Alle porte di Trequanda un vecchio casolare ospita dal 1977 la casa famiglia della Cooperativa Sociale “Centro Lorenzo Mori di iniziative culturali fra i giovani”, nata per iniziativa dell’etnografo e professore universitario Fabrizio Mori dopo la tragica scomparsa del figlio quindicenne.

Nel 1977 Fabrizio Mori, antropologo di fama mondiale, dopo la perdita del figlio quindicenne, decise di accogliere i “disperati” della zona di Trequanda in una casa di campagna. Inizialmente il suo impegno non seguiva criteri prestabiliti: Mori si prendeva carico di persone bisognose, accogliendole in casa.

Col tempo l’impegno dell’etnografo ha portato alla creazione di un progetto educativo, sancito dalla convenzione del 1982 con la U.S.L. Valdichiana di Montepulciano. La struttura diventò così una casa famiglia per minorenni accreditata tra i servizi di assistenza sociale toscani.

Il centro prende il nome del figlio scomparo, Lorenzo. Al suo interno vengono ospitati bambini e ragazzi minorenni provenienti da tutta la Toscana, con problemi di varia natura legati soprattutto all’ambiente familiare. Vengono ricollocati rispetto alle famiglie di origine, disagiate economicamente o con problemi di tossicodipendenza, oppure è la giustizia minorile che si mette in contatto con il centro per far fronte a comportamenti devianti. Lo scopo per gli educatori è quello di risolvere i problemi di natura sociale, famigliare e psicofisica dei giovani ospiti.

La struttura può accogliere fino a 8 ragazzi. Un posto è lasciato a casi di pronta accoglienza e 4 sono riservati ai semiresidenziali, ovvero giovani che vengono seguiti soltanto per i compiti o attività extrascolastiche, anche loro con alle spalle situazioni familiari particolari.

«Nella comunità» ci spiega Roberta Mozzini, presidente e educatrice dell’associazione «i ragazzi devono riappropriarsi di regole che al di fuori della casa famiglia non avevano. Le piccole regole sono di grande importanza, perché li aiutano a mettere ordine nella loro vita e a orientarsi nel mondo esterno in cui cominciano a fare il loro vero “ingresso”. Qui conducono una vita del tutto normale: vanno a scuola, fanno i compiti, fanno sport e attività varie. Noi ci sostituiamo alla famiglia e li seguiamo nel percorso educativo che gli è sempre mancato».

«Per quanto riguarda la durata del percorso educativo» continua Mozzini «non c’è un periodo prestabilito: dipende dal progetto, dal coinvolgimento delle famiglie in percorsi alla genitorialità, che prevedano la ripresa del loro ruolo. In questo caso la durata è relativamente breve, altrimenti i ragazzi stanno qui fino al compimento del diciottesimo anno di età o in alcuni casi fino a 21 anni».

Nei suoi 8 anni da educatrice nella Cooperativa Sociale “Centro Lorenzo Mori” i risultati maggiori Roberta li ha visti nei ragazzi che hanno fatto un percorso strutturato, che è potuto durare un arco di tempo sufficiente affinché si riappropriassero della loro vita. «Recentemente è uscita una ragazza che arrivò da noi a 14 anni. Oggi frequenta l’università, lavora e vive autonomamente. Nei sei anni in cui è rimasta qui ha potuto acquisire risorse determinanti: ha avuto il tempo necessario per costruire un nuova vita. Più difficile, invece, è quando i ragazzi rimangono da noi per pochi mesi».

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Francesco Bellacci
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