Serge Latouche al Lago di Montepulciano: “Recuperare l’autonomia agricola e alimentare” Il cielo ha minacciato pioggia per tutta la sera, e le nubi temporalesche non facevano presagire nulla di buono:…

Serge Latouche al Lago di Montepulciano: “Recuperare l’autonomia agricola e alimentare”

Il cielo ha minacciato pioggia per tutta la sera, e le nubi temporalesche non facevano presagire nulla di buono: e invece la nutrita platea che si era radunata al centro visite “La Casetta” del Lago di Montepulciano è stata risparmiata dall’acquazzone, e ha potuto godersi un interessante incontro pubblico con Serge Latouche. Il dibattito si è svolto all’aperto, nei giardini a fianco del Sentiero della Bonifica, e i tanti spettatori giunti per l’occasione si sono dimostrati partecipi e incuriositi, contribuendo al successo dell’iniziativa con domande e approfondimenti.

latouche2Serge Latouche, economista e filosofo francese, ha acquisito fama internazionale grazie alle sue teorie della decrescita felice. L’incontro organizzato da Legambiente e dagli Amici del Lago di Montepulciano, lunedì 7 luglio, è stato un importante momento di condivisione delle tipiche tematiche della ricerca accademica di Latouche, ma ha spaziato anche su temi quali la biodiversità, l’autonomia agricola e alimentare, i processi di costruzione di un Biodistretto in Valdichiana.

Il professor Latouche è un grande avversario dell’occidentalizzazione del pianeta e le sue opere di antropologia economica guardano favorevolmente a concetti come il convivialismo (Qui potete trovare il manifesto pubblicato dal MAUSS, il movimento anti-utilitarista per le scienze sociali) e il localismo. Le critiche ai modelli di imperialismo culturale, al predominio della crescita come motore di sviluppo e all’utilitarismo come etica predominante lo hanno reso particolarmente famoso, sia in ambienti accademici che politici, e i tanti libri pubblicati sul tema della “decrescita felice” hanno contribuito alla formazione di un dibattito per ridurre gli sprechi energetici, le disuguaglianze sociali e l’impronta ecologica.

latouche4Nel corso dell’incontro, Latouche ha introdotto i classici temi della decrescita felice per cercare alternative alle società fondate sul consumo, anche per combattere la crisi economica e sociale che ancora oggi viviamo. C’è un limite, secondo lo studioso, allo sviluppo e alla mercificazione: l’ossessione per lo sviluppo è tutta occidentale, così come la sfrenata tendenza a ridurre ogni cosa a merce di consumo, persino i beni comuni. E per continuare a produrre, a consumare, a creare oggetti, servizi e merci che danno l’illusione di vivere meglio, non facciamo che peggiorare le condizioni di vita, la felicità e il benessere.

Ma il dibattito non si è limitato a questo: il professor Latouche ha introdotto il tema della resilienza, ovvero la capacita di un ecosistema di resistere alla tensione e all’aggressione e di tornare allo stato primitivo e originario. Ritornare quindi alle buone pratiche locali, recuperare l’autonomia tipica del mondo contadino, che coinvolga non soltanto gli aspetti agrari e ambientali, ma anche quelli sociali e culturali. Per fondare una società basata sulla qualità della vita e non sulla merce, quindi, è necessario riappropriarsi delle nostre origini, recuperare la capacità di sopravvivenza e la padronanza del saper fare, soprattutto in campo alimentare. Viviamo infatti, secondo lo studioso, in un mondo che potremmo definire come un paese dell’assurdo, in cui non c’è più il senso sacro del cibo. latouche3Tutto ciò è accaduto perchè nell’etica utilitarista non esiste alcun senso del limite: tutto si nutre con l’illusione di uno sviluppo infinito, di una crescita eterna, di un consumismo senza limiti. Per recuperare l’autonomia agricola e ambientale, quindi, è necessario ritrovare e condividere il senso della misura.

Per tutti i lettori interessati alle teorie della decrescita e all’evento che si è tenuto al Lago di Montepulciano, sta arrivando un servizio esclusivo e un’intervista approfondita che Serge Latouche ci ha gentilmente concesso. Continuate a seguirci!

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La percezione del mondo esterno, dal corpo al territorio

È il momento di riprendere in mano la parte di questa rubrica dedicata all’antropologia, all’uomo e al territorio, che da tanti mesi aspettavo con ansia di continuare. L’argomento che ho…

È il momento di riprendere in mano la parte di questa rubrica dedicata all’antropologia, all’uomo e al territorio, che da tanti mesi aspettavo con ansia di continuare. L’argomento che ho scelto per annunciare il mio trionfale ritorno rappresenta un po’ una riflessione sul modo che possiedono le persone di percepirsi rispetto a se stessi, agli altri, e al mondo che li circonda.

Il corpo, di per sé, è il veicolo attraverso il quale si interpreta la realtà. Ognuno di noi vive determinate sensazioni, situazioni, emozioni in un modo tutto personale, e spesso in forme veicolate che dipendono da dove nasciamo, dal luogo in cui viviamo e dagli impulsi esterni che assorbiamo da tutto ciò che entra in contatto con la nostra sfera quotidiana.

Spesso i comportamenti corporei, i movimenti e i gesti sono simbolo di ciò che siamo: «Stare al mondo abitandolo con il proprio corpo e abituandosi ad esso», come afferma Giovanni Pizza in Antropologia Medica. Saperi, pratiche e politiche del corpo (2005).

Non ci soffermiamo quasi a mai a sentire il nostro corpo, pensando che, alla fine, la rappresentazione che abbiamo di noi stessi non sia importante, e non serva a nulla nella creazione di un futuro, di un lavoro, di una relazione affettiva. La consapevolezza di se stessi, al contrario, è fondamentale per una buona riuscita nella vita. La comprensione che si ha del corpo determina il rapporto che l’individuo possiede con la realtà.

La percezione individuale del territorio, per esempio, pur variando da persona a persona, mostra tutta una serie di comunanze tra individui che vivono nello stesso luogo, che permettono di rendere partecipi dello stesso legame persone provenienti da società completamente diverse tra loro.

Mi è capitato, qualche anno fa, di compiere una ricerca per l’Associazione Italia Nostra Onlus, un’organizzazione che si occupa della preservazione del territorio e dell’ambiente a livello nazionale. Il mio lavoro di campo è consistito nella raccolta di numerose interviste tra cittadini italiani e stranieri all’interno di un determinato quartiere di Roma. L’argomento della ricerca riguardava la percezione che ognuno degli intervistati possedeva rispetto a quel dato territorio, attraverso il riconoscimento di luoghi definiti che venissero considerati particolarmente caratteristici di quel quartiere. Non solo monumenti o chiese, ma anche il bar dove si riunivano solitamente gli abitanti della zona, il parco dove di solito si lasciavano giocare i bambini dopo la scuola, e così via. Il quartiere poteva essere quello di nascita, ma anche il luogo che per molti rappresentava il posto dove lavoravano, o il punto di arrivo di un viaggio a volte interminabile, come nel caso degli immigrati che si erano stanziati in quell’area.

L’analisi delle interviste mi ha permesso di vedere come il riconoscimento di luoghi identitari non vedeva la differenza culturale. Sia che una persona fosse italiana, nata lì o solo residente da qualche anno, o straniera, o di passaggio, la percezione riguardava il riconoscimento degli stessi luoghi e delle stesse emozioni vissute in quel quartiere.

Davvero interessante, a mio parere, vedere quanto esista una dimensione di rappresentazione individuale di tanti corpi diversi tra loro, che trovano spazio comune nell’appropriazione di un dato territorio, a cui ci si lega affettivamente, culturalmente ed emotivamente.

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Un dibattito sulla qualità dei prodotti tra passato, presente e futuro

Alla 59°Mostra dell’Artigianato di Montepulciano la qualità dei prodotti tra passato, presente e futuro: un dibattito tra mezzadria e artigianato “La Valdichiana tra mezzadria e artigianato: dall’identità del passato alla…

Alla 59°Mostra dell’Artigianato di Montepulciano la qualità dei prodotti tra passato, presente e futuro: un dibattito tra mezzadria e artigianato

“La Valdichiana tra mezzadria e artigianato: dall’identità del passato alla valorizzazione del territorio” è stato il tema del dibattito che si è svolto domenica 22 dicembre nella Fortezza di Montepulciano nell’ambito della 59° mostra dell’Artigianato. I relatori Alessio Banini, antropologo e autore del libro “Dopo la mezzadria. Scelte lavorative e familiari nella Valdichiana senese”, Pietro Meloni dottore di ricerca in antropologia, etnologia e studi culturali presso l’Università degli studi di Siena, Alessia Fiorillo dottore di ricerca in etnologia ed antropologia e Franco Boschi storico e presidente dell’Associazione Cultura Gens Valia hanno dato vita ad una discussione il cui intento era quello di far capire come dall’identità del passato è possibile creare un modello utile per la valorizzazione del territorio e che trova un esempio perfetto nell’artigianato e nei prodotti enogastronomici.

Partendo dalla ricerca sulla mezzadria compiuta da Alessio Banini, il dibattito ci ha portato a capire l’importanza dei prodotti artigianali per il nostro territorio, fino ad arrivare alla promozione della nostra zona attraverso il turismo enogastronomico. “Gli artigiani sono orgogliosi soprattutto delle abilità che maturano. L’oggetto autentico è raro ed unico e quindi prezioso. All’attenzione per il fatto a mano si accompagna anche la riscoperta della lentezza che viene acquisita come modello culturale e come elemento distintivo della produzione artigianale. Tale lentezza permette di fondare l’oggetto come bene patrimoniale e portatore di significati profondi”, è ciò che ha dichiarato il dott. Meloni commentando i prodotti artigianali protagonisti della mostra  mettendoli in relazione al suo studio “Cultura materiale e pratiche di consumo nella provincia toscana contemporanea”.

dibattito 1

Il territorio della Valdichiana oltre alla qualità dei prodotti artigianali è una zona ricca di prodotti enogastronomici d’eccellenza tutti riconoscibili dalla certificazione della denominazione d’origine. “Certificazione che diventa un valore aggiunto per la qualità del prodotto e a sua volta il prodotto diventa veicolo di diffusione dei valori del territorio” ha commentato la Dott.ssa Fiorillo facendo riferimento alla sua ricerca sul turismo enogastronomico a Montepulciano.

L’obiettivo della 59° mostra è proprio quello di creare un ecosistema di promozione e comunicazione che vede l’artigiano come punto di forza per la valorizzazione del territorio, e questo è reso possibile, in qualche modo, dall’artigiano virtuale, e lo fa attraverso il sito artigianatoinmostra.it che rappresenta un punto di raccordo di tutte le attività presenti alla mostra.  Il prodotto è realizzato da artigiani (digitali) del territorio, si fa portavoce del Made in Italy del “saper fare” e della cultura dei luoghi e dei territori.“Il sito ha l’obiettivo di essere vetrina della mostra e un luogo d’informazione e news dettagliate e aggiornate per tutto l’arco di durata dell’evento. Non solo, il portale rimarrà vivo anche dopo la fine della mostra e avrà l’intento di supportare ArtEarti ed i suoi artieri per comunicare e promuovere la 60° edizione, che sperabilmente potrà essere caratterizzata da un alto numero anche di artigiani digitali”, sono queste le parole del responsabile della comunicazione della mostra Massimo Bardelli.

La mostra, organizzata per il secondo anno consecutivo dalla Strada del Vino Nobile e dal Comune di Montepulciano, in collaborazione con l’ Unione dei Comuni della Valdichiana Senese (Cetona, Chianciano Terme, Chiusi, Montepulciano, San Casciano Bagni, Sarteano, Sinalunga, Torrita di Siena e Trequanda), insieme a Bcc Montepulciano, Cna, Confartigianato, Vecam, Artex e Casucci Vivai, continuerà, con tutte le sue attività collaterali, fino al 6 gennaio 2014 con il seguente orario dalle 11.00 alle 19.00, aperto tutti i giorni tranne Natale e Capodanno.

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