La deregulation delle aperture degli esercizi commerciali, inclusa nel decreto Salva Italia, ed entrata in vigore il 1 Gennaio 2012, forse non si aspettava una situazione simile, il 15 Agosto 2013. Secondo le statistiche, infatti, ben otto negozi su dieci saranno aperti oggi.

Tentando di mettere a freno i miei pensieri più ribelli, anticonformisti e veementi, mi chiedo: “ma che senso ha tutto questo?”.  Non riesco a tenere a freno i miei ricordi e i miei pensieri, neanche troppo remoti, di ex-commessa in un centro commerciale. Parlo con i miei ex-colleghi, leggo e mi informo: tenere aperto tutto a Ferragosto è solo la punta dell’iceberg, di questa deregulation evidentemente mal interpretata e abusata fino all’esaurimento e all’esasperazione dei lavoratori. Non è stato difficile trovare chi ha lavorato anche il 26 Dicembre, il 1 Maggio, il 1 Novembre e così via. C’è chi parla anche di tenere aperti i centri commerciali anche il 25 Dicembre e il 1 Gennaio. E se nei vari contratti di lavoro, nei festivi dovrebbe essere prevista una certa turnazione e dei turni anche di riposo, di fatto queste turnazioni saltano soprattutto di domenica e nelle aperture straordinarie. Tutti al lavoro e centri commerciali aperti a tutti. Aperti e deserti, e soprattutto pieni di clientela discutibile – e su questo ci posso mettere l’esperienza e qualche aneddoto personale, se proprio lo volete – raramente interessata a comprare qualcosa di necessario. Molti si recano lì, perché non hanno di meglio da fare, talvolta sprecando benzina – non proprio economica nel nostro Paese – e tempo per vagare, subire passivamente masse di prodotti, e spendere soldi per prodotti di cui non sentiva il bisogno, “ma già che siete aperti…”, per poi aggiungere che la crisi non li fa andare in vacanza, che di soldi non ce ne sono. Eppure, ha sempre il carrello pieno di qualcosa, nella borsa c’è lo smartphone di ultima generazione, il tablet, con attive le ultime tariffe per poter essere sempre collegato a Facebook, anche dall’estero, perché non sia mai che, nel caso in cui riesca ad andare via qualche giorno, non faccia schiattare d’invidia gli amici rimasti a casa con foto e post di ogni genere. Ma una volta, a Ferragosto, non si andava al mare, in montagna, in campagna in qualche bella trattoria a mangiare e a divertirsi? E il 26 Dicembre, non si stava con il parentado, quello che vedi giusto a Santo Stefano, per mangiare gli avanzi del giorno prima? Il 1 Maggio non si stava a casa, in quanto festa dei lavoratori?

Questa volta lo chiedo a voi, che siate lavoratori là dentro – e in tal caso, avete tutta la mia solidarietà – o anche acquirenti che hanno una sorta di dipendenza dal centro commerciale: ma ne avete così bisogno di un centro commerciale aperto tutte le domeniche e non solo, aperto anche il 26 Dicembre, il 1 Maggio, il 25 Aprile?

Al telegiornale, nei pochi servizi dedicati a questa vicenda, si vedono i clienti ben felici di passare la domenica e le festività lì dentro, in queste strutture gigantesche, sempre più diffuse: una volta, per sfizio, ho provato a contare quanti centri commerciali fossero raggiungibili da casa mia nel giro di venti minuti di macchina. Troppi, e poi ci si chiede perché siano comunque in perdita, che i negozi all’interno parlino sempre di riduzioni di personale, salvo poi farlo lavorare sempre, al limite dello sfruttamento, di assunzioni sempre più precarie e temporanee, di retribuzioni di straordinari forfettarie (che si facciano 10 ore di straordinario o 100, capita che te le paghino uguale) e retribuzioni non adeguate per aver lavorato nei festivi, e ci sono contratti che parlano chiaro al riguardo; tuttavia qualcuno chiude più di un occhio e fa finta di niente, quando si tratta di equità nella retribuzione. Le redazioni dei telegiornali sanno bene che devono trasmettere un’immagine dell’Italia, non necessariamente aderente al reale, ma mi viene da pensare che da un lato, vista questa situazione agghiacciante e avvilente da un punto di vista sociale e umano, qualche politico palesemente in malafede, possa usarla a suo piacimento e a suo vantaggio: “Visto? Non c’è nessuna crisi, dato i centri commerciali sono sempre aperti e sono sempre pieni. Va tutto bene”. Qualcuno lo ha già fatto, parlando di ristoranti e di bar in centro a Roma sempre pieni… E sembra legittimo, ora, convincere gli italiani che avere un centro commerciale aperto 365 giorni all’anno sia fondamentale e vitale per l’esistenza di ciascuno. Quando in realtà non lo è, non è necessario e basti pensare anche solo a qualche anno fa, quando non c’erano molti centri commerciali e i negozi erano sempre chiusi di domenica, tranne forse nel periodo natalizio. Basti pensare anche al resto dell’Europa: in Danimarca, le aperture dei centri commerciali non sono dalle 9 alle 21-22, e soprattutto, sono chiusi al sabato e alla domenica, senza che nessuno abbia crisi di panico e chieda ossessivamente, chiamando in negozio: “ma domenica/il 1 Maggio/festività varie siete aperti, vero? Sennò cosa faccio io, se siete chiusi?” – parole che mi sono sentita dire personalmente. Le mie risposte, come credo quelle dei numerosi lavoratori, erano molteplici, ma avevano un messaggio sostanziale e univoco: statevene lontano da questo posto, perché c’è molto di meglio da fare.

I lavoratori nei centri commerciali, quindi, da quando questa deregulation ha preso piede, fino a diventare senza controllo, si sono visti privati del loro riposo, di un normale ritmo di lavoro, privati del loro tempo per famiglia, affetti, ma anche per sani e normali hobby. Senza scomodare religioni e dottrine politiche varie, ognuno deve avere tempo per sé. Un tempo che deve deputare alla costruzione e alla cura di sé – che non deve essere un tempo risicato per fare tutto quello che non si riesce a fare, perché si è sempre al lavoro e di conseguenza, lo si passa a crollare esausti sul letto o sul divano, salvo poi sentirsi demotivati, perché si voleva leggere, vedere un film, passare fuori a fare una passeggiata, o anche svolgere un’attività fisica, utile a scaricare le tensioni, o a vedere amici che non vede da tempo. C’è chi ha una famiglia, e magari vuole dedicarsi ai figli.

La tristezza in tutto questo, è vedere che questa stanchezza è sempre più endemica nei lavoratori, e si è trasformata in un’insofferenza comprensibile, ma soprattutto, è stata sfruttata per organizzarsi in movimenti di protesta, soprattutto sui social network. Ma non vogliono essere semplicemente un muro del pianto o uno sfogo ‘all’italiana’. L’obiettivo che hanno è molto chiaro: è far arrivare la protesta in Parlamento, affinché questa deregulation venga rimessa in discussione. Affinché si ragioni sull’utilità di avere dei grossi esercizi commerciali aperti praticamente sempre, con la conseguenze che sono note a chi non crede alle favole raccontate dai media: perdite economiche ovunque e centri commerciali vuoti, specialmente nelle domeniche estive. E i consumi non sono aumentati, ma sono in costante calo. I posti di lavoro non sono aumentati, al contrario, si sono fatti sempre più precari, e proprio perché ci sono dei costi in più, si cerca di non prendere dei nuovi lavoratori – con la costante minaccia di licenziamento, comunque neanche troppo velata, se si manifesta l’idea di voler passare almeno una domenica a casa, a riposare. Idea perfettamente legittima, prevista da contratti rispettati solo quando lo desiderano i ‘vertici? e i ‘titolari’. E c’è anche da aggiungere che praticamente nessun negoziante è stato interpellato dalla dirigenza dei centri commerciali, quando si è trattato di prendere la decisione di aprire tutte le domeniche e durante le festività.

Ma ciò che è ancora più triste, è vedere la poca solidarietà e il poco raziocinio di chi fa di questi centri commerciali un enorme parco giochi dove scaricare i propri bambini – mentre una volta si portavano al parco giochi, in piscina nella bella stagione, li si portava in giro in bici, a spasso con i nonni – che, se qualcuno ha notato, non sono esattamente felici di stare lì; la superficialità di chi li usa semplicemente come pascoli dove vagare senza meta, ma a quanto pare, con la convinzione che non se ne possa fare a meno, di entrare nel negozio di abbigliamento – abbondantemente diffuso su scala non nazionale, ma mondiale – per vedere sempre le solite magliette, fatte uguali identiche da altre marche di abbigliamento, i soliti jeans, le solite cose. L’arroganza di chi dice a questi lavoratori, che ne hanno ben donde di essere stufi di questa situazione, “ringrazia che hai un lavoro”. No, non c’è da ringraziare nessuno, se si è in una situazione simile. Questa può seriamente portare a una crisi non solo economica, ma anche morale e sociale. Ed è per questo che non dico ‘Buon Ferragosto’ a questi lavoratori, oggi. Semplicemente, voglio solo esprimere la mia solidarietà e dare un’eco, seppur infinitesimale, alla loro giusta protesta.

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Alessandra Leoni
Alessandra Leoni

Sempre divisa tra Milano (testa) e Parma (cuore). Classe 1989 e tanta voglia di scrivere. Laureata in Linguaggi dei Media presso l'Università del Sacro Cuore di Milano e specializzanda (!?) in Giornalismo e Cultura Editoriale presso l'Università di Parma. Avida lettrice di libri, sviluppa una certa dipendenza alla musica di ogni genere. È necessario prenderla a piccole dosi.

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