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Tag: giorno della memoria

La Memoria degli Olocausti Contemporanei – “Il Treno” agli Arrischianti

Il 26 Gennaio alle 21:15 e il 27 alle 17:30 è di scena al Teatro Arrischianti di Sarteano Il Treno, con Francesco Storelli, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Silvia…

Il 26 Gennaio alle 21:15 e il 27 alle 17:30 è di scena al Teatro Arrischianti di Sarteano Il Treno, con Francesco Storelli, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Silvia De Bellis, Giulia Rossi. La regia è di Giacomo Testa. La vicenda si svolge nel 1941 e racconta di un piccolo villaggio ebraico nel quale, per sfuggire all’imminente arrivo dei tedeschi, si tenta “un’autodeportazione”: finti deportati, finti nazisti su un finto treno. Il Treno è la storia di una fuga perfetta.

Ironia e malinconia accompagnano questa sgangherata comunità nel lungo viaggio verso la Terra Santa.

Il Giorno della Memoria negli ultimi anni è diventato un appuntamento fisso delle stagioni teatrali del nostro territorio. È proprio nelle motivazioni che determinano questa scelta  che alberga – a mio parere – uno dei valori principali del teatro, nella nostra società. Moltissimi media sono elementi volatili che assecondano i tempi ridottissimi delle risorse di attenzione nel nostro tempo. Molti di voi, ad esempio, non stanno più leggendo questo testo, oppure hanno già saltato a piè pari questo paragrafo; tantissimi non hanno nemmeno aperto il link dal quale hanno raggiunto l’articolo, pur avendolo – magari – condiviso. Per mantenere l’attenzione, il pubblico deve essere motivato a farlo. Le forme di rappresentazione più riflessive, che hanno il beneficio di poter occupare un lasso di tempo più lungo delle nostre giornate, sono quelle che necessitano di un ambiente chiuso e determinato, sacrale, nel quale dedicare una porzione di tempo sufficientemente lunga a qualcosa. Un luogo nel quale i telefoni si silenzino (o si dovrebbero silenziare) e non si emettano suoni (o non si dovrebbero emettere), un luogo in cui la concentrazione si rivolga solo e soltanto a un quadro scenico. La sala cinematografica e il teatro sono le due articolazioni del discorso scenico nelle quali lo spettatore è obbligato a dedicare tempo a una rappresentazione. A teatro però, a differenza del cinema, gli agenti della rappresentazione sono vivi, reali, sono presi da un demone istrionico che fa sospendere l’incredulità. Ecco, quindi, l’ambientazione del teatro come eletta per celebrare il giorno della memoria. Ché questa non sia rappresentata da un tweet, da un pensiero fugace, da un link osservato di sfuggita, ma che sia vissuta in un luogo celebrale (non cerebrale, attenzione), da persone in carne e ossa, a forzare i riempimenti psichici del ricordo di una pagina buia della nostra storia, tanto buia che rischia di essere ripetuta ancora oggi.

Il teatro degli Arrischianti di Sarteano da sempre inserisce nel suo cartellone uno spettacolo per il Giorno della Memoria. Da sempre questi spettacoli sono produzioni della Compagnia Arrischianti, sovente le migliori del repertorio. Si è visto in passato il Mein Kampf di George Tabori e più recentemente la prima assoluta italiana di Dall’Inferno alla Luna di Thiercelin. Quest’anno la virtù è ulteriore, perché c’è un esordio alla regia: quello di Giacomo Testa, già comprovato attore, apprezzato in varie vesti nei teatri tra Umbria e Toscana, e che ha deciso di dedicarsi all’arte del metteur en scène proprio in occasione di questa ricorrenza. Gli abbiamo rivolto alcune domande, a pochi giorni dallo spettacolo.

 

LaV: È il tuo esordio alla regia. Come ti trovi in questa veste?

Giacomo Testa: Considera che io ho già fatto delle piccole regie, in passato. Per piccole intendo proprio cose ridotte: monologhi, brevi spettacoli, in piccoli spazi. Per me è esordio alla regia di uno spettacolo lungo e corale. La mia prima regia articolata, diciamo. Devo dire che non è facile gestire il tutto. Dalla parte dell’attore non ci si rende mai conto della misura del lavoro che il regista porta avanti. L’attenzione effettiva che richiedono i piccoli dettagli, il coordinamento dei costumi, dell’allestimento, così come la gestione degli attori. È stato interessante confrontarmi con le varie interpretazioni che il testo subisce durante le prove.  Il lavoro fondamentale con gli attori è proprio questo, vedere cosa esce dalla loro recitazione, lavorare con loro per farli uscire dalla comfort-zone.

LaV: Quali strumenti hai utilizzato per imparare a fare una regia?

GT: Quello che ho cercato a fare da attore è stato rubare con l’occhio. Lavorare il più possibile con persone esperte, con professionisti, per assimilare da loro la qualità pratica. Fortunatamente sono anche un grosso consumatore di teatro, vado a vedere quanti più spettacoli possibili. Quindi ho avuto, da una parte, una formazione da autodidatta. In più ho frequentato laboratori di drammaturgia che sono stati illuminanti. Agli Arrischianti ho seguito i corsi di scrittura e drammaturgia di Angels Aymar,  e prima ancora con la Compagnia Del Pino di Terni.

LaV: Intorno a te hai però il pieno supporto della Compagnia Arrischianti, no?

GT: Sì, c’è Gabriele Valentini che ha curato le coreografie degli attori, la scenografia invece è di Simone Ragonesi e il disegno luci di Laura Fatini, i costumi della Vittoria Bianchini e Angela Dispenza che è l’aiuto regia…

LaV: Le musiche sono originali e sono composte da un musicista d’eccezione, Giacomo Rost Rossetti dei Negrita. Come lo hai coinvolto nel progetto?

GT: Giacomo è un amico. Gli ho chiesto di partecipare e lui ha accettato.

LaV: Lo spettacolo tratto da Train de Vie di Radu Mihăileanu, in che modo si misura con il film?

GT:  Più che “tratto” direi “ispirato”. È uno spettacolo che si ispira al film Train de Vie, non ha la presunzione di essere un rifacimento teatrale, o peggio una riduzione fedele. L’idea di fondo sì, è quella raccontata dal film. Poi da lì partono molti microcosmi che passano dal surreale al simbolico. Ho aggiunto intere parti di dialogo che non ci sono nel film, per rendere più mio lo spettacolo.

LaV: Di che valori si rinnova quest’anno il giorno della Memoria?

Il Giorno della Memoria dell’Olocausto potrebbe essere allargato ai tanti olocausti contemporanei. La Memoria va ricercata di giorno in giorno, e ne abbiamo fortemente bisogno, basta dare un’occhiata alle notizie che abbiamo. Nel mondo ci sono migliaia di olocausti, migliaia, che restano sottotraccia, di cui non siamo informati o peggio di cui non ci vogliamo informare. La celebrazione della memoria dovrebbe essere viva tutti i giorni.

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“Dall’Inferno alla Luna”, prima nazionale agli Arrischianti – Intervista a Laura Fatini

In pochi ricordano che Wernher von Braun, genio del programma spaziale americano negli anni della corsa alla luna, avesse un passato lugubre nel campo di concentramento di di Dora-Mittlebau, come…

In pochi ricordano che Wernher von Braun, genio del programma spaziale americano negli anni della corsa alla luna, avesse un passato lugubre nel campo di concentramento di di Dora-Mittlebau, come progettatore di Wunderwaffen, l’apparato missilistico nazista, creatore di “armi-miracolose” per dirla con le parole di Goebbels e della propaganda del Reich. Un’esistenza squadernata, tra l’inferno e l’orrore storico dell’Olocausto e la grande conquista dello spazio. Durante la sua esperienza a Dora ha probabilmente condiviso spazio esistenziale con il padre di Pierre Thiercelin, il quale, autore, drammaturgo e attore francese, ha inserito nei suoi testi il peso storico del patrimonio genetico, la trasmissione fisica del dramma di cui suo padre è stato vittima. Ha incentrato la sua ricerca nell’elaborazione del lutto collettivo, nei processi di stratificazione mentale, nonché nel lavorio mnemonico da parte dei figli e dei nipoti delle vittime del nazismo: Dall’Inferno alla Luna  è una di quelle pièce la cui contestualizzazione resta sempre opalescente, estraniante, nel suo condurre il racconto dell’indicibile, che sfrutta l’espediente del ricordo da parte della generazione successiva a quella dei deportati e i loro figli, mantenendo una linea di stemperante ironia: la prima nazionale italiana sarà in scena a Sarteano, nella giornata della memoria, con due repliche successive. Laura Fatini cura la regia di questa non facile resa scenica, così potenziante i termini della memoria, così riqualificante il valore di una giornata ufficialmente dedicata alla memoria delle vittime dell’Olocausto.

Abbiamo incontrato Laura Fatini qualche giorno prima del debutto. Ecco, di seguito, l’intervista.

Quali possibilità drammaturgiche fornisce “il giorno della memoria”, e più direttamente la “memoria” intesa come dato percettivo umano? Quali sono le difficoltà di metterla in scena?

La memoria offre enormi possibilità drammaturgiche, in quanto è un prodotto umano, così come il teatro. La parola detta è stata la prima forma in cui l’uomo ha tramandato i ricordi, che poi sono diventati, di bocca in bocca, essi stessi teatro. La memoria e il teatro sono quindi strettamente connessi. Secondo me lo sono soprattutto perché entrambi vivono di sfumature, di spazi bianchi, del non detto: I confini della memoria sono indefiniti, così come lo sono quelli della battuta detta dall’attore. Si può quindi pensare che teatro e memoria procedano di pari passo, che l’uno alimenti l’altro. Nel caso del giorno della memoria, il teatro fa della memoria il suo soggetto, ne diventa strumento di diffusione e comprensione.

Come si è sviluppato il rapporto tra te, e quindi la compagnia Arrischianti, e Pierre Thiercelin?

Ho conosciuto Jean-Pierre Thiercelin tre anni fa, grazie ad un comune amico, Vincenzo Sorrentino. Jean-Pierre è uomo di teatro, attore e drammaturgo, e per me è stata una gioia poter passare un pomeriggio a parlare delle sue esperienze e della comune passione per il teatro. Nonostante la differenza di età e il mio stentato francese, ci siamo come “riconosciuti” ed apprezzati reciprocamente. Ho scritto qualche articolo sul teatro per la sua rivista di drammaturgia on line, BAT, e abbiamo continuato a corrispondere finché quest’anno due sue opere, fra cui Dall’inferno alla luna, sono state pubblicate in italiano per la casa editrice Morlacchi di Perugia. Per queste opere ho scritto, insieme a Sorrentino, l’introduzione. Da lì a decidere di mettere in scena uno dei suoi testi, il passo è stato breve. Ed entusiasmante.

Il testo riflette una domanda più viva che mai: qual è il senso di tante commemorazioni, se poi le direzioni politiche, spesso e volentieri, assumono forme non propriamente inclini a perseguire la Dichiarazione universale dei diritti umani, conseguita alla tragedia dell’Olocausto? Ecco, quale risposta puoi dare?

Che senso ha ricordare? Potrei rispondere: quale è il pericolo di non ricordare? O di ricordare male? E non intendo solamente fraintendere, mistificare o negare. Ricordare male è anche rendere il ricordo “polveroso”, qualcosa di distante, non comprensibile, e alla fine inumano. Per questo credo che valga ancora la lezione di Hannah Arendt. Quello che è successo, il male commesso, non è inumano, ma banale. Comune, non fuori dalla sfera dell’umano. Se si rende anche il ricordo di cosa è stato l’Olocausto inumano, lo si perde: I deportati non erano sbiadite figurine in bianco e nero, ma uomini di carne e ossa, speranze e bassezze, piccolezze e cattiverie. Il ricordo non deve essere una foto in bianco e nero, ma una scena a colori, sempre viva e presente. Allora avrà un senso ricordare.

Si può avere memoria di qualcosa che non si è vissuto?

Credo di sì: I libri, le canzoni, I testi teatrali costituiscono u a dieta di memoria condivisa a cui tutti possiamo accedere. È la nostra porta sull’immortalità. Un’immortalità totalmente umana.

Come hai lavorato con la compagnia e quali sono stati i fulcri recitativi su cui hai insistito di più per rendere efficace il messaggio?

Nel testo ci sono delle frasi che abbiano scelto come guida: «si tratta di sapere come raccontarla, questa cazzo di storia», «se non si crede alle vittime, tutto sarà concesso ai carnefici», «vivere o parlare, bisogna decidere». Come ricordare, Perché ricordare e come continuare a vivere senza tradire il ricordo: abbiamo lavorato su questo. E devo dire che così facendo abbiamo potuto rendere la complessità del testo in maniera fluida e vivace, reale, vivida. Anche qui: si parla di uomini e donne reali, dopotutto.

In scena, il 27, 28 e 29 Gennaio saranno Francesco Storelli, Gianni Poliziani, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Maria Pina Ruiu e Giulia Peruzzi. Sabato 28 gennaio, nel pomeriggio, Laura Fatini insieme a Vincenzo Sorrentino e lo stesso Pierre Thiercelin, presenterà il volume in cui è raccolto il testo dello spettacolo, uscito in Italia per l’editore Morlacchi di Perugia.

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“Warten”, il libro-testimonianza di Olinto Fei presentato a Torrita di Siena

Ricordi ed emozioni dal fronte, una pagina di storia raccontata da chi l’ha vissuta in prima persona. E’ “Warten – Diario di guerra e prigionia” (Editrice Zona) scritto dal torritese…

Copertina del libro Warten - Diario di guerra e prigionia

Copertina del libro Warten – Diario di guerra e prigionia

Ricordi ed emozioni dal fronte, una pagina di storia raccontata da chi l’ha vissuta in prima persona. E’ “Warten – Diario di guerra e prigionia” (Editrice Zona) scritto dal torritese Olinto Fei e curato da Moira del Vecchio, specializzata in Italianistica, e da Barbara Riccarelli, assessore alla cultura del Comune di Torrita di Siena. Il volume sarà presentato venerdì 4 aprile a Torrita di Siena alla presenza delle due curatrici e di Giulio Fè, autore della post fazione del libro (ore 18,30 – Teatro degli Oscuri).

 Tradotto da Hannelore Wolfsheimer, il volume racconta in 98 pagine i giorni trascorsi da Olinto Fei in trincea sul Monte Nero, facendo intuire di esserci arrivato nell’anno e nel mese peggiore degli oltre tre anni di guerra, nei giorni in cui si sta combattendo la dodicesima battaglia dell’Isonzo che passerà alla storia come la “disfatta di Caporetto”. Era il 24 ottobre 1917. Un libro-testimonianza in cui Olinto racconta anche di una guerra dove ancora vigevano i principi dell’onore del vinto.

Olinto Fei è nato a Torrita di Siena il 23 settembre 1897. Fu militante nella Prima Guerra Mondiale, assegnato al 2° Reggimento Bersaglieri. Combatté la Battaglia di Caporetto, durante la quale cadde prigioniero. Fu deportato in Germania, nel campo di lavoro di Hammelburg e liberato il 15 gennaio 1919. L’incubo della guerra e di quella terribile esperienza lo segnò profondamente, e non lo abbandonò mai per il resto della sua vita. E’ morto il 23 novembre 1938.

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