C’è chi si ricorda dei Genesis solo con Phil Collins – io me li ricordo anche con Peter Gabriel, grazie al cielo. Ma non è questo il punto.

È un articolo che ha faticato a venire fuori, perché il timore di essere ingiusti, incompleti e troppo parziali – chi vive ancora nell’illusione dell’imparzialità dell’informazione, mi preme dire che è una piccola chimera inventata e perpetrata da ignoti, tuttavia oggi è il suo momento. È il momento di parlare di Peter Gabriel, per quel che mi riguarda, un genio e un artista che ha sempre saputo anticipare i tempi, anzi, talvolta trovandosi troppo avanti rispetto alle tecnologie dell’epoca.

In fondo, il nostro caro inglese, non si è mai reputato un gran musicista, affermando di essere tremendo a suonare il flauto e l’oboe, e di aver ricevuto solo dei rudimenti di pianoforte dalla madre; non si è mai reputato un gran cantante, ispirandosi semplicemente alla musica soul e ai suoi cantanti. Non si è mai reputato una persona particolarmente intelligente, dicendo che tutto ciò che lo ha aiutato ad arrivare a questo livello, era solo l’ostinazione. E la curiosità. Perché in realtà, Peter Gabriel, un po’ di aria da nerd e smanettone di nuove tecnologie e sintetizzatori, ce l’ha, e lo conferma nel suo dire “toying around with new toys”, ovvero giocare con nuovi giochi. Ogni suo disco solista, a partire dal suo primo, intitolato “I”, ha un suo perché, e una delle caratteristiche che spicca, è la qualità del mixaggio e dei suoni, dato che comunque Gabriel ha sempre ricercato la massima qualità possibile e ha sempre ricercato nuovi modi per mantenere intatta la qualità anche nella distribuzione digitale. Grazie al cielo, non è uno di quegli artisti che si lamentano perennemente dell’mp3 o della distribuzione digitale, perché non è uno di quelli che l’ha subita passivamente, senza informarsi o preoccuparsi un minimo della propria musica a livello di diffusione e di distribuzione. Ed è anche questa una piccola sfumatura che distingue un artista intelligente, destinato a lasciare il segno, rispetto a un artista qualunque.

Un’altra caratteristica degna di nota, nella musica di Peter Gabriel, è la diversità della sua proposta. “So” è ben diverso da “Us”, così come “Up” è totalmente differente dai dischi che lo hanno preceduto. E si ricordano tutti con molto piacere: “So” è grintoso, frizzante, con qualche sfumatura più introspettiva; “Us” è il vero album introspettivo di Peter Gabriel, dalle fortissime referenze personali – il suo divorzio dalla prima moglie, il rapporto difficile con la prima figlia – è l’album più emotivo e toccante; “Up” è l’album più elettronico e oscuro, dove i sentimenti riguardo la comunicazione e la morte sono predominanti, in tutto lo spettro emozionale. Tutti frutti nati grazie al lavoro sperimentale fatto, specialmente in “II”, il secondo album solista di Peter Gabriel.

Quello che è apprezzabile, è anche la relativa lentezza nel fare album: un’altra piccola, o grande differenza significativa, dovuta al fatto che a volte, le idee musicali e sonore dell’artista erano troppo avanti con i tempi, e ha dovuto aspettare che la tecnologia si evolvesse, per permettergli di esprimere la sua idea al cento per cento. Per esempio, per completare “Up” ci sono voluti quasi dieci anni, con canzoni che erano rimaste solo ossature fino alla fine degli anni ’90.

Un altro plus di Peter Gabriel sono i suoi live – e per chi non l’avesse mai visto, esistono gli ottimi live DVD, curatissimi sotto ogni punto di vista – dove qualsiasi brano prende una carica e un’energia in più. Per esempio la “Secret World” del “Growing Up Tour” del 2003. O la “Secret World” del 2013… Ve lo dico per esperienza, visto che sono andata a sentire Peter Gabriel dal vivo due volte nell’ultimo mese: una volta nella vita, va fatto. Che vi piaccia o non siate fan sfegatati, vale la pena, perché potete davvero assistere a uno spettacolo di Qualità. Con la “Q” maiuscola.

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