C’è il treno, c’è il lager. Tutto è in penombra, anche la voce di Livia Castellana che racconta. Inizia così il racconto di Se questo è un uomo al Teatro degli Arrischianti. Il volto dell’attrice lo vediamo per la prima volta quando gli ebrei appena arrivati al campo vengono spogliati e rasati: ritroviamo l’umanità di chi racconta quando viene tolta a chi è raccontato. Poi tornano le ombre, le luci di taglio, i controluce per tutto il racconto, passando da una penombra all’altra, fino a quando i prigionieri non sono che “involucri vuoti”. È così che si sentono, privati di tutto, anche della forza vitale, ed è proprio in questo momento che la luce sul palco ci mostra tutta l’umanità dell’attrice: di nuovo in contrasto, di nuovo ritroviamo l’umanità visiva quando perdiamo quella dello spirito.

In questo gioco di umanità perduta e ritrovata, la voce di Livia Castellana regge tutto il racconto. Le parole di Primo Levi non dipingono spesso immagini nitide e quindi trasmetterle oralmente è ancora più difficile, ma Livia Castellana riesce a far arrivare tutto nella testa dello spettatore. Nella sua voce c’è tutta la sofferenza dell’autore e degli altri ebrei, c’è tutta l’incredulità di chi non capisce, di chi non crede a quello che gli sta succedendo e per questo non grida, non alza la voce: sussurra.

Sussurra ma non ti fa perdere una parola di quel racconto ed è giusto che sia così, perché l’evidenza di quello che è successo non ha bisogno di strepiti. L’attrice si muove pochissimo sulla scena: compie pochi passi da una posizione all’altra, i gesti che fa sono ridotti al minimo. È un peccato quindi che questi movimenti non abbiano un significato che va oltre loro stessi: la mano che si alza è una mano che si alza, la camminata da un punto all’altro è solo un cambio di posizione (eccezion fatta per quella finale). Invece, data proprio la rarefazione, queste azioni avrebbero potuto portare nello spettacolo cose che non si potevano dire, parole che la voce non aveva modo di esprimere. Per tutta l’ora dello spettacolo, comunque, l’attenzione rimane sul palco.

Quello che a tratti manca è, credo, l’umanità su cui si interroga Primo Levi. Quando scrisse il romanzo, l’autore non voleva descrivere gli orrori del campo, perché in tanti l’avevano già fatto all’epoca, ma interrogarsi su come l’umanità sopravvivesse in quel luogo. Nella selezione di brani fatta per questo spettacolo, invece, molto spazio è dedicato a cosa fosse il campo, come funzionasse. L’effetto che il lager ha su chi lo vive emerge a tratti, ma non è il fulcro del racconto. Certamente non tutto poteva essere contenuto in sessanta minuti, ma dov’è, ad esempio, il Canto di Ulisse che permette a Primo Levi di ritrovare la sua umanità nel lager? È una mancanza che, nella mia bocca, sa di occasione sprecata.

Lo stesso, per pura opinione personale, vale per la mancanza di riferimenti al presente. Le parole pronunciate in scena ne mostravano di appigli a situazioni lontane ma anche vicinissime, e visto il contesto storico che viviamo era forse il caso di afferrarli e renderli evidenti. Non che non si colgano: le parole di Primo Levi bastano a far realizzare quanto di allora abbiamo intorno anche adesso; sarebbe stato però più interessante intesserli nel racconto, perché ricordare non è fine a se stesso.

Questa produzione della Nuova Accademia degli Arrischianti ha i suoi pregi e i suoi difetti. È comunque una messa in scena a cui è giusto dedicare un’ora del proprio tempo. Anzi, è necessario, come è necessario ravvivare continuamente la Memoria, trovandoci dentro tutte le sofferenze e le ombre umane: la voce di Livia Castellana sa mettere in luce entrambe.

Per chiudere, è curioso notare come questo sia l’unico spettacolo andato in scena a teatro esattamente il Giorno della Memoria nelle stagioni teatrali della Valdichiana senese. Non so perché, ma è così. Data la sua unicità, allora è forse il caso di andarlo a vedere nella replica di Venerdì 31 Gennaio, ore 21:15, al Teatro Mascagni.

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Ludovico Cosner
Ludovico Cosner

Grande appassionato di serie tv, il suo testo sacro è Sense8. Racconta storie di fragilità in mondi fantastici o fantascientifici, scrive e dirige per il teatro. La forma di ciò che crea è colorata, gaia e pop; poi a volte diventa minimalista. Anche se ogni tanto assume dosi di trash, poppissimo è il suo stile di vita.

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