La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: stagione teatrale

“Partita aperta”: la Compagnia Anime Specchianti racconta il suo spettacolo sul gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo rappresenta una rilevante problematica sociale, come attestato anche dai dati ufficiali dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, secondo cui, nel 2018 in Italia sono stati spesi 104,9…

Il gioco d’azzardo rappresenta una rilevante problematica sociale, come attestato anche dai dati ufficiali dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, secondo cui, nel 2018 in Italia sono stati spesi 104,9 miliardi di euro, con un incremento del 3% rispetto al 2017, e da quelli diffusi il 1 ottobre scorso dall’Istituto Superiore di Sanità, circa la crescita del 10% in quattro anni del numero di giocatori adolescenti.
Di fronte ad un quadro che desta preoccupazione, assumono pertanto un ruolo fondamentale le iniziative volte a contrastare l’insorgenza della patologia e a guidarne il percorso di guarigione. Proprio nel contesto di un progetto promosso con queste finalità a Cervia nel 2018, è nato Partita Aperta – Il modo più sicuro per ottenere nulla da qualcosa, spettacolo scritto e diretto dalla Compagnia Anime Specchianti, in programma sabato 14 al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena.

La Compagnia Anime Specchianti, di cui fanno parte le attrici Martina Cicognani, Francesca De Lorenzi, Giorgia Massaro e Chiara Nicastro, porta in scena il tema della ludopatia con una pièce che descrive dal punto di vista emotivo la caduta nel vortice della dipendenza. Gli stati d’animo e i meccanismi psicologici dietro al gioco d’azzardo, affrontati sul palco, provengono da esperienze dirette raccolte nel corso di incontri con la pscologa Chiara Pracucci e alcuni ex giocatori. Per la sceneggiatura, le Anime Specchianti si sono infatte basate sulle risposte fornite alle domande che, seguendo un protocollo, gli operatori rivolgono ai soggetti ludopatici per comprendere il livello di gravità della dipendenza, in un percorso che parte dal gioco sociale e arriva alla patologia, passando per la credenza nell’entità della “dea fortuna”, alle menzogne raccontate per nascondere un comportamento dal quale non si riesce più ad astenersi.

«Al centro di una realtà continuamente colpita da richiami al mondo del gioco, occasioni per sfidare la fortuna dietro ogni angolo e insistenti messaggi pubblicitari in rete e tv, la ludopatia è un’insidia più frequente di quello che si pensi, e vi può cadere chiunque».

Il suo carattere universale smentisce l’opinione comune che siano gli uomini a soffrirvene maggiormente, e al contempo suggerisce di rivolgere campagne di prevenzione verso più giovani.

«Il fatto che la dipendenza dal gioco non abbia un riscontro visibile sul fisico delle persone, al contrario, per esempio, dell’alcolismo o dei disturbi dell’alimentazione, ne rende difficile il riconoscimento come malattia vera e propria, e di conseguenza anche l’accettazione di un percorso di uscita. Il nostro spettacolo, in questo senso, rappresenta un coro di voci da parte di chi dentro al problema c’è stato davvero e, per questo, meglio di chiunque altro può far conoscere le sensazioni legate a un’esperienza che quasi sempre inizia con un gioco, per poi farsi prepotentemente spazio nella vita quotidiana, non solo quella dei giocatori, ma di chi gli sta attorno».

Partita Aperta aggiunge al valore artistico dello spettacolo teatrale, la cifra della necessità con cui una tematica tanto diffusa merita di essere affrontata, e non evitata. Le Anime Specchianti arrivano così a portare in scena uno spettacolo che è anche il ritratto di una difficile realtà, composta da storie e testimonianze vere.

«L’universalità con cui la ludopatia può arrivare a colpire tutti i segmenti della società viene sottolineata dall’assenza di ogni valorizzazione delle caratteristiche delle quattro interpreti: siamo quattro, ma potremmo essere cento o una soltanto, espressioni di innumerevoli voci, rispetto ad un problema che è sempre lo stesso».

Quella della dipendenza da gioco non è però la sola problematica sociale ad aver attirato l’attenzione della Compagnia Anime Specchianti.

«Stiamo preparando un progetto che incontra il tema dell’immigrazione, con l’obiettivo di diffondere gli aspetti nascosti legati a questo fenomeno, e sensibilizzare ad attenuare la percezione negativa che sta permeando l’opinione pubblica a riguardo».

In attesa di conoscere i dettagli di questo nuovo spettacolo, Partita Aperta – Il modo più sicuro per ottenere nulla da qualcosa è in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena sabato 14 dicembre, alle 19 e alle 21. Per info e prenotazioni, contattare lo 3801944435.

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Valdichiana Teatro – Stagione 2019/2020

Stagioni teatrali, spettacoli, corsi di recitazione: in Valdichiana la cultura teatrale è sempre più diffusa e vivace! Il nostro magazine segue da tempo le attività legate al teatro nel territorio,…

Stagioni teatrali, spettacoli, corsi di recitazione: in Valdichiana la cultura teatrale è sempre più diffusa e vivace! Il nostro magazine segue da tempo le attività legate al teatro nel territorio, tra i cartelloni invernali e i festival estivi: Valdichiana Teatro è il tentativo di mettere in relazione tutte le persone che in questo territorio apprezzano e vivono il mondo teatrale. Non soltanto informazioni e calendari degli spettacoli, ma anche un gruppo di discussione, interviste e approfondimenti, un magazine digitale completamente gratuito e tante altre iniziative che andranno ad arricchire tutti gli appassionati locali e non solo.


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Le Stagioni Teatrali in Valdichiana 2019/2020









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Valdichiana Teatro: il nuovo magazine dedicato al teatro locale

Da tre anni, con il magazine La Valdichiana, seguo le stagioni teatrali del territorio. Il discorso giornalistico e divulgativo che ho sempre cercato di perseguire non si è mai limitato…

Da tre anni, con il magazine La Valdichiana, seguo le stagioni teatrali del territorio. Il discorso giornalistico e divulgativo che ho sempre cercato di perseguire non si è mai limitato a consegnare una ‘cronaca dello spettacolo’, la mera rielaborazione dei comunicati stampa delle compagnie. Tutt’altro. Da sempre, come la linea editoriale del giornale per cui ho scritto, i perni direttivi su cui ho impostato gli articolo sono stati quelli della critica e della narrazione. Ho avuto quindi la possibilità e la volontà di approfondire il teatro locale nella sua integrità, visto dall’occhio esterno del cronista e dell’aspirante critico, cercando di non ostentare giammai un’autorità ex cathedra.

Quello che ho capito in questi anni è che il reticolo umano, generato dalle istituzioni teatrali del nostro territorio, è una ricchezza sottaciuta, quasi nascosta. Le associazioni e le fondazioni che operano negli ambiti della cultura e del teatro sono, nella maggior parte dei casi, realtà meravigliose basate sulla produzione e condivisione di arte, finissime commistioni tra la professionalità e l’amatorialità. Sorgenti educative fondamentali, al pari delle istituzioni scolastiche, per l’edificazione umana delle collettività.

I teatri hanno spesso compagnie stabili che producono perle ineguagliabili. I fermenti e le proliferazioni di piacere, gli effluvi estetici che in questi anni ho avuto modo di esperire, insieme ai colleghi de La Valdichiana, hanno l’enorme difetto di decedere subito, deglutiti, nel giro di qualche settimana, nella celerità di un tempo edace, un tessuto che non lascia spazio alla storia. Un reticolo ad altissimo ritmo produttivo, che si disperde per isolamento.

Questo magazine è nato per valorizzare questa ricchezza. È gratuito. È rivolto a tutti, dagli insegnanti di liceo ai viticoltori e cantinieri, dai casalinghi alle bancarie, dalle dottoresse ai pensionati. Serve per fortificare la comunità che intorno al teatro si muove. L’obiettivo da perseguire, con questo periodico, vuole che il reticolo locale prenda coscienza della sua dimensione, dell’importanza che ricopre nelle realtà in cui opera.

Questo è un servizio che viene fatto, prima d’ogni altra cosa, all’arte. Che non esistono parole e cose già grandi di per loro, ma siamo noi a rendere grandi le parole e le cose, farle durare e dare loro spazio.

Valdichiana Teatro è il nuovo supplemento del magazine “La Valdichiana” completamente dedicato al mondo teatrale. Una pubblicazione trimestrale, gratuita e digitale, ottimizzata per l’esperienza mobile, con interviste e aggiornamenti dalle stagioni teatrali della Valdichiana e contenuti esclusivi non apparsi sul magazine. Il progetto editoriale è di Tommaso Ghezzi, il progetto grafico di Alessia Zuccarello.

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“Venere in Pelliccia”: una donna è sempre qualcosa in più di una donna

Il drappeggio nero che si incurva e si corruga, per tutto il perimetro delle tre pareti di palco di Venere in Pelliccia è un cucchiaio gotico d’obnubilamento drammaturgico, come contenesse…

Il drappeggio nero che si incurva e si corruga, per tutto il perimetro delle tre pareti di palco di Venere in Pelliccia è un cucchiaio gotico d’obnubilamento drammaturgico, come contenesse un dato fisico fuori da tempo e storia, fuori dallo schema critico del presente. Su un piano rialzato, pavimentato d’un rosso lucido, si staglia la giustezza dei realia della scena: siamo in un’ex fabbrica, adibita a sala prove per audizioni. Valter Malosti, sé stesso, cerca un’interprete femminile per il ruolo di Wanda Von Dunayev, la protagonista dell’opera che vuole portare in scena: un adattamento di Venere in Pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch. Si presenta alle audizioni una Sabrina Impacciatore/Vanda Jordan inizialmente sguaiata, volgare, quanto più lontana dalle prospettive del personaggio che dovrebbe interpretare, ma che poi si rivelerà in maniera decisamente convincente, una grande attrice, dimostrando di aver compreso fin troppo la forza del personaggio.

A Chiusi, la sera del tre dicembre 2016, ha fatto tappa al Teatro Mascagni, aprendo il cartellone della Fondazione Orizzonti d’Arte, l’opera di David Ives con la regia di Valter Malosti: una co-produzione Parmaconcerti, Pierfrancesco Pisani e Teatro di Dioniso, in collaborazione con Infinito e Fondazione Teatro della Fortuna di Fano/AMAT. Una platea colma e tre ordini di palchetti stipati hanno accolto con profondo favore lo spettacolo. La stagione di Chiusi decolla molto bene, con tanti applausi e qualità dell’offerta artistica dimostrandosi uno dei maggiori teatri del territorio. 

Sulla scena il divano-letto impero, in velluto rosso – già estremamente caratterizzante di per sé – un mixer luci, un faretto, il tavolo del regista e una colonna, decentrata sulla sinistra, che sembra un rudere dorico e che in realtà – viene esplicitato da Malosti – è ciò che rimane dell’impianto di areazione della fabbrica che un tempo occupava lo stabile.

I due personaggi, regista e attrice, elementi basici del fare teatro, si ritrovano a incarnare, in maniera mescolata, durante le due ore di spettacolo, sia loro stessi che i personaggi interpretati – secondo il copione del regista – con l’aggiunta dei plurimi rimandi mistici dei nuclei testuali che dall’opera di Masoch sfarfallano: la Giuditta biblica e le Baccanti di Euripide, i cui continui parallelismi aiutano nell’edificazione di una chiave di lettura organica dello spettacolo.

Sabrina Impacciatore valica quattro toni diversi, sviscera possibilità fonetiche che giocano continuamente sullo switch tra ottocento e contemporaneità, tra volgarità e compostezza, citazione biblica e tragicità venerea. Tutta la potenza della sua interpretazione si risolve in una compresenza di comicità e drammaticità sbalorditiva. Contralta Valter Malosti che – forse volontariamente, forse no – alla multidimensionalità della sua controparte femminile, non risponde con altrettanta polifonica effervescenza, mantenendo il profilo basso dell’uomo di teatro, del regista tronfio e dell’imperturbabile maschio alfa.

Ottimi i quadri, specie quelli conclusivi, gli elementi simbolici, le catene citazionistiche Masoch-Giuditta-Euripide-Lou Reed-Ives, vengono concertate nei gesti – chiari, equilibrati e scanditi inequivocabilmente sia dalla tecnica degli attori che nel modulo di rappresentazione – e in pochi emblemi fisici (la pelliccia, il copione, la minigonna). Grandissima parte dell’efficacia dello spettacolo è giocata attraverso la suggestione sonora: la musica pianistica, il fitto lavorìo fonetico sia nei diaframmi delle due entità recitative della scena, sia nell’amplificazione esterna, spesso effettata, che risulta valore simbolico aggiunto nei passaggi mediali dei livelli rappresentati. Ottima anche la gestione delle luci: il neon centrale, obliquo, di un bianco laccato, freddo, passa ad essere rosso, in momenti di spannung sensuale, stroboscopico nei momenti di delirio dionisiaco, e caldo nei momenti in cui l’intimità tra i due inizia ad ammorbidire la narrazione.

Uno spettacolo che nella sua integrità è definibile corretto, preciso, giusto nella consegna al pubblico dei suoi simulacri testuali, del suo vettore narrativo. Uno spettacolo giusto, perché sulla giustezza tra tragedia e commedia, tra registro alto e basso, tra filologia ecdotica dei dialoghi e ironia complementare, trova la sua potenza. Ricordiamoci che stiamo parlando di un testo portato alla fama internazionale dalla trasposizione al cinema di Roman Polański, ed è difficile – tremendamente difficile – non incappare in involontari paragoni con i bravissimi Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric, che nella disposizione cinematografica interpretavano i due protagonisti. Alla luce di una tale premessa, si può dire che il Malosti-regista (quello vero, non quello interpretato), sia riuscito a sorreggere la responsabilità di una rappresentazione italiana che arriva dopo la trasposizione filmica.

Le chiavi di lettura sono molteplici, contrastanti. È un’opera teatrale tratta da un romanzo considerato caposaldo della cultura BDSM (il masochismo, è bene ricordarlo, prende il nome proprio da Leopold von Sacher-Masoch), e ancora oggi suscita controversie, imbarazzi e strane dispersioni retoriche, sintomo di una ancora acerba maturità sessuale della società. Le questioni sono anche sollevate dal grado zero dei personaggi in scena, la cui base recitativa regala anche spunti per chiose distaccate dalla vicenda interna: è questa una vicenda oscenamente maschilista, in cui una spiritualità più grande, superiore, accetta solamente un rapporto di dominio del maschio alfa, ripudia un rovesciamento dei ruoli e interviene a garantire un ordine incontrovertibile? O viceversa, la strenua ostinazione di chi obbliga l’altro ad essere dominato rappresenta comunque di per sé una sopraffazione? Lo spettacolo, nel modo efficace con cui usa la carta del daimon iperuranico del teatro, che lascia investire gli attori di un’aura spirituale evanescente, extracorporea, che ipersensibilizza i recettori di sensualità, lascia aperta qualsiasi compenetrazione: anzi, rifiuta – per stessa ammissione del protagonista – una critica alla contemporaneità, ai rapporti sociali, ma tenta solo di smuovere negli spettatori il subbuglio orgasmico di un rovesciamento di ruoli.

Uno spettacolo che nella sua violenza, nella sua diffrazione retorica, mugola femminismo tragico. Nella parabola di un rapporto tra i generi che si equilibra nella pretesa di una sottomissione e di un dominio, tra chi acumina e chi si fa vertice, l’uomo è un paradosso, un inetto monotòno, un panno sciorinato bistrattato dai venti, e la donna è un abisso di probabilità, è consapevolezza implicita, è mutazione continua e univocità compresente, la squisitezza del male che punisce la tracotanza dell’antieroe. Nell’epoca in cui nessuno si lascia più sopraffare dalle emozioni, l’impeto venereo della femminilità ostentata cade sulla sfera maschile come un’invidia divina, uno phthònos theòn: un uomo che si oppone a Venere finisce per perdere il senno, una donna, invece, comunque vada, è sempre qualcosa in più di una donna soltanto.

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Mein Kampf: diario di bordo #3

Il Mein Kampf di George Tabori che, prima del debutto nel 1987, lo definì provocatoriamente “Storia banale, nel senso hollywoodiano del termine. Una Grande Storia d’Amore. Hitler e il suo…

Il Mein Kampf di George Tabori che, prima del debutto nel 1987, lo definì provocatoriamente “Storia banale, nel senso hollywoodiano del termine. Una Grande Storia d’Amore. Hitler e il suo Ebreo. Un caso orribile”, torna al teatro degli Arrischianti di Sarteano il 30 e il 31 gennaio, con la regia di Gabriele Valentini.

Il video blog ci racconta le fasi di preparazione dello spettacolo: vi aspettiamo a teatro!

Diario di Bordo #1

Diario di Bordo #2

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Mein Kampf: diario di bordo #2

Il Mein Kampf di George Tabori che, prima del debutto nel 1987, lo definì provocatoriamente “Storia banale, nel senso hollywoodiano del termine. Una Grande Storia d’Amore. Hitler e il suo…

Il Mein Kampf di George Tabori che, prima del debutto nel 1987, lo definì provocatoriamente “Storia banale, nel senso hollywoodiano del termine. Una Grande Storia d’Amore. Hitler e il suo Ebreo. Un caso orribile”, torna al teatro degli Arrischianti di Sarteano il 30 e il 31 gennaio, con la regia di Gabriele Valentini.

Il video blog ci racconta le fasi di preparazione dello spettacolo: vi aspettiamo a teatro!

Diario di Bordo #1

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Mein Kampf: diario di bordo #1

Negli ambiti della scolarizzazione primaria, quando l’insegnante di turno si trovava a dover spiegare l’olocausto, una delle definizioni ricorrenti che si davano della ‘soluzione finale’, di Hitler e del nazismo,…

Negli ambiti della scolarizzazione primaria, quando l’insegnante di turno si trovava a dover spiegare l’olocausto, una delle definizioni ricorrenti che si davano della ‘soluzione finale’, di Hitler e del nazismo, erano “folle” o “pazzo”: il fascismo era illustrato come prodotto della follia, come qualcosa di inumano, fuori dalla coscienza degli uomini. È bene oggi notare quanto questo fosse profondamente rischioso: ostracizzare un prodotto dell’umanità e renderlo maligno, estraneo al nostro tempo e al quieto vivere contemporaneo, significava legittimare il suo oblio. In realtà il nazismo è stato un avvento profondamente umano, rispoP1060166ndeva a necessità che un popolo malauguratamente richiedeva. In un periodo di crisi il partito nazional socialista dava la colpa ai parassiti della società, alle fasce deboli, agli scialacquatori, e proponeva un metodo brutale per risolvere determinati quesiti. Dovremmo tenerne conto, ogni volta che leggiamo nel feed dei commenti su Facebook frasi tipo: “questi li manderei tutti ai lavori forzati” o “io li lascerei alla folla”, “li farei affondare nei barconi”, et alia. Dovremmo tenerne conto ogni volta che la ragione democratica cede spazio alla violenza, all’intolleranza e all’odio. Il nazismo è la scatologia della storia, è la “pancia del paese” ogni volta che sproloquia, le viscere di un popolo arrabbiato.

Trattare il nazismo come qualcosa di profondamente umano, qualcosa verso il quale comportarsi come ci si comporta per altri atti sbagliati dell’essere umano – e questo di fatto è l’obiettivo tecnico della commedia, aristotelicamente parlando – ecco che in questo modo lo porta ad essere un rischio continuo del presente e della propria umanità. Dovrebbe essere fondamentale stare attenti alle sue piccole quotidiane manifestazioni.

“La commedia parla degli uomini peggiori” (χείρους), quindi, delle viscere del nostro passato e del nostro presente; perché l’uomo, sia chiaro, è sempre lo stesso, risponde alle più grette necessità, ai bisogni più volgari; tutte le sovrastrutture sociali mascherano un substrato animalesco insopprimibile. Lo scherzo, la risata, ci indica le viscere. Ci ricorda dove e come si compongono le nostre lesioni, le nostre brutture, il male che alberga in ogni organismo vivente. L’obiettivo di “Mein Kampf” è quello di riderci su, trattare Hitler come una persona, trattare il nazismo come un prodotto dell’umanità, un prodotto di un popolo che ha scelto di essere in un modo, che ha scelto chi votare, di appoggiare certe politiche, certe guerre, certi imperialismi. Significa trattare noi stessi nello stesso modo, critici e capaci di scegliere, oggi come sempre, se essere dalla parte del giusto o dell’errore storico.

Il Mein Kampf di George Tabori che, prima del debutto nel 1987, lo definì provocatoriamente “Storia banale, nel senso hollywoodiano del termine. Una Grande Storia d’Amore. Hitler e il suo Ebreo. Un caso orribile”, torna al teatro degli Arrischianti il 30 e il 31 gennaio, con la regia di Gabriele Valentini.

Diario di bordo dell’allestimento.  

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Jazzare nel teatro di prosa: Tacabanda

Una recensione a “Tacabanda” al Teatro degli Arrischianti Gianni Poliziani interpreta un sassofonista Jazz che ricorda in un appassionato monologo la sua vita, composta di luccichii balenanti, lucenti periodi di…

Una recensione a “Tacabanda” al Teatro degli Arrischianti

Gianni Poliziani interpreta un sassofonista Jazz che ricorda in un appassionato monologo la sua vita, composta di luccichii balenanti, lucenti periodi di splendore e di successo e di fetide stalle, momenti di profondo scoraggiamento e crisi, tipici dell’artista. Cosimo Valdambrini (nome del protagonista) riflette quella tracotanza – ma anche quella pietas – del grande eroe tragicomico, portatore di una testimonianza esistenziale imprescindibile. Giunto nel paesino di Chiusaldino, è costretto ad accettare un incarico in provincia, poiché sommerso dai debiti, sottomettendo alle esigenze esistenziali le grandi aspirazioni artistiche. Un flusso di coscienza – e di memoria – del protagonista ci regala immagini di sognante realismo, dagli anni delle bande paesane (il mistero delle bande paesane; un mistero composto di ottoni, pernacchie e amore per la musica), a quelli delle televisioni private degli anni ’80, le orchestrine jazz delle crociere e delle navi turistiche, le belle donne, le amicizie (le massime di “Franchino” sono citazioni memorabili che restano impresse, alla fine dello spettacolo) e tutti gli eccessi e le viltà della vita di un’artista.

tacabanda polizianiLa scrittura del testo, da parte di Manfredi Rutelli e Matteo Pellitti, è un inno all’onestà artistica, alla purezza del gesto creativo; alla musica o al teatro, che sono innanzitutto condivisione.  Le stesse condivisioni sono poi storie da raccontare, le quali alimentano il bagaglio di ricchezza che l’arte già di per sé traina nelle percezioni degli spettatori. Una vicenda che diventa, sciogliendosi, una confessione a cuore aperto, con il pubblico. Una grande dichiarazione d’amore per l’arte come strumento di ordine e sopravvivenza in mezzo al caos, un’arte che è innanzi tutto immersione totale nell’esistenza, voglia di vivere e soddisfazione pubblica, mai privata.

Gianni Poliziani destreggia i fraseggi verbali del monologo con l’abilità di un vero e proprio maestro di musica, cogliendo tutti gli accenti ritmici, le sincopi, gli eccessi di partitura e, perché no, anche le improvvisazioni, i fuori-schema che diventano fondamentali codici espressivi per stabilire un patto di fedeltà con la platea. Gianni Poliziani è bravissimo a mantenere il personaggio in un’aurea media tra il grande uomo di successo e il fallito, tra il donnaiolo e lo zitello umiliato, tra il trionfo e la sconfitta. Una linea mediana tra due opposti caratteriali, che pure rientrano nella composizione del monologo, tenuti insieme con coerenza virtuosa. Un personaggio, quello rappresentato da Gianni Poliziani, che oscilla tra l’antipatia e la tenerezza con lo stesso tono mimetico, in perfetto equilibrio.

Alle spalle del pubblico l’ottima orchestra, attentissima negli attimi soppesati delle entrate e delle uscite del testo, fornisce un repertorio jazz delle grandi occasioni; da Charlie Parker a Benny Goodman, il palco è sciolinato di atmosfere inglobanti, non si può rimanere indifferenti e non catapultarsi nella vicenda, ritrovandosene circondati. La musica che, va detto, non è semplice “cornice” ma entra nella narrazione, si fa suono diegetico. Risolve l’andamento del racconto in una pienezza coerente e piacevole.

ArrischiantiSm

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La stagione del Signorelli riparte con la Traviata

La stagione teatrale del Signorelli di Cortona riparte mercoledì 14 gennaio 2015 ore 21:15 con la Traviata nella trasposizione della compagnia Artemis Danza. La Traviata è il primo capitolo di…

La stagione teatrale del Signorelli di Cortona riparte mercoledì 14 gennaio 2015 ore 21:15 con la Traviata nella trasposizione della compagnia Artemis Danza.

La Traviata è il primo capitolo di un coraggioso progetto firmato da Monica Casadei, eclettica coreografa emiliana formatasi fra Italia, Inghilterra, Francia e vari soggiorni in Oriente, dedicato al celebre Maestro Giuseppe Verdi, che si propone di tradurre nel linguaggio della danza i melodrammi più celebri del più amato compositore italiano.

Una Traviata letta dal punto di vista di Violetta. Violetta contro tutti, Violetta al centro di una società maschilista espressa da un coro in nero. Violetta moltiplicata in tanti elementi femminili, in tanti spaccati di cuore. Violetta disprezzata, che anela, pur malata, pur cortigiana, a qualcosa di puro. Violetta contro cui si scagliano le regole borghesi espresse dal padre di Alfredo, Giorgio Germont, emblema di una società dalla morale malsana. Una società in cui per certi versi si rispecchia a distanza anche la nostra.

La Traviata è per Monica Casadei, che ne cura coreografia, regia, scene, luci e costumi, un viaggio nel dramma di Violetta così come per Alessandro Taverna, autore della drammaturgia musicale, a Luca Vianini, che ha curato l’elaborazione musicale, e per chi in scena danza (Vittorio Colella, Melissa Cosseta, Gloria Dorliguzzo, Chiara Montalbani, Gioia Maria Morisco, Sara Muccioli, Camilla Negri, Stefano Roveda, Francesca Ruggerini, Emanuele Serrecchia e Vilma Trevisan).

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Al teatro Poliziano è in arrivo una stagione teatrale prestigiosa

Battiston, Cristicchi, Pannofino, Riondino, Chiti i nomi di punta. I prezzi più convenienti per un programma studiato con il pubblico. Dal 12 dicembre Montepulciano valorizza anche le realtà locali È…

Battiston, Cristicchi, Pannofino, Riondino, Chiti i nomi di punta. I prezzi più convenienti per un programma studiato con il pubblico. Dal 12 dicembre Montepulciano valorizza anche le realtà locali

È in arrivo la stagione 2014/15 del Teatro Poliziano, una realtà sempre più autorevole sul panorama nazionale, grazie all’impegno della Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte che firma l’intera programmazione. Il pubblico è stato direttamente coinvolto nelle scelte, avendo suggerito linee artistiche e soluzioni organizzative attraverso appositi questionari somministrati nella scorsa stagione.

Giuseppe Battiston__FalstaffGiuseppe Battiston, Ugo Chiti con Arca Azzurra Teatro, Simone Cristicchi, le sperimentazioni di Babilonia Teatri e poi David Riondino e Francesco Pannofino: sono questi i nomi prestigiosi che animano il cartellone invernale di Montepulciano. La scena poliziana presenta innovazioni contemporanee, impegno civile, elementi musicali e autori classici come Shakespeare, Molière, Lord Byron. Nasce poi la nuova sezione “TeatroTerritorio” che porta in scena i collettivi e le compagnie di base della Valdichiana: sono tre gli spettacoli realizzati per valorizzare le energie locali. Si rinnovano le convenzioni con Banca di Credito Cooperativo di Montepulciano e Coop Centritalia per garantire ai soci sconti e promozioni sugli abbonamenti.

Venerdì 12 dicembre 2014 si apre con “Falstaff”, titolo capolavoro tratto da William Shakespeare e interpretato da un attore di culto del cinema e del teatro attuale: è infatti Giuseppe Battiston il mattatore di uno spettacolo spassoso, dove le belle donne, la musica e il vino costruiscono un’atmosfera conviviale. “Il malato immaginario” è invece il caposaldo di Molière che arriva sabato 17 gennaio 2015 nella nuova versione della compagnia Arca Azzurra; la solidità artistica del cast diretto da Ugo Chiti mette in luce gli aspetti più moderni della vicenda. Simone Cristicchi, cantautore, attore, conduttore Rai, artista poliedrico, propone il suo nuovo spettacolo che ha animato il dibattito storico sulle vicende degli italiani dell’Istria: s’intitola “Magazzino 18” la messinscena punteggiata di canzoni e musiche inedite che prevedono la partecipazione straordinaria del Coro delle Voci Bianche dell’Istituto di Musica Henze, in una collaborazione tra giovanissimi poliziani e professionisti affermati, in agenda martedì 27 gennaio. Il “Pinocchio” della compagnia sperimentale Babilonia Teatri ha invece ottenuto il premio dell’Associazione nazionale dei critici di teatro per la sensibilità e l’intelligenza teatrale: gli attori sono infatti persone uscite dal coma che sanno far ridere di gusto e commuovono al tempo stesso (venerdì 13 febbraio). Sabato 7 marzo debutta un’ambiziosa produzione realizzata dalla Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte: il geniale David Riondino e Paolo Bessegato sono le voci narranti di una pièce accompagnata da un ensemble di cinque musicisti che eseguono le composizioni di Luciano Garosi; l’epopea polinesiana degli ammutinati del Bounty prende quindi forma con “The Island”. A suggellare la stagione c’è l’estro comico di Francesco Pannofino che, insieme ad Emanuela Rossi e alla banda della fortunata serie televisiva “Boris”, dà vita a “È andata così” una commedia che ironizza sulle manie dell’Italia di oggi.

Per il segmento del teatro locale, Arteatro Gruppo porta in scena l’operetta “Il paese dei campanelli” con gli organici musicali dell’Istituto Henze (5 e 6 gennaio 2015), la Nuova Accademia Arrischianti riprende l’esilarante “Rumori fuori scena” con la regia di Laura Fatini (28 febbraio), mentre al regista Carlo Pasquini è affidata l’altra nuova produzione della Fondazione Cantiere, ovvero “La ragazza sul divano” dal testo contemporaneo di Jon Fosse.

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