Due perfetti estranei condividono lo spazio di una sala espositiva: quante volte sarà successo, da metà luglio ad oggi? Sono 11 anni che il Cortona On The Move attrae in Valdichiana visitatori da tutto il mondo grazie alla visual narrative. Un biglietto d’ingresso in cambio di un idioma comune che, scavalcando le parole, unisce occhi e cuore, me con l’altro, gli altri.

Anche l’edizione in corso del festival internazionale più famoso dell’estate cortonese ha le fondamenta nel mix di creatività e documentazione che da sempre lo contraddistingue. Ci sono le foto, i video, gli autori emergenti accanto ai professionisti di fama globale. Una formula che Antonio Carloni e Arianna Rinaldo – rispettivamente direttore e direttrice artistica del COTM – non hanno modificato con l’avvento della stagione del Covid-19. Conta l’universalità del messaggio, quella capacità portentosa di parlare a persone di nazionalità e sensibilità distanti come i continenti e le vite di ciascuno. Nulla di nuovo, quindi? Non esattamente. Ciò che cambia è proprio la pandemia.

cortona on the move
© Aurore Dal Mas

La brutalità del coronavirus condiziona il passato e il presente dell’umanità da un anno e mezzo. Con “The COVID-19 Visual Project“, l’anno scorso il Cortona On The Move l’ha raccontata in tempo reale, prima solo online e poi dal vivo, nella dimensione fisica di sedi, allestimenti, incontri e mostre. Con l’arrivo dell’autunno e la risalita dei contagi, l’illusione della fine dell’incubo si è sgretolata nell’arco di una manciata di settimane. Il secondo capitolo di questa storia è cominciato in quel momento.

Sanità, economia, istruzione, stili di vita, relazioni sociali. Con un effetto domino diabolico, il virus ha alterato ogni aspetto delle nostre esistenze. Cosa ci è successo davvero? Quanto il Covid ha intaccato la casa comune che tutti abitiamo? Cosa significa adesso “umanità”? Sono queste le domande per cui il Cortona On The Move 2021 ha cercato risposte, scegliendo come tema centrale e titolo della rassegna We Are Humans. Per contrastare un virus troppo ingombrante da ignorare, la strada da percorrere secondo gli organizzatori della manifestazione è un ostinato incedere alla ricerca di un (nuovo?) ruolo di primo piano dell’uomo.

Tre in totale le sedi espositive che ospitano le opere selezionate: confermati la Fortezza del Girifalco e i Giardini del Parterre, Palazzo Baldelli è la new entry dell’edizione. All’interno di questo edificio sono custoditi i sette progetti fotografici originali di Reconstruction, tramite i quali alcuni autori emergenti hanno sperimentato l’uso della fantasia per analizzare il reale e carpirne l’essenza.

L’interiorità è protagonista indiscussa, fra gli argomenti trattati. Il linguaggio fotografico si aggancia alle persone e, prima delle storie, emergono emozioni e pensieri. Jo Ann Chaus prende nota dei suoi stati d’animo in un diario per immagini che mira a fare luce sulle varie sfaccettature del suo essere donna e sulle relazioni con gli altri e con l’ambiente che la circonda. Jonathan Torgovnik porta in mostra dei ritratti realizzati in Ruanda nel 2019, a 25 anni di distanza dal genocidio, per dare voce attraverso i volti di madri e figli alle esperienze di famiglia nate in seguito all’orrore degli stupri di guerra. Hannah Reyes Morales invece si cimenta in una full immersion nelle ninna nanne, ricettacolo musicale di un condensato di paure e speranze che i popoli si tramandano da millenni.

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Sulla copertina della brochure del festival due anziani salutano il visitatore. Sono i genitori di Deanna Dikeman: gli arrivederci scambiati con loro e immortalati in occasione di ogni partenza da casa conferiscono plasticità al dolore del distacco nella sua serie fotografica in grande formato. Anche Catherine Panebianco riflette sulla memoria e sulla famiglia, in un insistente gioco di sovrapposizioni tra ricordi, luoghi e presenze di ieri e di oggi. Da bambine a donne, Belinda e Guillermina sono tuttora il fulcro dell’attenzione di Alessandra Sanguinetti, che le ritrae da anni documentando una metamorfosi tanto comune quanto affascinante.

Il Cortona On The Move 2021 non rinuncia a descrivere il macro, ma lo fa prendendo ancora più spunto che in passato dalla vita vera, di persone in carne ed ossa. Ecco che le vicende di individui o piccoli gruppi offrono corpi, espressioni, movimenti per raccontare le società i cui fanno parte e i valori che ne orientano il funzionamento. Succede per esempio nel lavoro di Federico Estol sui lustrascarpe mascherati boliviani e in quello di Tomaso Clavarino sul concetto di Padania.

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© Aleksi Poutanen

La denuncia sociale entra a gamba tesa negli scatti di Jon Henry, dedicati alla piaga degli omicidi di persone di colore da parte della polizia statunitense. Così come si capisce come la pensi Laurence Rasti, autrice di un progetto sugli omosessuali iraliani in fuga dal loro Paese per scampare alla repressione. Altre volte, invece, l’indagine fotografica si ferma qualche passo indietro, per cogliere frammenti di identità collettive degni di essere conosciuti. È il caso di Aleksi Poutanen, che si propone narratore del rapporto speciale fra finlandesi e animali.

Altro tratto distintivo di COTM #11 è una presenza significativa della Magnum Photos. Dell’agenzia fotografica, una delle più prestigiose al mondo, sono membri Paolo Pellegrin e Alec Soth, entrambi in mostra alla Fortezza del Girifalco. Sempre all’interno della roccaforte sulla vetta della collina è allestita l’esposizione Guardare oltre, una selezione di 72 immagini provenienti dagli archivi Magnum realizzate negli scenari d’emergenza su cui è intervenuta Medici Senza Frontiere nel corso dell’ultimo cinquantennio.

Cortona On The Move 2021 manda un messaggio preciso a chiunque abbia voglia di ascoltarlo, vederlo e sentirlo. La nostra sopravvivenza va di pari passo con la rappresentazione del reale che riusciamo a restituirci e condividere. Raccontarsi per esprimerci e sopravvivere. Finché ne siamo capaci, c’è ancora un modo per essere umani in questo periodo sospeso e imbottigliato. Abbiamo ancora tempo. A Cortona, fino al prossimo 3 ottobre.

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Bianca Sestini

Giornalista professionista dal 2020, si è laureata in Giurisprudenza all'Alma Mater Studiorum Università di Bologna e ha frequentato la Scuola di Giornalismo "Massimo Baldini" di Roma. Orgogliosamente chianina dal 1991, non sopporta le salite in bici e sta lavorando sulla sua fobia per nutrie e cinghiali. Scrive di itinerari, territorio, turismo lento.

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