Negli ambiti della scolarizzazione primaria, quando l’insegnante di turno si trovava a dover spiegare l’olocausto, una delle definizioni ricorrenti che si davano della ‘soluzione finale’, di Hitler e del nazismo, erano “folle” o “pazzo”: il fascismo era illustrato come prodotto della follia, come qualcosa di inumano, fuori dalla coscienza degli uomini. È bene oggi notare quanto questo fosse profondamente rischioso: ostracizzare un prodotto dell’umanità e renderlo maligno, estraneo al nostro tempo e al quieto vivere contemporaneo, significava legittimare il suo oblio. In realtà il nazismo è stato un avvento profondamente umano, rispoP1060166ndeva a necessità che un popolo malauguratamente richiedeva. In un periodo di crisi il partito nazional socialista dava la colpa ai parassiti della società, alle fasce deboli, agli scialacquatori, e proponeva un metodo brutale per risolvere determinati quesiti. Dovremmo tenerne conto, ogni volta che leggiamo nel feed dei commenti su Facebook frasi tipo: “questi li manderei tutti ai lavori forzati” o “io li lascerei alla folla”, “li farei affondare nei barconi”, et alia. Dovremmo tenerne conto ogni volta che la ragione democratica cede spazio alla violenza, all’intolleranza e all’odio. Il nazismo è la scatologia della storia, è la “pancia del paese” ogni volta che sproloquia, le viscere di un popolo arrabbiato.

Trattare il nazismo come qualcosa di profondamente umano, qualcosa verso il quale comportarsi come ci si comporta per altri atti sbagliati dell’essere umano – e questo di fatto è l’obiettivo tecnico della commedia, aristotelicamente parlando – ecco che in questo modo lo porta ad essere un rischio continuo del presente e della propria umanità. Dovrebbe essere fondamentale stare attenti alle sue piccole quotidiane manifestazioni.

“La commedia parla degli uomini peggiori” (χείρους), quindi, delle viscere del nostro passato e del nostro presente; perché l’uomo, sia chiaro, è sempre lo stesso, risponde alle più grette necessità, ai bisogni più volgari; tutte le sovrastrutture sociali mascherano un substrato animalesco insopprimibile. Lo scherzo, la risata, ci indica le viscere. Ci ricorda dove e come si compongono le nostre lesioni, le nostre brutture, il male che alberga in ogni organismo vivente. L’obiettivo di “Mein Kampf” è quello di riderci su, trattare Hitler come una persona, trattare il nazismo come un prodotto dell’umanità, un prodotto di un popolo che ha scelto di essere in un modo, che ha scelto chi votare, di appoggiare certe politiche, certe guerre, certi imperialismi. Significa trattare noi stessi nello stesso modo, critici e capaci di scegliere, oggi come sempre, se essere dalla parte del giusto o dell’errore storico.

Il Mein Kampf di George Tabori che, prima del debutto nel 1987, lo definì provocatoriamente “Storia banale, nel senso hollywoodiano del termine. Una Grande Storia d’Amore. Hitler e il suo Ebreo. Un caso orribile”, torna al teatro degli Arrischianti il 30 e il 31 gennaio, con la regia di Gabriele Valentini.

Diario di bordo dell’allestimento.  

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Tommaso Ghezzi

Nato a Sinalunga nel 1989. Dopo la maturità classica si è laureato in filologia e critica delle letterature all’Università di Siena. Oggi docente di italiano e storia, è stato speaker radiofonico presso l'emittente Radio Incontri InBlu. Da sempre suona e scrive canzoni, organizza eventi di matrice culturale, ha collaborato come attore in varie realtà teatrali tra Montepulciano, Sarteano e Chiusi.

1 thought on “Mein Kampf: diario di bordo #1

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