La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Tommaso Ghezzi

A “Lezioni di Incendio” con Mario Castelnuovo, autore e sperimentatore

Mario Castelnuovo è uno di quei cantautori apparentemente “meteore”, che sembrano scomparire nel rimosso del pubblico, ma in realtà portano avanti una carriera trentennale, che si è discostata dai valori…

Mario Castelnuovo è uno di quei cantautori apparentemente “meteore”, che sembrano scomparire nel rimosso del pubblico, ma in realtà portano avanti una carriera trentennale, che si è discostata dai valori riconosciuti dal mercato, spostandosi su un piano di approfondimento delle cifre testuali, divenendo autore, poeta e sperimentatore.

È molto legato alla Toscana, visto che sua madre è originaria di Celle sul Rigo, nel comune di San Casciano dei Bagni (località alla quale ha dedicato la canzone 160 Km da Roma), e più volte ha dimostrato il suo legame con Siena, dedicando un intero album del 1985 “È Piazza del Campo”, al capoluogo di provincia. Per lui, quindi, essere a Cortona, dove ha presentato “Lezioni di Incendio”, spettacolo che definirei “in prosimetro” si parva licet, il 1 Agosto 2015, internamente alla programmazione del Quinto Mix Festival, è come essere a casa.

Mi ha accolto, insieme ai miei colleghi di Radio Incontri – InBlu, con i quali ho curato speciali di approfondimento radiofonici sugli spettacoli dell’iniziativa cortonese, nel suo camerino con una splendida cordialità. Ecco le domande e le sue bellissime risposte.

Mario cosa significa per te tornare da queste parti?

Al di là degli aspetti familiari, venire qua da Roma – tornare non è un verbo legittimo, poiché c’ho passato veramente molto tempo – significa fare un bel viaggio in mezzo alle cose belle. Un’attenzione più particolare alla bellezza, rispetto a quella che si può avere in città. Questo tipo di bellezza dovrebbe essere il nostro petrolio. I luoghi meravigliosi che offrono le regioni confinanti con le nostre. In questo spettacolo cerco proprio di parlare di questo. Sì vabbè, sono belle le Seychelles, però prima di affrontare viaggi ai tropici dovremmo guardare meglio cosa c’è dietro casa.

Spostandoci a Roma; esiste secondo te una “scuola romana dei cantautori” attualmente?

Be’ al di là di Roma, internet ha creato un corto circuito. Indubbiamente. È vero che è uno strumento molto democratico, ma è talmente democratico da fungere spesso come inceneritore. L’ambiente di Roma va di pari passo con tutti gli altri ambienti da questo punto di vista. Quando ho iniziato la casa discografica RCA forniva i serbatoi per tutti i giovani cantautori.

Penso all’esperienza dei Q-Disc…

Esatto! Tutti noi giovani cantautori avevamo la possibilità di scambiarci le cose, fisicamente, spartiti e testi, collaborazioni. Era così che si creavano quelle che tu chiami “Scuole”. Oggi capisco che c’è internet ma non è la stessa cosa. Noi facevamo cose guardandoci negli occhi e questo è fondamentale quando per mestiere fai una cosa creativa.

Se diamo un’occhiata alla tua discografia ci accorgiamo un percorso che muove, negli anni ’80, da Sanremo, dal mainstream musicale, dalla hit-parade, e raggiunge poi negli anni ’90 livelli di intimismo, poetica di ricerca dei valori musicali e testuali, che quasi rifiutano ciò che hai fatto in precedenza. Sei d’accordo?

Certo. Esiste un momento nella vita in cui serve decidere chi vuoi veramente essere da grande. Vuoi rimanere in televisione, in classifica, oppure essere più descrittivo, non tanto nella creatività, ma proprio dal punto di vista della quotidianità. Io ho scelto la seconda opzione perché ho conosciute nel secondo percorso, persone con le quali mi trovo meglio, semplicemente. In questa epoca c’è bisogno dal punto di vista umano di stare più insieme. In questo spettacolo dico che questa epoca rifiuta la scienza del noi, invece tutti i più grandi momenti politici e rivoluzionari del passato sono riusciti perché tanti uomini si catalizzavano in una massa. Oggi vediamo una selva oscura di isolati che passano il venerdì e il sabato sera di fronte al computer, che stringono amicizie virtuali, che per carità vanno bene, ma sono molto meglio quelle nelle quali ci si riesce a dare la mano e guardarsi negli occhi, continuo questa strada perché come essere umano credo di essere più portato a questo genere di cose.

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La gioia di essere Lagioia

Nonostante gli utenti, quanto gli organizzatori, dell’incontro con Nicola Lagioia, nel chiostro di sant’Agostino, iniziativa coeva al Mix Festival 2015 a Cortona, non avesse la più pallida idea di chi…

Nonostante gli utenti, quanto gli organizzatori, dell’incontro con Nicola Lagioia, nel chiostro di sant’Agostino, iniziativa coeva al Mix Festival 2015 a Cortona, non avesse la più pallida idea di chi fosse questo personaggio pugliese, vestito total black, il cui ultimo libro “La Ferocia”, oggi ha la copertina in brossura avvolta dalla fascetta gialla recitante “Vincitore Premio Strega 2015”, la chiacchierata che si è imbastita è stata decisamente riuscita. Sebbene le domande siano state le stesse di pressoché tutte le altre centinaia di presentazioni del libro, che nell’ultimo anno si sono susseguite in tutta la penisola, le risposte sono state comunque illuminanti, piene di spunti per gli spettatori, che delineavano un sottotesto chiaro e netto: “leggete perdìo, non importa che leggiate me, ma leggete!”.

Dopo la presentazione ho avuto modo di mettermi a parlare con la nuova stella della letteratura nazionale. Ma di tutte le domande che gli ho fatto, sono riuscito a registrarne solo una.

I: Nicola, domenica si è spento Sebastiano Vassalli, una delle voci letterarie più importanti del secolo. Una generazione di scrittori sta letteralmente morendo, in maniera fisiologica, ed una nuova multiforme ondata di “novissimi” si sta facendo largo nello spazio letterario contemporaneo. Tu sei attualmente il candidato ideale per essere il “sindaco” della prosa italiana di questo tempo; premio Strega 2015, conduttore di Pagina 3, storico collaboratore di Minimum Fax, probabilmente la casa editrice più autorevole ad indicare la qualità letteraria italiana e internazionale, giurato-selezionatore per la Mostra del Cinema di Venezia, ed altre glorie. Personalmente ti senti parte di un’investitura? Percepisci quest’aura che ti si è formata intorno di istituzione letteraria?

Nicola Lagioia: “Guarda, tutte queste cose che hai elencato non hanno a che fare con la mia attività di scrittore. Sulla pagina io mi sento del tutto irresponsabile. Non avverto il dovere di essere referente di qualcuno. Al contrario quando rivesto tutti i ruoli che hai elencato, questa responsabilità la avverto tantissimo. Da scrittore la prima cosa intelligente che dovrei fare è smarcarmi subito dall’aureola simbolica che ha conseguito vincere il premio Strega. Ci arrivo a 42 anni, non è un punto di arrivo, ma di partenza. Dovrei anche dimostrare di essere “degno”, e ciò deve essere fatto, appunto, smarcandomi da questo “peso” che avverto sulle spalle, che è molto diverso dall’investitura letteraria di cui parli.”  

È una gioia avere Lagioia, di nuovo in toscana.

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La Poesia in forma di (P)rosa di “Idroscalo Pasolini”

Un titolo imperfetto per l’opera andata in scena da venerdì 17 a domenica 19 luglio 2015 al Poliziano, sarebbe stato “Perle ai Porci”, ovvero, un buon titolo pasoliniano, greve, inquisitorio…

Un titolo imperfetto per l’opera andata in scena da venerdì 17 a domenica 19 luglio 2015 al Poliziano, sarebbe stato “Perle ai Porci”, ovvero, un buon titolo pasoliniano, greve, inquisitorio e giudizioso, che incarna l’austerità dell’anticonformismo reazionario di Pier Paolo Pasolini che s’incunea negli interstizi discorsivi del ventunesimo secolo, senza nostalgie o cinismi, con il solo superamento del nichilismo e della dimissione, attraverso la coscienza endemica di quel “non c’è più niente da fare” che PPP indiceva come termine ultimo delle possibili filosofie sociali, poco prima di morire sulla spiaggia di Ostia, il 2 novembre 1975.

Nello stesso periodo Hans Werner Henze fondava a Montepulciano il Cantiere Internazionale d’Arte. Per entrambe le “istituzioni storiche” (il Cantiere e la Morte di Pasolini) il 2015 è il quarantennale.
L’opera si intitola “Idroscalo Pasolini” – titolo sicuramente migliore di quello pensato dal sottoscritto – ed è un pastiche di poetiche e codici linguistici che fanno capo al più importante intellettuale italiano del ventesimo secolo. È andata in scena al teatro Poliziano in tre repliche (17, 18 e 19 luglio) durante il primo weekend del XL Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano. Musica di Stefano Taglietti e libretto di Carlo Pasquini, che ha curato anche la regia. L’ensemble, composta da 12 elementi, è diretta da Marco Angius, uno ‘specialista’ del contemporaneo, che ha avuto l’onere di portare fattivamente in forma sonora la partitura di Taglietti, donando la giusta dinamica e la precisa compenetrazione tra recitativi e canto che l’opera prevedeva sulla carta. I due linguaggi, teatro di prosa e musica contemporanea, infatti appaiono complementari, alternati anche nella scelta degli interpreti; cinque attori (Francesco Mauri, Leonardo Bianconi, Roberto Giovenco, Michele Zaccaria, Nicola Ciammarughi) e quattro cantanti (il soprano Rosaria Fabiana Angotti, il mezzosoprano Giada Frasconi, il baritono Andrea Tabili, e la voce bianca del piccolo Andrea Ciacci) che si sono perfettamente intersecati nel piano esecutivo della rappresentazione.

Un cielo bigio fa da fondale ad una scenografia post-atomica; una porta da calcetto inclinata, scrostata e senza rete, ciuffi d’erba in mezzo alle dune di sabbia, temperate da piccoli altipiani, e in secondo piano un rialzo roccioso; siamo ad Ostia, sulla spiaggia dove il corpo di Pasolini, tumeafatto, venne rinvenuto nel novembre di quarant’anni fa.

I personaggi che snodano la vicenda dell’opera sono i Suoi personaggi; una Maria Callas innamorata del regista che le ha ridonato i trionfi del protagonismo ne la “Medea”, il Corvo di Uccellacci e Uccellini, La coppia di Cardinale e Chierichetto, “usignoli della chiesa cattolica”, il gesuitico tradimento della verità, dogma simmetrico al Corvo Marxista, i poliziotti – figura mediana tra oppressi ed oppressori, come emerge notoriamente nei primi versi de “Il PCI ai giovani” – e poi Accattone, l’Otello/Ninetto Davoli, Stracci che – come ne la Ricotta in “Ro.Go.Pa.G.”- si fa Cristo Crocifisso, sovrapponendo così anche la diegesi de “Il vangelo secondo Matteo” tra i livelli citazionistici della messa in scena di Carlo Pasquini.

Per tutta la durata dell’opera si indaga sull’omicidio (sempre che di omicidio si tratti) di Pasolini. Indagati sono i suoi personaggi, le sue muse, i suoi feticci, la sua Roma aguzzina, fagocitante. Indagato è il suo cinema nel quale il Poeta intrise troppo di sé, nel quale troppo sfogo dette ai suoi sentori percettivi, troppo acume rovesciò nelle riflessioni che consegnò ad un mondo non ancora preparato ad accettare una tale lucidità.

La tecnica è un patchwork di citazioni e registri diversi; la tragicità dei soprano e mezzosoprano (ottime le Rosaria Fabiana Angotti/Maria Callas, e Giada Frasconi/Corvo) e la commedia dei recitativi, per i quali la musica agisce una dicotomia parallela perfetta da parte della modulazione sonora diretta da Angius, notevole anche nella gestione “strumentale” dei suoni ambientali (vento e fruscii, ottenuti con lastre, piatti e corde dei legni).

Come al solito Carlo Pasquini immette nella mise en scène i suoi crismi, le sue marche ormai riconoscibili; quei gesti audaci, a stemperare i linguaggi, quelle mosse insensate di per loro che donano senso a tutto il resto, quelle chiare “note di regia” che sono “musicali” anche durante le pause di partitura, che accendono reminescenze, abbagli di consapevolezza dopo tunnel di incoscienza. Nulla di incomprensibile, però. Pasolini, la sua opera, la sua vita, sono la chiave di lettura che permea tutta la godibile ora e mezza che l’opera, in atto unico, copre.

Alta qualità, comunque, ormai assicurata dall’istituzione del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, che da quarant’anni non si cura del dare o meno “perle ai porci”, si interessa altresì di “seminare” educazione e ricerca in tutti i tipi di pubblico.

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Non c’è Balena Bianca che possa scalfire il potere della Parola

Ormai, come un rituale, come un’incisione celebrativa a coronare il luglio sarteanese – e scandire oltretutto il cartellone di prosa del Cantiere Internazionale d’Arte – lo spettacolo al Castello di…

Ormai, come un rituale, come un’incisione celebrativa a coronare il luglio sarteanese – e scandire oltretutto il cartellone di prosa del Cantiere Internazionale d’Arte – lo spettacolo al Castello di Sarteano torna, con il suo linguaggio ormai codificato dagli anni di labor limae operata dalla gloriosissima Accademia degli Arrischianti, ad impiantare la magniloquente tradizione dei classici, i colossi della storia letteraria, nel racconto divulgativo. Ormai da anni (dagli Uccelli di Aristofane a La Tempesta di Shakespeare, fino ad Alice in Wonderland) una fine cernita di altissima qualità viene elaborata dalla coppia Gabriele Valentini e Laura Fatini, per essere consegnata al pubblico indistinto dell’estate nel borgo toscano. Si ricalibra ormai la conoscenza del teatro alla portata di tutti, regolando gli habitus del varieté, dell’oscilloscopio drammatologico, la difficile conquista dei nasi più difficili, dei gusti più altezzosi, snobistici, attraverso una certosina elaborazione della candescenza del nazional-popolare (che spesso, in passato, ha disequlibrato la produzione dei due drammaturghi, ora verso l’impiccio della bassa caratura pop, ora verso l’eccesso di ricerca, sfiorando l’oscuirità inintellegibile dei valori testuali). Quest’anno, oggetto dell’elaborazione dello spettacolo, è il capolavoro dell’American Renissance, la grande cavalcata epico-biblica di Herman Melville, “Moby Dick”.

Una scelta decisamente non facile, rispetto alle precedenti opere, che si prestavano ad un divertissement, ad una marcatura dell’entertainment estivo. Essendo l’enorme fascio narrativo del volume di Melville impossibile da ridurre a due ore di spettacolo, spesso il testo ricorre alla prosa originale, facendo perno sul personaggio di Ismaele e sul suo cambio tra dialogo e narrazione, tra qui ed ora e ricordo. Impossibile sarebbe stato offrire la stessa profondità, la stessa forza semiosferica, senza lasciare che le letture integrali dei passi del romanzo facessero da rubrica alla messa in scena.

Il plot viene correttamente rispettato; Ismaele (Guido Dispenza), che tra azione e narr-azione guida la storia nei suoi viluppi e sviluppi, si imbarca nel Pequod, una baleniera che fa da cornice ai geniali personaggi che la abitano; da Stubb (il ridente ufficiale fumatore di pipa, interpretato da un hemingwaiano Francesco Storelli) a Starbuck, il coscienzioso e razionale secondo ufficiale, interpretato da Pierangelo Margheriti, antagonista dell’imponente Gianni Poliziani personificante il leviatanico Capitano Achab.

Rivisitazioni interessanti per il capitano Peleg, che invece d’essere un vecchio distinto selezionatore della ciurma del Pequod, diventa una macchia piratesca meravigliosa, interpretata da un geniale Giordano Tiberi, gobbo e claudicante, stemperante il peso drammatico dell’economia generale della mise en scène. Rivisitato anche Elia, il profeta dell’embargo, figura auerbachiana biblica di rimando storico, che viene rivestito da un’austera presenza femminile, Giulia Rossi, invece che dal personaggio misterioso impersonato del romanzo.

L’Ismaele di Guido Dispenza è forse ancora più ingenuo e spaesato di quello cui appartiene la voce narrante del testo originale, forse troppo, sfociante spesso nello stridio dello switch ardimentoso tra le parti narrate (ora da voce fuori campo ora con cambi segmentati intramezzati alle azioni degli altri attori) che rivelano profonda maturità e onniscienza – appesantite anche dal buon lavoro di Guido Dispensa sull’invecchiamento della voce, raucedine e piegamento diaframmatico – e blandizia nelle parti dialogiche.

La scenografia, buona nelle intenzioni e negli effetti, trova un’apertura di respiro notevole nella partenza del Pequod, quando i marinai tirano su le vele, alzando fino ai vertici del castello il quadro scenico. Tutto questo instaura una cornice notevole per le scene corali, negli assalti alla balena bianca, nella catastrofe finale, sommessamente permeanti tutta la durata dello spettacolo nelle controscene finissime, che accompagnano le singole parti. Una “Zattera della Medusa” in rallenty, con dialoghi carichi di rimandi mitologici, biblici e ancestrali, spioventi dall’irriducibile prosa melvilliana (in traduzione di Cesare Pavese).

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Il Palio sociale di Massimo Trabalzini

Un successo di pubblico straordinario quello che ha coinvolto la celebrazione di giovedì 18 giugno 2015 a Bettolle, in occasione delle esibizioni dei numeri sbandieratori e lo svelamento del XX…

Un successo di pubblico straordinario quello che ha coinvolto la celebrazione di giovedì 18 giugno 2015 a Bettolle, in occasione delle esibizioni dei numeri sbandieratori e lo svelamento del XX palio Palio

Palio della Rivalsa 2015 - Drappo realizzato da Massimo Trabalzini

Palio della Rivalsa 2015 – Drappo realizzato da Massimo Trabalzini

rivalsa dipinto da Massimo Trabalzini. Un afflusso come non si vedeva da anni in Piazza Garibaldi, per la serie di trionfi coloristici dei drappi che le coppie di sbandieratori delle cinque contrade hanno figurato attraverso i loro esercizi e lanci.

Nel corteo che ha seguito i figuranti, che ha condotto la fiumara di persone presso la chiesa di Bettolle per la presentazione del panno, sono apparsi tutti i palii vinti in vent’anni di rivalsa. Ogni contrada si è adoperata per mostrare con orgoglio quella che ormai è la storia del piccolo centro valdichianense. Un momento di ecumenica memoria, di incisiva marcatura del ricordo in un periodo di profondo rinnovamento per l’associazione Proloco di Bettole, che ha visto il proprio consiglio ringiovanirsi completamente.

Il drappo è stato dipinto da uno dei fautori della rievocazione, uno dei fondatori della Proloco di Bettolle, “teorico” del Palio, che negli anni ’90 definì le forme che la manifestazione avrebbe preso, Massimo Trabalzini. Fu lui, assieme agli altri pionieri, a riconoscere nell’incendio del castello di Bettolle, attuato da Ascanio della Corgna nel 1553, in pieno conflitto tra Siena e Firenze, uno spunto per comporre i tratti e le strutture della rievocazione storica che da due decenni accende gli animi dei bettollini nella terza domenica di giugno.

Massimo Trabalzini ha attualizzato con un audace scambio retorico le tematiche canoniche che la commissione del drappo bettolino ha tradizionalmente immesso nei suoi palii. Una scena di forte impatto emotivo, trascinante e contemporanea, che usa la cristallizzata rievocazione storica come acuta lettura del presente; “Un palio molto diverso da quelli che lo hanno preceduto, me ne rendo conto” ha commentato l’autore prima di scoprire il cencio sul sagrato della chiesa di Bettolle. Un panno a tematica sociale, di netta ispirazione pacifista.

I popoli che fuggono dalle guerre ci sono sempre stati. I migliaia di richiedenti asilo che attraversano il mediterraneo, spesso in condizioni di estrema disperazione, altro non sono che una declinazione contemporanea di ciò che l’uomo ha malauguratamente sempre inflitto alle comunità più deboli, agli sconfitti di guerra, alle etnie minoritarie. Anche i bettollini, infatti, a seguito dell’incendio che il condottiero castiglionese Ascanio della Corgna appiccò al fortilizio senese, fuggirono disperati, imbarcandosi nelle melmose acque della palude della Chiana, prima della bonifica.

Un palio che sul momento alcuni hanno definito “politico”, ma che in realtà altro non è che una fotografia cruda del tempo presente, che spiattella i principali dissidi della cronaca più recente.
Dalle ceneri nuove vite si sono sparse sui territori, dopo le guerre. Così dalle stesse è sempre necessario fondare la ricostruzione del futuro su di un’inattaccabile cultura di pace.

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Cronache dal Salone Internazionale del Libro di Torino 2015 – PARTE 2

Il nostro Tommaso Ghezzi è stato cinque giorni alla XXVIII edizione del Salone del Libro di Torino, al Lingotto dal 14 al 18 Maggio; ci racconta, a suo modo, quello…

Il nostro Tommaso Ghezzi è stato cinque giorni alla XXVIII edizione del Salone del Libro di Torino, al Lingotto dal 14 al 18 Maggio; ci racconta, a suo modo, quello che ha visto.

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[Parte 2]

La cosa assolutamente più interessante del Salone del Libro è fuori dal Salone del Libro. Il motivo per cui effettivamente io sia andato a Torino ed abbia voluto restarci per tutta la durata della manifestazione è uno: LE FESTE GLAM. In 5 giorni sono riuscito ad entrare a due feste esclusive;

La prima festa è stata quella di Minimum Fax, la casa editrice più dannatamente indie-pop che l’Italia abbia mai visto. Si è svolta il venerdì sera alla società dei cannottieri di Torino, lungo il Po. Un posto magnifico. Il dj set gestito da LES PÉTASSES + OLEG & MAMED, che pare siano pure operatori editoriali, che mi aspettavo finemente ricercato in un contesto del genere, si è rivelato assolutamente cialtrone (coscienziosamente, però). Un Dj set altamente ironico nei confronti della de-contestualizzazione, in linea con l’asse progettuale dell’azienda; e quindi Benny Benassi, Icona-Pop, Britney Spears, ed altre clamorose scelte cross-over hanno accompagnato le proiezioni, sullo schermo retrostante la consolle, delle copertine dei libri editi da MF; Malamud, Yates, Capote ed altri. Probabilmente è stata una delle cose più disturbanti, e divertenti, a cui abbia mai partecipato.

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La seconda è stata fortuita. Nel senso che sono riuscito ad imbucarmi grazie al gruppo di editori, curatori ed editor cui mi ero aggregato. Trattasi della sfavillante e glamour-issima festa alla Scuola Holden in piazza Borgo Dora. Ho venerato la scuola Holden da adolescente, la vedevo come il paradiso dei velleitari. Scrivere e farti “insegnare” a far diventare la scrittura un lavoro. A 25 anni in quella scuola ci sono finalmente andato; senza velleità, senza voglia di farmi insegnare da altri come scrivere, con la sola voglia di pavoneggiarmi in giacca e papillon in mezzo alla crème della crème dell’alta società intellettuale e bere vodka tonic. Bene. Ci sono riuscito. Girano foto online in cui Emmanuel Carrère, visibilmente ubriaco, balla con la sua compagna. Ed io ero lì in mezzo. Tra Pif vestito in maniera deplorevole, Vinicio Capossela con il suo berretto da marinaio, che, credo, non si tolga nemmeno per dormire, Boosta dietro la consolle che di tanto in tanto si sporgeva per baciare la sua compagna, Miriam Leone, vestita un po’ sciatta con le pianelle (ma comunque bella eh, per carità), Paolo Giordano, Eugenio Finardi, Geppi Cucciari, Carlo Gabardini ed altra gente famosa adombrata dalla massa, comunque selezionata all’ingresso. Quindi, sì, sono stato ad una vera festa esclusiva glamour di gente IN. Una cosa divertente che non farò mai più, tanto per citare il più grande autore dell’ultimo novecento.

Posso dire che quest’edizione del Salone è stata, nel complesso, soddisfacente, per tutti i tipi di palato umanistico, dagli altezzosi specialisti agli anything goes, dai lettori occasionali alle nicchie. Le cose che non mi sono piaciute, anzi mi hanno più o meno sdegnato, sono:

  • I VOLANTINAGGI – ogni fottuto metro del percorso principale del Salone era occupato da questi “spammer” di volantini sui corsi di lettura veloce, abbonamenti a riviste, centri sociali, gruppi di lettori, analisti e sondaggisti dell’ISTAT e altre categorie insulse che non facevano altro che costipare la fiumara di avventori, già di per sé fastidiosa.

  • IL CAOS DEL PROGRAMMA – come ho già accennato, durante il Salone si sono svolti contemporaneamente almeno cinque eventi ogni ora. Questo già sarebbe un problema. Aggiungerei poi il fatto che, spesso, gli eventi si infastidissero a vicenda. La finale del concorso Ottoperotto, ad esempio, è stata interrotta più volte dal cantante israeliano che vociava dall’Arena Piemonte, collocata a 100 metri. Male. Molto male.

  • LE SCOLARESCHE – ho scoperto che tutte le scuole elementari e medie inferiori del Piemonte, in questi giorni, non hanno fatto lezione, poiché erano tutte al Salone a riempire di bambini urlanti i padiglioni del Lingotto. Per carità, è giusto lasciare che i pargoli si avvicinino alla letteratura, ma non a gruppi di quaranta, con i panini e le carte da uno, rovesciati dentro gli stand ad aggredire i poveri addetti all’ordine degli scaffali. Pietà.

  • I COSPLAYER – veramente io non capirò mai il senso di vestirsi da Darth Vader e Legolas al Salone del Libro. La letteratura è una cosa seria, e il gesto nerd di impersonare caratteri, neanche della letteratura, ma del cinema, è fuori contesto come gli Oro Saiwa nel Tiramisù.

  • GLI STAND DELLA POLIZIA DI STATO E DELLA GUARDIA DI FINANZA – cioè, che senso hanno? Perché sono presenti? Quali sono le loro pubblicazioni? Posso tollerare persino lo stand massonico de “La Gran Loggia d’Italia”, che di fatto porta una cultura secolare in edizioni pure bellissime, ma della presenza delle forze dell’ordine, veramente, non trovo il senso. Ho scambiato, tra l’altro, per Cosplayer il gruppo di finanzieri in divisa che seguivano, in marcia, un gruppo di Stormtrooper di Star Wars. Errore mio.

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Cronache dal Salone Internazionale del Libro di Torino 2015 – PARTE 1

Il nostro Tommaso Ghezzi è stato cinque giorni alla XXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, al Lingotto dal 14 al 18 Maggio; ci racconta, a suo modo,…

Il nostro Tommaso Ghezzi è stato cinque giorni alla XXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, al Lingotto dal 14 al 18 Maggio; ci racconta, a suo modo, quello che ha visto.

[Parte 1]

Sono stato al Salone del Libro come “giornalista”, secondo quanto indicato sul mio badge ‘stampa’ con il quale ho avuto accesso a più o meno tutti gli stand dei cinque padiglioni, erti al Lingotto di Torino per il Salone. Ovviamente, l’essere giornalista era una copertura: ci sono andato essenzialmente come lettore ed (ex) studente di lettere, ossessionato dalla perdita di lucidità e dall’impossibilità di updating dell’attuale scena editoriale italiana.

È estremamente difficile, infatti, restare aggiornati e seguire ciò che emerge dal magma lavico dell’universo letterario, quando si è fuori dalla facoltà di lettere e filosofia. Il tempo – dopo l’università – si trasforma. I segmenti quotidiani che adesso posso dedicare alla lettura (ed anche ahimè allo studio) è ristrettissimo, le capacità cerebrali dopo i 25 anni si declinano in un imbuzzurrimento e provincialismo tale che a fine giornata, dopo 9 ore di trambusti, pressioni, caffè al ginseng, lavori svelti e occhi aperti, rimane difficile addirittura seguire una puntata da cinquanta minuti di qualche serie televisiva della HBO.
Mi sono ritrovato, negli ultimi mesi, a gettarmi seduto sul divano, a fine giornata, mangiando schifosissimi cibi pronti, inebetito di fronte ad immagini e suoni che componevano lo schermo televisivo di fronte a me, a prescindere dal fatto che, in quello schermo, ci fossero Philippe Daverio o Greggio e Iacchetti, intervallati da quelle odiosissime risatine finte di Striscia la Notizia. La saturazione del cervello, quando si entra nel magico mondo del lavoro/profitto/capitale, raggiunge livelli superiori al correggibile. Non riesco a seguire un film, figurarsi leggere o scrivere. Non riesco a seguire un film, figurarsi leggere saggi, figurarsi scrivere la tesi.

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Sono andato a Torino, quindi, con questa certezza; che non fossi cioè più quello del giardino di Lettere a Palazzo di Fieravecchia, che non fossi più quel divoratore di libri, come al tempo delle lezioni dei prof. Luperini e Magrini, nei banchi abulici dell’UniSi. Di fatto, sono andato al salone del libro con un gigantesco complesso di inferiorità, quindi. Più nei confronti del me stesso ventenne che degli altri.

Dopo nemmeno una giornata, però, ho dovuto rinnegare tutta la melanconia instaurata; che senso ha – mi sono detto – avere complessi di inferiorità qui dentro? Ognuno parla male della persona che ha sopra o a fianco, ognuno giudica in negativo almeno l’80% dei libri esposti, ognuno trancia con cattiveria intellettuale ossessiva gran parte dei componenti del suo stesso ambiente. Non che mi dispiaccia la dialettica, ma è quella egotica e scriteriata che mi spaventa. La dialettica-caterpillar. Che senso avrebbe avuto, quindi, sentirsi al-di-sotto di chi non è mai al-di-sopra di nessuno? Quella società individualista e competitiva, che ha macchiato tutti i campi lavorativi, si riflette anche qui. Anzi, forse s’insinua nei comportamenti dei partecipanti a questa enorme “Industria Culturale” a tal punto da rendere eventi come questo una titanica masturbazione individuale, e – di base – emargina, mortifica, riduce.

In queste giornate torinesi baciate dal sole ho quindi ripreso in mano la mia autocoscienza intellettuale da universitario ed ho affrontato, a mento in alto, il delirante mondo dell’editoria italiana.

In breve, per i più distratti, spiego che il SalTo è un importante meeting delle maggiori case editrici italiane, che viene organizzato a Torino dal 1988. È un’enorme fiera dell’editoria, spalmata su uno spazio espositivo di cinquantunmila metri quadrati, nella quale agli stand assegnati agli editori si alternano luoghi di incontro, sale di presentazioni, seminari, bar, angoli in cui si fanno le cose più disparate. Quest’anno, ad esempio, appena all’ingresso del salone, sulla destra, campeggiava enorme il Cook-Book, ovvero, l’area dedicata alla cucina. Esattamente. Una buona percentuale dei libri venduti, in Italia, sono di argomento culinario. Sono quindi passati per il Cook-Book Pietro Leeman, quelli che hanno inventato GROM, Stefano Callegaro, Giorgione, le immancabili Benedetta Parodi e Antonella Clerici e tanti altri di cui – mi si perdoni – non mi interessa assolutamente nulla.

Oltre alla cucina, uno dei grandi temi del salone è stato affrontato nell’area Book to the Future, ovvero: il dato materico del libro nell’era del digitale, la grande questione di questo inizio secolo; si è parlato, anche qui, di cose strane, che mi hanno fatto sentire terribilmente vecchio; la diffusione di opere letterarie tramite twitter (che i fedeli all’understatement chiamano Tweetteratura), lo storytelling interattivo, libri “comunitari” creati in serie, da più utenti, tramite i social network, Seejay, e tantissima altra roba che – ammetto – mi lascia sempre un po’ perplesso. Finché si parla di giochi di ruolo, divertissement del mercoledì sera, potrei essere d’accordo, ma quando si parla di letteratura mi si gonfia un po’ il petto e necessito una compostezza che purtroppo sono costretto a definire “neoclassica”.

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Le enormi sale Gialla e Rossa, che contavano centinaia di posti a sedere, hanno ospitato i pesci grossi; da Mattarella a Roberto Saviano faccia a faccia con Günter Wallraff, Emmanuel Carrère, Francesco Guccini, Morgan, Vecchioni, Pupi Avanti, Vinicio Capossela, Ferzan Ozpetek (il cui libro, ne sono certo, ci ammorberà per tutta l’estate sotto gli ombrelloni affittati dai lettori del ceto medio), Emis Killa, Angela Finocchiaro e tantissimi altri che è stato assolutamente impossibile vedere; già perché, di fatto, gran parte degli eventi erano sovrapposti ad altri eventi. Dalle 10 di mattina alle 22 almeno 5 incontri/eventi si accavallavano ogni ora.

Il mio animo hipster/slipstream mi ha quindi portato ad evitare le grandi masse nazional popolari che congestionavano la sala gialla per fare una foto alla Littizzetto, ed ho preferito concentrarmi su quattro spazi dei quali non sono affatto deluso: la Sala Workshop, l’Indipendent’s Corner, la Sala Poesia/PordenoneLegge e l’Incubatore.

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Nella Sala Workshop si sono stilati incontri con professionisti della traduzione e dell’editing letterario, che hanno mostrato ad un pubblico più o meno evangelizzato (vi giuro avevano TUTTI la moleskina nera originale) la forma fattiva del loro lavoro. L’Indipendent’s Corner ha invece ospitato i protagonisti di quelle case editrici indipendenti (comprese quelle come Minimum Fax che pur essendo “indipendenti” nell’attitudine, fatturano un sacco) che propongono nuovi metodi di selezione editoriale, tra cui un concorso “live” di racconti, Ottoperotto, gestito da Christian Raimo e Marco Peano, con le comparsate di Nicola Lagioia.

La Sala Poesia, invece, è stata una scelta surreale ed assolutamente fuori contesto – per questo meravigliosa – posta al centro del padiglione 2, il più grande e affollato; i posti a sedere erano 20, e comunque bastavano largamente. Autori emergenti hanno letto le loro poesie, ad alta voce, mentre intorno si rovesciava foneticamente il caos delle migliaia di persone scalpitanti, urlanti, scalpiccianti del salone. Un meraviglioso anacronismo e anatopismo.

L’Incubatore è invece una piccola saletta nella quale i neonati della letteratura sono stati messi di fronte ai loro “futuri” lettori; un luogo estremamente interessante per osservare le movenze dei piccoli feti della letteratura italiana.

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Sempiternamente Warhol – riflessioni sulla mostra “Andy Warhol Forever” ad Arezzo

Qualsiasi credo moderno diventa, prima o poi, mero dato estetico. Nulla più. Ormai non c’è religione o ideologia, stato o chiesa, non esiste Verità a cui prestare giuramento. Tutto è…

Qualsiasi credo moderno diventa, prima o poi, mero dato estetico. Nulla più. 
Ormai non c’è religione o ideologia, stato o chiesa, non esiste Verità a cui prestare giuramento. Tutto è dato estetico. Tutto è principio di non contraddizione nel momento del suo assurgere a parergon, ornamento superfluo. La politica è un arabesco da cornice al racconto, la religione un ghirigoro barocco alla riflessione dell’ego, l’amore una nefanda masturbazione. 

Quando scrissi questo frammento stavo parlando del nesso inscindibile che esiste tra i Disciplinatha e i CCCP-Fedeli alla linea e dell’uso che facevano dei “colori” politici, in relazione all’espressione artistica. L’essere rossi o neri, nel punk-hc degli anni ottanta, non aveva alcun valore politico, ma solamente estetico; era un rimando, un’evocazione.

Prima del punk però, in maniera molto più massificante e a suo modo più violenta, quella stessa retorica era stata messa in crisi da Andy Warhol e dal maremoto pop che aveva instaurato negli anni sessanta.

IMG_1547In questi giorni ad Arezzo, la mostra a lui dedicata, curata da Romano Boriosi, Gianfranco Rosini e Fabio Migliorati, celebra il maestro di New York con una mostra sopraffina.

L’esposizione, locata nella Galleria Comunale di Arte Contemporanea di Arezzo, è un piccolo traguardo di oculatezza dei mezzi; a cura della Collezione Rosini Gutman, sono raccolte 50 opere che vanno a comporre un percorso frastagliato, ma estremamente coerente con l’opera di Warhol, il quale seguiva parallelamente più serie, come a sottolineare la molteplicità dei toni e degli stati artistici del suo operato. La larga affluenza che ha coinvolto la mostra ha spinto gli organizzatori a prorogare la chiusura al 2 giugno.

Largo spazio dato alle serigrafie, in primis la Marilyn, la Liz Taylor, Mao (il terrore comunista che diviene soggetto mimetico inoffensivo, pura decorazione superflua) e la parete dedicata a Mick Jagger nella quale campeggia una sgonfiatura programmata del divismo contemporaneo; questi nuovi dei, ci dice Warhol, altro non sono che allucinati lamenti del senso di eternità che, nella mente degli esseri umani contemporanei, sta lentamente scomparendo. Il divismo oggi, nell’era post-Warhol che ci troviamo a vivere, diventa tangibile. La richiesta di eternità non è automatica bensì necessitata dal Divo; è infatti Vincent Gallo che vende il suo sperma a un milione di dollari per l’inseminazione in vitro, è la rock band che diventa cosciente dei metodi di marketing del mondo della discografia, le crew hip-hop che si fanno produttrici di loro stesse, è Leonardo di Caprio che produce the Wolf of Wall Street. Ormai non c’è spazio per quell’anticonformismo che Andy Warhol adorava “conformare alle masse per poi venderlo alle stesse”. Siamo tutti ormai ingeriti da questo ciclico processo produttivo sistematico e apparentemente inarrestabile.

Una lucida sorpresa aumenta il tasso di liceità della mostra aretina; il dettaglio del San Giorgio e il Drago di Paolo Uccello, della serie Details of Renissance. L’opera d’arte riproducibile. Il capolavoro della sociologia artistica della Pop Art, che più di un qualsivoglia trattato sulla tecnica di Walter Benjamin descrive con precisione lo stato dell’arte nella contemporaneità.

Due cose deludono di questa mostra: il titolo, banalotto e inefficace, e la scelta abbastanza ingenua di apporre sotto ogni opera una citazione dell’autore; in questo modo si è perso il senso di riproducibilità tecnica dell’opera, di valore plurale dell’opera d’arte che a Warhol stava molto a cuore. Quella che si vede sotto le opere non sembra solo una citazione, ma un vessillo d’unitarietà, che di certo non si confà alla critica del soggetto – prima – e alla critica della critica d’arte –dopo – che contraddistinguono la filosofia iconostatica del New Dada wharoliano. D’altra parte l’immagine stessa di Andy Warhol e le sue citazioni da tweet pomeridiano (stessa sorte toccata a Oscar Wilde e Bukowski, per dire) hanno reso l’Artista oggetto d’arte, icona votiva pagana contemporanea.

Ci sono ampie sezioni dedicate al materiale fotografico lasciato dall’Artista newyorkese, come ad inserire anche la sua stessa immagine nel calderone autorigenerante del consumo iconografico; foto con Dalì, Dino Pedriali, Jean-Michel Basquiat, fino a dei veri e propri “autoscatti”. Attraverso la riproducibilità del soggetto-immagine nulla diventa più reificato che la Persona. Il commercio/consumo dell’immagine, della personalità, l’ascendenza sfiancata della caricatura dei simboli consegue la loro totale assenza di contenuti, rimandi, simbiosi con l’essere-nulla. La rapida e trasandata trascrizione della fonte iconografica scarnifica la proiezione reale dell’icona, la credibilità della stessa, e la imprime come mero prodotto temporale. L’entità diviene solamente tramite il suo apparire e la consunzione (tramite consumo) della sua rappresentazione. Mao, Marilyn, Mick Jagger, Madonna altro non sono che frammenti anatomici svuotati di realtà; nuove immagini votive da portafoglio, depredate di spiritualità dall’asettica e meccanica riproduzione in serie.

Debilitando dall’interno un sistematico manierismo dell’avanguardia, che stava piano piano amalgamandosi con lo scriteriato deperimento della società post-modernista, Andy Warhol ci ha regalato la più alta critica al sistema produttivo che sia mai stata fatta. Forse ha cambiato lo stesso in meglio. E noi siamo, a Lui, estremamente grati.

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La Strada oltre La Frontiera – un resconto del Frontiera Rock Festival

L’ultima band che si è esibita sul palco centrale di Parco Villa Olda è stato il duo aretino dei SAMCRO [di cui già parlammo qui], ed è stato collocato in…

L’ultima band che si è esibita sul palco centrale di Parco Villa Olda è stato il duo aretino dei SAMCRO [di cui già parlammo qui], ed è stato collocato in chiusura non per caso.
Proprio loro, infatti, lo scorso 22 gennaio, hanno aperto un percorso volto al ripristino di quella verve originaria che caratterizzava il collettivo de La Frontiera agli albori della sua opera. Quella nuova esperienza live, nei piccoli bar, nelle zone inesplorate della musica dal vivo, che voleva battere nuovi terreni sui quale costruire strade che valicassero le frontiere e rendessero le stesse, non un limite, bensì un motivo di mescolanza, apriva alla nuova stagione della fenomenologia dello spirito del gruppo di lavoro. Così è stato.

Abbiamo coperto la festa dei lavoratori, cercando di impiantare un messaggio ulteriore, oltre al semplice (ma anche complesso) divertissement della musica. Mentre a Milano la dialettica generazionale ha trasformato il Primo Maggio in una brutta poesia, mentre Taranto e Roma si sfidavano sul piano della legittimità delle celebrazioni della giornata, la Frontiera stava lavorando e si preparava alla serata che ha ospitato Surfin’ Monkeys, Essenza 55 e Progetto Panico. Quella Frontiera che al suo interno vede ragazzi che hanno sacrificato ore di sonno per poter portare a termine il progetto, molti che sono stati convocati nel loro posto di lavoro la mattina del 2 maggio (tra cui il sottoscritto), molti che sentono gravare sopra di loro il peso di quel 43% di disoccupazione giovanile.
Il messaggio era semplice: eccoci, ci avete fatto nascere in un’epoca difficile, ostica per avere delle ambizioni, decisamente poco serena per chi detiene velleità creative, siamo la generazione dei contratti a chiamata, dei pagamenti centellinati tramite voucher, dei servizi civili spesso lontanissimi dall’essere volontariato, la generazione dell’adolescenza che finisce a 35 anni, della possibilità di avere una vita come quella dei nostri genitori che ci sfuma davanti come nuvole estive dopo lo scroscio. Eppure siamo insieme per creare qualcosa di quantomeno tendente al bello. E lo facciamo per tutti. Anche per voi che state chiusi nelle vostre case, per voi che avete appiattito le vostre vite nel riflusso al privato, vi siete aggiustati la visiera e avete rinunciato a vedere. Anche per voi che siete scappati, che ve ne fregate di chi sta peggio, che non avete il minimo interesse a far parte di una collettività perché nel vostro ego inusitato non avrete mai contraddizioni.

Abbiamo dato spazio alla Valdichiana ed alla sua scena musicale e artistica, la quale è ricchissima e troppo spesso snobbata; band da Sarteano (Essenza 55), Arezzo (Surfin’ Monkeys, EGO, SAMCRO), Chiusi (BOB) e da un po’ tutti gli altri centri del nostro piccolo mondo antico (Toscana SUD). Mescolandoli con meravigliosi ospiti anche internazionali (Progetto Panico, Zagreb, The Cannibals) accolti con non sempre scontato interesse da parte del pubblico.

Abbiamo celebrato i cento anni dalla prima guerra mondiale attraverso il concepì de #laguerrachimica rovesciando la retorica della distruzione non produttiva, rovesciando la retorica della guerra al di là del fronte ed abbiamo accolto la validità della mescolanza. Abbiamo unito l’elettronica al punk, il garage all’hip hop, il grunge al blues. Abbiamo considerato gli elementi diversi come complementarità da far reagire. Lasciare il passo al flusso del palco scenico, lasciare che il pubblico (anche quello non presente) aprisse le orecchie e considerasse, anche per un istante, anche per denigrarlo, il suono.
Non era altro che un invito a ragionare con la vostra testa, uscire di casa e abbandonarvi alla strada ed alla piazza.

In fondo “la strada è l’unica salvezza”, come diceva Gaber, no?

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Il programma del 7° Frontiera Rock Festival

Il Frontiera Rock Festival è giunto alla sua settima edizione. Quattro giorni di musica, dal 30 aprile al 3 maggio, al Parco Villa Olda di Bettolle, dalle ore 20:00 con…

Il Frontiera Rock Festival è giunto alla sua settima edizione.
Quattro giorni di musica, dal 30 aprile al 3 maggio, al Parco Villa Olda di Bettolle, dalle ore 20:00
con Stand – Pizzeria – Spaghetteria, bar e tanta tanta birra.

INGRESSO GRATUITO

30 Aprile
SUONI DALLA PROVINCIA CHE GRIDA – feat. ROCKFACTORY SIENA

Sognolivido
Tra gli elementi più coinvolgenti del panorama “Siena Rock”, ci sono sicuramente i Sognolivido. Rigorosi scapigliati rock’n’roll, cominciano ad esibirsi nel gennaio 2013, inanellando una serie di riscontri positivi in città e fuori, raggiungendo un posto in finale presso il contest regionale “AlltheRock”. Sorretti da un seguito notevole, raccontano la loro città e le storie che la compongono, secondo i dettami dei sentimenti condivisi nel tempo presente.

Ghost Space
Impatto originalissimo tra rock ed elettronica, i Ghost Space sono l’elemento osmotico della scena musicale senese. I Ghost Space hanno partecipato alla settima edizione del CSA ( Centro Sviluppo Artisti) di Bologna e sono stati selezionati per andare a suonare a Londra durante lo showcase che si è tenuto il 16 ottobre 2014 al “The Bedford”. La band ha vinto Sanremo Rock 2013 e l’edizione 2014 dell’Heart Rock Festival.

1 Maggio
AL VEGLIARDO CHE LOTTA E LAVORA / AL VEGGENTE POETA CHE MUOR – PRIMOMAGGIO2015
#primomaggiovaldichiana

Surfin’ Monkeys
I Surfin’ Monkeys nascono in palestra, durante allenamenti di pugilato (tra un destro ed un montante), decidono di dare pugni anche dal punto di vista musicale. Ne nasce così un gruppo rock dalle note elettriche dure e pronunciate, accompagnate da un cantato stirato ma melodico. Attivi sulla scena live aretina dall’estate 2012, registrano una demo con 9 pezzi in inglese che ha permesso loro di calcare i palchi di Arezzo Wave Love Festival, Mengo Music Fest, Ne Pas Couvrir, Karemaski e molti altri.

Essenza 55
Capolista delle band “nostrane”, è il progetto sarteanese degli Essenza 55. I nostri mescolano strofe rap su basi funk/rock per arrivare a ritornelli rock, la voce rap di Garo (tastiera a tracolla) e zeppo (basso) si mischiano per spaccare piacevolmente i timpani alle prime file del palco. Lo show è ogni volta più ironico e coinvolgente. Uscito da poco il loro secondo lavoro, l’album IL MIO VELENO, 11 brani che hanno già conquistato chi se lo è ascoltato.

Progetto Panico
Tra le band undergound più traboccanti, lanciatissimi dall’onda d’interesse che il pubblico e la critica ha riservato loro, sono i Progetto Panico. Dopo l’esordio dell’EP “Livello o” e il successivo disco autoprodotto “Maciste in Paranoia”, la band spoletina viene notata dal batterista degli Zen Circus, Karim Qqru che insieme a Mattia Cominotto (Meganoidi) produce il secondo disco “Vivere Stanca”, per la Tirreno Dischi/ Superdoggy music. La band sta attualmente devastando i palchi dei principali club e festival italiani, e passa per il Frontiera Rock Festival, per aiutarci ad assecondare i terremoti.

2 Maggio
COMFORTABLY ROUGHNESS – 50 anni (e 50 sfumature) di Garage

BOB
Presentazione ufficiale del progetto BOB in apertura alla serata dedicata ai termini e alle sfumature del Garage Rock; sono tre autorevolissimi musicisti toscani, che in un periodo di pausa dal blasonato progetto progressive rock “Labirinto di Specchi”, orienta la radice più grezza, tenuta in sordina durante le sessions della prima band, in un canale assolutamente energico e devastante.

ZAGREB
Zagreb nasce nel Marzo 2014 tra Treviso e Padova dall’insieme di 4 musici attivi da molti anni nella scena underground locale. In pochi mesi nasce un’idea, si fissa un’attitudine, iniziano le registrazioni in studio del singolo “Ermetico”. Ruvidi e sporchi, riecheggia nel loro crossover tutta la lucidità delle sale prove in cantina, le masse sonore confuse spinte dai diffusori e l’energia rigenerativa del garage più deciso.

The Cannibals
Redentori del garage rock inglese, i Cannibals si sono formati a Londra nel 1976. In piena ondata punk, hanno falcato palchi di tutta Europa e condiviso festival e club con i Cramps, Bo Diddley, Johnny Thunders & the Heartbreakers, Wilco Johnson, The Fuzztones, e tantissimi altri simboli della scena punk – garage britannica. Nel loro nomadismo contemporaneo portano la Storia della musica al Frontiera Rock Festival.

3 Maggio
BLACK MIXTURE

E G O
EGO è un mosaico di storie composte e vissute da un quasi trentenne spalmate su ritmiche old school e condite da melodie soul/pop, senza troppi fronzoli retorici. Già ospite del Frontiera Rock Festival nel 2013, come frontman dei Soul Killa Beatz, Diego Nicchi, a.k.a. E G O, apre le danze della serata dedicata alla black music, con i suoi toni metropolitani impiantati nel contesto aretino. Con un linguaggio diverso da quello prospettabile ad Atlanta, ma con la stessa forza narrativa.

TOSCANA SUD
La Crew dei TS è composta da sei MCs della nostra provincia. Parlano della terra che abbiamo sotto i piedi e dei disagi che da essa derivano. Esempio estremo, assolutamente contemporaneo, dell’odierna caratura hip-hop. Rappresentano ciò che può diventare il genere in assoluto più black se impiantato in piena valdichiana. Sicuramente “spurio” ma assolutamente efficace.

SAMCRO
Come a chiudere con una struttura ad anello la forma ciclica della black music, ecco tornare al blues dei campi di cotone, alle pentatoniche minori e agli accordi di settima, considerando però tutto ciò che è avvenuto in mezzo. La forma-band del duo, chitarra e batteria, riporta le radici del blues passate attraverso il napalm dei distorsori e di nuove tecniche di resa acustica. Gli aretini SAMCRO hanno agito una trovata musicale così antica nelle tradizioni ma così nuova negli effetti.

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Il concetto socratico di “Frontiera Rock Festival”

100 anni fa l’Italia entrava in guerra. Dello spettro espanso dei primi colpi di mortaio sparati sul fronte orientale, da parte dei due finanzieri nascosti sul fronte orientale, a incidere…

100 anni fa l’Italia entrava in guerra. Dello spettro espanso dei primi colpi di mortaio sparati sul fronte orientale, da parte dei due finanzieri nascosti sul fronte orientale, a incidere l’inizio della Grande Guerra nel maggio tiepido del 1915, ancora oggi si percepisce il terrore. Dopo ogni crisi c’è una guerra risolutiva, uno snodo ininterrotto di cavi sparsi e polveriere inesplose, dopo l’arrivo del nemico. La difesa, l’unica guerra possibile è contro tutti quei cavalieri invisibili, quei fantasmi nascosti che spingono la mano lungo le feritoie delle fondine.

Ad oggi, non abbiamo bisogno di armi da fuoco. Ma accordi secchi e tesi a disarmare quei pochi che ancora imbracciano le armi per abbattere i fantasmi. La Grande Guerra è stata un Guerra Chimica; nel 1915 usarono la mescita di acidi, cloruri, nitrati, per superare i limiti dell’Altro, e lo fecero nel modo più commiserevole, turpe, indegno e sconveniente che si potesse fare. Usarono gli elementi per reazioni finalizzate alla belligeranza, usarono la ‘tossicità’ come solo dato di funzionalità.

FRF12Cento anni dopo, di quali guerre ci vediamo parte? Ci sono le stesse tensioni internazionali, le persone si uccidono per appartenenze, idee, credo diversi, si discrimina, si ghettizza, si odia. La guerra è anche, soprattutto, privata. Ogni giorno lottiamo, attraverso l’individualismo che ci ha imposto la società dei consumi, contro l’Altro, che va sempre più configurandosi come “Nemico”.

Si è indifferenti, disillusi, scontenti. Invece di considerare la nostra vita come parte di un insieme, di una collettività, tendiamo a ridurre tutto a legge della giungla, scambiando la passione con la competizione, la sicurezza con la violenza, l’Amore con la convenienza. La nostra generazione è sempre più sola. Abbandonata. I nostri coetanei girano il mondo; sono in Australia, Inghilterra, Sud America, Oriente, perché non vedono più motivo per continuare a lottare in questa wasteland.

Poi c’è chi rimane. Chi cerca di dare un colore al grigiore. Chi cerca di spezzare la catena della depressione. La musica è nata apposta. Il Rock’n’Roll è nato apposta.

Il fatto che esista ancora il Frontiera Rock Festival fa ben sperare. Siamo un segnale. Ancora c’è gente che rimane e, non trovando motivi per restare, se li crea, con i mezzi che trova. Il messaggio è chiaro: dobbiamo rovesciare quella guerra fatta di fosgene e irpite, e renderla funzionale alla Bellezza.

C’è ancora vita, in questo piccolo mondo antico.

Frontiera Rock Festival – dal 30 aprile al 3 maggio – Bettolle, parco Villa Olda

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Con occhi di pittrice: “La Ragazza sul Divano” di Jon Fosse, secondo Carlo Pasquini

Carlo Pasquini è il demiurgo teatrale più autorevole del nostro territorio. Nella complessità dei dati che compongono le sue Opere c’è una coerenza sottaciuta, un mistico divagare che traspare incongruenza…

Carlo Pasquini è il demiurgo teatrale più autorevole del nostro territorio. Nella complessità dei dati che compongono le sue Opere c’è una coerenza sottaciuta, un mistico divagare che traspare incongruenza e contraddizione, passività e melanconia. Spesso i suoi spettacoli crescono attraverso la contraddizione, il dubbio, il declivio nei piani scoscesi della liscitudine retorica aperta sul baratro del non sense. I suoi spettacoli nascono e crescono per sommarsi di cuciture forzate, spasmi dell’eloquenza teatrale, legature tra opposti incongruenti. Tutto questo serve a comporre. Serve a dipingere il suo spettacolo, come unità organica e non semplicemente addizione di elementi. Con gli occhi di pittore, Carlo Pasquini associa toni completamente diversi a fini espressivi, come i colori complementari che, per sintesi additiva, forniscono risultati stupefacenti, à la manière di certi ardimentosi prodotti di Gauguin e dei migliori Nabis parigini. I risultati finali sono sempre assolutamente perfetti. Equilibrati. Compiuti.

Con la produzione della Fondazione del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, Carlo Pasquini ha portato in scena “La Ragazza sul Divano”, di Jon Fosse, drammaturgo norvegese che dagli anni ’90, grazie alle traduzioni di Graziella Perin, ha trovato ampio interesse negli ambiti del teatro italiano. Tanto che nel 2004 Walter Malosti ha ottenuto il Premio Ubu come migliore novità – drammaturgia straniera con la messinscena di Inverno, un crudo e concentrato atto unico che ha definito un’accresciuta attenzione, anche da parte del pubblico, per l’autore norvegese.

laragazzasuldivano“La Ragazza sul Divano” è invece un testo più complesso, con nove personaggi che scorrono sul piano dimensionale della scena. Due vicende, sovrapposte, che si svolgono tramite un’ingegnosa livellatura di battute. La prima vicenda è un presente, in cui la matura pittrice, interpretata da Francesca Fenati, interpone il lavoro ad un nuovo quadro, rappresentante una giovane ragazza, alle visite di un compagno, interpretato da Francesco Storelli e dalla sorella maggiore (Giovanna Vivarelli). La seconda, sovrapposta, è il passato, il ricordo, la stessa pittrice preadolescente (Teresa Consoli), ingenua e sola, deambulante tra i rapporti incostanti con la disinvolta e sessualmente procace sorella maggiore (Francesca Paolucci) e con la madre (Giulia Rossi) che, costretta all’attesa del marito marinaio (Calogero Dimino) che manca da casa da due anni, abbandonata a gestire da sola le due difficili figlie, cede alle lusinghe del cognato (Paolo Pinna), il quale diventa suo amante.

Elemento scostante, erratico e violentemente lacerante la tessitura opaca della spenta personalità della Donna Pittrice, è l’apparizione del padre, da vecchio (forse ectoplasmatico), interpretato da Armando Sciarrabasi; un fantasma, un’adulterazione del rimosso, la presenza-assenza della causa dell’infausto peregrinare della Donna, alla ricerca di sé. Il Padre parla per refrain, le sue parole sembrano formule per un’assoluzione, la redenzione del ricordo e del ricordante, come un percorso rituale del dionisismo tragico, all’alba del teatro occidentale.

La monolitica scenografia, che pone due fondi, il primo dei quali con un imponente foro centrale a definire le morfologie di una cornice, è sfruttata ora come controscena, ora come finestra, dotata di importantissimi risvolti coloristici, per quanto concerne l’assolutamente efficace uso delle luci. Il divano panna, l’atelier ridottissimo, in un angolo di proscenio, disordinato e arrabattato, essenziale, riempiono la scena con elegante e rigorosa pacatezza, che sempre di più si confonde con noia e monotonia nel corso del dramma. La quadratura simmetrica della scenografia guida lo spettatore secondo i toni cromatici che magistralmente vengono associati alle scene; blu, panna, grigio, blu, fucsia, nero. Una finestra/cornice definente tensione, dal cui foro si sprigionano sentori di quiete e d’inquietudine.

Lo spettacolo segue una profonda e vile analisi della coltivazione del talento e della conseguente personalità – o, se si preferisce la coltivazione della personalità, e del conseguente talento – la stretta connessione tra riuscita espressiva e sofferenza, l’intramontabile scontro ecdotico del testo figurativo, e quindi, banalmente, la critica d’arte, tra il saper rappresentare (qui propriamente il saper dipingere) e il rasente saper vedere. Un talento del saper rappresentare che è, per di più, inversamente proporzionale all’età che avanza, volubilmente arrangiato nello scorrere dei giorni. Il saper fare e il suo sogno si scontrano nolente contro il nuvolo della brutalità della piattezza quotidiana, contro il muro della fattività del tempo che scorre, il suo veloce (ma lento) incedere che annulla vezzi e velleità. I due tronchi narrativi si definiscono quindi in chi ricorda (e quindi chi osserva) e chi è ricordato, osservato, rigettato nell’inconcluso quadro al quale la Donna sta lavorando.

Carlo Pasquini

Carlo Pasquini

Il dato più riuscito dello spettacolo è l’algoritmica miscela di corpi e luce, abilmente gestita. I corpi rilucono nello spazio-luce. Diventano luce. Attraversano il fascio dei faretti laterali riflettono loro stessi nel pannello retrostante, come a formare un’aura, una proiezione pluridimensionale dell’essere; supera altezza, larghezza e profondità e marca la grandezza fisica del ricordo, del rimpianto, del tempo scaduto.

Caratteristica definitiva è quella della volontaria – e sacrosanta – lentezza, che cela un ritmo sommesso. Come un piede che sente la necessità di battere ritmicamente nel silenzio, senza musica, durante le attese. Un ritmo corporeo, interno, silenzioso. Quell’attesa che riempie l’aria, durante le pause tra le battute, dove anche gli oggetti di scena, i mobili, le paratie, le quinte nere, non sono mai silenzio, ma diventano disillusione, insofferenza, pesantezza dell’aria, dei colori, della luce, pesantezza dei corpi che decedono ogni secondo di più. Corpi che danno carica erotica senza mostrarsi, corpi che detengono potenziali pianti, lì lì per esplodere, che non esplodono, parole infinitesimali a riempire i silenzi, le pause e il vuoto che non è mai vuoto. Questo – forse solo questo – è il teatro.

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