La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: ANPI

Il trio acustico Combat Folk a Foiano della Chiana

Stefano “Cisco” Belotti (voce e accompagnamento) fondatore dei Modena City Ramblers, Luca Lanzi (voce e chitarre) cantante della Casa del Vento e Francesco Moneti violinista eccezionale, entrambi aretini, hanno portato…

Stefano “Cisco” Belotti (voce e accompagnamento) fondatore dei Modena City Ramblers, Luca Lanzi (voce e chitarre) cantante della Casa del Vento e Francesco Moneti violinista eccezionale, entrambi aretini, hanno portato il loro Combat Folk a Foiano della Chiana nella serata di giovedì 2 gennaio.

Il progetto, come ci spiega lo stesso Cisco, «nasce dall’idea di riunirci insieme tutti e tre. Abbiamo beccato Francesco in una pausa del tour con i Modena, perciò ho proposto di mettere in piedi una manciata di date, che poi si sono rivelate molte di più. L’idea è nata a settembre dal desiderio di suonare insieme a Luca le canzoni storiche che abbiamo scritto insieme e che hanno dato vita al disco del 2001 “Novecento”. Un album diventato appena maggiorenne. Alla fine, abbiamo fatto 26 concerti in due mesi, in inverno. Una cosa impensabile, molto impegnativa. Abbiamo raccolto un sacco di adesioni. Stasera è stata l’ennesima conferma: la sala era strapiena, la gente si è seduta davanti al palchetto o stava in piedi tutt’intorno. Mi piace pensare che questa cosa si possa riprendere in mano l’anno prossimo e riproporla, perché è stato veramente bello».

I Modena City Ramblers e la Casa del Vento hanno collaborato spesso insieme dagli anni Novanta. Queste band si sono fatte conoscere non soltanto per il folk suonato da musicisti incredibilmente capaci, ma soprattutto per l’impegno politico e sociale che trova espressione nei testi delle loro canzoni. Il valore di questi artisti è stato riconosciuto dalla leggendaria Patti Smith, che ha deciso di registrare un brano e suonare nel suo tour con i ragazzi della Casa del Vento.

Qualche mese fa li abbiamo intervistati dopo un concerto ad Arezzo e ora, vederli a Foiano, è qualcosa di speciale. Nelle loro canzoni, infatti, si parla molto della storia di questo piccolo borgo orgoglioso. «A Foiano come Casa del Vento avevamo già suonato in una iniziativa dell’ANPI locale in memoria dei partigiani che combatterono i nazi-fascisti. Su questo palco mi sono commosso, perché proprio qui sono germogliati i semi dell’antifascismo e della lotta partigiana aretina. Licio Nencetti, Ezio Raspanti, Sarri, Grazi e Antonini e tutti quei ragazzi che hanno dato la loro vita sono stati formati da esperienze che sono avvenute nel territorio foianese a inizio ‘900, come i Fatti di Renzino, e da quei personaggi che hanno portato avanti i valori dell’antifascismo nonostante un ventennio di dittatura. È per questo che Foiano ha un tessuto sociale così forte e coeso. Essere qui e poter raccontare del sacrificio di giovani di 16, 17, 18 anni mi emoziona in modo indescrivibile».

Anche il pubblico ha reso omaggio ai suoi combattenti partigiani con un lungo e affettuoso applauso. «La risposta che ha dato questo pubblico» ha continuato Luca Lanzi «è stata meravigliosa. Io dico sempre che il concerto si fa in due: i musicisti e la gente. Mi ha fatto molto piacere che ci fossero tanti ragazzi giovani».

Riempire una sala come la Furio del Furia di Foiano è stato possibile grazie all’iniziativa dell’amministrazione locale che ha voluto inaugurare il 2020 con una band di grande calibro formata da un trio d’eccezione.

«Far venire tutta questa gente è importantissimo» ci dice Cisco Belotti «la sala non è affatto piccola e c’era gente in piedi che non sapeva dove stare. È stato veramente significativo. Mi ha colpito la partecipazione di questo paese: c’era gente venuta per sentire le nostre canzoni e cantare con noi. È stato un grande risultato sia per chi ha organizzato che per noi».

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Settimana Foianese: l’ANPI incontra gli studenti delle scuole medie

Da venerdì 20 fino a domenica 29 settembre si è svolta la Settimana foianese, organizzata dalla Pro Loco di Foiano della Chiana in collaborazione con il Comune e le associazioni…

Da venerdì 20 fino a domenica 29 settembre si è svolta la Settimana foianese, organizzata dalla Pro Loco di Foiano della Chiana in collaborazione con il Comune e le associazioni cittadine. Dieci giorni di iniziative culturali, culinarie, artistiche e sportive che hanno messo in luce le eccellenze chianine e foianesi. Le prime edizioni erano caratterizzate dagli artigiani locali che prendevano il loro spazio nei fondi del centro storico per esporre i propri prodotti e le loro opere; nel corso del tempo l’evento si è arricchito di occasioni di intrattenimento e di conoscenza, per vivere pienamente il borgo foianese. “Saperi e Sapori” è il nuovo nome che è stato dato a questa manifestazione che per dieci giorni ha riempito il centro storico del paese di musica, concerti, eventi, conferenze, laboratori e spettacoli

Nell’ambito di questa ricca serie di eventi è stata avviata una collaborazione tra l’Istituto Omnicomprensivo Guido Marcelli e la sezione locale dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), che si è concretizzata nella visita guidata all’Istituto storico dell’Antifascismo e della Resistenza in Valdichiana “Bernardo Melacci”. Gli studenti delle scuole medie hanno quindi avuto l’opportunità di visitare il centro di documentazione e l’archivio storico, che contiene un patrimonio documentario e bibliografico  che ha lo scopo di conservare per le future generazioni e per tutti gli studiosi le testimonianze del periodo della Resistenza.

L’enorme valore storico e culturale dell’Archivio di Piazza Cavour è stato mostrato ai giovani studenti degli ultimi anni delle scuole secondarie che si stanno avviando allo studio della Seconda guerra mondiale e della Lotta di liberazione nazionale. Ai ragazzi e alle ragazze è stata illustrata la storia dell’Istituto ed è stato spiegato loro il metodo di indagine impiegato dai ricercatori per la raccolta delle fonti. Hanno potuto toccare e maneggiare gli strumenti utilizzati da Ezio Raspanti, fondatore dell’Archivio, per la raccolta delle testimonianze e, infine, hanno esaminato alcuni dei risultati della ricerca, conservati all’interno dei fascicoli tematici.

A partire dagli anni Settanta l’Istituto storico ha promosso studi e ricerche che hanno messo in rilievo l’importanza della guerra partigiana tramite la raccolta delle testimonianze dirette di quegli avvenimenti e di materiale documentario sull’Antifascismo e la Resistenza toscana e della Valdichiana in particolare. Le fonti raccolte permettono anche di avere un quadro chiarissimo delle classi subalterne e del movimento contadino e operaio dall’inizio del Ventesimo secolo.

Mariangela Raspanti, Presidente dell’ANPI sez. Foiano della Chiana, si è detta «enormemente soddisfatta dall’opportunità che si è creata grazie alla volontà della Dirigente scolastica Anna Bernardini e quella della professoressa Laura Paolini. L’importanza di far conoscere la storia locale e nazionale ai ragazzi in maniera così approfondita e l’opportunità di parlare loro del metodo scientifico che sta alla base della ricerca storica è stata un’occasione formativa molto importante, che sicuramente andrà ad arricchire il loro bagaglio culturale. Ci terrei molto a ringraziare anche il Presidente della Pro Loco di Foiano, Luca Posani, per l’impegno che mette nel valorizzare le nostre eccellenze».

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Intervista a Massimo Zamboni: «Non ho paura di sentirmi istituzionalizzato»

Massimo Zamboni ha suonato in piazza Duomo a Chiusi alle 22 del 1 giugno 2019 in occasione della Festa della Costituzione di ANPI Valdichiana. Qualche ora prima, sono riuscito a…

Massimo Zamboni ha suonato in piazza Duomo a Chiusi alle 22 del 1 giugno 2019 in occasione della Festa della Costituzione di ANPI Valdichiana. Qualche ora prima, sono riuscito a strappargli qualche minuto per un’intervista, la cui trascrizione riporto qui di seguito.

Sonata a Kreutzberg, il tuo ultimo lavoro, inquadra quella che era la Berlino e l’Europa dei primi anni ’80, lo spazio in cui si sono definiti i prodromi dei CCCP. C’è la sensazione che quel mondo fosse molto meno conformista di quello di oggi: il senso comune sembrava più elastico, più aperto ad accettare la novità…

Massimo Zamboni: Sì, quello che dici è vero. In realtà, l’avere il mondo diviso in due blocchi, creava una doppia polarità alla quale ci si poteva attenere, ma che si poteva anche respingere. Questo provocava movimento. Voglio dire: quel muro che doveva essere impenetrabile, in realtà non faceva altro che moltiplicare gli sguardi di attraversamento. Era facile, vivendo in quegli anni – al di là di tutte le barriere e tutte le guerre fredde o calde che c’erano – pensare che il mondo fosse nostro. Nel momento in cui il mondo è nostro possiamo andare dove la nostra voglia, volontà, coscienza e possibilità ci spingono. Adesso, paradossalmente, c’è una buonissima possibilità di movimento e di viaggio – non in tutto il mondo, naturalmente, ma in una buona parte di questo – ma c’è sempre meno gente che ha voglia di approfittarne perché si accontenta di guardare Google Earth, o di prendere il primo Ryan Air per andare in una località che, dopotutto, gli resta pure indifferente, perché manca il senso della conquista. Manca la voglia di condividerlo, questo mondo. Credo che ci sia un grandissimo conformismo da questo punto di vista. Mi è facile ricordare perfettamente il conformismo di allora: il conformismo della sinistra, il conformismo dei fricchettoni, il conformismo di chi si faceva le pere… il conformismo di tutti, perché ogni categoria aveva il suo conformismo: ma erano molteplici punti di vista. Non impermeabili. Erano anni molto faticosi ma anche molto appassionanti.

 

Ti è capitato di tornare a Berlino negli anni? Che sensazioni ti ha dato il cambiamento?

Massimo Zamboni: Ci torno spesso a Berlino. L’ultima volta che l’ho frequentata è stata anche ieri sera: mi sono ritrovato a visitare il sito di un besetzt in cui ho avuto modo di vedere tutta la mappatura di tutte le case occupate negli anni in cui abitavo anche io. Con anche la mia casa. Se tu li vedessi ti renderesti conto di quanta puntualità, organizzazione ci fosse, sotto questo punto di vista. Era – come dire? – tutto molto tedesco. Berlino oggi sta diventando una capitale come le altre, molto fascinosa, anche con molta voglia di mantenere la propria storia. Però… ti faccio l’esempio della pubblicità di Potsdamer Platz, che è una contraddizione del nostro tempo: quello era il luogo nel quale era costruito il bunker di Hitler, dove lui è morto. Poteva essere utilizzato come un ricordo per tutta europa, un monumento alla memoria, invece è diventato un shopping center della Sony.

 

Quel tipo di antagonismo punk che ha caratterizzato i primi vent’anni della tua carriera, arriva oggi a poter essere racchiuso in una festa dell’ANPI. Ti senti, passami il termine, “istituzionalizzato”?

Massimo Zamboni: Io ho la tessera dell’ARCI, della COOP, dell’Aci e dell’ANPI. Non ho paura delle istituzioni. Le istituzioni esistono soprattutto per proteggere e per aiutare. Capisco bene quello che vuoi dire e no, non ho paura di sentirmi istituzionalizzato. Non mi sono mai sentito antagonista, che è una parola che detesto perché mi porta ad uno scenario urbano di pretesa opposizione e che non mi riguarda assolutamente. Io sono un contadino per la maggior parte delle mie attività. Non ho paura. Con gli anni che passano consegnerò la storia dei CCCP e dei CSI ad una specie di maturità classica che non mi spaventa. Questo non scalfisce l’essere punkettone di allora perché, in realtà, quell’attitudine sta proseguendo sotto forme abbastanza inaspettate, anche per noi stessi. Io mi sento bene qua. Mi sembra di essere a casa. Mi sembra di conoscere molto bene tutte queste persone, questo luogo, riconosco questo modo di porsi. C’è un forte senso di accerchiamento intorno all’ANPI e a tutto ciò che rappresenta. È un po’ come gli orsi quando si ritirano in montagna quando sono inseguiti. Può darsi che questa sia la nostra montagna… lo scopriremo. Anche i partigiani si ritiravano in montagna, d’altra parte. Però mi rendo conto che c’è un’Italia, che non appartiene alle televisioni o ai giornali, ma un’Italia che vive e che lavora e che spesso è molto meglio di quello che pensiamo. Io sono contento di farne parte.

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Migrante in fuga dalla morte – La storia di Ibrahim, uno dei ragazzi di Don Biancalani

Tra i tanti giovani che Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, ha accolto nella sua parrocchia c’è Ibrahim. Ha 19 anni e viene dal Gambia, una striscia di terra inghiottita…

Tra i tanti giovani che Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, ha accolto nella sua parrocchia c’è Ibrahim. Ha 19 anni e viene dal Gambia, una striscia di terra inghiottita dal Senegal. Insieme a Don Biancalani, che accompagna nelle uscite pubbliche, sono ospiti alla Seconda edizione della Festa della Costituzione, organizzata dall’ANPI Valdichiana nel centro storico di Chiusi. Una cascata di treccine sottili gli esce dal cappello rosso che porta rialzato sulla testa, come i rapper e ricambia ai saluti con una stretta di mano e un simpatico sorriso bianco.

Piazza del Duomo è piena. Tra gli spettatori ci sono tantissimi giovani studenti delle scuole superiori. Dal palco, con il microfono che impugna ormai con disinvoltura, Ibrahim inizia il racconto della sua vita. Sui presenti cala subito un silenzio impressionante. Si sente solo la voce del ragazzo che esce amplificata dalle casse e qualche uccellino che riempie le pause tra una parola e l’altra. Ibrahim potrebbe benissimo trovarsi al posto di uno dei suoi coetanei seduti di fronte a lui, ma il destino gli ha impedito di godersi lo spettacolo.

Mio padre ha sposato due donne” comincia “perché la mia mamma non riusciva a dargli più di due figli. La seconda moglie, invece, ne ha fatti 5”. Tutti quanti vivevano sotto lo stesso tetto, ma tra le donne si crearono subito conflitti. “Il babbo lavorava ogni giorno fino a notte e la mamma andava a vendere verdura al mercato. L’altra moglie rimaneva sempre a casa e quando, con mio fratello più piccolo, tornavamo da scuola ci maltrattava”.

Quando Ibrahim ha soli 9 anni il padre muore e le due donne si dividono. Da allora si è sempre trattato di sopravvivere: andare a scuola, vendere verdure al mercato, restare in vita. “È stato difficile per la mamma rimasta sola pagare la scuola a me e mio fratello. Piangeva sempre. Piangeva ogni giorno. Dopo scuola la aiutavamo a vendere verdure, ma i soldi non bastavano”.

Fu per aiutare la mamma e il fratello che Ibrah prese la decisione di abbandonare la scuola: “me ne andavo in giro a cercare lavoretti. Volevo che mia mamma smettesse di piangere”. Ha lavorato alle pulizie, come meccanico e per due anni è stato cresciuto da un sarto, amico del padre, che gli garantiva un po’ di stabilità. Ma la tranquillità durò poco, perché anche quest’uomo se ne andò prematuramente.

Sono tornato sulla strada, ma nel 2014 ho trovato da lavorare come parrucchiere. Avevo 14 anni. I soldi però non bastavano, perché la mamma non guadagnava abbastanza e il mio fratellino doveva andare a scuola e la scuola costa tanto”. Ibrah ha tentato più volte di proporre alla madre di lasciare il paese per trovare maggiore fortuna, ma lei glielo vietava sempre.

Una notte scappai di casa e riuscii ad arrivare in Senegal. La mamma era disperata e voleva che tornassi, ma io ero intenzionato ad aiutarla. Cambiai la sim del telefono così non poteva più chiamarmi e io non ero tentato di ritornare da lei”. In totale è rimasto in Senegal 5 mesi, durante i quali ha lavorato come parrucchiere. Insieme ad altri amici migranti si è poi spostato in Mali, ma anche qui la situazione che trova è critica. Allora decide di raggiungere il Burkina Faso, dove però trova guerra, devastazione e morte. Nonostante i militari lo blocchino riesce comunque a entrare. Ma la paura lo spinge a fuggire di nuovo, stavolta in Niger.

È un paese molto più povero della Gambia e sono finito subito in mezzo alla strada. Dormivo al mercato, per terra, nei parcheggi. Mendicavo del cibo ogni giorno, fino a quando ho incontrato un uomo che mi ha portato a casa dalla sua famiglia dopo aver sentito la mia storia; mi lava e mi veste con vestiti nuovi; mi dice che in Niger non c’è speranza. Quest’uomo mi ha aiutato ancora una volta pagandomi il viaggio per attraversare il deserto e raggiungere la Libia”.

Insieme ad altre 40 persone Ibrahim è stato caricato in un pickup alle porte del deserto sud-sahariano con una bottiglietta d’acqua e un pacco di biscotti. Sarebbero dovuti durare 4 giorni. Il tempo necessario per attraversare il deserto o morire di stenti provandoci.

Ci hanno scaricati in una stalla. Era come una prigione: non potevamo neanche uscire per comprare il cibo e cercare lavoro. Ci sfamavano una volta al giorno, quando se lo ricordavano. Ci picchiavano e venivano a portarci a lavorare solo quando c’era richiesta di manovalanza e non sempre ci pagavano. Un giorno cercavano dei sarti, ma io avevo troppa paura per alzare la mano, perché vedevo i miei compagni tornare la notte con ferite e lividi. Ma non avevo scelta, avevo bisogno di soldi e alla fine ho deciso di accettare il lavoro”. Per sua fortuna il padrone della sartoria non si rivelerà un uomo violento.

Ogni mattina mi veniva a prendere nella stalla e mi riaccompagnava la sera. Un giorno mi pagò il taxi per andare al lavoro, perché lui non si sentiva bene. Nel tragitto, però, alcuni ragazzini libici armati di mitra mi rapirono e mi portarono in un carcere. Là dentro ho visto una vita che non avrei mai immaginato. Ho sofferto tanto nei due mesi in cui sono rimasto rinchiuso. Le guardie mi picchiavano, chiedevano soldi alle nostre famiglie come riscatto mentre ci torturavano”.

Insieme ad altri Ibrah partecipò a una fuga rischiando tutto. “I militari ci sparavano e c’erano tanti morti e tanto sangue. Io non sapevo dove andare se non dal sarto che mi aveva dato lavoro, ma anche lui era preoccupato, perché mi stava cercando la polizia. Allora mi ha portato al mare per attraversarlo e arrivare in Italia. Sulla spiaggia c’erano altre 250 persone. Andate a morire ci dicevano quelli che riempivano i gommoni. Io non sapevo neanche cosa stesse succedendo. Ero ignorante. Avevo paura”.

La storia e la vita di Ibrahim sono cambiate nel momento in cui la nostra guardia costiera lo salvò portandolo a Napoli e da lì a Pistoia da Don Massimo Biancalani. “Qui ho imparato la lingua e ho continuato a studiare”. L’intervento lo conclude rivolgendosi direttamente ai ragazzi delle scuole superiori, seduti a pochi metri da lui:

Ricordatevi che ognuno di noi ha dei sogni e abbiamo lasciato il nostro paese e le nostre famiglie per motivi diversi e bruttissimi; abbiamo rischiato la nostra vita e siamo stati torturati, perché cercavamo un futuro migliore per noi e per le nostre famiglie; siamo scappati dalla fame e dalla guerra. Quindi, prima di giudicarci, ascoltate le nostre storie. Così è meglio”.

Mentre ospiti, volontari e pubblico si incamminano per le stradine di Chiusi in cerca di ristoranti per pranzare, io mi trattengo per una chiacchierata con Ibrah.

Cosa hai messo nello zainetto la notte in cui sei partito?

Solo un pantalone, una maglia e il cellulare. Avevo solo questo quando sono partito per il Senegal.

Adesso cosa fai oltre a studiare?

Faccio il parrucchiere, ma non ho un contratto stabile; lavoro a chiamata e faccio solo tagli per uomo: sto facendo i corsi per imparare a tagliare i capelli alle donne. Faccio anche sartoria nella parrocchia: cucio i vestiti di Don Massimo e dei bambini della comunione.

Tu sei musulmano e vivi nella parrocchia di un prete cattolico. Com’è far convivere queste due religioni?

Noi siamo lì come una grande famiglia. Non ci distinguiamo in base alla religione: ci sentiamo tutti esseri umani, fratelli. Nella parrocchia di Massimo non conta la religione; conta il cervello e la persona, cosa pensa e cosa fa. Tra l’altro anche i musulmani credono in Gesù: noi lo chiamiamo Isa ed è un profeta. Questo riduce ancora di più le differenze all’interno della parrocchia. Come ha detto Massimo dobbiamo vivere come persone, non ha senso dire io sono del Gambia, io della Nigeria.

Avete dei compiti in parrocchia?

Sì, io cucio per esempio. Abbiamo avuto una pizzeria e facevamo corsi di cucina. Un po’ di tempo fa, però, abbiamo dovuto chiudere, ma vogliamo rifarla ancora. Inoltre, aiutiamo Massimo con le traduzioni e l’accoglienza quando arrivano ragazzi nuovi. E poi lo accompagniamo quando parla in pubblico.

So che giochi a pallone

Sì, la mia squadra sta facendo un bel campionato e stasera abbiamo le semifinali.

Chi è il tuo calciatore preferito?

Toni Kroos del Real Madrid, perché fa il centrocampista come me

E in Italia chi ti piace?

Mi piace tanto Dybala

Il tuo futuro come lo vedi? Hai un sogno?

Voglio vivere una vita serena e aiutare la mamma. Il mio sogno è fare l’università, studiare e diventare psicologo: per capire come mai ad alcuni la testa non funziona…

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La chiesa da campo di Don Massimo Biancalani, il parroco dei migranti

“Io, parroco degli ultimi, disobbedisco e accolgo” Don Massimo è uno di quei parroci che il Vangelo lo mette in pratica alla lettera. Il suo nome e la sua storia…

“Io, parroco degli ultimi, disobbedisco e accolgo”

Don Massimo è uno di quei parroci che il Vangelo lo mette in pratica alla lettera. Il suo nome e la sua storia sono diventati famosi dopo che un blitz delle forze dell’ordine ha decretato la chiusura del centro di accoglienza gestito proprio dal sacerdote, a Vicofaro in provincia di Pistoia. Adesso ospita i profughi all’interno della piccola chiesa, al piano superiore, dove i ragazzi dormono senza interferire con le funzioni quotidiane. La sua intenzione è di riaprire i progetti che stavano alla base del CAS (Centro di Accoglienza Straordinario) come la “Pizzeria del rifugiato”, che dava lavoro a molti ragazzi, la squadra di calcio, l’orto biologico e continuare a dare speranza agli ultimi.

Lo incontro a Chiusi il 31 maggio, alla seconda edizione della Festa della Costituzione organizzata dall’Anpi Valdichiana, dove ha parlato del diritto di asilo insieme a Flavio Lotti, coordinatore nazionale della “Tavola della pace” e Giovanni Visone, direttore della comunicazione per la ONG Intersos.

È un omone dal passo lento e lo sguardo severo, con le palpebre pesanti e le sopracciglia corrugate. Indossa un paio di sandali neri e i calzettoni di lana, perché, nonostante sia giugno, ancora il clima è incerto. Al suo fianco c’è un ragazzo di colore, che quasi sembra un ragazzino, ma del resto chiunque lo sembrerebbe se si trovasse a camminargli vicino. Finito il suo intervento dal palco lo intercetto per intervistarlo. Ha l’aria stanca e la voce calma, quasi lenta. Pare quella di chi ha lottato tanto e sa che dovrà farlo ancora per molto tempo.

Quanto ancora durerà il problema dell’emigrazione dall’Africa?

È un fenomeno epocale quello dell’immigrazione. Studi americani affermano che durerà per lo meno altri 40 / 50 anni e specialmente finché i paesi africani non avranno la possibilità di dare alla loro gente una vita dignitosa, le persone si sposteranno e troveranno il modo per arrivare in Europa. Un fenomeno epocale che certamente dovrebbe essere guardato con una visione globale, che purtroppo non abbiamo e non vedo uno scenario di possibilità da questo punto di vista: vedi Trump che cerca di contenere il fenomeno innalzando i muri, quando invece occorrerebbe cambiare il sistema economico internazionale e i meccanismi economici che impoveriscono i paesi del sud.

Ma i vari Stati possono fare qualcosa?

È evidente che le singole politiche nazionali possono moralmente fare qualcosa, ma non sono sufficienti: si è visto in questi anni. Purtroppo, l’Europa non ha una visione politica unica su questi temi. Sulla questione dell’accoglienza, per esempio, ogni paese ha una sua normativa e questo crea disfunzioni, disuguaglianze, problemi.

La scuola sta aiutando le nuove generazioni ad approcciare queste difficoltà?

La scuola e la chiesa avrebbero e dovrebbero avere questa forza, purtroppo però l’hanno persa. Io faccio l’insegnante e mi accorgo che è molto difficile parlare con i giovani di questi temi, perché sono imbevuti di messaggi negativi sui migranti. Cambiare mentalità non è semplice. La scuola dovrebbe essere un tassello fondamentale, ma in realtà è molto debole. I giovani escono dai licei con tante informazioni di carattere nozionistico, ma sui temi contemporanei sono molto fragili.

Il futuro dei suoi ragazzi come lo vede?

Inevitabilmente incerto. Assolutamente da costruire. Quello che mi rende fiducioso è che sono ragazzi con una forza morale enorme, perché hanno attraversato il mondo per arrivare qui. Hanno fatto sacrifici impensabili per ragazzi così giovani. Molti sono 4, 5 o 6 anni che non vedono i proprio genitori. Hanno una forza e un coraggio incredibili. Spero che tanti di loro si possano inserire, però il quadro normativo che riguarda l’inserimento è molto lacunoso, punitivo quasi. Sembra che si facciano delle leggi che avversano e ostacolano l’inserimento, l’integrazione e l’interazione. Abbiamo norme che non prevedono un investimento di tipo economico e culturale, che non puntano sul migrante come risorsa per il paese. Risorsa che di fatto lo è già. Ci sono moltissimi modi illegali, e forse voluti dall’alto, con cui molti migranti vengono sfruttati e sottopagati per mandare avanti interi settori economici: dalle aziende agricole del sud, passando per le imprese pistoiesi e pratesi.

La comunità di Vicofaro come risponde?

Abbiamo avuto diverse persone che ci hanno abbandonato venendoci a dire che non condividevano quello che facevamo. Molti per fortuna si sono avvicinati, soprattutto laici, persone di buona volontà che, comprendendo la difficoltà del fenomeno, hanno deciso di darci una mano: abbiamo insegnanti, chi si occupa di assistenza sanitaria, chi dell’organizzazione della casa stessa. C’è stato chi è partito e chi è arrivato. I ragazzi poi, convivendo in un ambiente così grande (si parla di più di 100 persone), vivono serenamente e non ci sono episodi di degrado. Poi chiaramente ci sta che due o tre vicini si possano lamentare, perché notano maggiore rumorosità. Quando ci sono 100 persone in un solo posto si sentono rumori, no? Abbiamo poi avuto l’inconveniente con Forza Nuova e Casapound, che hanno fatto irruzione durante una messa per verificare la mia ortodossia e ci hanno minacciato tramite facebook.

Come avete risolto?

È caduto tutto nel nulla. Fortunatamente quell’irruzione in chiesa riuscì a gestirla durante la funzione. Adesso la situazione è abbastanza tranquilla. Rimane l’emergenza dell’accoglienza, perché i ragazzi continuano a essere estromessi dai percorsi di lavoro e dalle cooperative e si ritrovano in mezzo alla strada senza un appoggio. La questura in questi giorni ha ripreso a non rinnovare più i nostri permessi di soggiorno e non riusciamo a capirne il motivo, perché, avendo ospitalità, i ragazzi hanno diritto a rinnovare i documenti. Per quanto ci riguarda siamo al limite delle nostre forze: dobbiamo dare loro da mangiare, garantirgli un alloggio dignitoso, ci sono tante spese, le utenze. Non è facile.

Quanto è importante un Papa che richiama l’attenzione sugli insegnamenti del Vangelo?

È fondamentale. Tra l’altro è stato un input che ci ha dato la spinta per iniziare questa esperienza. Un’immagine che mi ha sempre colpito molto è il modo in cui Francesco vede la chiesa, cioè come un ospedale da campo e noi ci ispiriamo a queste parole. Siamo un punto avanzato di soccorso per persone estromesse e abbandonate. L’importanza dei suoi messaggi è fondamentale lo ripeto, nonostante troppe volte cadano nel vuoto, anche negli stessi ambienti religiosi.

Ha parlato con Papa Francesco?

Ho avuto l’onore di essere invitato a un convegno mondiale in Vaticano su questi temi. C’è anche stato un veloce scambio di saluti. Qualche tempo dopo abbiamo ricevuto un lettera dal dicastero a nome del Papa dove ci ringraziava per il lavoro fatto e ci spronava ad andare avanti con forza e fantasia.

È vero che le hanno requisito la patente?

Mah. Quello è un episodio strano. Purtroppo, di cose strane ne sono successe. Le istituzioni in questi anni non ci hanno aiutato.

Le chiusure dei centri di accoglienza, gli sgomberi, l’impunita libertà dell’estrema destra fanno pensare che qualcuno voglia lasciare per strada questi ragazzi. Mi sbaglio?

Questa è la linea della politica italiana già da prima di Salvini: lasciare in mezzo alla strada questi ragazzi in modo che siano costretti a lasciare l’Italia.

Perché ha deciso di diventare sacerdote?

Nel mio percorso non c’è una caduta da cavallo. È stato un percorso lungo, da ritardatario. Sono diventato prete quando ero “molto” adulto. È una condizione che mi sono ritrovato lentamente addosso per le varie cose che facevo: l’insegnamento di religione a scuola e i campi giovanili per la parrocchia. Con il passare degli anni mi sono accorto che si trattava di una dimensione che mi si confaceva e quindi coinvolsi il vescovo il quale, dopo qualche anno, decise di ordinarmi nonostante tanti altri preti non fossero affatto d’accordo: non li avevo molto vicini.

Quindi è sempre stato un rompiscatole?

In qualche modo sì. L’importante, però, è vivere con sincerità d’anima e dare il meglio di sé con semplicità, senza strafare ed è quello che ho fatto per tutta la vita.

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La Primavera della Costituzione a Monticchiello

Dal 1 al 3 Giugno a Monticchiello (Pienza) arriva la prima festa della Costituzione, in occasione del 70° anniversario dall’entrata in vigore della Carta. Un ricco cartellone fatto di convegni,…

Dal 1 al 3 Giugno a Monticchiello (Pienza) arriva la prima festa della Costituzione, in occasione del 70° anniversario dall’entrata in vigore della Carta. Un ricco cartellone fatto di convegni, musica e parole, organizzato dai circoli ANPI Valdichiana con il contributo del vasto panorama dell’associazionismo locale.

Il reportage della manifestazione:


Carlo Smuraglia e il futuro della memoria

Partigiano, docente e Presidente onorario dell’ANPI, Carlo Smuraglia ha chiuso la tre giorni di Monticchiello dedicata alla Costituzione. Una lucidissima analisi dall’alto dei suoi 95 anni.

«Il futuro della memoria è oggi. Il problema non è il futuro, ma il nostro presente. Bisogna pensare che se siamo a questo punto della vita nazionale niente è avvenuto per caso. La memoria della Liberazione è stata troppo strapazzata e negata negli anni repubblicani. L’ANPI ha fatto il possibile per tutelarla, ma non siamo riusciti a trasformarla in una battaglia nazionale. De Luna, storico e docente della contemporaneità, ha scritto un libro intitolato “La Repubblica del dolore” in cui dice che l’Italia è incline al cordoglio e alla commemorazione dei caduti; meno incline ad analizzare le ragioni per le quali si ricordano i morti. La memoria dice, sempre De Luna, si costruisce bene quando diventa collettiva. Ogni paese serio e civile dovrebbe avere una memoria collettiva tra i fondamenti della vita nazionale.

Dopo la liberazione abbiamo cominciato a lasciar cadere la memoria solo su ciò che era stato il fascismo, senza mai fare davvero i conti con quella minaccia. Non è mai stata fatta una vera analisi, non sono mai stati epurati i colpevoli dalle cariche pubbliche, dall’alto delle quali hanno continuato a perpetrare, se non le azioni, lo spirito del fascismo. Abbiamo consentito che si considerasse il fascismo una pagina conclusa della storia italiana, nonostante ci rendessimo conto che non fosse affatto così. Non curando questa memoria sono prima andati all’attacco i revisionisti: la tesi di un fascismo mite in confronto al cattivo straniero. Poi si è aggiunta quella secondo la quale conquistata la democrazia il problema della dittatura fosse chiuso. Il fascismo oggi non è una cosa superata, perché la questione della memoria non è stata affrontata correttamente. Operazione analoga è stata fatta sulla Resistenza, sulla quale l’ANPI si è prodigata fin da subito. Ma questo paese non ha l’immagine giusta di cosa fosse la lotta di liberazione nei suoi momenti difficili e bui, nei suoi azzardi, nel suo romanticismo.

La memoria, lo sanno tutti, ha due nemici: il decorso del tempo, cioè l’oblio, e il negazionismo di quelli che deformano la memoria per indirizzarla secondo le loro idee. Non abbiamo insistito abbastanza contro questi due nemici. Lo stesso vale per la Costituzione, che non chiamerò mai “la più bella del mondo” perché l’ha fatto un noto attore cinematografaro che poi ha votato per il “”. La nostra è una costituzione avanzata, assaltata e minacciata fin dalla sua entrata in vigore. Non abbiamo fatto in modo che avesse memoria e adeguata conoscenza. L’errore è dimostrato dal fatto che è stato più volte tentato di metterle mani addosso, con mancanza totale di serietà e rispetto.

Abbiamo bisogno di costruire quella memoria sulla quale si costruisce una nazione. Non ci riunisce solo Dante, la cultura e le bellezze naturali, ma anche la Costituzione e l’antifascismo. L’Italia, e il mondo intero, ha assistito a questa escalation dell’estrema destra e vorrei ricordare che il fascismo non è solo quello che si identifica con il ventennio e con il Duce. Ha detto bene il nostro Presidente della Repubblica “Se volete sapere che cosa sia il fascismo allora è tutto il contrario di ciò che sta scritto nella Costituzione”.

Dobbiamo recuperare le mancanze verso la memoria del passato e irrobustire la nostra azione. Partendo dal dire che la nostra costituzione è la meno attuata nel mondo. Bisogna ridare voce alle tante persone per bene che ci sono in Italia, che lavorano in tante manifestazioni della vita pubblica e della società civile. Facciamo sentire alta la voce della democrazia, della libertà e della solidarietà, che proprio nel piccolo trovano le loro forme di massima espressione. Questo sarà l’antidoto che ci servirà per avere una memoria duratura da lasciare ai giovani in modo che ne facciano la memoria di un’intera nazione».


Alberto Asor Rosa: “Studenti, lottate per la storia e la letteratura del Novecento”

Oggi si scrivono ancora libri sull’esperienza bellica o resistenziale?

“Mi pare proprio di no. La narrativa italiana contemporanea è impegnata ad analizzare e cercare le forme dell’esistenza nella contemporaneità più assoluta. L’elemento storico è quasi completamente scomparso. E in questo i giovani potrebbero, e anzi dovrebbero, fare un ragionamento. Tra la letteratura contemporanea e quella precedente, che arriva fino agli anni ’80, c’è una frattura radicale. La storia e la società in quanto tali spariscono di scena ed emerge una moltitudine di storie individuali calate in questa realtà amorfa, nella quale voi giovani sarete condannati a vivere.”

Resistenza e letteratura, unite nel filone letterario del neorealismo, hanno però costituito un binomio centrale per la cultura italiana del secondo dopoguerra. Cos’è cambiato nel corso degli anni?

“Negli anni ’60 la letteratura era vittima della strumentalizzazione politica, la quale operava sempre più alla ricerca di consenso. Noi giovani di allora sentivamo che da questa presentazione della cultura i valori più autentici e poetici venivano sotterrati. Capisce che questo tradiva l’impegno artistico e civile di quegli autori che vollero fissare in eterno l’esperienza più drammatica del popolo italiano. Voglio dirle che il binomio di cui parla ha subito fin dagli anni Sessanta un processo di trasformazione. È un argomento che ho approfondito sul mio saggio “Scrittori e popolo” uscito proprio nel 1965 e che prosegue con “Scrittori e massa”.”

Com’è affrontato il tema della Resistenza in ambito universitario?

“In modo assolutamente inadeguato. Come clima generale le facoltà di lettere sono praticamente estranee al tema. Anche lo studio di quel tipo di letteratura neorealistica sugli anni ’40 è uscita di scena. Si può dire che l’interesse e l’approfondimento sul primo ‘900 stia spaventosamente scomparendo.”

Una provocazione. Non sarebbe meglio dedicare un po’ più di attenzione a testi come Il sentiero dei nidi di ragno piuttosto che ai Promessi sposi?

“Non molto tempo ho scritto un articolo su Repubblica in conseguenza del fatto che la ex-ministra della pubblica istruzione Valeria Fedeli aveva preannunciato la sperimentazione dell’accorciamento di un anno della scuola media superiore: quattro anni invece di cinque. La motivazione si reggeva sul fatto che i giovani, oggi, crescono prima e che quindi devono andare prima all’Università. Contestai duramente questa proposta, contro-proponendo di organizzare i programmi della scuola media-superiore dal primo al quinto anno in maniera che i programmi dell’ultimo fossero dedicati esclusivamente o prevalentemente alla contemporaneità. Si insegnano una quantità drammatica di cose inutili. Sono certo del fatto che rielaborando i programmi si riesca a concentrare lo studio della letteratura, della storia e della filosofia al Novecento. È vitale. I programmi scolastici di letteratura, per esempio, iniziano dalla scuola siciliana e finiscono sempre a Giovanni pascoli o a D’Annunzio. È invece indispensabile dedicare il quinto anno alla contemporaneità nelle sue sfumature letterarie, storiche e filosofiche. Bisogna cambiare i programmi scolastici. Mettetevi in lotta.”


 


Tiziana Di Masi presenta a teatro #IOSIAMO “Le buone pratiche della Costituzione”

È bello ascoltare storie: fa tornare bambini. E se sono raccontate bene è possibile anche immedesimarsi nei personaggi narrati. Tiziana, quando recita sul palco, riesce perfettamente a trasmetterci queste sensazioni. Non ci racconta di storie pericolose o drammatiche. Non ci diverte con disavventure comiche o paradossali. Tiziana riesce a farci vivere altre vite… e a farci abbracciare.

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Art. 2 dei Principi fondamentali della Costituzione)

Attrice e autrice campana, Tiziana Di Masi ha alle spalle un’esperienza ventennale di recitazione dedicata in gran parte al teatro civile. Dopo l’avvio di carriera improntato sul patrimonio della coscienza storica degli individui, si dedica alla promozione della legalità collaborando con Libera. Sperimenta anche un nuovo modello di narrazione, coniugando teatro e inchiesta giornalistica. Da poco ha scritto #IOSIAMO, dove racconta storie di volontari che hanno superato la dimensione dell’io per ragionare come un NOI.

L’ho incontrata alla Primavera della Costituzione di Monticchiello, dove si è esibita al tramonto fra i muri in pietra di quelle case che dagli anni ’60 si sono perdutamente innamorate del teatro e della commedia.

Chi sei?

“Sono un’artista. Ma anche una persona che ha fatto uno di quei viaggi che ti cambiano la vita, in cui scopri e conosci un sacco di persone straordinarie: i volontari. In Italia se ne parla molto poco, ma sono più di sei milioni e ogni giorno si impegnano per gli altri mettendo il noi al centro della loro vita: rivoluzionario. Le loro storie mi hanno coinvolta e catturata, anche per il modo che hanno di andare in controtendenza nazionale, quella che io chiamo del selfie costante. Queste persone agiscono senza urlare al clamoroso, senza sbraitare per attirare l’attenzione. Svolgono un ruolo vitale per il nostro paese, perché senza di loro il welfare, qua, in questa Italia, non esisterebbe. Si impegnano nei campi più svariati come quello della difesa dell’ambiente, l’aiuto ai disabili, il sostegno alla povertà. Sono persone delle quali valeva la pena raccontare, per questo lo faccio nei miei spettacoli.”

Come ti sei avvicinata a loro?

“Sono storie che non si leggono sui giornali e tantomeno si vedono in TV. Sono sempre stata a contatto con il mondo dell’attività sociale: ho presentato per tantissimi anni lo spettacolo Mafie in pentola in cui ho collaborato con Libera. Quasi per caso ho conosciuto un volontario e poi ho scoperto che queste storie, queste vite sono collegate fra loro come un’enorme ragnatela. Ho messo insieme tutte le esperienze dei volontari con i quali sono venuta a contatto dal nord al sud della penisola e ho raccontato le loro storie bellissime.”

Storie del tipo?

“Sono storie di vita, non hanno nulla di eclatante. Moltissimi pensano che le storie per essere interessanti debbano contenere avvenimenti spettacolari o elementi drammaturgici. Queste sono storie di persone che, ad un certo punto della loro vita, hanno capito di poter essere utili non solo alla società, ma anche a sé stesse. Mario, per esempio, bolognese di 70 anni aveva una malattia molto diffusa: la depressione. Nel momento in cui ha iniziato ad aiutare un disabile è guarito. Ha sviluppato un amore straordinario per la vita. Ha capito che per vivere felice doveva andare incontro a qualcuno che aveva bisogno di lui. In questa bellezza sta il senso del volontariato. Le fragilità degli altri sono anche le nostre, perché chiunque di noi si può trovare in difficoltà. Le cose mutano. I volontari hanno una visione più naturale della vita e riescono ad accettarla in tutte le sue sfumature.”

Che legame c’è con la nostra costituzione?

“Il volontariato concretizza i valori della Costituzione. L’articolo 2 parla del dovere di solidarietà, che, guarda caso, sta alla base del volontariato. Siamo, pur nelle diversità, tutti umani e fratelli e bisogna dimostrarcelo quotidianamente. I valori della Costituzione di rispetto, tolleranza, solidarietà, amore, convivenza si manifestano energicamente in Italia attraverso 6 milioni di volontari. Ho creduto fosse doveroso parlare di tutto il bene che c’è in questo paese, troppo taciuto, perché il bene non fa mai notizia.”

Ad un certo punto, nel mezzo del suo spettacolo, Tiziana si rivolge al pubblico. Accompagnata da note profonde che escono leggere dagli amplificatori, ci fa alzare tutti. Ci prega di prenderci per mano, di guardarci negli occhi e di abbandonarci in un abbraccio. L’effetto è meraviglioso. Per qualche minuto, per qualche istante abbiamo tutti applicato la Costituzione.


Neofascismo, la galassia nera

Giovanni Baldini coordina La galassia Nera, ricerca che per procedure e finalità è molto vicina all’inchiesta. L’indagine è cominciata nel 2016 con l’esplicito intento di fornire i mezzi e i metodi per imparare a conoscere il neofascismo. I risultati del lavoro del team sono pubblicati sul sito di Patria indipendente.

«Il nostro rischio» spiega il curatore della ricerca, Giovanni Baldini «è quello di dover combattere qualcosa che non conosciamo. Perciò ci siamo sentiti in dovere di aggiornarci. Abbiamo monitorato pagine Facebook che fanno riferimento a fascismo e razzismo. Ce ne sono addirittura alcune che si ispirano alle ideologie ottocentesche della razza. Uno dei risultati più interessanti sono le 900 pagine di Casapound che vengono usate come struttura metapolitica, che si allargano e operano nel territorio, toccando associazioni sportive e sociali per esempio».

«Il dilagare di queste ideologie è molto preoccupante. Il lavoro di monitoraggio continua attraverso un software da noi sviluppato che scava dentro Facebook ricavando le più svariate informazioni su queste pagine. Purtroppo, molti giovani cliccano e navigano all’interno di questa galassia, attratti da un linguaggio e da una comunicazione super-efficace da parte di queste organizzazioni nere».

Marco Sommariva, avvocato e candidato per Liberi e uguali, ha subito minacce da parte di militanti di partiti e gruppi di estrema destra, perché a più riprese ha chiesto (e continua a chiedere) lo scioglimento di organizzazioni incostituzionali come Casapound e Forza nuova. Pone l’attenzione sui cambiamenti interni alla galassia fascista:

«Molte categorie di persone, storicamente difese e accolte nell’orbita delle associazioni e dei partiti di sinistra, adesso vengono assistite dallo schieramento opposto. La sinistra ha abbandonato il suo compito storico di assistenzialismo lasciandolo all’estrema destra. Questo fenomeno è molto interessante quanto pericoloso».

Concludendo sull’apologia di fascismo ricorda «che è tutt’ora vietata dalla Costituzione, ma la legge non viene applicata. È difficile manifestare e portare all’attenzione pubblica questo nodo sociale e politico, perché si rischia di essere manganellati e arresati dalla polizia. Importante denunciare, non smettere di farlo, procedere giudizialmente anche per le minacce via Facebook, perché anche se poche alcune cause arrivano alla conclusione».

Saverio Ferrari, studioso della destra nera, si è guadagnato il nome di “Schedatore” all’interno del mondo neofascista.

«Facciamo analisi di ogni tipo volte a rendere pubbliche le singole personalità che si dichiarano fasciste. L’aspetto più pericoloso è il fatto che la galassia delle destre ha preso il posto sociale da sempre occupato dalla sinistra. Ci sono nuovi linguaggi che attirano anziani, cittadini in difficoltà e soprattutto giovani. In particolare, si fanno portavoce di simboli dei quali sposano le idee come per esempio Rino Gaetano per la sua critica alla classe borghese, Peppino Impastato che avrebbe combattuto la mafia con loro se fosse vivo e, assurdità, Che Guevara, idolatrato per essere un combattente rivoluzionario. Sono state condotte indagini anche sui finanziamenti dei partiti di estrema destra. Forza nuova, uno su tutti, utilizza fondi provenienti dalle rapine di Fiore durante gli anni della tensione, che in tutti questi anni sono stati investiti in attività e canali molto estesi tra cui vendita di quadri, partecipazioni a imprese, speculazioni finanziarie».

Infine, avverte «c’è un mutamento della natura e della forma del fascismo anche all’interno delle istituzioni. L’articolo 7 della legge Mancino dichiara che la magistratura può immediatamente inibire il funzionamento dell’organizzazione di stampo fascista, ma non viene praticamente mai applicato».

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Storia, Arte e Natura a Pietraporciana

Raggiungere la Riserva Naturale di Pietraporciana non è semplice, se non si è abituati alle strade bianche e non si ha dimestichezza con i territori tra Chianciano e Sarteano; eppure,…

Raggiungere la Riserva Naturale di Pietraporciana non è semplice, se non si è abituati alle strade bianche e non si ha dimestichezza con i territori tra Chianciano e Sarteano; eppure, quello che ci aspetta al termine del percorso, è una scoperta che vale la pena del viaggio. Un luogo di pace e serenità, che racchiude una storia importante per la Valdichiana e la Valdorcia.

Al centro della Riserva Naturale si trova l’ex podere di Pietraporciana, che è oggi un rifugio escursionistico e un centro visite, che utilizziamo come base per le nostre esplorazioni. Un lungo e approfondito viaggio tra storia, arte e natura, alla scoperta di un autentico patrimonio de nostro territorio, inserito nel circuito degli “Ecomusei della Valdichiana”.

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La Storia a Pietraporciana

Il casolare che sorge al centro della Riserva Naturale di Pietraporciana era il centro di un podere di proprietà dei marchesi Origo, e faceva parte della più vasta tenuta de “La Foce” che si estende tra Chianciano, Sarteano e Montepulciano. Si tratta di un luogo molto importante nella storia locale, in virtù del ruolo fondamentale che ha rivestito durante la Liberazione al termine della Seconda Guerra Mondiale.

Il podere di Pietraporciana fu infatti uno dei centri della lotta partigiana: i marchesi Origo lo lasciarono a disposizione dei combattenti partigiani dopo l’armistizio del 1943, assieme ad altre basi logistiche. Per circa un anno il podere fu centro di comando delle operazioni nella zona, in virtù della sua posizione strategica e della possibilità di osservare Chianciano dall’alto del poggio. Proprio a Pietraporciana, il 27 giugno 1944, avvenne una delle battaglie cruciali per la liberazione di Chianciano Terme dall’occupazione nazifascista.

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In virtù di questo importante evento storico, Pietraporciana è rimasta centrale nella memoria della comunità locale, tanto da spingere la marchesa Iris Origo a donare definitivamente la proprietà del podere al Comune di Chianciano, nell’anno 1985 (anche se la riserva si trova nel Comune di Sarteano). Da quel periodo sono cominciati i lavori di ristrutturazione e valorizzazione, che hanno portato nel 1996 all’inserimento nel sistema delle Riserve Naturali Senesi.

Pietraporciana è rimasta un luogo identitario per la guerra di Liberazione: ogni anno, in occasione della festa nazionale del 25 aprile, ospita infatti un evento organizzato da ANPI e Legambiente per tramandare la testimonianza storica dell’accaduto. Per l’occasione vengono coinvolti i ragazzi delle scuole, viene inaugurata una targa con delle riflessioni sulla Liberazione, i reduci partigiani raccontano storie ed effettuano letture a tema.

La storia a Pietraporciana, tuttavia, non si limita ai tragici eventi della Seconda Guerra Mondiale: inerpicandosi attraverso la faggeta, fino al poggio sopra il casolare, si può incrociare la “Grotta di Bruco”. Si tratta di una piccola caverna ai margini della radura, che secondo la leggenda ospitò Bruco, un templare di ritorno dalle Crociate che decise di vivere come eremita.

Le tante grotte presenti a Pietraporciana testimoniano una chiara presenza umana, probabilmente anteriore anche alla civiltà degli Etruschi, per via delle lavorazioni sulle pareti delle caverne che non sembrano effetto dell’erosione naturale; sono numerosi i ritrovamenti archeologici, dall’età del bronzo fino all’epoca romana. D’altronde, la visuale privilegiata su tutti i territori circostanti che si gode dalla sommità della collina doveva rivestire un elemento strategico fin dall’antichità. I resti di conchiglie e di fossili, inoltre, dimostrano la natura alluvionale dei terreni e il loro forte legame con l’epoca dell’ultima glaciazione.

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La Natura a Pietraporciana

Proprio la glaciazione terminata 10mila anni fa è alla base della straordinaria particolarità in ambito naturalistico di Pietraporciana. Il motivo per cui è stata istituita la Riserva Naturale, infatti, è la faggeta di 341 ettari sul crinale, censita dalla società Botanica Italiana come “biotipo di particolare interesse”. La faggeta di Pietraporciana è considerata eterotipica, ovvero si è formata e conservata al di sotto dei consueti limiti di altitudine (circa 800 msl). Siamo quindi di fronte a un esempio molto importante di “faggeta relitta”, un residuo degli estesi boschi di faggio che durante le glaciazioni vivevano a quote inferiori alle attuali, conservatasi tale grazie al crinale roccioso di tipo calcareo che l’ha protetta dai venti caldi e dagli agenti atmosferici.

La faggeta è al centro delle escursioni naturalistiche: si può attraversare seguendo il percorso che inizia nei pressi del podere e attraversarla fino a giungere al poggio del colle, da cui lo sguardo può spaziare su un panorama vastissimo, fino al Monte Amiata e al Lago Trasimeno. Accanto alla faggeta è presente un Arboreto Didattico, in cui possono essere identificate varie specie vegetali, e un orto sinergico utilizzato per progetti scolastici sulla buona alimentazione.

Particolarmente importante dal punto di vista botanico, è la presenza di due specie piuttosto rare per i boschi italiani che fioriscono tra giugno e agosto: il Giglio Rosso e il Giglio Martagone. Quest’ultimo è un esemplare rarissimo in provincia di Siena, perché è tipico dell’habitat montano. Per quanto riguarda la fauna, invece, l’elemento più caratteristico è costituito dalla Rosalia Aplina, un raro coleottero di colore blu, che nidifica soltanto in alcuni tipi di legno morto. A questo particolare insetto si affiancano tante specie di uccelli come il picchio rosso, il picchio verde e il picchio torcicollo, lo sparviere, il biancone e il falco pecchiaiolo, la poiana e il barbagianni. Per i mammiferi invece si possono trovare scoiattoli, istrici, volpi, faine, martore, tassi, caprioli, daini e cinghiali. Infine, nella fonte accanto al podere c’è una sorgente naturale dove ogni anno i tritoni si radunano per la riproduzione.

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L’Arte a Pietraporciana

Come se l’importanza storica e quella naturalistica non fossero sufficienti, la cooperativa Alma Gea, che cura la gestione di Pietraporciana, ha cominciato già da qualche anno a sviluppare un altro filone, ovvero quello artistico. Nella loro visione, questo posto potrebbe diventare un parco artistico, rendendo sempre più indissolubile il legame tra la natura e la cultura.

Ne è la prova l’iniziativa “Simbiosi” del 2015, una sorta di mostra collettiva che ha coinvolto artisti locali e internazionali, con opere e artefatti lasciati in libera esposizione. Nel corso di questa mostra è stato sviluppato il concetto di arte sostenibile: tutte le opere sono state realizzate con materiale decadente (legno, argilla, paglia e così via) in modo da subire l’effetto dell’erosione naturale con il passare del tempo. Ancora oggi, visitando Pietraporciana, è possibile imbattersi nei resti di queste opere: alcune si sono conservate, altre sono diventate dei rifugi per gli animali, altre ancora hanno trovato una nuova funzione nella circolarità della natura.

Ogni anno la cooperativa Alma Gea cerca di sviluppare questo concetto di parco artistico e di arte eco-sostenibile, in modo da dare una spinta propulsiva anche al settore turistico. Nei giorni in cui abbiamo visitato Pietraporciana abbiamo conosciuto una giovane artista che stava usufruendo del progetto di residenza artistica: in cambio di ospitalità, ha realizzato delle sculture di argilla per la Riserva Naturale, dando ulteriore linfa al legame tra arte e natura.

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Il centro visite di Pietraporciana

Dopo questo viaggio tra storia, natura e arte, torniamo al punto di partenza del nostro viaggio, ovvero il centro visite. Il casolare al centro della Riserva Naturale è infatti il punto di riferimento per i visitatori e gli escursionisti: la struttura è in grado di accogliere fino a 24 persone come ostello, bed&breakfast, mezza pensione o pensione completa. Inoltre è dotato di un piccolo anfiteatro in cui è possibile svolgere eventi artistici, didattici e culturali.

Il centro visite è gestito dal circolo Legambiente Valdichiana e dalla cooperativa Alma Gea, di cui fanno parte Ivan, Giancarlo e Andrea. È proprio Ivan a raccontarci, in maniera autentica e appassionata, il grande lavoro che stanno svolgendo:

“Il nostro sogno è quello di far diventare Pietraporciana un luogo di scambio di culture. Non soltanto un luogo in cui rilassarsi e stare in pace con la natura, ma anche ritrovare la ricchezza della cultura e dell’arte, dello stare bene con sé stessi.”

La cooperativa ha iniziato le sue attività in un’altra Riserva Naturale Senese: il Pigelleto, sul Monte Amiata. Dal 2013 è attiva a Pietraporciana e offre servizi di informazione turistica, supporto ai visitatori e all’organizzazione di eventi. Inoltre è responsabile del punto ristoro, in cui non utilizza i piatti tipici toscani ma delle ricette più ricercate, che si rifanno alla tradizione napoletana o di altre regioni, utilizzando il pesce e delle tecniche particolari di cottura.

Ivan e Giancarlo sono infatti originari di Napoli, e il loro lavoro a Pietraporciana è indice di una riscoperta interiore. Ex bancari, si sono stancati della vita in città e di un lavoro che non dava loro soddisfazioni: hanno ricominciato in Toscana, con una vita che dal punto di vista emotivo restituisce delle sensazioni più forti, capace di rigenerare l’animo con la serenità e l’armonia della natura, scambiandosi esperienze con gli altri ospiti di Pietraporciana.

“Se ci fosse una rete più efficace tra tutte le Riserve Naturali potremmo lavorare su un’offerta più grande dal punto di vista turistico – commenta Ivan – ma non è sempre facile. A volte è difficile far dialogare efficacemente tutti gli attori sociali, sono diversi i gradi di competenza amministrativa a Pietraporciana.”

Eppure, nel loro piccolo, i membri della cooperativa si sforzano di rendere la Riserva Naturale ancora più accogliente. Il centro visite è a disposizione di sportivi, gruppi, associazioni, aziende o artisti. Per la prossima estate sono in programma numerosi eventi: dai campi estivi ai workshop, dal nordic walking alle serate astronomiche, dalle cene ecologiche ai corsi di musica, danza e teatro.

Tutto questo in un clima di serenità e armonia che fonde in maniera efficace storia, natura e arte. Perché la Riserva Naturale di Pietraporciana non è il luogo per fuggire dalla realtà, ma per riscoprirla.


IMG_2746Per informazioni:

La Riserva Naturale di Pietraporciana è raggiungibile da Sarteano prendendo la strada per Castiglioncello del Trinoro: dopo circa 3km abbandonare la SP126 e proseguire sulla strada sterrata verso l’area attrezzata “Le Crocette”, dopo circa 1km si trova il podere. Da Chianciano, invece, proseguire dai giardini de “La Foce” su strada sterrata per circa 3,5km seguendo i cartelli di legno.

Il centro visite è aperto dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18. Per prenotazioni si può contattare la mail pietraporciana@gmail.com oppure visitare il sito web www.pietraporciana.it

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L’ANPI di Torrita e di Siena a difesa di Piazza della Libertà

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato congiunto di ANPI Siena e ANPI Torrita in merito alla decisione di variazione di toponomastica di Piazza della Liberta in Piazza Monsignor Giovanni Turchi già…

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato congiunto di ANPI Siena e ANPI Torrita in merito alla decisione di variazione di toponomastica di Piazza della Liberta in Piazza Monsignor Giovanni Turchi già Piazza della Libertà.

Nel pieno rispetto sia della richiesta avanzata che della relativa decisione assunta con delibera del 6 agosto c.a. dal Consiglio Comunale di Torrita di Siena (ad unanimità), avente per oggetto la variazione di toponomastica da Piazza della Libertà Piazza Monsignor Giovanni Turchi già Piazza della Libertà l’ANPI intende far conoscere nel merito la propria posizione a tutta la Cittadinanza.

Premesso che la locuzione “già”, davanti ad un sostantivo e sottintendendo i verbi essere o chiamarsi, indica che la persona o la cosa nominata non esercita più quell’ufficio, non ha più quella funzione o quel nome (cit. voc. Treccani), l’ANPI comunica quanto segue: pur se pienamente concorde nel ritenere meritorio un riconoscimento postumo al Sacerdote don Giovanni Turchi per l’opera sociale svolta durante la sua vita, esprime profondo rammarico e netto dissenso che questo avvenga a discapito del toponimo “Piazza della Libertà” posto in un luogo simbolo voluto tanti anni fa da tutti coloro che allora si fecero promotori di tale iniziativa per celebrare il diritto inalienabile che unisce, senza distinzione di razza, di culto, di lingua e di opinioni politiche, tutti i popoli del mondo e che racchiude in sè il valore più alto e significativo dell’ideale fondante di tutte le democrazie.

Proprio per questo, la parola “Libertà” non ha bisogno nè di suffissi, nè ancorpiù di prefissi che snaturino la sua intrinseca valenza. L’essenza di questo comunicato è stata anticipata al Sindaco di Torrita di Siena, alla Giunta e ad alcuni Consiglieri che venerdì 29 agosto hanno ricevuto una nostra rappresentanza.

Riportiamo anche la lettera del presidente provinciale dell’ANPI di Siena, Vittorio Meoni al Sindaco di Torrita di Siena.

“Caro Sindaco,
abbiamo ricevuto dalla nostra Sezione A.N.P.I. di Torrita di Siena il comunicato da cui si apprende l’intenzione di cambiare la denominazione della Piazza della Libertà del Vostro Comune.
Senza voler entrare nel merito della Vostra decisione e dei motivi che l’hanno promossa, ci permettiamo di esprimere la nostra opinione sulla opportunità o meno di averla assunta. Avere dedicato a suo tempo alla “Libertà” un luogo significativo come una Piazza, ha il valore che Voi ben comprendete. In tantissimi Comuni italiani, dopo la Liberazione, hanno intitolato uno spazio pubblico alla “Libertà”, riconquistata dopo la dittatura fascista. E’ per questa ragione che ci permettiamo di esprimere forti dubbi sulla opportunità di una decisione che non può non lasciare perplessi coloro che alla “Libertà” hanno dato un contributo fondamentale. Sono molte le generazioni che hanno contribuito in Italia alla Liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista e che in tantissime parti d’Italia hanno visto riconoscere simbolicamente il loro impegno morale e politico con la destinazione alla “Libertà” di un luogo pubblico.
Sono certo che non sia necessario che io mi soffermi sul significato simbolico che a suo tempo si è voluto dare ad uno spazio pubblico, dedicandolo alla “Libertà”; perciò, è facile comprendere come tale decisione non possa che lasciare perplessi molti cittadini, non solo quelli delle generazioni che in passato la “Libertà” hanno contribuito a conquistarla con il loro impegno morale e con i loro sacrifici materiali.
Mi auguro, quindi, che la decisione da Voi assunta decada, proprio nel rispetto del significato che si è voluto dare a suo tempo alla decisione degli Amministratori di allora di dedicare alla “Libertà” uno spazio significativo del territorio del Vostro Comune”.

Torrita di Siena 4 settembre 2014
A.N.P.I TORRITA DI SIENA
A.N.P.I. PROVINCIALE DI SIENA

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Dino Faleri a Fontevetriana, il partigiano racconta la Liberazione

Il partigiano novantenne Dino Faleri ha ricordato le vicende di Fontevetriana, rifugio degli antifascisti. Un’escursione nella memoria organizzata da Comune, Anpi e Sarteanoviva A Fontevetriana c’era anche lui, diciannovenne partigiano,…

Il partigiano novantenne Dino Faleri ha ricordato le vicende di Fontevetriana, rifugio degli antifascisti. Un’escursione nella memoria organizzata da Comune, Anpi e Sarteanoviva

A Fontevetriana c’era anche lui, diciannovenne partigiano, capobrigata della Simar. Settant’anni dopo Dino Faleri è tornato in quel luogo che raccolse un centinaio di giovani antifascisti, e l’emozione è stata grande. L’occasione è stata la “passeggiata resistente”, organizzata domenica scorsa da Anpi, Comune, e dall’associazione Sarteanoviva. Dopo circa due ore di cammino, davanti al cippo che ricorda l’epopea delle bande Simar, si sono ritrovati il sindaco Francesco Landi, la consigliera regionale Rosanna Pugnalini, il presidente della locale sezione Anpi Mirco Del Buono, il vicepresidente Mauro Crociani, il consigliere comunale Alessandro Morgantini e tanti sarteanesi.

Dino Faleri ha ricevuto una targa, piena di parole di riconoscenza, da parte del Comune. E il vecchio partigiano, ormai novantenne, ha raccontato di quel periodo, quando un centinaio di giovani rifiutò di prendere le armi con i fascisti e scelse di nascondersi in questo borgo, ai piedi del Monte Cetona. Un luogo carico di ricordi, a partire di compagni morti, e Dino Faleri non ha potuto trattenere le lacrime. Ma si è anche intrattenuto sui rischi corsi, e sulle astuzie utilizzate per sopravvivere. Una di queste, l’dea dello stesso Faleri di dare ai partigiani non un nome di battaglia, ma una matricola, partendo però dal numero duemila. Facendo trapelare questa nuova identità, si dette l’impressione di un numero molto più ampio di combattenti, rispetto al reale. Forse anche per questo non furono mai attaccati direttamente da fascisti e tedeschi.

“Con questa iniziativa – ha affermato il primo cittadino, Francesco Landi – si è concluso un fitto programma di celebrazioni dei settant’anni della liberazione di Sarteano. Dalla consegna della Costituzione ai neo diciottenni, alla cerimonia in ricordo della barbara uccisione di due cittadini a Castiglioncello del Trinoro, fino alla consiglio comunale straordinario di martedì scorso, 24 giugno, dedicato alla Liberazione di Sarteano, il Comune di Sarteano ha voluto testimoniare la propria attenzione al tema della memoria”.

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Sarteano: l’ultima “Passeggiata resistente”

Passeggiata resistente a Sarteano: domenica 29 giugno, trekking verso la base della brigata partigiana Simar. Un’escursione nella memoria organizzata da Comune, Anpi e Sarteanoviva. Partirà domenica 29 giugno alle ore…

Passeggiata resistente a Sarteano: domenica 29 giugno, trekking verso la base della brigata partigiana Simar. Un’escursione nella memoria organizzata da Comune, Anpi e Sarteanoviva.

Partirà domenica 29 giugno alle ore 9, da Sarteano verso Fontevetriana, l’ultima delle “passeggiate resistenti” organizzate dal Comune di Sarteano, in collaborazione con la locale sezione Anpi e Sarteanoviva. L’appuntamento è in mattinata (ore 9) in piazza XXIV giugno.

passeggiata resistenteLo splendido borgo all’ombra del Monte Cetona, all’indomani della firma dell’armistizio del 1943, fu scelto come base operativa dai partigiani della brigata Simar. Proprio per rendere omaggio a questo luogo simbolo della lotta partigiana, Fontevetriana si trasformerà (alle 11,30) nel palcoscenico della celebrazione ufficiale organizzata dal Comune.

Saranno presenti oltre al sindaco Francesco Landi e al presidente della sezione Anpi di Sarteano Mirco Del Buono, anche il partigiano Dino Faleri, che da giovane capo brigata prese parte attivamente alla lotta di Liberazione coordinando le operazioni proprio da Fontevetriana.

“Con questo trekking – dice il primo cittadino, Francesco Landi – si conclude un fitto programma di celebrazioni dei settant’anni della liberazione di Sarteano. Dalla consegna della Costituzione ai neo diciottenni, alla cerimonia in ricordo della barbara uccisione di due cittadini a Castiglioncello del Trinoro, fino alla consiglio comunale straordinario di martedì scorso, 24 giugno, dedicato alla Liberazione di Sarteano, il Comune di Sarteano ha voluto testimoniare la propria attenzione al tema della memoria”.

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