Quest’anno il 25 Aprile è stato festeggiato in rete, sui social, lontano dalle piazze, lontano dai monumenti ai caduti, lontano da quegli spazi che danno significato alla Festa di Liberazione. Il Coronavirus ha imposto l’ennesimo sforzo in questo funesto 2020: festeggiare il giorno della Liberazione nelle proprie case. In questo modo è stato spezzato un rituale laico che si ripeteva solenne da decenni: riunire gli italiani in quanto cittadini della Repubblica nata dalla Resistenza, per omaggiarne i combattenti.

Tuttavia, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) si è mossa facendo rete con tantissime altre associazioni e settori della società civile per festeggiare il 25 Aprile. Eventi live-streaming sono stati organizzati in tutta Italia con la partecipazione di musicisti, scrittori, artisti, sindacati, studenti, giovani, anziani. Con l’hashtag #bellaciaoinognicasa è stata creata “Piazza Streaming”, che per il giorno della Liberazione ha permesso a migliaia di italiani di riunirsi e festeggiare.

Ci siamo fatti raccontare da Gianpiero Giglioni, Presidente della sezione di Chianciano Terme e tra i coordinatori dell’ANPI Valdichiana che riunisce le sezioni della vallata senese, come sono andati questi festeggiamenti così particolari.

Come si è organizzata l’ANPI Valdichiana per la Festa della Liberazione?

“Cercando di omaggiare, nel rispetto delle disposizioni del governo, i martiri e i coloro che hanno preso parte alla Lotta di Liberazione del biennio ’43-’45. Le amministrazioni comunali ci sono venute incontro per celebrare insieme i padri della Repubblica. In tutto il territorio micro-delegazioni son andate a deporre fiori e rendere omaggio ai cippi e ai monumenti. Ci siamo poi attivati sui social stimolando la partecipazione spontanea degli iscritti, dei simpatizzanti e degli antifascisti invitandoli a inviarci contenuti ai quali abbiamo dato visibilità. Ci sono stati mandati video, foto o altri tipi di contribuiti, alcuni anche molto emozionanti. E poi abbiamo organizzato eventi specifici, tra cui concerti e seminari. Durane la giornata abbiamo, infine, pubblicato sulle pagine Facebook delle varie ANPI le storie di chi ha combattuto o ha trovato la morte per liberare l’Italia dai nazifascisti.”

La rete e i social hanno compensato almeno in parte la natura di una festa che da decenni trova linfa vitale nelle piazze con celebrazioni pubbliche ed eventi culturali?

“Secondo me sì. Per tante persone tutto quello che è passato tramite i canali di comunicazione, che poi sono stati soprattutto i social, è stato un modo importante sia per partecipare alle attività istituzionali, che quasi sempre sono state riprese con dirette Facebook o video, sia in modo più attivo, nel senso che molte persone hanno prodotto dei propri contenuti: dai tanti che hanno fotografato la bandiera italiana o il fazzoletto dell’ANPI esposti dalla finestra, a quelli che ci hanno inviato videointerviste con vecchi partigiani. Io ho partecipato in quanto presidente della sezione di Chianciano alla celebrazione dei martiri del comune e andando per le vie ho visto molte persone che avevano esposto simboli legati alla Resistenza. Quindi sì. Direi che è stato un successo da questo punto di vista. E mi sento di allargare il giudizio su base nazionale, perché televisioni e grandi quotidiani hanno diffuso e partecipato al giorno della Liberazione.”

“Per darti un’idea basta guardare i dati della nostra pagina Facebook che ha una base di 1500 follower. Nel periodo tra il 25 e il 26 aprile, considerando che le interazioni stanno continuando anche a distanza di giorni, i dati sono impressionanti: si va nell’ordine del 1400% in più di visualizzazioni della pagina e la copertura dei posti ha raggiunto numeri sbalorditivi crescendo del 10000%. Non è stato uno scherzo. Lo conferma anche l’aumento delle interazioni che arrivano. Alle base delle 1500 persone che seguono la pagina si è aggiunto un enorme numero di persone che hanno visualizzato i post. Sono numeri relativi legati a una piccola pagina, perciò sarebbe interessante confrontare questi dati con realtà più grandi.”

Quindi c’è stata più partecipazione sui social che nelle piazze gli ultimi anni?

“Credo che sia stata abbastanza naturale questa partecipazione spontanea alla festa del 25 Aprile. Ovviamente dobbiamo sempre ricordarci che questa ricorrenza è una festa, cioè uno di quei momenti in cui proprio da un punto vista antropologico una comunità si raccoglie e si riconosce per festeggiare i nostri valori fondativi: della Costituzione, della Resistenza. E ci possono essere molti modi di creare una festa. Quest’anno è stata una celebrazione del tutto inedita e originale sostenuta dai social e dai media.”

“Diciamo che le manifestazioni più istituzionali, organizzate dagli organismi della Repubblica e quindi anche dai Comuni, negli ultimi anni sono risultate forse un po’ ripetitive, nel senso che i momenti erano un po’ troppo istituzionalizzati. Credo che la loro istituzionalizzazione, il fatto di non arricchirli con la fantasia, contenuti e contribuiti originali, abbia allontanato le persone. Non bisogna accontentarci di festeggiare il 25 Aprile come se fosse una pratica istituzionale. Ci vuole uno sforzo di fantasia e originalità sia da parte dell’amministrazione che da parte della società civile. È fondamentale ricercare nuovi contribuiti che evitino che queste manifestazioni si riducano a “timbrare il cartellino”. Quest’anno probabilmente il fatto di uscire da una routine, pur tenendo in considerazione il dispiacere di non essersi potuti riunire nelle piazze, ha dato per certi versi uno slancio alle persone.”

Come si coinvolgono i giovani per il 25 Aprile?

“L’ANPI collabora con le scuole da molti anni grazie a un protocollo di intesa tra l’Associazione e il MIUR (Ministero Istruzione). Nelle aule, quando portiamo le storie dei partigiani e spieghiamo cosa è stata e cosa ha creato la Resistenza, troviamo nei ragazzi di tutte le età una passione straordinaria. L’importante è coltivare non una memoria passiva, ma una che sia attiva: cioè qualcosa che renda quelle esperienze qualcosa da usare nella vita di tutti i giorni. Le scuole sono molto ricettive da questo punto di vista. I giovani quando sono stimolati riescono a sorprendere. La sfida è continuare a farlo, non smettere, avere l’entusiasmo e la volontà di parlare con le persone più giovani. Resistenza e valori democratici hanno una fortissima attrattiva sui più giovani e diventano competenze sociali essenziali per la loro crescita.”

Da militante che sensazioni hai provato a rimanere a casa per la Festa della Liberazione?

“L’ho vissuta su due livelli. Ho avuto la fortuna, essendo presidente di sezione, di uscire per le strade con il Sindaco a rendere omaggio ai martiri. È stato un momento molto bello e significativo: mi sentivo di dover rappresentare le persone che non potevano essere lì in quel momento. Poi c’è stata la seconda parte della giornata in cui sono stato in casa. Come tanti anche io ho esposto la bandiera italiana e il fazzoletto dell’ANPI e ho cantato Bella Ciao durante il falsh mob. Ho vissuto intensamente anche questo momento. Me lo ricorderò. È stato un 25 Aprile all’altezza delle aspettative.”

Lo storico Alessandro Barbero, che ha già collaborato con Piero Angela ed è stato membro del comitato scientifico della trasmissione Rai 3 Il tempo e la storia e in seguito di quello di Passato e presente, ha partecipato a diverse iniziative in live-streaming durante tutta la giornata.

In particolare, si è soffermato su un problema molto diffuso in Italia, che si palesa soprattutto con l’avvicinarsi del 25 aprile e cioè quel revisionismo storico che vuole mettere alcuni casi di violenza commessa dai partigiani sullo stesso piano di quello dei nazifascisti. «Bisogna contestualizzare» afferma il Professore. «Intanto bisognerebbe farsi una domanda: non si dovrebbe mai reagire contro una dittatura malefica? Se sei in guerra contro un nemico e questo ti minaccia dicendo “se fai resistenza io commetterò atrocità e stragi e la colpa sarà tua”, allora arrendersi chiedendo scusa e sottomettendosi non mi sembra una scelta ragionevole. Quella del biennio ’44-’45 è stata una guerra, per di più atroce, e in guerra si tratta di uccidere nemici. È questo il contesto e non bisogna mai dimenticarcene. È il contesto che spiega gli avvenimenti».

Secondo Barbero il vero problema sono «le cose alla Giampaolo Pansa. Quei casi cioè diventati troppo presenti nel dibattito italiano, in cui si vanno a prendere singole azioni di violenze e crimini partigiani e si dice “ecco: anche i partigiani commettevano crimini e quindi sono tutti uguali”. La buon’anima di Giampaolo Pansa si è costruito una carriera in tarda età su queste affermazioni. E allora, di nuovo, bisogna dare più importanza al contesto. In guerra succedono sempre crimini, schifezze e orrori. Un esercito in guerra commette sempre crimini: perché sono i singoli che li commettono; perché un esercito in guerra vuol dire un’infinità di persone armate in pericolo e sotto stress e tra quelle persone ci sono anche delinquenti comuni. La guerra porta sempre con sé queste cose. Non si può crede che chi sta dalla parte giusta sia immune da comportamenti sbagliati. Bisogna però saper distinguere tra quei casi di violenza che vengono ordinati e resi legittimi dall’ideologia, ufficialmente ammessi e rivendicati come nel caso dei nazisti e dei fascisti, da quelli che vengono commessi dai singoli al di fuori dei valori e della morale della propria parte».

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Francesco Bellacci
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