La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Tommaso Ghezzi

Corteo dei Ceri di Montepulciano, un trionfo di figure poetiche

Senza considerare il limite finissimo che esiste – in senso positivo, ovviamente – tra intrattenimento, celebrazione ed opera d’arte, Montepulciano ha portato nella sua piazza un trionfo di figure poetiche,…

Senza considerare il limite finissimo che esiste – in senso positivo, ovviamente – tra intrattenimento, celebrazione ed opera d’arte, Montepulciano ha portato nella sua piazza un trionfo di figure poetiche, movimenti e coreografie spirituali durante la cerimonia del corteo dei Ceri, nella notte del 28 Agosto 2014.

10419944_10204237252439315_5266144535464680473_nAlle 21:15 la città si è spenta – come da tradizione, sì – ma come se fosse la prima volta. Cos’è che rende il rito così speciale e magico ogni volta? È il contesto, forse, la chimica che scaturisce dalle tensioni e dalla partecipazione di un intero paese ad un evento così reverente e mistico. Perché il “giovedì dei ceri” è prima di tutto un cerimoniale, una di quelle particolarissime scansioni e superamenti dei confini tra religione e paganesimo, che caratterizzano fin troppo denotativamente questo tipo di manifestazioni. A Montepulciano c’è qualcosa in più. Un tocco di silenziosa magniloquenza, che tanto contraddistingue il Bravìo dal resto degli eventi e delle rievocazioni del territorio, una scissione netta tra momenti contemplativi, momenti agonistici e momenti di festa.

L’alone di sacralità – pur non essendo il gesto parte di un qualsivoglia canone ecclesiale – che avvince il portatore del cero, accompagnato dal magistrato di contrada, il quale con passo lento si volge verso il Gonfaloniere e il Notaio per l’intercessione e l’assenso all’offerta del cero alla “Pieve di Santa Maria”, è netta e riconoscibile. La porta della Cattedrale di Santa Maria Assunta che si spalanca, dominando il centro del sagrato, riempito dai figuranti, dona alle platee la veduta solenne del trono di Taddeo di Bartolo, meraviglioso altare tripartito posto sull’altare maggiore del duomo, e la lettura da parte del Capitolo Ecclesiastico del Salmo 70, va oltre il credo e la confessione dei singoli, va oltre la percezione del divino, è anzi l’attestazione umana di una spiritualità superiore, una riprova del Bello come fondamento dell’esistenza individuale e collettiva.

1604665_10204237202798074_5267932000969380313_nIn seguito all’accensione dei ceri, il gruppo sbandieratori e tamburini di Montepulciano scorre sul piano centrale di piazza grande. I tamburini si inquadrano in precise figure geometriche, seguendo passi ritmici decisamente energici. Le bandiere sono la bellezza della rievocazione. Soprattutto quando la manifestazione che le coinvolge fa sì che esse si strutturino entro un gruppo organizzato di sbandieratori, tamburini e musici. Inutile dire come la meravigliosa cartolina di Piazza Grande e le sue architetture, amplificanti il suono dei 17 tamburi, tra imperiali e semi-imperiali, la destrezza e l’eleganza di 24 bandiere che alternano i loro giochi singoli e collettivi, abbia affascinato e avvinto l’attenzione della marea di avventori che si sono riversati nelle strade del borgo e nelle tribune della piazza.

La sbandierata non è che una figurazione odierna di qualcosa che è stato, così come i costumi del corteo storico. È un passato che rivive ma che non resta immobile nel ricordo, che non cede all’arrancare della vecchiaia e che si rinnova, attraverso le connotazioni del moderno. Così come il paganesimo astratto dell’uso comunitario che si fa della religione come catalizzazione collettiva. La sicura stretta di mano che il passato dà al futuro, la retroguardia che abbraccia l’avanguardia , la totale agnizione di una comunità nei caratteri dell’umanesimo puro.
E l’allaccio con la modernità è avvenuto nel migliore dei modi con lo spettacolo di danza verticale che ha seguito la sbandierata. La compagnia Il Posto ha portato sulla piazza l’ interpretazione dello spazio scenico che questa offriva.

Il particolare intento di Wanda Moretti, coreografa della compagnia, è proprio quella di adibire gli spettacoli al paesaggio ove questi vengono rappresentati, e non viceversa. Un modo per osannare la forza e la potenza dei luoghi come spazi artistici potenziali e far scaturire da questi tutto l’immaginario e le evocazioni possibili. Per questo – più o meno come avviene ad esempio per la via di Gracciano illuminata soltanto dai cerini sulle padellette ai bordi del vicolo, durante il corteo – nessuno, nemmeno chi ci lavora dentro, ha mai visto la facciata del Palazzo Comunale come l’ha vista durante l’esibizione delle “danzatrici verticali”, che hanno eseguito la loro performance sulla sua facciata.

Tutto è sembrato nuovo e meraviglioso. Un modo anche questo per rendere la “rievocazione storica” un’affermazione radicale del presente.

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Festival Orizzonti di Chiusi, un vortice creativo di cultura

Reportage della giornata di domenica 3 agosto Si parla sempre più spesso, nelle conferenze e negli interventi degli assessori alla cultura dei comuni chianini del “mostro contemporaneo”, della difficoltà di…

Reportage della giornata di domenica 3 agosto

Si parla sempre più spesso, nelle conferenze e negli interventi degli assessori alla cultura dei comuni chianini del “mostro contemporaneo”, della difficoltà di innestare elevazione e interesse verso la modernità delle arti, nella collettività. Ne parlava, con somma disillusione, Massimo Vedovelli, ex-assessore alla cultura del comune di Siena. Ne parlano in continuazione i militanti del comitato Siena2019, sulla difficoltà – ma anche sullo sforzo necessario – di porre percorsi conoscitivi di arte contemporanea (nell’etimo più ampio del termine) in città che sono “gioielli del medioevo e del rinascimento”. Se ne è parlato in seno al botta e risposta polemico, legato a ICASTICA, nella città di Arezzo, che non poche difficoltà ha avuto nell’affermazione dei propri intenti. Ecco; in questi giorni è possibile riconoscere una risposta incisiva, assolutamente solutiva, alla problematica del suddetto “mostro” a Chiusi. Valdichiana. Provincia di Siena. Novemila anime.

La Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi apporta un servizio di divulgazione, scolarizzazione ed educazione agli ascolti e alle visioni del contemporaneo, degno della più alta lode. La tagline dell’evento è “festival delle nuove creazioni nelle arti performative”. Dieci giorni densi di spettacoli che si allacciano alle scene più disparate dell’espressione creativa del tempo presente. Un programma da cui emergono i nomi di alcune tra le più importanti realtà del teatro italiano; da Chiara Guidi e la socìetas Raffaello Sanzio alla bolognese Fortebraccio, da Ascanio Celestini alla compagnia di Virgilio Sieni, da Paolo Panaro fino agli autori e attori locali. La fossa fuia dell’atarssia non è che una scusa per l’immobilismo autoimposto; agli spettacoli il pubblico risponde con presenza salda e convinta partecipazione, anche di fronte alle rappresentazioni più ostiche, poco immediate ed oscure.

orizzontiHo passato la giornata di domenica 3 agosto al festival, cercando di immergermi nel vortice creativo entro il quale mi trovavo. Ho assistito nel pomeriggio ad uno spettacolo per ragazzi della Cà – luogo d’arte, compagnia di Gattatico (Reggio Emila). Un tradizionale teatro di burattini, con annessa baracca a due quadri scenici, arricchita da lodevoli trovate meccaniche, che con mio moderato sbigottimento ha tenuto accesa e nitida l’attenzione di una platea di bambini, tutti nati – credo – nella seconda metà degli anni zero. In un mondo dove i tempi dell’attenzione si sono irrimediabilmente ridotti, l’immagine di quei bambini incollati alla vicenda de “il gatto con gli stivali o della povertà che si riscatta”, è stato, se non altro, intenerente.

L’educazione al teatro, l’educazione all’interesse per il bello e per l’apprezzamento e la valorizzazione della creatività, per tutte le utenze e i target anagrafici, è la cifra più riconoscibile tra le forme mobili che gravitano intorno al centro storico di Chiusi, in questi giorni. È ciò su cui ha insistito Andrea Cigni, direttore artistico del festival, che sottolinea la presenza dei laboratori quotidiani, messi a disposizione per la cittadinanza, tenuti da importanti personalità del teatro italiano; la compagnia Sieni sul ‘gesto performativo’, Chiara Guidi sulla voce e Francesco Niccolini sulla scrittura teatrale.

«Fare laboratori aperti ai ragazzi è estremamente importante» ribadisce con quieto vanto Andrea Cigni «C’è bisogno di fare approfondimento su questo tipo di mondo. È necessario un lavoro che vada oltre lo spettacolo di per sé, un lavoro da fare insieme a chi già pratica questo mestiere. Per poter vedere, capire e criticare – anche in senso buono – gli spettacoli bisogna conoscere bene le modalità con cui questi vengono prodotti, così da avere tutti gli elementi per poterli giudicare in modo quanto più possibile serio, sereno e con la minima parzialità».

Ho avuto il piacere di incontrare Francesco Niccolini, tra i più apprezzati autori di teatro di prosa italiani, che tiene corsi di approfondimento sulla scrittura scenica, dedicati al dialogo, nelle sue più ampie declinazioni.

«Questo è un mestiere artigianale, come lavorare il legno» mi dice «Per cui è sì bello vedere i prodotti finiti, ma è altresì interessante osservare il lavoro sui materiali, partendo dal legno grezzo. È forse la cosa più bella. Si perde altrimenti una delle fasi fondamentali del lavoro. E si viene a creare quel ponte tra lo spettatore e l’informazione, necessario per la salute del teatro». Di fatto quella percezione dei prodotti finiti, primariamente intesi come prodotti in fieri, è il fondamento dell’educazione alla lettura dello spettacolo teatrale, specie quando, in piccoli paesi, la ricercatezza degli elementi cozza con le inclinazioni viscerali del territorio, e si fortifica così quel muro di gesso esclusivo, snobistico, innalzato con sicumera dalle istituzioni culturali organizzatrici. «Se il servizio di divulgazione è fatto serenamente è estremamente utile» continua Niccolini «C’è sempre il rischio che ci sia un ponte levatoio ed un fossato con i coccodrilli tra i festival locali e i territori che li ospitano (e non è una questione di provincia. Le città sono addirittura più distratte. Magari nei paesini ci può essere una particolare affezione verso la realtà che si propina, la grande città invece se ne frega). Ecco; i laboratori e gli incontri cercano di abbatterlo, questo muro».

Ho assistito ad una meravigliosa performance della compagnia Sieni intitolata “Esercizi di Primavera”, un capolavoro minimale di gestualità e plasticità dei corpi. Uno spettacolo che è stato nutrimento, epifania, luce totalizzante ed essenziale. Sei ballerini accompagnati dal violoncello e dalla voce (o meglio dalle voci) di Naomi Berrill; una fata evanescente a metà tra una Bjork metafona e Fever Ray in una bolla di idrogeno, priva di comunicazione lessicografica ma comunque tumida di espressività, posta sul fondale della rappresentazione, le cui fraseologie musicali e la cui forza definitiva sovrastavano, senza coprire, i meravigliosi quadri che si susseguivano sulla scena; un gruppo di esuli danzanti, una comunità che scende inesorabile verso la sua estinzione. I rimandi delle performance sono stati plurimi e di notevole caratura; la ricerca di individualità attraverso la transindividualità, che sonda gli elementi del disastro conclusivo, della fine tirannica, e li sfrutta come particelle mobili di un ciclo continuo come quello delle stagioni, cui la “primavera” del titolo richiama. La bella stagione non è che un climax periodico, lo zenit di un tornante continuo, che necessita dell’estinzione per una rigenerazione e ri-urbanizzazione delle collettività perdute. È la denotazione delle soggettività che si attraversano e si riconoscono, in costante ricerca della declinazione plurale del sé; i sei ballerini deformano la leadership del “branco”, i ‘principi’ si susseguono e piano piano perdono le abitudini della subalternità, per concludere nell’agnizione totale dell’Altro. Un’orbita declamante fratellanza silenziosa, nella perdita.

All’uscita del teatro Mascagni, ancora allucinato dal trip entro il quale i ballerini della Sieni mi avevano accompagnato, raggiungo di corsa piazza Duomo, dove l’allestimento già visibile dal pomeriggio dello spettacolo “Grimm’s Anatomy” era stato circondato dagli avventori. Il palco principale, quello usato per l’opera “Pierrot Lunaire/Gianni Schicchi” in programma la sera precedente e poi riproposto in replica quella successiva, è rimasto buio; sopra di esso ci sono solo puntatori rivolti verso il centro della piazza, dove è collocato un particolare arredo scenico; un trittico irregolare di piani, ognuno con una dominanza cromatica diversa. Quello più alto, alla base della torre del Duomo, è riempito di ombrelli bianchi.

“Abbiamo deciso di non lavorare sul palco centrale, come inizialmente ci è stato proposto”-  chiarifica Laura Fatini, una dei tre registi – “sarebbe diventata una cosa troppo grande. Ci piaceva articolare la scenografia su tre sezioni separate, visto che di base abbiamo preparato tre testi diversi”.

Un trittico di monologhi che vanno a condurre una polifonia ritmica e tonale, “Grimm’s Anatomy” è uno spettacolo concepito come operazione chirurgica delle fiabe dei fratelli Grimm, traslate nella modernità;

« Il nostro compito fin dall’inizio su decisione del direttore artistico era di prendere tre fiabe e trasporle nella modernità» mi racconta Carlo Pasquini «Abbiamo individuato tre fiabe dei Grimm e abbiamo incominciato a lavorare ognuno sulla propria. Io ho lavorato su Biancaneve e ho incentrato la ricerca sulla Regina cattiva di Biancaneve».

image(1)Il concept basico è meraviglioso, al centro di un festival dedicato al mito e alle atmosfere fiabesche, i tre registi di riferimento del territorio chianino hanno avuto la possibilità di lavorare sull’anatomia di tre fiabe, scegliendo attori locali. Ad aprire lo spettacolo le note di un rifacimento di “Estate” di Chet Baker, che già apre le porte dell’immaginario scolpito dalle iconografie della Dolce Vita, de la Grande Bellezza, quell’ormai cristallizzato contesto della sfioritura decadente, dei toni scuri e lucidi del fascino che scade inesorabile, negli ambienti dell’alta borghesia. La nostra regina cattiva di Biancaneve è immersa in questa dimensione. Chiara Savoi impersona, in sottoveste nera, una regina aggrappata al senso contrario del tempo che scorre, una signora matura continuamente definita attraverso i ricordi, immersa in una profonda e menzognera solitudine. Ai flashback ostentati si associa il suo rapporto con lo specchio parlante a cui cerca di imporre un’immagine falsa, costruita, scaduta di sé.

Il testo che Carlo Pasquini ha scritto a quattro mani con Daniela Comandini ci mostra il fondo speculare della menzogna ostentata, la brutalità dei rapporti costruiti sul nulla celato dall’apparire. In un’iconografia riconoscibile, le immagini ben configurate dal testo, seguono un percorso sempre più commiserabile, intervallato da appelli allo specchio che, ormai stanco delle continue vessazioni subite, si rifiuta di riflettere il volto di questa regina ormai deturpata dalla vacuità del suo essere.

Laura Fatini invece ci presenta una Cenerentola inamidata che segue una continua ma lenta metamorfosi. Ad incarnarla c’è Pierangelo Margheriti; alto nel sue metro e ottanta, con una fisicità dirompente la cui aggressività è completamente coperta dall’efficace lavoro di costumi e di posizione. «ho intitolato il testo “Emily”. In realtà è la storia di Giovanni che si trasforma in Emily». La tirata fonologica torna più volte sulle scarpe, celata ossessione di questo crossdresser, la cui umanità patetica pervade completamente il versante tragico della rappresentazione. Il legame con Cenerentola è sancito dalle scarpe da cui scaturisce la metamorfosi totale dell’io declamante.

«Il testo è completamente mio» continua Laura Fatini «Ci hanno chiesto di lavorare con attori del territorio, il testo è molto complesso perché si lavora con diversi registri di voce, su diverse tipologie di movimenti; da uomo e da donna. Abbiamo lavorato sulla voce, sui movimenti e sulla psicologia perché s parla di trasformazione continuativa. Non c’è mai un momento in cui la personalità si ferma».

Il trittico è chiuso dal testo di Gabriele Valentini, da lui stesso diretto, e interpretato da Giacomo Testa, con toni più coloristici e gradi ritmici più variabili e discontinui, ma decisamente più coinvolgenti e coerenti nella loro policromia. Giacomo Testa interpreta il principe de La Bella Addormentata; un principe decisamente impacciato, exemplum più o meno condivisibile del maschio contemporaneo; goffo e instabile, reso insicuro dai modelli perfetti e inarrivabili della televisione. L’operazione di Gabriele Valentini ha più livelli ermeneutici, rispetto ai due blocchi che lo precedono, della fiaba dei Grimm; la traslazione al contemporaneo del principe vive nei riferimenti alla contemporaneità, ma non si snoda dai dati-chiave con la fiaba originaria. Il personaggio segue una “fenomenologia del principe della bella addormentata”; percorre una tesi poi un’antitesi e infine giunge all’autocoscienza sintetica delle sue personalità. È l’elemento umano neutro che si fa principe, che viene concepito dai fratelli Grimm e che insegue il suo bildungsroman verso il ‘diventare ciò che si è’.

«Il principe trova la chiave di lettura dell’amore e tramite questo riesce ad arrivare alla stanzetta della torre dove c’è la principessa. Si rende conto che la sostanza di cui è fatto il coraggio è la paura stessa» mi dice Giacomo Testa poco prima di entrare in scena.

image(2)Ed è forse quel principe goffo e inceppato, che fa fatica a collocarsi in una fiaba di cui egli stesso è protagonista, è forse l’emblema, l’incarnazione del teatro contemporaneo; una ricerca di sé instancabile e recalcitrante, che si butta in pasto ai sensi delle platee variabili e molto spesso impreparate, uditori disinteressati, o peggio snob ed altezzosi, un teatro che arranca nel sovrappeso delle sue miserie, ma che ama il suo pubblico e lo rincorre e cerca di svegliarlo dal sonno atarassico nel quale è caduto. Un principe in attesa di un amore e un amore in attesa di coraggio.

Ecco, il motivo per cui ha comunque senso fare teatro nelle piazze, mentre intorno rombano i motorini, il vocio dei branchi fuori dai bar disturba l’attenzione, lontano i brusii, i pianti dei bambini e le urla delle madri, gli anziani che si alzano dalle prime file e passeggiano davanti al palco ombreggiando i piani scenici senza il minimo rispetto, il motivo per cui ha comunque senso portare arte in qualunque strada, a contatto con qualsiasi tipo di umanità, è quel coraggio che va perseguito costantemente, sebbene si ripercuota in tutti i singoli moti di contraddizione, i quali in fondo non sono altro che energie da dirottare.

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Il soldato soddisfatto della sua impresa al 39° Cantiere di Montepulciano

Decisamente un’esperienza da rivivere, da condividere, da celebrare. In un momento così dannatamente turpe, in mezzo a questo luglio dannato e torrenziale. “E la chiamano estate” diceva Califano. Ma il…

Decisamente un’esperienza da rivivere, da condividere, da celebrare. In un momento così dannatamente turpe, in mezzo a questo luglio dannato e torrenziale. “E la chiamano estate” diceva Califano. Ma il teatro, fortunatamente, è la terapia migliore per tutte le malinconie, anche quelle meteoropatiche.

image(1)Venerdì 25 luglio la prima, in piazza grande a Montepulciano, è stato un turbinio di soddisfazioni. Una festa, continuata dentro il teatro Poliziano, dopo lo spettacolo; una “rimpatriata” di tanti vecchi e nuovi amici del Cantiere internazionale d’Arte.

Gianni Poliziani e Fabio Maestri hanno continuato a provare e riprovare le parti di commistione tra prosa e musica, anche dopo la prima;

Io, per me, ho insegnato alla troupe francese il significato profondo del Martini Spritz e dei vini toscani. Venendo loro da Bordeaux, sono giunti in valdichiana con la profonda convinzione che il vino migliore al mondo fosse francese. Per forza e per amore ho dovuto farli ricredere.

Le repliche di Sarteano e San Casciano dei Bagni sono state turbate dalle piogge di questo luglio, come abbiamo già detto, incompatibile con l’idea oggettivamente condivisa che le persone hanno di “estate”. Ma lo show è continuato lo stesso. Nonostante le intemperie. A Sarteano con un po’ di pazienza abbiamo atteso la fine dello scroscio. A San Casciano del Bagni ci siamo rifugiati dentro il teatro comunale (piccolissimo ma amorevole) nel quale abbiamo smontato lo spettacolo è proposto una “riduzione” molto particolare della mise en scène.
Cetona è stata la serata ideale per uno spettacolo di piazza. Un cielo sereno ha avvolto le nostre parole, i nostri gesti e le nostre tensioni.

Gli articoli che avete visto nei giorni scorsi peccano decisamente di ricercatezza e brillantezza nella retorica e nei contenuti. A mia discolpa debbo dire che sono stati stesi alle due di notte, ogni notte, dopo giornate intere (mattina-pomeriggio-sera) di prove intensive. I ritmi sono stati devastanti e la fluidità del pensiero ne ha risentito. Ma se mi dicessero di ripetere tutto, le ore sudate, le notti in bianco e la tensione prima di ogni spettacolo, direi di sì; tutto, rifarei tutto.

Proprio oggi la troupe torna a Bordeaux. È stata una meravigliosa esperienza che, come al solito quando si tratta di teatro, dispiace tantissimo aver concluso.

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Diario di bordo del soldato al 39° Cantiere di Montepulciano – Giorno 5 (ci siamo quasi)

Bene. Le cose sono andate più o meno così. Durante l’antigenerale il mio piede si è accidentalmente scontrato con uno dei neon della scenografia-istallazione, riportando una frattura metatarsale. “Ce n’est…

imageBene. Le cose sono andate più o meno così. Durante l’antigenerale il mio piede si è accidentalmente scontrato con uno dei neon della scenografia-istallazione, riportando una frattura metatarsale. “Ce n’est pas grave” mi dicono i registi. D’altronde è così. Ogni attore ha il suo mantra; alcuni si mettono sempre lo stesso paio di mutande, altri fanno volutamente degli errori durante la prova generale per scaramanzia, altri ancora seguono ossessivamente i soliti riti, le stesse frasi ripetute prima dell’ingresso in scena. Io mi faccio male per l’anti generale. Ormai è un’abitudine.

Bene. La giornata di ieri è iniziata quindi con una serie non ben quantificabile di imprecazioni ma che si è risolta con un po’ di riposo.
Questo significa che mi sono presentato in Piazza Grande solo in tardissima serata, alle 23, dopo l’opera “I Falsari” di Pierre Thilloy, su testo di André Gide. Il rimpianto più grosso è il non aver potuto vedere gli altri spettacoli, perché troppo impegnato a preparare il mio. Io adoro Gide e adoro la musica elettronica che si mescola agli archi, quindi mi sono perso uno spettacolo che mi sarebbe sicuramente piaciuto. Peccato.

Comunque; Tutto molto bello. Lo spettacolo ha trovato le sue formule e le sue reazioni, ha scandito i ritmi delle sue particelle, dei suoi elementi e del loro mescolarsi.

Quello che mi preoccupa è il tempo. Questo luglio schifoso è tremendamente umido; e le tavole di legno cerato sulle quali recitiamo, se umide, diventano un pericolo reale.
Ma tutto andrà bene.

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Diario di bordo del soldato al 39°Cantiere di Montepulciano – Giorno 4

Stiamo ultimando la preparazione de l’histoire du Soldat. Tutto sembra procedere per il meglio. Ho fatto una scoperta molto interessante; Blanche Konrad si arrabbia se la chiami “ballerina”. Lei è…

Stiamo ultimando la preparazione de l’histoire du Soldat. Tutto sembra procedere per il meglio.

Ho fatto una scoperta molto interessante; Blanche Konrad si arrabbia se la chiami “ballerina”. Lei è prima di tutto una performer. Ha studiato arte visuale e non danza. Ha approfondito le arti plastiche durante i suoi anni di studi per poi debordare la propria esperienza verso tutte le forme di proiezione artistica della persona; è per questo che ama definirsi “in cantiere”, in continua ricerca di approfondimento in aree che non la competono.

imageClarac-Deloeuil le Lab è invece una casa di produzione, fondata da Olivier Deloeuil e Jean Philippe Clarac nel 2009, sebbene i due lavorassero insieme sin dal 2001. È curioso che nessuno dei due ha avuto una formazione teatrale, Olivier è uno scienziato politico mentre Jean Philippe uno storico dell’arte.
È stato rincuorante venire a conoscenza di questa pluralità formativa, questo multiforme ingegno postmoderno che non interessa i percorsi disciplinari intrapresi dal singolo, ma deborda, cresce, ricerca. I nostri bagagli culturali sono conoscenze attive dilatabili e adattabili. Sono modi di stare al mondo; la ragion pratica poi, silenziosamente, consegue.

Questo dovremmo insegnare nelle scuole.

Infine Gianni Poliziani. Praticamente l’istituzione teatrale del territorio. Presente dagli anni ’70 nei circuiti istrionici italiani. Negli ultimi anni partecipa, a ritmo serratissimo, alle produzioni della fondazione del cantiere internazionale e della nuova accademia degli Arrischianti di Sarteano. Per noi sbarbatelli ingenui ragazzetti è da subito divenuto un modello, un esempio a cui rubare elementi con lo sguardo mentre si ha la fortuna di condividere le scene con lui. Non c’è accademia di arti drammatiche che tenga, stare accanto a lui sul palco è una delle migliori scuole.

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Diario di bordo del soldato al 39°Cantiere di Montepulciano – Giorno 3

Siamo ormai alle battute finali della preparazione dello spettacolo. Stiamo assillando Franca Dottori, capo della sartoria del cantiere internazionale d’Arte, che dovrebbe essere santificata per la disponibilità e la solerte…

Siamo ormai alle battute finali della preparazione dello spettacolo. Stiamo assillando Franca Dottori, capo della sartoria del cantiere internazionale d’Arte, che dovrebbe essere santificata per la disponibilità e la solerte precisione con cui esaudisce  ogni nostra più strampalata richiesta.

Ieri, 22 luglio, ci siamo concentrati sulla fisicità; Blanche ha insegnato a Gianni Poliziani le teorie e le tecniche della posa artistica. Io ho cercato di migliorare alcuni tratti scenici, alcune tessiture gestuali, con l’aiuto di Jean Philippe Clarac e Blanche Konrad.

IMG_20140722_233848In tarda serata abbiamo provato con l’orchestra. Ecco che rispetto alle prove senza orchestra, nelle quali ci basavamo su un disco, agire la scena con dei musicisti che suonano ha un impatto ben più esaltante. L’orchestra è un’entità viva che entra a far parte della scena, e gli ictus, gli accenti che determinano variazioni dell’azione sono decisamente più percepibili, coesistono con la diegesi;  si mescolano con la narratologia di palco.

Ho scoperto che i direttori d’orchestra sono più cattivi, nei confronti dei loro musicisti, che i registi di prosa nei confronti dei loro attori.

Oggi sono arrivati gli inglesi; parte dell’orchestra del Royal College of Music di Manchester. Hanno già riempito le strade di Montepulciano dei loro cori ed hanno già consumato ingenti quantità di alcolici. Ho scoperto che i registi francesi hanno un odio viscerale nei confronti degli inglesi; “les anglais… je deteste!”

Il palco non è propriamente convenzionale; le scelte di regia sono orientate verso il ripristino del sentore originale di Stravinsky, di Ramuz e di Ansermet, i quali motivati da una ricerca sperimentale di sintetismo scenico e da una ristrettezza economica dovuta al disastro della prima guerra mondiale, portarono in giro per la Svizzera del 1918 uno spettacolo itinerante, con una strumentazione facilmente trasportabile (ridotta a violino e contrabbasso per gli archi, per i legni il clarinetto e il fagotto, per gli ottoni la cornetta a pistoni e il trombone e per le percussioni un solo batterista), una scena semispoglia, da teatro ambulante.

IMG_20140722_230957Di fatto la nudità della scena vuole elevarsi a metafora di una situazione europea a cento anni dalla prima guerra mondiale; i conflitti che prima venivano scanditi dai colpi di mitraglia e dalle giornate di posizione in trincea, oggi – sebbene superati i dissidi bellici – vengono sostituiti da una forma di unità assai precaria, da squilibri socioeconomici ahimè ancora presenti sulla scena europea, dopo cento anni. La compravendita dell’anima che il Diavolo impone al povero Soldato de l’Histoire, di fatto, vuole essere questo; una narrazione dell’Europa di ieri ma soprattutto di oggi.

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Diario di Bordo del soldato al 39° Cantiere di Montepulciano – Giorno2

Il tempo non assiste questo luglio; la mattinata di lunedì 21 luglio si è presentata bigia e opaca, il cielo coperto dalle nubi si è quasi subito risolto in un…

Il tempo non assiste questo luglio; la mattinata di lunedì 21 luglio si è presentata bigia e opaca, il cielo coperto dalle nubi si è quasi subito risolto in un rovescio che ci ha costretti a provare al chiuso, nelle sale di palazzo del Capitano.

34Nel pomeriggio invece è esplosa la canicola estiva. Nella pausa mi sono mimetizzato nella folla di turisti mitteleuropei, con la maglietta dei Joy Division completamente intrisa del sudore delle prove. Montepulciano pullula di turisti e di avventori presenti per il cantiere internazionale d’arte. Se a questo ci aggiungiamo la quantità di musicisti, cantanti, attori, altri addetti ai lavori e tecnici vari, quello che si vive in questi giorni a Montepulciano è il clima di una cittadella di artisti, pensatori ed esseri in un vortice di esperienze che si mescolano e che nutrono ogni singolo momento della giornata, anche il più vuoto, di ricchezza e di crescita.
Probabilmente Hans Werner Henze aveva proprio questo in mente, quando nel 1976 fondò il Cantiere; un continuo scambio di retaggi, bagagli e formazioni tra artisti di tutto il mondo che si mescolano alle persone del territorio.

Oggi ho avuto modo di conoscere meglio Fabio Maestri, direttore dell’ensemble da camera “Igor Stravinsky”. Una vera e propria istituzione dell’insegnamento musicale (tiene corsi presso l’istituto “Briccialdi” di Terni, oltre a lavorare, come direttore d’orchestra, in giro per l’Italia). Pensavo di avere a che fare con un rigido didatta classicista, da bacchetta in mano, di quelli che impongono ore ed ore di solfeggio, con i movimenti della mano. Invece mi sono trovato di fronte una coscienza assolutamente moderna; tra i suoi guru ci sono Philip Glass, John Adams e Terry Riley, fosse per lui cambierebbe completamente la didattica della storia e della storia delle arti; farebbe iniziare i programmi dalla contemporaneità per poi procedere a ritroso, per una comprensione rovesciata del progresso storico. Gran personaggio, il Maestro Maestri…

image(1)Mi sono concentrato poi sui tatuaggi di Blanche Konrad, che interpreta la ballerina ne L’Histoire du Soldat. Tra i tanti mi ha colpito la scritta “en chantier” sul polpaccio destro. Ho cercato di spiegarle che “cantiere” (la traduzione letterale di chantier) è anche il nome della manifestazione a cui prende parte. Credo che abbia capito, nonostante il mio francese sia decisamente carente di lessicografia. Che belle le simmetrie esistenziali.

In tutto questo le prove continuano a ritmi e intensità fisicamente devastanti; ma ben venga, benedetto sia il sudore speso sopra i palchi scenici! Dopo cena siamo riusciti a provare sul palco, con i vestiti di scena.

Lo spettacolo prende sempre più forma, mentre la prima di venerdì 25 in piazza Grande si avvicina sempre di più.

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Diario di bordo di un soldato protagonista del 39°Cantiere di Montepulciano – Giorno1

Mancano quattro giorni alla prima de “L’Histoire du Soldat”. Per ognuno di questi quattro giorni cercherò di tenere un piccolo reportage non solo del percorso che lo spettacolo intraprende, ma…

image(1)Mancano quattro giorni alla prima de “L’Histoire du Soldat”. Per ognuno di questi quattro giorni cercherò di tenere un piccolo reportage non solo del percorso che lo spettacolo intraprende, ma anche e soprattutto, del clima che si respira durante i giorni del 39° cantiere di  Montepulciano.

I registi de L’Histoire du Soldat sono Jean Philippe Clarac e Olivier Deloeuil; due ingegnosi metteursenscène di Bordeaux – francesi solo di nascita, considerando che hanno girato i teatri di mezzo mondo, lavorando da una parte all’altra dell’oceano per anni – che hanno allestito questo gioiello itinerante, il quale toccherà le piazze di Montepulciano, Sarteano, Cetona e San Casciano dei Bagni dal 25 al 29 luglio 2014.

I lavori per il palco (un ring da boxeur, in tavole di legno) sono iniziati nella mattinata del 20 luglio. In una giornata, dal caldo asfissiante, è stato portato a termine, in modo da permettere agli attori di testare le tavole del plateau, in tarda serata.

Il diavolo sarà interpretato dall’ormai smaliziato Gianni Poliziani, e la ballerina sarà Blanche Konrad, talento assoluto del teatro danza, una meravigliosa ninfa tatuata la cui grazia dei movimenti è il tocco perlaceo alla scena.

Dopo due ore di prove in mattinata, quattro nel pomeriggio, e due dopo cena, le forze scemano ed anche le percezioni. imageL‘aria del centro storico di Montepulciano però è già densa di arie liriche, di sinuosi fraseggi musicali, battute di scena, sensazioni immaginifiche.

Mentre eravamo chiusi nelle stanze di Palazzo del Capitano, in teatro si è consumato il trionfo dell’ultima replica de l’ “Orfeo e Euridice” di Gluck, una meravigliosa opera-performance per la regia di Stefano Simone Pintor.
Il cantiere continua, e con lui tutto il flusso di immagini, parole e musica che lo compongono…

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I Baustelle in Piazza Grande: emozione per il ritorno della band poliziana

Riuscire a rendere la tempesta più tollerabile; l’obiettivo di base per chi ha iniziato a fare musica in provincia «quando ancora non c’erano i telefonini», come ha sottolineato Claudio Brasini…

Riuscire a rendere la tempesta più tollerabile; l’obiettivo di base per chi ha iniziato a fare musica in provincia «quando ancora non c’erano i telefonini», come ha sottolineato Claudio Brasini durante la nostra chiacchierata nel pomeriggio, è fondamentalmente questo. Certo i paesaggi della Valdichiana sono un po’ cambiati, con loro anche i percorsi della gente che li abita, ma le tempeste, gli obblighi e le oppressioni che spesso derivano dall’animo animale della provincia italiana, che li ha spinti a scrivere I provinciali nei tardi anni novanta, restano invariati. Loro, i Baustelle, hanno saputo dapprima subire, poi assorbire certe oppressioni riuscendole a metterle dentro le canzoni, parlando di questi luoghi come nessun’altro ha fatto mai. Probabilmente una maieutica spirituale, un rituale laico di elevazione e di coscienza; i Baustelle hanno esercitato la diretta traslazione figurata di uno stato ambientale della provincia contemporanea. Il 12 luglio duemilaquattordici, in Piazza Grande, a Montepulciano, i Baustelle sono tornati in patria.

Sarebbe limitativo dire che abbiano portato una tappa del tour di Fantasma, non si sono semplicemente “esibiti”, come solitamente li si può sentire in giro per l’Italia, quella di sabato è stata un’opera performativa totale, che ha coinvolto il cielo, le persone, i fantasmi chianini di ieri e di oggi. Il loro live arriva a concludere una giornata densa di incontri e avvenimenti, nel centro storico poliziano, in seno alla manifestazione “Luci sul Lavoro” che ha visto passare importanti personalità del mondo politico e imprenditoriale italiano.

Concludere il Fantasma Tour a Montepulciano determina una forza simbolica che varca la retorica ovvia del “ritorno a casa” della band poliziana; il disco è stato infatti inciso nei locali della Fortezza, a pochi metri dal duomo, sul sagrato del quale è stato allestito il palco, il cui organo liturgico è uno degli strumenti utilizzati per gli arrangiamenti delle tracce. È la fine di un ciclo, quindi; il disco viene finalmente suonato nel luogo in cui ha preso vita esattamente due anni fa, durante l’estate del 2012.

Proprio lo scorrere del tempo, concept centrale di Fantasma, è stato il contenuto implicito della scaletta scelta per il live; Il Futuro, Nessuno e Radioattività aprono la setlist con una rivelazione epifanica del negativo, tutta la tragedia del tempus edax, tutta la volgare e brutale voracità del passare degli anni, immesso in ogni singola parola scandita dagli ictus della melodia, a rimbalzare nelle pareti del palazzo comunale da una parte e del palazzo Contucci dall’altra, e definire così una vigoria evocativa sublimante, per tutti i presenti in piazza Grande.

Baustelle Foto di Carlo Pellegrini

Sulle battute finali de Il Corvo Joe, la pioggia inizia a battere, sempre più incalzante, sui master, sui monitor di palco, sui mixer, sulle luci. Non c’è niente da fare. I tecnici fanno cenno ai musicisti di fermarsi ed uscire dal palco. Il sagrato viene immediatamente coperto mentre la tempesta si abbatte sulla piazza, seminando il viavai generale del pubblico che cerca riparo sotto le tettoie, dentro i loggiati, nei bar, nelle osterie.

Il concerto si ferma. Rotto a metà. Come le storie d’amore di cui non riusciamo a credere la fine. Desertificato come il futuro di cui ci parla Bianconi, come le piazze in pieno inverno. Il rituale della maieutica interrotto dalla pioggia, l’epifania svuotata. La piazza si sgombra. Sul palco ci sono pozze d’acqua impossibili da asciugare. Il concerto non può ricominciare.

Dopo un’ora di attesa Claudio Brasini appare con la chitarra acustica già imbracciata sotto il loggiato di palazzo del capitano, insieme a lui il resto della band. In pochi attimi il gruppo viene circondato dai fan. È di nuovo concerto. Senza elettricità. Solo con le chitarre acustiche, una tromba e una percussione. Sotto le logge di piazza grande, durante la tempesta, come quando si faceva “chiodo” a scuola.

Ecco; nella situazione descritta Francesco Bianconi canta Le Rane. È questa composizione di contesto e azione che lascia assurgere la serata di sabato a dignità letteraria; Le Rane, il brano più esplicitamente collegato a quei luoghi, il brano più arrabbiato, e contemporaneamente frustrante e dimesso, nei confronti del tempo che scorre, il brano della doppia distanza, una fisica che divide Milano, la città della carriera e della maturità, dalla Valdichiana, luogo di impulso naturale primordiale, di inconscio puerile, ed una emotiva e temporale. Sotto quella pioggia battente i Baustelle si confermano cantori del nostro tempo, e del tragico della nostra quotidianità.

Sorridendo, Francesco invita il contenuto pubblico a dividere il canto tra maschi e femmine per Gomma, proprio come al liceo. Le nuvole rimangono a giacere sulla volta celeste, a tratti torna a piovere e ogni goccia sembra scandire il battiti di un futuro imminente.

C’è qualcosa di profondamente adolescenziale e smaliziato, profondamente cosciente dei propri mezzi e della propria indefessa disinvoltura, nell’improvvisare un unplugged sotto il loggiato di piazza Grande per i pochi rimasti a combattere il freddo, la tempesta, con i capelli arricciati dall’umidità, i cappucci del keeway stretti al mento e la sinusite incipiente. Mentre Rachele Bastreghi viene circondata dai flash fissi degli smartphone, che sono lucciole immobili, piccole fibre di luce che cercano d’illuminare i sentori dell’attimo, la sensazione è quella che pur combattendo la turpitudine delle abitudini di questi paesini da diecimila anime, loro per primi non hanno rinnegato – e non rinnegheranno mai – l’appartenenza netta a questa provincia.

Mai come questa volta i Baustelle sono riusciti ad incarnare la complessità di questa Valdichiana, spesso indicata come gretta, opprimente e dannatamente detestabile, ma che allo stesso tempo riesce a persuadere l’appartenenza della sua gente con il solo ausilio della sua incontrovertibile bellezza e la fa sentire parte del suo paesaggio allo stesso modo degli alberi, dei vigneti, dei campi di grano ai lati delle strade e delle rane nelle notti piovose d’estate.

Baustelle

Foto di Rachele Paganelli

Scaletta

Titoli di Coda

Futuro

Nessuno

Radioattività

I Provinciali

Cristina

Contà l’inverni

Monumentale

La morte non esiste più

La moda del lento

La canzone del Parco

La canzone di Alain Delon

EN

Il Corvo Joe

Sotto i portici

Gomma

Le Rane

La Guerra è Finita

Sergio

Charlie fa Surf

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Bettolle: Contraddizioni, polemiche e gioia per il Palio della Rivalsa

È difficile spiegare le competizioni paesane a chi non è del paese in cui queste hanno luogo. Ancora più difficile è spiegare una gara complessa e densa di rimandi simbolici,…

È difficile spiegare le competizioni paesane a chi non è del paese in cui queste hanno luogo. Ancora più difficile è spiegare una gara complessa e densa di rimandi simbolici, quale è quella di Bettolle, così affastellata di componenti e complessità; così intrigata e degna dell’epica più rocambolesca.

Bene; anche ipotizzando che l’interlocutore abbia capito le dinamiche del palio della rivalsa di Bettolle e i movimenti dell’anima che agiscono dentro lo spirito del contradaiolo bettollino, anche supponendo che il forestiero abbia capito tutti i rimandi storici e simbolici della gara e la sua funzionalità, è – credo – impossibile riuscire a spiegare ad un imperito cosa sia successo domenica 22 giugno, durante il XIX palio della Rivalsa, in Piazza Garibaldi a Bettolle.

C’è stato un vincitore. Forse due. Anzi c’è chi dice che siano tre, le contrade vincitrici. Altri dicono che non ha vinto nessuno. C’è invece chi sostiene che ad essere sconfitto è ormai l’inaridito tecnicismo del regolamento, troppo macchinoso e privo di fondamenti, che non tiene conto dei possibili risvolti dubbiosi che, in una gara così complessa, sono inevitabili.
È uno stato kafkiano di contraddizioni e polemiche quello in cui il paese galleggia da un po’ di giorni. Gli elementi primordiali dell’essere umano emergono da questa situazione rocambolesca; la rabbia che porta persone così composte e contenute durante l’anno, a inveire e sfiorare risse nel giorno del palio, la delusione che porta a gesti di stizza e parole ahimè fin troppo poco pesate. Tutto questo è la bellezza del vitalismo che si respira in quei giorni.

Ci tengo a precisare che parlo sia da contradaiolo, sia da persona neutra, posta in una posizione rialzata di analisi esterna; quella di banditore, che dall’alto di una terrazza è chiamato ad annunciare le contrade e le varie fasi del corteo e della gara che si svolgono in piazza Garibaldi. Posizione a mio parere privilegiata per quanto riguarda l’osservazione, ma molto spesso scomoda nei momenti in cui le affermazioni che siamo portati a declamare vengono contestate o creano dissenso – anche molto spesso rumoroso – nelle folle che sostengono i propri colori.

Ma il bello è anche questo.

Dal “Diario delle cose avvenute in Siena” di Alessandro Sozzini; “Il giorno 8 marzo 1553, Ascanio della Corgna, arrivato con la fanteria al poggio di Bettolle, dove si ergeva un castello con oltre 40 capanne di abitazione, vi attaccò fuoco e bruciò tutto”. Dalle Ceneri una nuova vita si è sparsa sul territorio bettolino. Con la forza e la partecipazione popolare, con la coscienza del disastro avvenuto e con la spinta propulsiva della ricostruzione. Come un moderno Fossombroni la percezione chiara che la palude non sia un limite ma la necessità, l’urgenza di bonificare. La storia del nostro paese è caratterizzata dalla ricostruzione; prima, dopo il fuoco, che Ascanio della Corgna appiccò al fortilizio di Bettolle, e successivamente dopo l’acqua stagnante della palude valdichianense.
Non c’è vita se non dopo l’emersione dai putridi e mefitici acquitrini, e non c’è vita se non quella che attraversa il fuoco. E a salvare il paese dalle fiamme sono:

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Con l’eleganza e la compostezza di chi sa assaporare le vittorie. Raffinata ed ostinata, sobria e grintosa. La contrada che si estende a Nord Ovest del paese, punto cardinale dell’orientamento toscano; qui si fondono le provincie di Siena, Arezzo e Perugia, qui si incrociano le due vie di comunicazione più importanti del centro Italia. Il vitalismo dei suoi colori rappresenta il richiamo al dinamismo distinto del suo paesaggio; la fascia territoriale che Pietro Leopoldo predilesse durante la visita nei luoghi della bonifica da lui avviata. Accurata e signorile; come la Villa – la Villa di Montemaggiore – che pur nascondendosi alla vista domina tutto il bassopiano circostante, così la contrada che oggi popola questa landa. Vincente a distanza di anni, come un memento della propria sottaciuta e non ostentata potenza, come a dimostrare senza sbavature la propria presenza incombente, capace di smuovere le torri e spegnere tutti i fuochi. Barocca e inafferrabile, entra in piazza con i colori rosso e verde, la Contrada di Montemaggiore!

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Ed ora, con i colori rosso e nero, la contrada della vetta, la cima della dorsale collinare sulla quale poggia il paese vecchio, il popolo ruvido e rumoroso del centro storico che con la forza e la determinazione tipica dei padronati è divenuto il più temuto tra i candidati alla vittoria. Dal 1100 è stato feudo della famiglia Cacciaconti che lo rese il fortilizio di confine tra i più importanti e contesi della toscana durante il medioevo. Ancora oggi illuminata, come l’ordine dei Cavalieri di Santo Stefano che abitavano la Real Fattoria della famiglia de’Medici, fulcro, cuore pulsante della vita di Bettolle, sgomina e impone il proprio sigillo, con i colori rosso e nero, incalza per le strade del paese la contrada del Poggio!

 

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La contrada campione in carica. La dimostrazione palese che la Nobiltà è saper attendere, che la Nobiltà è saper aspettare il sole per il quale nessuna notte è mai così lunga da impedire l’alba. E come il sole presente e vivo il grande popolo Post Nobiliare di Bettolle, dall’estremità a sud del paese, a circondare il tasso di nobiltà e di eleganza della Villa Cassatum Bettollarum concessa con privilegio dall’Imperatore Enrico II all’Abate di Farneta nel 1014 e successivamente ristrutturata dagli eredi del Conte Walfredo, che l’aveva ricevuta dall’Imperatore Ottone IV nel 1209. La cassazione della gioia. Giallo come il colore del Sole e della ricchezza spirituale primariamente che materiale, e blu come il colore del suo sangue; entra in piazza la Nobile contrada del Casato!

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Ad Ovest di Bettolle, lungo le discese e le risalite delle campagne della bonifica; la perfezione della ricostruzione; la palude che si fa terreno fertile, il disordine che si fa territorio colonico, cenere che si fa fuoco in un ciclo di passione gialla come l’oro e nera come la fatica per conquistarlo. Contrada di ritrovamenti di importanti reperti etruschi, di ville leopoldine, di ricchezza nascosta ma efficace. Contrada bifronte come il dio Giano, rappresentato nel suo stemma; la nobile semplicità e la quieta grandezza. Una delle più vittoriose del paese, storica contrada da battere da diciotto anni in pole position, da diciotto anni primeggia, impone la propria presenza con l’invidiabile albo d’Oro. Come Gaio Giulio Cesare, ha dominato la sua Battaglia di Zela, sbaragliando gli eserciti di Mitridate, venne, vide e trionfò. Sempre agguerrita, con i colori giallo e neri entra in piazza la contrada Capitana delle Caselle!

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Ed ora la contrada imbattibile, sempre in prima linea, tra le più vittoriose della storia del palio della rivalsa. Atleti teste di serie, esempio di determinazione e gioia della competizione, direbbe Annah Arendt. Paladini della bettollitudine, dell’appartenenza e della partecipazione del paesano e del contradaiolo alla vita attiva della preparazione al palio. Nel ‘700 era solo l’estensione a sud-ovest del territorio bettolino intorno al Podere della Sugheraia di proprietà del Conte Gualfredi della Valle. Nel rigido inverno 1944, nell’Italia dilaniata dall’occupazione tedesca, un manipolo di soldati della Wehrmacht abbatté un antico pino per avere legna da ardere e quindi riscaldarsi. Da allora la Ceppa del pino è diventata l’eponimo della contrada più maestosamente vincente di Bettolle. Signore e Signori, con i colori Bianco e Blu, entra in piazza la contrada della Ceppa!

Foto: Serena Novembri e Marco Roghi

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Bettolle il “Crocevia sulla Chiana”, mostra open source della Valdichiana

Da questa settimana la mostra “Crocevia sulla Chiana” è aperta al pubblico, in Piazza Garibaldi a Bettolle. I curatori siamo io, Tommaso Ghezzi, e Mattia Bianchi. Un primo assaggio è…

Da questa settimana la mostra “Crocevia sulla Chiana” è aperta al pubblico, in Piazza Garibaldi a Bettolle. I curatori siamo io, Tommaso Ghezzi, e Mattia Bianchi. Un primo assaggio è già stato configurato in occasione della manifestazione “La Valle del Gigante Bianco”, il 1° Giugno. Il resto della mostra “open source” – che tutti possono arricchire con propri materiali durante la settimana del Palio della Rivalsa e per tutto il mese Giugno – è da adesso visitabile.

Quello che vi propongo di seguito è un mio testo che accompagna le immagini della mostra, un viaggio che racconta luoghi, persone, vita, colori, pensieri e riflessioni dei tempi andati nella nostra terra: la Valdichiana.

“Ci sono tempi senza suono, in Valdichiana. Brevi segmenti esistenziali in cui non si sente. Niente. Non c’è altro da fare se non restare. Altro se non esistere, invaghiti dei colori dei tramonti, dei casolari in lontananza, le strade srotolate sulle curve femminee delle colline coperte di grano. Silenzi, che non sono silenzi: c’è il suono dei polmoni, la rigida scansione ritmica delle valvole cardiache, brutture foniche, biologie umane che si fondono con la terra, le nuvole, il perimetro dell’orizzonte. E poi i covoni, le rotoballe, ferme e silenziose ma che non sono silenziose. C’è un battito che sembra provenga da loro, e non da te, il sussulto di un petto indomito, bestiale, che è il loro petto. Il resto è tutto silenzio. Il silenzio dei cphoto1anali della bonifica, scorrono come graal di quiete. E c’è tutto anche se non c’è niente. E le anime sono soffi di spuma aerea, lanugini passeggere come l’infruttescenza del soffione. Dagli altopiani lo scorrere di queste maschere nella vita di provincia è un dono di semplicità. Ci sono già i lampi d’estate, e sono sipari che si alzano sulle forme primitive nel bel mezzo della modernità del mondo occidentale.

Lo sapevano i nostri padri di tutto quel rumore che si sarebbero trovati a creare. Lo avevano letto, il nostro futuro. Lo avevano letto negli occhi dei buoi, nel caldo afoso delle vigne a metà estate, nel rossore del frumento che a giugno riempie le strade. Sentivano anche loro i battiti. Il battito degli animali, così vicino come fosse quello del proprio cuore. Nel silenzio della campagna che non è mai silenzio, nelle albe di luglio, il sole che trafigge le pareti e viola il tempo, con l’incisione ineluttabile di un altro giorno che viene, e poi un altro e un altro ancora.
È domenica. Tardo giugno. Già si iniziava a dividere il grano dalla lolla. Ma la domenica mattina, all’uscita della messa, la produzione nei campi si ferma. Alla camiciola sporca da lavoro sostituiamo l’abito buono. Si va in piazza, a piedi, prima al bar, si aspetta che arrivino le ragazze, anche loro con il vestito buono. Le mani sudano, il fervore lascia trasalire. È un momento lisergico, tra la calura e l’amore che soffia per le strade di un’estate in divenire.
Era la prima metà degli anni ’60, l’Italia passava dal contado all’industrializzazione ad una velocità esponenziale, fin troppo esponenziale, impossibile da controllare.

Anche dove non sembra, il boom economico ha agito, si è insinuato nella morfologia delle aree agricole e le ha trasformate. Se nel 1950 il 25% delle strade statali nel paese non erano asfaltate, nel 1960 la percentuale scende al 4%. Alle biciclette si sostituisce l’auto, con la FIAT 600 e la 500 prima e la 1100 e l’Alfa Giulietta poi, la motorizzazione di massa invade tutti quei piccoli mondi rurali, vestiti di dolce incoscienza e placido isolamento. Nel 1964 la lingua d’asfalto che aveva iniziato a colare da Milano verso il Sud Italia tocca anche l’antico crocevia che acquista nuovo motivo d’essere, divenendo così lo snodo tra l’Autostrada del Sole e i raccordi che collegano Siena e Perugia. Amintore Fanfani, segretario DC e presidente del consiglio, corresse il progetto originario, che avrebbe dovuto varcare lo stivale più centralmente in territorio umbro, spostando verso Arezzo – si dice per favorire la logistica della sua città natale – il percorso dell’Autosole. La “curva Fanfani”, come venne ribattezzata di lì a poco, fece sì che l’A1 toccasse il piccolo centro in Valdichiana e lo riportasse ad essere un punto di intersezione.

Si ritorna in paese. E dal finestrino si stagliano i frammenti di una storia del tempo presente. O forse è passato. Chi può dirlo. Sono immagini eterne, come simboli sacri. Tutte le figure celano una religiosità laica. Come statue marmoree, eterne nella loro imponenza. C’è ferma eleganza nel loro prestigio, indubitabile grazia anche nelle sozzure, crismi di tangibilità”.

 

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“Una preghiera per morire”, il “Pici Western” di Niccolò Notario

Da qualche mese è uscito “Una preghiera per morire”, cortometraggio di Niccolò Notario, un “Pici Western”, girato tra Sarteano e Abbadia San Salvatore. Il nostro blogger Tommaso Ghezzi ha incontrato…

Da qualche mese è uscito “Una preghiera per morire”, cortometraggio di Niccolò Notario, un “Pici Western”, girato tra Sarteano e Abbadia San Salvatore. Il nostro blogger Tommaso Ghezzi ha incontrato il principale ideatore, regista e co-sceneggiatore del progetto.

Niccolò mi accoglie nel suo studiolo di Montepulciano Stazione con un abbraccio caloroso e una bottiglia di Moretti da 66. Le pareti sono tappezzate di locandine cinematografiche e teatrali. “Lo studio è in uno stato provvisorio” mi dice “Domani torno a Roma, sono in fase di trasloco”. Niccolò Notario è tornato da poco in Italia dopo un’esperienza lavorativa a Londra. Adesso vive tra Montepulciano e Roma, dove segue corsi al Centro Sperimentale di Cinematografia, il più autorevole tra gli istituti di formazione e ricerca nell’ambito della settima arte. Dopo una serie di cortometraggi e lavori volontaristici, inizia ad ingranare la marcia ed inserirsi negli ambienti lavorativi del settore. Dalle finestre di casa sua, la Valdichiana si staglia come una marea quieta, un rigido orizzonte nitido e ondulatorio che sembra in movimento per quanto appaia morbido agli occhi; è qui, nel cuore della provincia, che Niccolò ha mosso i primi passi nel mondo della cinematografia. Ha iniziato da adolescente autodidatta, animato dalla somma curiosità e dalla spregiudicatezza giovanilistica che, quando assecondata correttamente, si traduce in vocazione pura e finisce per diventare un mestiere. Niccolò ha definito un efficace modulo di coltivazione del talento e dell’interesse; ha costruito intorno a sé una rete fatta ora di amatori, ora di semi professionisti, tutti legati al territorio.

Niccolò, iniziamo con una banalità; come ti sei avvicinato alla regia cinematografica?
Fin da bambino ero affascinato dal cinema. Mio padre era un fanatico dei kolossal storici e degli spaghetti western, con i quali mi ha nutrito sin da piccolo. Progressivamente è nata la curiosità di capire le dinamiche della costruzione dei film. Ho iniziato a fare “lavoretti” domestici, piccoli lavori infantili, prime “prove” (sorride). La prima volta in cui ho scritto qualcosa con l’intenzione di girarla ero in seconda media; un horror. Una cosa trashissima, infattibile.

Quali sono state le tue prime fonti per l’approccio alla regia?
Le mie basi tecniche erano essenzialmente tutorial su internet, libri teorici, riviste. Il tutto in completa autonomia. Senza uno schema preciso. Programmavamo le riprese così. Giravamo molte cose senza l’ambizione di pubblicarle; molto spesso non le finivamo nemmeno.

Perché usi il plurale?
In prima superiore ho incontrato altre persone con le quali ho condiviso la passione per il cinema. C’è stata una convergenza di intenti. È nata una sintonia. Forse da solo non avrei mai continuato; trovare altre persone che ti supportano materialmente, oltre che emotivamente, con il lavoro, con le collette per comprare le attrezzature, è stato fondamentale per la prosecuzione di questa passione. Soprattutto per prendere seriamente i lavori che cercavamo di fare. Con il tempo ci siamo specializzati in vari campi d’azione; chi si concentrava sulla stesura delle sceneggiature, chi approfondiva il ruolo di operatore, chi recitava, ecc… questa squadra credo si sia conformata al tempo di un primo cortometraggio, che non è mai stato pubblicato, intitolato “Dell’amore del prossimo”. È stato un bellissimo momento in cui si creò un nucleo operativo, soprattutto dal punto di vista tecnico, per la fotografia, il montaggio, la scenografia, operatori di camera, regia. Inizialmente ci siamo aggregati entro associazioni locali, l’APE (Associazione Poliziana Eventi) in primis; sotto l’egida dell’APE abbiamo girato “Vecchi Dentro” che, pur avendo tutti i limiti del suo tempo e tutte le inesperienze del caso…

…è un cult!
E’ un cult! (ride). No a parte scherzi; con “Vecchi Dentro” il gruppo si è ampliato. Sono entrati in contatto attori delle varie realtà teatrali del territorio, anche nuovi tecnici, che hanno reso il gruppo ancora più vasto. Ha avuto un valore di aggregazione, se non altro. Per la prima volta noleggiammo materiale professionale. Insomma fu un bel banco di prova; sebbene tutti amatori dilettanti, ci demmo un’impostazione professionale nel lavoro. Ci ha fornito un metodo. Dopo “Vecchi Dentro” fondammo l’associazione “Speed Arrow produzioni” che dava una struttura associativa riconosciuta legalmente al gruppo di lavoro. Abbiamo realizzato, prodotto e distribuito varie opere che variano dal videoclip musicale, al cortometraggio, al documentario, al reportage, abbiamo fatto collaborazioni e casting… Abbiamo conosciuto moltissime persone. I risultati sono stati molto buoni. Durante il periodo dell’associazione ho avuto l’opportunità di andare a ricoprire più ruoli; ora facevo il regista, ora il montatore, ora l’operatore, ora il direttore della fotografia. Io sono partito da un’idea di regia, ma sono arrivato a conoscermi attraverso più ruoli. Adesso sono approdato al montaggio; è la parte del lavoro che adesso trovo più interessante e stimolante.

Quali sono le difficoltà, al di là di quelle tecniche, che lo stare in provincia crea ad un ragazzo con velleità artistiche in ambito cinematografico? E cosa invece hai trovato di favorevole, per “fertilizzare” il terreno?
Il teatro e le compagnie teatrali sono state un bacino dal quale tirare fuori personalità interessanti; si sono creati bellissimi legami. Il teatro in questa zona è molto florido. Il cinema un po’ meno. È per lo più legato alla bellezza delle campagne sfruttate dalla pubblicità o da sporadiche megaproduzioni americane. Non c’è però un background per carpire informazioni ed esperienze. Noi ci siamo inventati da soli ed abbiamo imparato da soli, non c’era nulla – o poco – prima di noi. Per il resto le difficoltà economiche sono state un problema non da meno; in provincia c’è una maggiore resistenza da parte dei supporti degli sponsor. Siamo stati fortunati a trovare dei ‘fedelissimi’ che ci aiutano sempre. Ma è paradossalmente più facile trovare sponsor per uno spettacolo teatrale o un evento singolo che per una produzione cinematografica, sebbene nel secondo caso la diffusione e la visibilità sarebbe maggiore anche solo sfruttando la rete. Forse però lo stare in provincia ha stimolato con più forza quelle persone che si sono interessate al nostro operato e ne sono entrate a far parte, proprio per spinta centrifuga, per uscire dalla noia provinciale.

E siete usciti dalla provincia, fuori dal perimetro territoriale? In che modo?
Siamo usciti dalla provincia tramite i concorsi e le proiezioni, persino su alcune reti nazionali che si sono interessate a noi; su La3, su Sky e ComingSoon television, in seno a rassegne che venivano inserite nei palinsesti. Nel 2011 Teleidea ci dette uno spazio nel contesto delle programmazioni del Bravìo di Montepulciano, nel cui contesto girammo alcune clip e un cortometraggio (“Il Taglio” con regia di Filippo Biagianti, produzione di Niccolò Notario) che venne proiettato in diretta televisiva e in Piazza Grande prima della gara. Con il tempo ci siamo promossi sul terreno professionale. Alcuni di noi ce l’hanno fatta, e di questo sono contento.

Se osserviamo la tua personale produzione possiamo notare una forte presenza del cinema “di genere”, lontano dalle esperienze più “autoriali” dei cortometraggi. C’è molto del poliziesco, del western, del grottesco…
Stilisticamente non sono portato al genere comico, non mi va di far ridere. Tantomeno al romantico. Sono più legato al cinismo cinematografico. Mi piace sottolineare l’aspetto crudo della verità, degli atteggiamenti e delle persone. Mi piace anche sperimentare sul dinamismo del linguaggio e dei linguaggi. Mi sono trovato più portato a narrare le storie più cruente, legate alla realtà, che può essere ovviamente caricata, ma deve rimanere riconoscibile, immediata. Mi piace sì stirarla la verità, magari spettacolarizzare la violenza, ma rimango comunque legato ad un contesto reale; di sentimenti e atteggiamenti veri.

Hai fatto anche teatro…
Ho fatto due regie teatrali. Una “Voi che vivete sicuri nelle vostre case” per il giorno della memoria del 2010, presentato al teatro di Monticchiello, e “Lucky Luciano”, rappresentato nel 2012 al teatro degli Arrischianti di Sarteano, incentrato sulla figura del gangster italoamericano. Le basi di regia teatrale le ho apprese durante i corsi universitari del PROGEAS, nella facoltà di lettere e filosofia di Firenze, presso la quale mi sono laureato con una tesi sull’opera di Ugo Chiti, con il quale ho avuto modo di fare un tirocinio in teatro.

E per il teatro valgono gli stessi precetti estetici e stilistici che usi nel cinema?
La mia regia teatrale ha sicuramente subito l’influenza del cinema. Questo ha procurato delle cose che potevano essere lette o percepite male. Mi rendo conto per primo del mio aver adottato visioni diverse dal teatro tradizionalmente riconosciuto. Ho voluto ‘mettere a fuoco sul palcoscenico’, il che è un errore di base. Io sono abituato cinematograficamente ad imporre allo spettatore dove guardare; nel teatro la “messa a fuoco” della macchina non c’è, i punti d’attenzione vanno creati in modo diverso. Paradossalmente “Voi che vivete sicuri nelle vostre case”, del quale ho solo collazionato testi non miei che mi erano stati forniti e girava intorno ad una materia verso la quale non mi sentivo poi così adeguato, è stato apprezzato molto di più dagli addetti ai lavori rispetto al “Lucky Luciano” del quale mi sono state rimproverate alcune carenze. È strano come riescano meglio i lavori dove si è meno informati sui fatti.

Lo dice anche Sorrentino…
Certo! Quando si è presi dalla troppa foga e dall’interesse, e dall’amore per l’immaginario che si va a rappresentare, si perde il controllo e si rischia fi fare una schifezza. È una verità.

“Una preghiera per morire” è il lavoro più recente. Ce ne parli un po’?
Sì, è stato pubblicato in rete e distribuito in DVD, da pochi mesi. Nasce dal mio profondo desiderio di girare un western in Valdichiana e Val d’Orcia. Ero mosso dall’idea che in grandi spaghetti western sfruttassero locations in Sardegna e a Cinecittà. Mi sentivo “giustificato” e “autorizzato”da Sergio Leone ad avere questa follia in testa. Ho convinto il gruppo, che mi ha sostenuto da subito. L’associazione era da un po’ di tempo ferma e sentivamo tutti la necessità di risvegliare l’animi con un progetto ambizioso, per i nostri mezzi. Ho scritto la sceneggiatura con Laura Fatini, autorevolissima autrice teatrale. Hanno partecipato quasi cinquanta persone tra troupe e cast. Il set era un continuo viavai delle persone più disparate. Tutti i ruoli del cinema classico sono stati coperti. Il corto è stato molto difficile dal punto di vista tecnico organizzativo; le location sono state varie, è girato totalmente in costume, la sceneggiatura ha richiesto un lavoro scenografico non indifferente… Abbiamo avuto un fondamentale aiuto economico dagli sponsor e dai patrocini. Mai come in questo caso gli aiuti sono stati così importanti.

Adesso che intenzioni hai?
Sono appena tornato da Londra dove ho lavorato come freelance in ambito pubblicitario. Adesso sono finalmente entrato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, scuola alla quale puntavo da anni. A questo punto, a differenza alcuni anni fa, cerco di dare priorità alla mia vita professionale. L’associazione è ancora vivissima, ma per adesso non ci sono progetti in vista. Ora divulghiamo “Una preghiera per morire” poi si vedrà. Ma tornerò sicuramente a girare da queste parti. La voglia di realizzare altri lavori non mi è di certo passata…

UNA PREGHIERA PER MORIRE
(SpeedArrow Produzioni)

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