La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Tommaso Ghezzi

La Strada oltre La Frontiera – un resconto del Frontiera Rock Festival

L’ultima band che si è esibita sul palco centrale di Parco Villa Olda è stato il duo aretino dei SAMCRO [di cui già parlammo qui], ed è stato collocato in…

L’ultima band che si è esibita sul palco centrale di Parco Villa Olda è stato il duo aretino dei SAMCRO [di cui già parlammo qui], ed è stato collocato in chiusura non per caso.
Proprio loro, infatti, lo scorso 22 gennaio, hanno aperto un percorso volto al ripristino di quella verve originaria che caratterizzava il collettivo de La Frontiera agli albori della sua opera. Quella nuova esperienza live, nei piccoli bar, nelle zone inesplorate della musica dal vivo, che voleva battere nuovi terreni sui quale costruire strade che valicassero le frontiere e rendessero le stesse, non un limite, bensì un motivo di mescolanza, apriva alla nuova stagione della fenomenologia dello spirito del gruppo di lavoro. Così è stato.

Abbiamo coperto la festa dei lavoratori, cercando di impiantare un messaggio ulteriore, oltre al semplice (ma anche complesso) divertissement della musica. Mentre a Milano la dialettica generazionale ha trasformato il Primo Maggio in una brutta poesia, mentre Taranto e Roma si sfidavano sul piano della legittimità delle celebrazioni della giornata, la Frontiera stava lavorando e si preparava alla serata che ha ospitato Surfin’ Monkeys, Essenza 55 e Progetto Panico. Quella Frontiera che al suo interno vede ragazzi che hanno sacrificato ore di sonno per poter portare a termine il progetto, molti che sono stati convocati nel loro posto di lavoro la mattina del 2 maggio (tra cui il sottoscritto), molti che sentono gravare sopra di loro il peso di quel 43% di disoccupazione giovanile.
Il messaggio era semplice: eccoci, ci avete fatto nascere in un’epoca difficile, ostica per avere delle ambizioni, decisamente poco serena per chi detiene velleità creative, siamo la generazione dei contratti a chiamata, dei pagamenti centellinati tramite voucher, dei servizi civili spesso lontanissimi dall’essere volontariato, la generazione dell’adolescenza che finisce a 35 anni, della possibilità di avere una vita come quella dei nostri genitori che ci sfuma davanti come nuvole estive dopo lo scroscio. Eppure siamo insieme per creare qualcosa di quantomeno tendente al bello. E lo facciamo per tutti. Anche per voi che state chiusi nelle vostre case, per voi che avete appiattito le vostre vite nel riflusso al privato, vi siete aggiustati la visiera e avete rinunciato a vedere. Anche per voi che siete scappati, che ve ne fregate di chi sta peggio, che non avete il minimo interesse a far parte di una collettività perché nel vostro ego inusitato non avrete mai contraddizioni.

Abbiamo dato spazio alla Valdichiana ed alla sua scena musicale e artistica, la quale è ricchissima e troppo spesso snobbata; band da Sarteano (Essenza 55), Arezzo (Surfin’ Monkeys, EGO, SAMCRO), Chiusi (BOB) e da un po’ tutti gli altri centri del nostro piccolo mondo antico (Toscana SUD). Mescolandoli con meravigliosi ospiti anche internazionali (Progetto Panico, Zagreb, The Cannibals) accolti con non sempre scontato interesse da parte del pubblico.

Abbiamo celebrato i cento anni dalla prima guerra mondiale attraverso il concepì de #laguerrachimica rovesciando la retorica della distruzione non produttiva, rovesciando la retorica della guerra al di là del fronte ed abbiamo accolto la validità della mescolanza. Abbiamo unito l’elettronica al punk, il garage all’hip hop, il grunge al blues. Abbiamo considerato gli elementi diversi come complementarità da far reagire. Lasciare il passo al flusso del palco scenico, lasciare che il pubblico (anche quello non presente) aprisse le orecchie e considerasse, anche per un istante, anche per denigrarlo, il suono.
Non era altro che un invito a ragionare con la vostra testa, uscire di casa e abbandonarvi alla strada ed alla piazza.

In fondo “la strada è l’unica salvezza”, come diceva Gaber, no?

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Il programma del 7° Frontiera Rock Festival

Il Frontiera Rock Festival è giunto alla sua settima edizione. Quattro giorni di musica, dal 30 aprile al 3 maggio, al Parco Villa Olda di Bettolle, dalle ore 20:00 con…

Il Frontiera Rock Festival è giunto alla sua settima edizione.
Quattro giorni di musica, dal 30 aprile al 3 maggio, al Parco Villa Olda di Bettolle, dalle ore 20:00
con Stand – Pizzeria – Spaghetteria, bar e tanta tanta birra.

INGRESSO GRATUITO

30 Aprile
SUONI DALLA PROVINCIA CHE GRIDA – feat. ROCKFACTORY SIENA

Sognolivido
Tra gli elementi più coinvolgenti del panorama “Siena Rock”, ci sono sicuramente i Sognolivido. Rigorosi scapigliati rock’n’roll, cominciano ad esibirsi nel gennaio 2013, inanellando una serie di riscontri positivi in città e fuori, raggiungendo un posto in finale presso il contest regionale “AlltheRock”. Sorretti da un seguito notevole, raccontano la loro città e le storie che la compongono, secondo i dettami dei sentimenti condivisi nel tempo presente.

Ghost Space
Impatto originalissimo tra rock ed elettronica, i Ghost Space sono l’elemento osmotico della scena musicale senese. I Ghost Space hanno partecipato alla settima edizione del CSA ( Centro Sviluppo Artisti) di Bologna e sono stati selezionati per andare a suonare a Londra durante lo showcase che si è tenuto il 16 ottobre 2014 al “The Bedford”. La band ha vinto Sanremo Rock 2013 e l’edizione 2014 dell’Heart Rock Festival.

1 Maggio
AL VEGLIARDO CHE LOTTA E LAVORA / AL VEGGENTE POETA CHE MUOR – PRIMOMAGGIO2015
#primomaggiovaldichiana

Surfin’ Monkeys
I Surfin’ Monkeys nascono in palestra, durante allenamenti di pugilato (tra un destro ed un montante), decidono di dare pugni anche dal punto di vista musicale. Ne nasce così un gruppo rock dalle note elettriche dure e pronunciate, accompagnate da un cantato stirato ma melodico. Attivi sulla scena live aretina dall’estate 2012, registrano una demo con 9 pezzi in inglese che ha permesso loro di calcare i palchi di Arezzo Wave Love Festival, Mengo Music Fest, Ne Pas Couvrir, Karemaski e molti altri.

Essenza 55
Capolista delle band “nostrane”, è il progetto sarteanese degli Essenza 55. I nostri mescolano strofe rap su basi funk/rock per arrivare a ritornelli rock, la voce rap di Garo (tastiera a tracolla) e zeppo (basso) si mischiano per spaccare piacevolmente i timpani alle prime file del palco. Lo show è ogni volta più ironico e coinvolgente. Uscito da poco il loro secondo lavoro, l’album IL MIO VELENO, 11 brani che hanno già conquistato chi se lo è ascoltato.

Progetto Panico
Tra le band undergound più traboccanti, lanciatissimi dall’onda d’interesse che il pubblico e la critica ha riservato loro, sono i Progetto Panico. Dopo l’esordio dell’EP “Livello o” e il successivo disco autoprodotto “Maciste in Paranoia”, la band spoletina viene notata dal batterista degli Zen Circus, Karim Qqru che insieme a Mattia Cominotto (Meganoidi) produce il secondo disco “Vivere Stanca”, per la Tirreno Dischi/ Superdoggy music. La band sta attualmente devastando i palchi dei principali club e festival italiani, e passa per il Frontiera Rock Festival, per aiutarci ad assecondare i terremoti.

2 Maggio
COMFORTABLY ROUGHNESS – 50 anni (e 50 sfumature) di Garage

BOB
Presentazione ufficiale del progetto BOB in apertura alla serata dedicata ai termini e alle sfumature del Garage Rock; sono tre autorevolissimi musicisti toscani, che in un periodo di pausa dal blasonato progetto progressive rock “Labirinto di Specchi”, orienta la radice più grezza, tenuta in sordina durante le sessions della prima band, in un canale assolutamente energico e devastante.

ZAGREB
Zagreb nasce nel Marzo 2014 tra Treviso e Padova dall’insieme di 4 musici attivi da molti anni nella scena underground locale. In pochi mesi nasce un’idea, si fissa un’attitudine, iniziano le registrazioni in studio del singolo “Ermetico”. Ruvidi e sporchi, riecheggia nel loro crossover tutta la lucidità delle sale prove in cantina, le masse sonore confuse spinte dai diffusori e l’energia rigenerativa del garage più deciso.

The Cannibals
Redentori del garage rock inglese, i Cannibals si sono formati a Londra nel 1976. In piena ondata punk, hanno falcato palchi di tutta Europa e condiviso festival e club con i Cramps, Bo Diddley, Johnny Thunders & the Heartbreakers, Wilco Johnson, The Fuzztones, e tantissimi altri simboli della scena punk – garage britannica. Nel loro nomadismo contemporaneo portano la Storia della musica al Frontiera Rock Festival.

3 Maggio
BLACK MIXTURE

E G O
EGO è un mosaico di storie composte e vissute da un quasi trentenne spalmate su ritmiche old school e condite da melodie soul/pop, senza troppi fronzoli retorici. Già ospite del Frontiera Rock Festival nel 2013, come frontman dei Soul Killa Beatz, Diego Nicchi, a.k.a. E G O, apre le danze della serata dedicata alla black music, con i suoi toni metropolitani impiantati nel contesto aretino. Con un linguaggio diverso da quello prospettabile ad Atlanta, ma con la stessa forza narrativa.

TOSCANA SUD
La Crew dei TS è composta da sei MCs della nostra provincia. Parlano della terra che abbiamo sotto i piedi e dei disagi che da essa derivano. Esempio estremo, assolutamente contemporaneo, dell’odierna caratura hip-hop. Rappresentano ciò che può diventare il genere in assoluto più black se impiantato in piena valdichiana. Sicuramente “spurio” ma assolutamente efficace.

SAMCRO
Come a chiudere con una struttura ad anello la forma ciclica della black music, ecco tornare al blues dei campi di cotone, alle pentatoniche minori e agli accordi di settima, considerando però tutto ciò che è avvenuto in mezzo. La forma-band del duo, chitarra e batteria, riporta le radici del blues passate attraverso il napalm dei distorsori e di nuove tecniche di resa acustica. Gli aretini SAMCRO hanno agito una trovata musicale così antica nelle tradizioni ma così nuova negli effetti.

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Il concetto socratico di “Frontiera Rock Festival”

100 anni fa l’Italia entrava in guerra. Dello spettro espanso dei primi colpi di mortaio sparati sul fronte orientale, da parte dei due finanzieri nascosti sul fronte orientale, a incidere…

100 anni fa l’Italia entrava in guerra. Dello spettro espanso dei primi colpi di mortaio sparati sul fronte orientale, da parte dei due finanzieri nascosti sul fronte orientale, a incidere l’inizio della Grande Guerra nel maggio tiepido del 1915, ancora oggi si percepisce il terrore. Dopo ogni crisi c’è una guerra risolutiva, uno snodo ininterrotto di cavi sparsi e polveriere inesplose, dopo l’arrivo del nemico. La difesa, l’unica guerra possibile è contro tutti quei cavalieri invisibili, quei fantasmi nascosti che spingono la mano lungo le feritoie delle fondine.

Ad oggi, non abbiamo bisogno di armi da fuoco. Ma accordi secchi e tesi a disarmare quei pochi che ancora imbracciano le armi per abbattere i fantasmi. La Grande Guerra è stata un Guerra Chimica; nel 1915 usarono la mescita di acidi, cloruri, nitrati, per superare i limiti dell’Altro, e lo fecero nel modo più commiserevole, turpe, indegno e sconveniente che si potesse fare. Usarono gli elementi per reazioni finalizzate alla belligeranza, usarono la ‘tossicità’ come solo dato di funzionalità.

FRF12Cento anni dopo, di quali guerre ci vediamo parte? Ci sono le stesse tensioni internazionali, le persone si uccidono per appartenenze, idee, credo diversi, si discrimina, si ghettizza, si odia. La guerra è anche, soprattutto, privata. Ogni giorno lottiamo, attraverso l’individualismo che ci ha imposto la società dei consumi, contro l’Altro, che va sempre più configurandosi come “Nemico”.

Si è indifferenti, disillusi, scontenti. Invece di considerare la nostra vita come parte di un insieme, di una collettività, tendiamo a ridurre tutto a legge della giungla, scambiando la passione con la competizione, la sicurezza con la violenza, l’Amore con la convenienza. La nostra generazione è sempre più sola. Abbandonata. I nostri coetanei girano il mondo; sono in Australia, Inghilterra, Sud America, Oriente, perché non vedono più motivo per continuare a lottare in questa wasteland.

Poi c’è chi rimane. Chi cerca di dare un colore al grigiore. Chi cerca di spezzare la catena della depressione. La musica è nata apposta. Il Rock’n’Roll è nato apposta.

Il fatto che esista ancora il Frontiera Rock Festival fa ben sperare. Siamo un segnale. Ancora c’è gente che rimane e, non trovando motivi per restare, se li crea, con i mezzi che trova. Il messaggio è chiaro: dobbiamo rovesciare quella guerra fatta di fosgene e irpite, e renderla funzionale alla Bellezza.

C’è ancora vita, in questo piccolo mondo antico.

Frontiera Rock Festival – dal 30 aprile al 3 maggio – Bettolle, parco Villa Olda

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Con occhi di pittrice: “La Ragazza sul Divano” di Jon Fosse, secondo Carlo Pasquini

Carlo Pasquini è il demiurgo teatrale più autorevole del nostro territorio. Nella complessità dei dati che compongono le sue Opere c’è una coerenza sottaciuta, un mistico divagare che traspare incongruenza…

Carlo Pasquini è il demiurgo teatrale più autorevole del nostro territorio. Nella complessità dei dati che compongono le sue Opere c’è una coerenza sottaciuta, un mistico divagare che traspare incongruenza e contraddizione, passività e melanconia. Spesso i suoi spettacoli crescono attraverso la contraddizione, il dubbio, il declivio nei piani scoscesi della liscitudine retorica aperta sul baratro del non sense. I suoi spettacoli nascono e crescono per sommarsi di cuciture forzate, spasmi dell’eloquenza teatrale, legature tra opposti incongruenti. Tutto questo serve a comporre. Serve a dipingere il suo spettacolo, come unità organica e non semplicemente addizione di elementi. Con gli occhi di pittore, Carlo Pasquini associa toni completamente diversi a fini espressivi, come i colori complementari che, per sintesi additiva, forniscono risultati stupefacenti, à la manière di certi ardimentosi prodotti di Gauguin e dei migliori Nabis parigini. I risultati finali sono sempre assolutamente perfetti. Equilibrati. Compiuti.

Con la produzione della Fondazione del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, Carlo Pasquini ha portato in scena “La Ragazza sul Divano”, di Jon Fosse, drammaturgo norvegese che dagli anni ’90, grazie alle traduzioni di Graziella Perin, ha trovato ampio interesse negli ambiti del teatro italiano. Tanto che nel 2004 Walter Malosti ha ottenuto il Premio Ubu come migliore novità – drammaturgia straniera con la messinscena di Inverno, un crudo e concentrato atto unico che ha definito un’accresciuta attenzione, anche da parte del pubblico, per l’autore norvegese.

laragazzasuldivano“La Ragazza sul Divano” è invece un testo più complesso, con nove personaggi che scorrono sul piano dimensionale della scena. Due vicende, sovrapposte, che si svolgono tramite un’ingegnosa livellatura di battute. La prima vicenda è un presente, in cui la matura pittrice, interpretata da Francesca Fenati, interpone il lavoro ad un nuovo quadro, rappresentante una giovane ragazza, alle visite di un compagno, interpretato da Francesco Storelli e dalla sorella maggiore (Giovanna Vivarelli). La seconda, sovrapposta, è il passato, il ricordo, la stessa pittrice preadolescente (Teresa Consoli), ingenua e sola, deambulante tra i rapporti incostanti con la disinvolta e sessualmente procace sorella maggiore (Francesca Paolucci) e con la madre (Giulia Rossi) che, costretta all’attesa del marito marinaio (Calogero Dimino) che manca da casa da due anni, abbandonata a gestire da sola le due difficili figlie, cede alle lusinghe del cognato (Paolo Pinna), il quale diventa suo amante.

Elemento scostante, erratico e violentemente lacerante la tessitura opaca della spenta personalità della Donna Pittrice, è l’apparizione del padre, da vecchio (forse ectoplasmatico), interpretato da Armando Sciarrabasi; un fantasma, un’adulterazione del rimosso, la presenza-assenza della causa dell’infausto peregrinare della Donna, alla ricerca di sé. Il Padre parla per refrain, le sue parole sembrano formule per un’assoluzione, la redenzione del ricordo e del ricordante, come un percorso rituale del dionisismo tragico, all’alba del teatro occidentale.

La monolitica scenografia, che pone due fondi, il primo dei quali con un imponente foro centrale a definire le morfologie di una cornice, è sfruttata ora come controscena, ora come finestra, dotata di importantissimi risvolti coloristici, per quanto concerne l’assolutamente efficace uso delle luci. Il divano panna, l’atelier ridottissimo, in un angolo di proscenio, disordinato e arrabattato, essenziale, riempiono la scena con elegante e rigorosa pacatezza, che sempre di più si confonde con noia e monotonia nel corso del dramma. La quadratura simmetrica della scenografia guida lo spettatore secondo i toni cromatici che magistralmente vengono associati alle scene; blu, panna, grigio, blu, fucsia, nero. Una finestra/cornice definente tensione, dal cui foro si sprigionano sentori di quiete e d’inquietudine.

Lo spettacolo segue una profonda e vile analisi della coltivazione del talento e della conseguente personalità – o, se si preferisce la coltivazione della personalità, e del conseguente talento – la stretta connessione tra riuscita espressiva e sofferenza, l’intramontabile scontro ecdotico del testo figurativo, e quindi, banalmente, la critica d’arte, tra il saper rappresentare (qui propriamente il saper dipingere) e il rasente saper vedere. Un talento del saper rappresentare che è, per di più, inversamente proporzionale all’età che avanza, volubilmente arrangiato nello scorrere dei giorni. Il saper fare e il suo sogno si scontrano nolente contro il nuvolo della brutalità della piattezza quotidiana, contro il muro della fattività del tempo che scorre, il suo veloce (ma lento) incedere che annulla vezzi e velleità. I due tronchi narrativi si definiscono quindi in chi ricorda (e quindi chi osserva) e chi è ricordato, osservato, rigettato nell’inconcluso quadro al quale la Donna sta lavorando.

Carlo Pasquini

Carlo Pasquini

Il dato più riuscito dello spettacolo è l’algoritmica miscela di corpi e luce, abilmente gestita. I corpi rilucono nello spazio-luce. Diventano luce. Attraversano il fascio dei faretti laterali riflettono loro stessi nel pannello retrostante, come a formare un’aura, una proiezione pluridimensionale dell’essere; supera altezza, larghezza e profondità e marca la grandezza fisica del ricordo, del rimpianto, del tempo scaduto.

Caratteristica definitiva è quella della volontaria – e sacrosanta – lentezza, che cela un ritmo sommesso. Come un piede che sente la necessità di battere ritmicamente nel silenzio, senza musica, durante le attese. Un ritmo corporeo, interno, silenzioso. Quell’attesa che riempie l’aria, durante le pause tra le battute, dove anche gli oggetti di scena, i mobili, le paratie, le quinte nere, non sono mai silenzio, ma diventano disillusione, insofferenza, pesantezza dell’aria, dei colori, della luce, pesantezza dei corpi che decedono ogni secondo di più. Corpi che danno carica erotica senza mostrarsi, corpi che detengono potenziali pianti, lì lì per esplodere, che non esplodono, parole infinitesimali a riempire i silenzi, le pause e il vuoto che non è mai vuoto. Questo – forse solo questo – è il teatro.

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“La Scuola”, il classico contemporaneo di Starnone e Luchetti

Gli inglesi hanno David Lodge che scrive romanzi e racconti ambientati nei campus universitari, ma anche più genericamente scolastici, e quindi narra vicende abbastanza stigmatizzate dei caratteri chiave dell’ambiente accademico…

Gli inglesi hanno David Lodge che scrive romanzi e racconti ambientati nei campus universitari, ma anche più genericamente scolastici, e quindi narra vicende abbastanza stigmatizzate dei caratteri chiave dell’ambiente accademico inglese, in particolare la Campus Trilogy, composta da Changing Places: A Tale of Two Campuses (1975), Small World: An Academic Romance (1984), e Nice Work (1988). in Italia abbiamo allo stesso modo con più o meno le stesse dinamiche letterarie, ovviamente entro paradigmi diversi come diverse sono le scuole da noi, Domenico Starnone; è uno scrittore che si direbbe “tematico”. Scrive racconti e romanzi svolti nei malandati istituti scolastici italiani. La scuola è qui sfruttata come contenitore, canale espansivo, ambiente multiforme per accedere ad altri temi; tramite la scuola Starnone parla infatti delle difficoltà del mondo del lavoro, specie quello della classe insegnante, del disagio giovanile, delle crisi di tutte le fasce d’età, dagli adolescenti ai trentenni precari, dai professori disillusi di mezza età ai pensionanti. Domenico Starnone ha scritto “Sottobanco”, una piece teatrale che è divenuta spunto per un’intera tradizione di narrativa tematica sul mondo della scuola. Dalla pièce, e da altri testi dello stesso Starnone, in particolare Ex Cattedra, del 1987, Daniele Luchetti produsse e diresse nel 1995 un delizioso affresco intitolato “La Scuola”, film di culto degli anni ’90 nonché David di Donatello al miglior film, quell’anno.

La Scuola secondo le parole di Luchetti è diventato un classico contemporaneo. Quando un testo è definito tale, non può essere modificato, anche quando questo viene esposto più di vent’anni dopo la sua prima stesura. Su questo fa perno il remake de La Scuola andato in scena al Teatro Signorelli mercoledì 1 aprile, un pienone concorde sull’applaudire, perfino a scena aperta, lo spettacolo.

Fare uno spettacolo sulla scuola degli anni ’90, nel 2015, si configura come una rappresentazione anacronistica. Quella scuola (quella di Starnone), infatti, non è ancora digitalizzata, i ragazzi hanno problemi e dipendenze diverse da quelle di oggi, hanno altri ritmi e un altro tipo di approccio alle istituzioni. I professori di oggi, d’altro canto, hanno completamente prospettive diverse rispetto a quelle dei loro predecessori, hanno vissuto un periodo formativo nel decennio del riflusso e non gli anni della protesta come gli insegnanti degli anni ’90. Il testo resta comunque ancorato a quel contesto storico; i cellulari ancestrali, i registri con le fototessere, il ministro Jervolino.

Ci sono però divergenze con l’opera originale; sono stati sì mantenuti il contesto, l’ambiente, le strutture narrative generali, ma è completamente assente il professor Sperone, interpretato nel film da Fabrizio Bentivoglio, che fungeva da contraltare pragmatico e tecnico rispetto all’idealismo del professor Vivaldi, il quale è stato cassato nella nuova mise en scène. Al suo posto non c’è sostituzione. Mentre per Anna Galiena e Mario Prosperi, nei panni dell’esilarante preside ignorante, convinto che dice in totem al posto di in toto, e non ha “mai visto” le Metamorfosi di Ovidio, ci sono marina Massironi e Roberto Citran. Per Bentivoglio si è preferito lasciare il vuoto, riscrivendo praticamente il tronco reggente di tutta la vicenda. La storia d’amore, o sedicente tale, tra il professore Cozzolino (che nel film era Prof. Vivaldi) interpretato da Silvio Orlando e la Professoressa Majello, non è così celata e mal compresa, sia dal pubblico sia dagli stessi personaggi, come nel film, ma è da subito un pettegolezzo esposto che gira a scuola e sulla cui effettiva percezione appare una lettere recapitata al preside, nella quale si accusano i due di non adempiere alle funzioni scolastiche. I professori hanno un passato politicizzato duranti gli anni ’70, il prof. Cozzolino ha preso un candelotto in petto mentre protestava dalla parte sinistrorsa del movimento mentre il professore di francese (un instancabile Roberto Nobile) ricorda di essere stato chiuso in bagno, perché fascista, dai compagni del movimento.

Allo stesso modo è dato ampio spazio agli intrighi comici, all’aspetto farsesco dei reticoli interni tra personaggi. Ridottissimo invece, lo spazio tragico dato a Cardini e al disagio umano derivato da questo personaggio esterno. La deliziosa scena in cui Silvio Orlando vola appeso al cordone della palestra, ricalcante la serie di splendidi monologhi sulla qualità di Cardini nel fare “la mosca”, non serve a fornire il tono necessario per sfumare la leggerezza farsesca nel dramma.

La Scuola rimane uno spettacolo che dovrà avere una tradizione, perché ha parlato di questo paese negli anni ‘90 e continua a dire un sacco di cose sui disagi che tutte le fasce di età hanno nel corso delle loro vite. Il disagio giovanile cambia strumenti, facce, vesti ma alla fine resta sempre figlio dello stesso mal du vivre che esiste da quando esiste l’anima degli uomini.

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La bruttura della nuova commedia italiana

La bruttura della nuova commedia italiana: una recensione a “è andata così – La vita 2.0” al Teatro Poliziano “Signori io mi scuso con tutti voi, ma questa fiction è…

La bruttura della nuova commedia italiana: una recensione a “è andata così – La vita 2.0” al Teatro Poliziano

“Signori io mi scuso con tutti voi, ma questa fiction è veramente tremenda”, diceva René Ferretti, regista de “Gli occhi del cuore” nella meravigliosa serie “Boris”, ormai diventata cult. René Ferretti era il simbolo della lucidità immessa nel mondo del cinema, del teatro e della televisione italiana, ridotto a mero tecnicismo specialistico, costretto ad abbassare irriguardosamente il livello dei suoi prodotti per compiacere ad una classe di utenza media profondamente ignorante, irriflessiva e bigotta. René Ferretti era interpretato da Francesco Pannofino, oggi protagonista dello spettacolo “È andata così”, in scena al Teatro Poliziano lo scorso 27 marzo, nella cui locandina si annoverano altri nomi provenienti dall’“universo Boris”; Eugenia Costantini e – soprattutto – Giacomo Ciarrapico, autore del testo. Gli altri due componenti del cast, anch’essi noti al grande pubblico, sono Emanuela Rossi, la cui voce, come quella di Pannofino, è uno statuto del doppiaggio italiano, e Alessandro Marverti, celebre essenzialmente per la parte di Gigio, fratello del Freddo in “Romanzo Criminale – la serie”.

Il plot vira sul realismo caricaturale degli status contemporanei, con improbabili accenti moraleggianti (e per questo peggiorativi del complesso); una famiglia di classe media composta da quattro elementi subisce il terremoto della crisi finanziaria. Il padre perde il lavoro e la madre, ex attrice, è ormai aliena dal mondo del teatro e fuori da qualsiasi possibilità di ingaggio e di reali benefici economici al nucleo familiare. Il gap generazionale, i rapporti cardinali tra genitori e figli, si rovescia, fornendo così lo spunto per affacciare la linea guida della piece su una riflessione contemporanea sulla riorganizzazione e riqualificazione delle generazioni; la demoralizzazione dei genitori e la propulsione dei figli. Il secondogenito scrive canzoni pop stupidissime attraverso le quali riesce a conquistare una grande fetta di pubblico, incassare soldi permettendo così alla famiglia di ripartire.

La comicità è quasi cabarettistica, basata sulla caratterizzazione instupidita dei personaggi canonici della nuova commedia, il padre urlatore volgare, la madre vittima di isteria, la figlia primogenita che accenna saggezza e risoluzione, in mezzo al buio della ragione che la circonda, e il secondogenito imbranato e un po’ scemo che alla fine scioglie il nodo della vicenda. Volti noti, testo di una risibilità abbastanza condivisibile, la regia di Claudio Boccaccini, quindi polso esperto di gestione scenica, e la funzione sembra compiuta; A + B = C. “La comicità è matematica”. Già. Come il profitto.

Guai a chi continua impropriamente ad usare la locuzione di “commedia brillante” per spettacoli come questo. Un’orribile boutade poco riuscita, che incamera la bassezza del tempo presente e cerca di elevarla attraverso caccole di pietas moraleggiante. “È andata così” è una deprimente svalutazione e banalizzazione dell’avanspettacolo, attraverso una gestione scenica che è bruttura e totale mancanza di ritmo, calore e tono.

Lo spettacolo rappresenta (all’interno del percorso proposto dalla Fondazione Cantiere d’Arte di Montepulciano) uno scadimento verso la più bassa lega del nazional-popolare. Ma non è una colpa, visto che grazie agli incassi di questo tipo di spettacoli vengono ripagate intere stagioni. Quello che fa paura è infatti un pubblico che riempie totalmente il Poliziano solo grazie alla locandina con volti conosciuti, che si sbellica ed applaude ad ogni “stocazzo”, “vaffanculo” e “anvedi sto stronzo”, un pubblico infantilizzato e demarcato da decenni di cultura dello scarto culturale, della celebrazione della spazzatura e da una cultura classista che confonde la “leggerezza” con la volgarità. Ecco le mani che si spellano per uno scimmiottamento della commedia, una televisione importata su un palco scenico, che riflette l’odierna sensibilità della classe media, incastrata nei credo prosaici del “me ne frego” e del “tu fatti i fatti tuoi”, la cultura dell’individualismo edonista e dello status del consumo.

Ciò che dispiace di più è vedere come i – pur bravi – Pannofino, Costantini e Ciarrapico, che da denunciare la perdizione, il barbaro imbruttimento del mondo dello spettacolo italiano, sono stati fagocitati da esso, secondo un’imperitura legge di mercato, stolida e inaudita.
Peccato.

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Il Lord Byron di David Riondino

Si dovrebbe tenere in considerazione l’essenza byroniana della poesia, nell’accezione del lemma che la critica storicizzata ha indicato, riferendosi ai personaggi delle opere che negli anni dieci dell’ottocento, coprirono le…

Si dovrebbe tenere in considerazione l’essenza byroniana della poesia, nell’accezione del lemma che la critica storicizzata ha indicato, riferendosi ai personaggi delle opere che negli anni dieci dell’ottocento, coprirono le letture di mezza Europa, appassionando i lettori a quei caratteri così temerari e invitti, quando si parla di romanticismo. Molti sprovveduti, purtroppo legati all’idea di letteratura romantica come semplice ‘trattare d’amore’ (come se persino Ovidio e tutta la tradizione elegiaca fossero degni predecessori di Goethe e Keats) falsando il reale stato della storia letteraria. Molto scomodo infatti è inserire nelle categorie necessarie per la definizione di Romanticismo elementi come l’amor patrio, la militanza per la libertà, il recupero classicistico (oggi estremamente retrò, e quasi becero) dell’idea della bella morte, sul campo di battaglia, beneficiato dai calcificati versi di Menandro “Muore giovane colui che è caro agli dei”. Ma il romanticismo era soprattutto questo, in un periodo storico ovviamente decisamente diverso da quello attuale.

the islandLord Byron morì a soli 36 anni in Grecia. Era bellamente andato a combattere in un territorio non suo, per una causa non sua, per un popolo non suo; l’indipendenza della Grecia dall’impero Ottomano. Quasi per radicale mandato letterario, debito culturale nei confronti della civiltà che era sorta nei territori dell’Ellade, e che avevano dato all’occidente l’alba della letteratura. La sua morte non fu decisamente quella che lui stesso prospettava per i suoi personaggi; una febbre reumatica che non gli permise né di finire il Don Juan, poema satirico troncato al canto diciassettesimo, né tantomeno di veder indipendente la Grecia.

Di questo ha trattato David Riondino, al Teatro Poliziano, la sera del sette marzo, nell’ottima traduzione che lui stesso ha completato del poemetto, fino ad oggi rimasto solamente in lingua inglese, intitolato The Island, composto nel 1823, esattamente un anno prima della sua morte. La vicenda è quella del Bounty, dei ribelli della nave mercantile che disertarono il ritorno in Inghilterra per ricostruire nuova vita nelle isole pure e fascinosamente selvagge della Polinesia; quindi del marinaio Torquil, eroe byroniano, e della sua amante indigena Nehua.

Alternando la sua voce, con quella dell’ottimo Paolo Bessegato, Riondino guida l’immaginazione del racconto scandendo versi adattati ad endecasillabi sciolti, certe volte fin troppo audaci nella ritmica impropria delle dialefe e degli enjambement, non percepiti, nella maggior parte dei casi, dalla lettura dei due interpreti, sebbene l’epicità satirica della vicenda dell’Ammutinamento del Bounty fornisse tutte le scuse possibili ad andamenti più elastici nella canonica scansione prosodica. Il tutto in un palco da camera; due leggii sul proscenio, l’ensemble (Fabio Battistelli al clarinetto, Roberto Frati al sax, Augusto Vismara al violino, Rivera Lazeri al violoncello e Ivano Battiston alla fisarmonica) a coprire il centro del palco e il fondale, sul quale è proiettato in tempo reale il lavoro di Massimo Ottoni, che già aveva mostrato le sue superlative tecniche sand-art a Montepulciano, nel corso del Pass Key Art Festival.

Un produzione tutta poliziana, che fa onore alla Fondazione del Cantiere Internazionale d’Arte; le musiche originali, composte dal maestro Luciano Garosi, ottime per l’andamento dai toni epici/romantici del testo, sono state la conferma della validità istituzionale della struttura, capace di lavorare a produzioni degne di tournée nazionali.

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Tre domande a Fausto Paravidino

Ho incontrato Fausto Paravidino prima che salisse sul palco del teatro Mascagni di Chiusi, per portare il notevolissimo spettacolo “I Vicini” prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano. Devo ammettere un…

Ho incontrato Fausto Paravidino prima che salisse sul palco del teatro Mascagni di Chiusi, per portare il notevolissimo spettacolo “I Vicini” prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano. Devo ammettere un po’ di emozione nel trovarmi al cospetto di un autore che – seppur non godendo della fama che si meriterebbe – è per me un punto di riferimento nel panorama teatrale – e lo sarebbe anche di quello cinematografico se avesse continuato a sfornare capolavori, come aveva lasciato prospettare la sua opera prima, e per ora unica, “Texas“ – sia italiano che internazionale.

Tommaso Ghezzi: Quindici anni fa hai scritto “La malattia della famiglia M“, oscuro ritratto checoviano dei demoni intimi di una famiglia di provincia. Poi c’è stato un percorso che ti ha spostato violentemente verso l’impegno pubblico; penso a Genova01, o all’inevaso “Il Caso B”, c’è stata poi l’importante esperienza del Teatro Valle. Hai oscillato quindi tra contesti privati, intimi, interni, ad altri pubblici, impegnati, esterni. Come si è codificato nella tua esperienza questo binario? In che condizioni è ridotto oggi il drammaturgo politico? 

Fausto Paravidino:  Eh, è molto difficile la risposta da dare a questa domanda. Posso dire che uno degli eventi fondamentali, lungo il mio posizionarmi all’interno di una parabola di rapporti tra arte e politica, è un fatto in realtà molto marginale del mio curriculum.

Dopo Genova01, dopo Noccioline -al termine del quinquennio Berlusconi –  io e i miei colleghi, con le nostre poche armi, abbiamo cercato di combattere il berlusconismo. Si andò a nuove elezioni nel 2006 e facemmo uno spettacolo intitolato Orazione Elettorale a 5 Punte, che era una farsa brevissima, molto divertente, sulle elezioni. Per noi era il momento in cui ci saremmo liberati da Berlusconi, per andare verso un centro sinistra che non era esattamente il massimo dell’eccitazione per noi. Mentre facevamo grasse risate con il pubblico, essenzialmente dei centri sociali, andò a finire con la sconfitta del centro destra per un soffio di voti, un nemico fisico che era un numero che stava al di sotto del margine di errore matematico; furono elezioni vinte per qualcosa che stava sotto il normale errore di calcolo. Questo mi fece sentire un vero cretino.  Un cretino perché mi ero occupato di una cosa pubblica, perché credevo di avere ragione nel mio essere engagé, quando in realtà avevo torto. Mi ero permesso di ridere della volgarità della campagna elettorale, come se si potesse ridere di un imbruttimento del genere. Capii che non avevamo – e non avevo – per niente interpretato il mondo. Credevamo di essere giusti quando il mondo andava da tutta un’altra parte.

Penso sempre a Steven Daldry quando, interpellato sul peso che il Royal Court Theatre avesse nei confronti della politica rispose che il teatro politico inglese avesse storicamente un peso nell’opinione comune e che il Royal Court si era impegnato per far smettere gli inglesi di votare la Tatcher, quando la Tatcher perse (attribuendosi grosso modo il merito di aver portato al trono Tony Blair e all’epoca non immaginava di come sarebbe poi finito il blairismo, altrimenti non si sarebbe bullato così tanto).

Nel 2006 io invece ho pensato che tutti gli sforzi fatti dal teatro, dal cinema, dagli artisti engagé, fossero completamente vani.  C’era qualcosa di molto più intimo, profondo, molto più sbagliato nella nostra società. Qualcosa che era molto più radicato di ciò che può essere colto dalla satira, dal prendere qualcuno per l’in giro sui suoi comportamenti iniqui. Ho capito di dover fare un lavoro molto più sottile rispetto al rendermi antipatico attraverso una dichiarazione di voto,  mostrando i cattivi comportamenti di questo o di quell’altro politico. Il ruolo sociale dell’arte deve andare a lavorare su principi ancestrali, molto più urgenti, per ricostituire la società. Deve riedificare l’umanità basandosi su valori basici come la solidarietà, il bisogno degli esseri umani di condividere le cose con altri esseri umani invece che prendersi a mazzate.

Ho quindi spostato il mio lavoro. Al Teatro Valle, ad esempio, c’è stata un’esperienza di lotta in cui abbiamo proposto un modello di socialità e di governo basato sulla solidarietà invece che sulla competizione, ma non ci siamo occupati di politica. Siamo stati attentissimi a non collegare il gesto teatrale con la lotta politica. Abbiamo invece cercato di ergere la lotta come il contesto attraverso il quale sperimentare la libertà dell’arte.

TG: E’ stato detto che dopo le avanguardie teatrali, con gli elementi farseschi sorbiti dal teatro dell’assurdo, da Pirandello, a Beckett, da Osborne a Pinter, la ‘problem play’, quella coniata per Misura per Misura, in cui non esiste una categorizzazione canonica del genere, sia rimasto l’unico insieme referenziale del teatro contemporaneo. Secondo te, del vecchio schema dei generi, cosa resta?

FP: Guarda, resta quasi tutto in realtà. Del teatro non si butta niente! I generi seguono meccanismi di selezione naturale attraverso le mode dei tempi che si susseguono. Le mode subiscono processi di corsi e di ricorsi. Qualcosa si tiene e qualcosa si butta; voglio dire,il John Webster  era un po’ meno bravo di William Shakespeare, ma nessuno critica il fatto di studiare e mettere in scena più il secondo del primo. Però ho la sensazione che la maggior parte degli elementi classici siano stati tenuti. Si possono riscrivere, cambiare i copioni, ma gli esseri umani non cambiano poi così tanto. Per questo non credo che il teatro moderno sia poi così diverso dal teatro antico. Sono cambiate un po’ le forme, un pochino, ma non tanto. A cambiare tantissimo le forme sono i più contingenti di tutti, quelli che passeranno di moda prima degli altri. Gente che semplicemente vuole farsi notare. Non ricordo se fosse Flaiano o Petrolini a dire “Niente rimane più uguale a sé stesso, nella storia, come l’avanguardia”…

Leggi la recensione dello spettacolo di Fausto Paravidino "I Vicini"

TG: Sei apparentemente l’esempio più riuscito di autore-teatrante, drammaturgo attivo, nel senso più alto del termine; secondo te questa forza demiurgica/creativa di colui che scrive, recita e dirige, ha il riscontro di attenzione e gloria che si merita o – come appare ai miei occhi, ma come credo appaia nella maggior parte dei casi – c’è una marcata settorializzazione tecnica negli ambienti teatrali?  

FP: Sì, c’è una grossa settorializzazione. Andiamo verso una società tecnocratica. Non c’è un informatico al mondo che sappia come funzioni il sistema Windows nel suo complesso. Ognuno ne conosce solo una piccola parte. Nessuno al mondo costruisce un’automobile, ma ne costruisce solo un bullone. Questa cosa sta entrando anche nel teatro, ma ciò è pericolosissimo. Dicono che la specializzazione uccise i dinosauri. Io lavoro affinché non si perda quella figura antica di cui facevano parte Shakespeare, Molière, de Filippo; autori, cioè, che si prendevano la responsabilità delle loro opere. Per me scrivere dirigere e recitare non sono tre lavori diversi, ma sono tre modi diversi di fare lo stesso lavoro. Non dico che questo sia l’unico modo possibile di intendere il mestiere teatrale, ma non credo che si debba fare il tifo per la specializzazione. I ministri tecnici sono di solito una fregatura. I ministri devono essere politici. Il politico è una figura che attualmente è passata terribilmente di moda perché tutti mascalzoni, ladri, eccetera, un tempo era sinonimo di “onorevole”, gli elementi migliori della società, persone che non erano esperti di una cosa sola ma sapevano un po’ di tutto. Questo poi ha prodotto dei grandi ignorantoni… ma vabbè è andata così; meglio non affezionarci ai vizi piuttosto che alle virtù. Siamo abituati a misurare la società attraverso i suoi vizi e questo ci rende un po’ stupidotti; se imparassimo a misurarla anche attraverso le sue virtù, scopriremmo delle cose che potremmo permetterci di non buttare via.

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Le proiezioni di Paravidino. Una recensione a “I Vicini”

Lo spettacolo ‘I Vicini’ di Fausto Paravidino è andato in scena al Teatro Mascagni di Chiusi il 3 marzo 2015 Ottenebrato e vitale, l’appartamento de-saturato de “I Vicini” di Fausto…

Lo spettacolo 'I Vicini' di Fausto Paravidino è andato in scena al Teatro Mascagni di Chiusi il 3 marzo 2015

Ottenebrato e vitale, l’appartamento de-saturato de “I Vicini” di Fausto Paravidino. Una casa scevra  di corruzioni interne, illuminata dalle proiezioni fotoniche delle esterne immaginate: quadrature un po’ Ultimo Tango a Parigi, senza depravazione; un po’ Io e Annie, con pochissimo individualismo narrativo. Un’abitazione pura, di una coppia pura. I voli pindarici woodyalleniani del caratterismo instaurato dall’interpretazione del protagonista, e del reticolo dialogico che allestisce, alimentano quell’iniziale fiducia, quel movimento di avvicinamento del pubblico verso l’intimità domestica di una coppia (Fausto Paravidino e Iris Fusetti), apparentemente incorrotta, turbata solamente da brevi sogni, neanche lontanamente classificabili come incubi. Sembra che nessuna luce venga dall’alto, ma che tutto si proietti (in più accezioni) dalle quinte.

Poi giungono i nuovi vicini (Sara Putignano e Davide Lorino). La paura dell’Altro, che invade uno spazio invisibile, non appartenuto, ma comunque avvertito come violato. Ecco che l’ambiente inizia ad oscillare tra la rassicurazione e l’inquietudine, una diegesi affidata al buio (buio che torna più volte e scinde i tronconi narrativi, assumendosi la responsabilità del racconto). Ecco che le paratie della scenografia diventano più espressionistiche, pur nel loro oggettivo ordinamento riconoscibile, divengono la prospettiva lineare dell’irrazionalità. Le scanalature della messa in scena definiscono argutamente doppi-passi retorici; commedia che diventa tragedia che diventa farsa che torna tragedia, e così via. Il ritmo delle battute rallenta, le parole prendono più respiro.

Leggi l'intervista a Fausto Paravidino

Le due coppie si confrontano sulle loro auto certificazioni, sui rispettivi ruoli. Le due coppie si definiscono tramite le loro paure, e sulla necessità di annullarsi per moltiplicazione di negazioni.

Protagonisti della problem playI Vicini”, sono i fantasmi (Monica Samassa). I grandi assenti del passato, i veri agenti della storia, che trasportano tutto il rancore, tutta la sofferenza e tutta l’ossessione esistenziale, nel presente, nell’impossibilità di una reale incisione. Insieme ai fantasmi, viaggiano sullo stesso binario, i problemi di coppia, le difficoltà della convivenza.  “I Vicini” racconta quelle parentesi esistenziali in cui sembra non succedere niente e in realtà accade tutto. Racconta il memento dei fantasmi che benedicono la bellezza di essere mortali, finiti, prossimi a morte certa. Quei fantasmi che ci ricordano d’essere vivi. La vita è quella vibrazione terribile che ci prende quando siamo impauriti, la stessa che ci mancherà terribilmente, quando saremo vecchi e non riusciremo più neanche a raccontare.

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I SAMCRO e la necessità che diventa virtù

Il 22 gennaio 2015, a Bettolle sono iniziati i concerti itineranti del collettivo La Frontiera, in attesa del festival che si terrà dal 30 aprile al 3 maggio 2015. Il…

Il 22 gennaio 2015, a Bettolle sono iniziati i concerti itineranti del collettivo La Frontiera, in attesa del festival che si terrà dal 30 aprile al 3 maggio 2015. Il format “Frontiera Mobile” si pone l’obiettivo di portare la musica dal vivo in spazi finora inesplorati dall’espressione musicale, terreni nuovi da battere per lasciare impronte espressive in Valdichiana.
I primi ospiti che hanno presentato i loro lavori sono stati gli aretini SAMCRO; duo potentissimo formato da Mario Caruso e Nicola Cigolini, che dopo anni di sale prove della provincia, hanno trovato il loro habitat in una formazione minimale, chitarra e batteria, che li ha portati prima a suonare sui palchi di Arezzo Wave, del festival del Mengo e del Karemaski, e poi in tutta Italia.

Li ho incontrati prima della loro esibizione al Frontiera Mobile. Ragazzi, assistiamo ad un’ondata di “duo”, chitarra e batteria, sia a livello indie e che a livello mainstream.

A cosa si deve questa esplosione, questo nuovo interesse per una tipologia così atipica?

– N; La musica ha fatto di necessità virtù. In un periodo storico dove la musica dal vivo fatica, l’essere in due aiuta a spostarsi, con cachet ridotti, possibilità di suonare in spazi più piccoli. La cosa buona di questa necessità è stata la conseguenza della ristrettezza; è venuto fuori un vero e proprio movimento, nuovo. Si è scoperto, suonando in band senza frequenze basse (la maggior parte infatti sono solo chitarra e batteria). Si riesce a fare molto più di quello che si pensi. Abbiamo adottato in musica il less is more di Van der Rohe. La scaristà di mezzi ti fornisce molte più libertà di quanto si immagini.
– M; questa cosa ha scaturito uno studio maggiore dei musicisti, dal punto di vista dei suoni. Non puoi pretendere di fare un duo con un set up semplice. Devi organizzare le masse sonore, le frequenze. Il fulcro del duo è questo. Approfondisci, studi e impari molto di più.

Da che tipologia di progetti venite?

– N; Veniamo da vari progetti. Sono 15 anni che suoniamo. È proprio questo peregrinare che ci ha portato a dire “mettiamo su qualcosa di originale”. Quello che facciamo infatti è un blues prettamente statunitense, molto nero, abbiamo cercato di ricreare quell’esperienza black dei campi di cotone, del disagio dell’oppressione dei ghetti.
– M ; Noi non siamo però i Bud Spencer Blues Explosion che sono a nostro parere “spuri”, si spostano dall’originalità del blues americano. Sono sì particolari, ma con il nostro tipo di ricerca non ci azzeccano nulla. O anche i Cyborgs, che sono bravi, ma adottano un unione del blues con l’elettronica, l’utilizzo dei synth e cose del genere…
– N; Molti duo sono “fasulli”; I Black Keys non sono un duo. Nelle foto sono in due. Ma quando li vedi suonare dal vivo sono in cinque. Il duo è un’altra cosa. È viscerale. Significa studiare di più lo strumento per ottenere forza maggiore dalla tua singolarità. Molti duo, poi, esauriscono le idee in poco tempo. In realtà è veramente stimolante orientarsi in questo “far west” della musica, questa scelta che ci porta a scoprire cose nuove su noi stessi e sul nostro strumento.

Dal punto di vista dei settaggi come sopperite all’assenza di basse frequenze?

-M; io uso un Octaver con due uscite; una dry e un’altra che attacco ad un ampli da basso. Così si crea un muro sonoro dal corpo molto vibrante. Io in più suono con il fingerpicking, con il pollice pizzico sempre le corde basse. È una tecnica che ha le sue radici proprio nel blues archetipico americano. Io comunque l’ho approfondita dandogli accenti originali per renderla unica.
– N; È questo che ha significato cercare nuovi modi di esprimere. Il duo è veramente lo step di ricerca dello strumento e del suono è ideale.

Siete di Arezzo ma avete suonato in tutta Italia. Che rapporto avete avuto con il vostro territorio e come è conseguito l’uscire dal vostro spazio per fronteggiare platee di sconosciuti?

– M; La cosa più controproducente per una band è suonare in casa. Non sei mai profeta in patria. Toglie una delle cose più belle; suonare id fronte a sconosciuti è il banco di prova perfetto per vedere quanto i tuoi pezzi arrivano, quanto sei capace di esprimere la tua arte. Noi dopo molti live ci siamo ritrovati a parlare per ore con gente nuova,
– N; è la cosa più bella avere amicizie in tutte le città in cui hai suonati. Ci sentiamo con persone con cui siamo andati a suonare mesi fa. Il ballo di girare è conoscere più gente possibile. I live in casa devono essere mirati in cose giuste. Arezzo Wave, il Mengo, il Karemaski. Abbiamo suonato in situazioni giuste in cui non c’erano solamente gli amici a vederci, ma anche persone sconosciuti sui quali era possibile notare l’effetto della nostra musica.

Cosa ne pensate della scena musicale della provincia aretina?

– N: Ad Arezzo ci sono stati quindici anni di marette, odi, guerre fra poveri. L’idea che si muoveva tra i musicisti era; “se io vengo a vedere te sembra che tu sia più bravo”. Tantissimi locali hanno chiuso o non fanno più musica dal vivo. Se i musicisti non vanno a vedere concerti in primis, come è possibile che ci venga a vedere gente che della musica non gliene frega niente? Queste piccole malignità hanno paralizzato la scena, che comunque adesso comincia a riprendere movimento.

– M: Comunque tutto il mondo è paese poi. Roma ad esempio non c’è il fermento che ci aspettavamo. Molti locali puntano tutto sui dj-set, incentrano le serate sui dischi.

– N: i dj set, la follia dei concerti che iniziano alle due di notte, i locali che si adeguano alle maleducazioni del pubblico che esce di casa a mezzanotte e mezza, è un modo per diseducare le persone alla musica, per distruggere la “scena”. Qui non si tratta di assecondare i clienti, perché in ballo c’è la produzione artistica di un territorio, e non darle spazio e importanza è il peggiore dei peccati.

I SAMCRO hanno all’attivo un bellissimo disco intitolato “Terrestre”. Nella loro pagina face book (nella loro pagina facebook) potete trovare tutte le informazioni utili sul progetto.

Il 26 febbraio 2015 una nuova tappa del Frontiera Mobile ospiterà un’altra band toscana, “Tutte le Cose Inutili”, da Prato.

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L’agnizione che non arriva mai: il Pirandello di Gianni Poliziani

Quanta lucidità nelle parole e nelle raffigurazioni che Luigi Pirandello ha immesso nei suoi lavori. Quanta cinica e deflagrante analisi naturalistica nei raziocini spiattellati sulla scena delle sue opere. Operazioni…

Quanta lucidità nelle parole e nelle raffigurazioni che Luigi Pirandello ha immesso nei suoi lavori. Quanta cinica e deflagrante analisi naturalistica nei raziocini spiattellati sulla scena delle sue opere. Operazioni talmente nitide da sembrare folli: mettere a nudo l’essere umano, renderlo quanto più spogliato dai principi di realtà. Impostare il discorso letterario (e teatrale, certo) secondo termini di comparazione di forma imposta, e quindi “civiltà”, reticolo collettivo di connivenza, da una parte, e vita pura, principio di piacere, legatura istintuale delle azioni, dall’altra.

berretto-a-sonagliIl Berretto a Sonagli, è un testo scritto esattamente cento anni fa. Pirandello ha acquisito, non di certo dagli ingombranti apparati critici che hanno appesantito le sue declinazioni rappresentative, nuove ragioni d’essere, connotazioni dettate dalla complessità acuita dei rapporti umani e delle strutture sociali.

Non esiste più il delitto d’onore, certo, i costumi sono diversi, certo, ma i rapporti di forza, le reverenze, il totale asservimento dell’uomo ai canoni della convivenza, sono rimaste le stesse, e anzi si sono finanche intorpidite. Quante maschere ha l’uomo contemporaneo? Moltissime in più rispetto a quelle di Vitangelo Moscarda, di Marta Pentagora/Alvignani, di Martino Lori e di tutti gli altri non-personaggi che costellano la bibliografia del nostro più grande autore di teatro. Oggi le quotidianità sono frazionate in più livelli, i contesti sono moltiplicati, le nostre personalità sono divenute addendi a comporre un mosaico frastagliato di io muti e relativi, incuneati in altrettanto fasulli “profili” da social network.

Con questa premessa, l’idea di portare al Teatro Arrischianti due repliche de Il Berretto a Sonagli, avuta da Gianni Poliziani (erto ormai ad Autorità del teatro locale), non può che essere ben accolta. Sì perché presentare in scena la vacuità delle relazioni contemporanee, la visiera a coprire i dati di fatto, non fa semplicemente riflettere, ma fa imparare. Soprattutto quando a presentarla sono attori locali, facce conosciute, ottime per porre lo spettatore spalle al muro, con un obbligo di affronto verso l’ineludibilità delle maschere. Ecco infatti chela vicenda applicata alla scena è ovviamente percepita in quanto fictio (chiaro che sia finta, la stanno addirittura interpretando persone che possiamo trovare quotidianamente per le vie di Sarteano e Montepulciano) ma l’ingegno teatrale vuole che, attraverso la finzione, si dimostri la più alta delle verità; che non esiste cioè verità oggettiva, che anche noi spettatori, seduti sulle nostre comode poltrone vellutate, dentro le nostre giacche tight, i polsini inamidati e la mano della nostra compagna stretta sulle gambe, stiamo recitando. Fingendo. Indossando, non una, ma quante più maschere ci convengono. Tacendo sui nostri contenuti più illeciti, in modo che attraverso il non-parlarne, il rappresentarli quindi come non-esistenti, essi smettano fattivamente di sussistere.

Uno spettacolo prezioso. Ottime le tensioni costruite in scena. Ottime le geometrie connaturate dalle posizioni degli attori in relazione alla scenografia post-atomica e minimale, curata da Gabriele Valentini; uno schermo quasi teso all’infinito, con un utilizzo prepotente del velatino sul fondale (sfruttato però nel migliore dei modi, con le controscene illuminate).

Le tirate monologiche sono state alleggerite dai fraseggi comici – ben assestati e precisi – di Giacomo Testa e dagli scambi ritmici dei protagonisti, interpretati dallo stesso Gianni Poliziani (nei panni di Ciampa), da Martina Belvisi (Beatrice) e Guido Dispenza (Fifì). Splendidi i costumi curati da Vittoria Bianchini, e tutta la compagnia degli Arrischianti, che sta – pare – alzando la barra del livello della scelta dei testi. Una pregevole scelta didattica sia per gli spettatori che per gli attori.

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