La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Autore: Tommaso Ghezzi

Diario di bordo di un soldato protagonista del 39°Cantiere di Montepulciano – Giorno1

Mancano quattro giorni alla prima de “L’Histoire du Soldat”. Per ognuno di questi quattro giorni cercherò di tenere un piccolo reportage non solo del percorso che lo spettacolo intraprende, ma…

image(1)Mancano quattro giorni alla prima de “L’Histoire du Soldat”. Per ognuno di questi quattro giorni cercherò di tenere un piccolo reportage non solo del percorso che lo spettacolo intraprende, ma anche e soprattutto, del clima che si respira durante i giorni del 39° cantiere di  Montepulciano.

I registi de L’Histoire du Soldat sono Jean Philippe Clarac e Olivier Deloeuil; due ingegnosi metteursenscène di Bordeaux – francesi solo di nascita, considerando che hanno girato i teatri di mezzo mondo, lavorando da una parte all’altra dell’oceano per anni – che hanno allestito questo gioiello itinerante, il quale toccherà le piazze di Montepulciano, Sarteano, Cetona e San Casciano dei Bagni dal 25 al 29 luglio 2014.

I lavori per il palco (un ring da boxeur, in tavole di legno) sono iniziati nella mattinata del 20 luglio. In una giornata, dal caldo asfissiante, è stato portato a termine, in modo da permettere agli attori di testare le tavole del plateau, in tarda serata.

Il diavolo sarà interpretato dall’ormai smaliziato Gianni Poliziani, e la ballerina sarà Blanche Konrad, talento assoluto del teatro danza, una meravigliosa ninfa tatuata la cui grazia dei movimenti è il tocco perlaceo alla scena.

Dopo due ore di prove in mattinata, quattro nel pomeriggio, e due dopo cena, le forze scemano ed anche le percezioni. imageL‘aria del centro storico di Montepulciano però è già densa di arie liriche, di sinuosi fraseggi musicali, battute di scena, sensazioni immaginifiche.

Mentre eravamo chiusi nelle stanze di Palazzo del Capitano, in teatro si è consumato il trionfo dell’ultima replica de l’ “Orfeo e Euridice” di Gluck, una meravigliosa opera-performance per la regia di Stefano Simone Pintor.
Il cantiere continua, e con lui tutto il flusso di immagini, parole e musica che lo compongono…

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I Baustelle in Piazza Grande: emozione per il ritorno della band poliziana

Riuscire a rendere la tempesta più tollerabile; l’obiettivo di base per chi ha iniziato a fare musica in provincia «quando ancora non c’erano i telefonini», come ha sottolineato Claudio Brasini…

Riuscire a rendere la tempesta più tollerabile; l’obiettivo di base per chi ha iniziato a fare musica in provincia «quando ancora non c’erano i telefonini», come ha sottolineato Claudio Brasini durante la nostra chiacchierata nel pomeriggio, è fondamentalmente questo. Certo i paesaggi della Valdichiana sono un po’ cambiati, con loro anche i percorsi della gente che li abita, ma le tempeste, gli obblighi e le oppressioni che spesso derivano dall’animo animale della provincia italiana, che li ha spinti a scrivere I provinciali nei tardi anni novanta, restano invariati. Loro, i Baustelle, hanno saputo dapprima subire, poi assorbire certe oppressioni riuscendole a metterle dentro le canzoni, parlando di questi luoghi come nessun’altro ha fatto mai. Probabilmente una maieutica spirituale, un rituale laico di elevazione e di coscienza; i Baustelle hanno esercitato la diretta traslazione figurata di uno stato ambientale della provincia contemporanea. Il 12 luglio duemilaquattordici, in Piazza Grande, a Montepulciano, i Baustelle sono tornati in patria.

Sarebbe limitativo dire che abbiano portato una tappa del tour di Fantasma, non si sono semplicemente “esibiti”, come solitamente li si può sentire in giro per l’Italia, quella di sabato è stata un’opera performativa totale, che ha coinvolto il cielo, le persone, i fantasmi chianini di ieri e di oggi. Il loro live arriva a concludere una giornata densa di incontri e avvenimenti, nel centro storico poliziano, in seno alla manifestazione “Luci sul Lavoro” che ha visto passare importanti personalità del mondo politico e imprenditoriale italiano.

Concludere il Fantasma Tour a Montepulciano determina una forza simbolica che varca la retorica ovvia del “ritorno a casa” della band poliziana; il disco è stato infatti inciso nei locali della Fortezza, a pochi metri dal duomo, sul sagrato del quale è stato allestito il palco, il cui organo liturgico è uno degli strumenti utilizzati per gli arrangiamenti delle tracce. È la fine di un ciclo, quindi; il disco viene finalmente suonato nel luogo in cui ha preso vita esattamente due anni fa, durante l’estate del 2012.

Proprio lo scorrere del tempo, concept centrale di Fantasma, è stato il contenuto implicito della scaletta scelta per il live; Il Futuro, Nessuno e Radioattività aprono la setlist con una rivelazione epifanica del negativo, tutta la tragedia del tempus edax, tutta la volgare e brutale voracità del passare degli anni, immesso in ogni singola parola scandita dagli ictus della melodia, a rimbalzare nelle pareti del palazzo comunale da una parte e del palazzo Contucci dall’altra, e definire così una vigoria evocativa sublimante, per tutti i presenti in piazza Grande.

Baustelle Foto di Carlo Pellegrini

Sulle battute finali de Il Corvo Joe, la pioggia inizia a battere, sempre più incalzante, sui master, sui monitor di palco, sui mixer, sulle luci. Non c’è niente da fare. I tecnici fanno cenno ai musicisti di fermarsi ed uscire dal palco. Il sagrato viene immediatamente coperto mentre la tempesta si abbatte sulla piazza, seminando il viavai generale del pubblico che cerca riparo sotto le tettoie, dentro i loggiati, nei bar, nelle osterie.

Il concerto si ferma. Rotto a metà. Come le storie d’amore di cui non riusciamo a credere la fine. Desertificato come il futuro di cui ci parla Bianconi, come le piazze in pieno inverno. Il rituale della maieutica interrotto dalla pioggia, l’epifania svuotata. La piazza si sgombra. Sul palco ci sono pozze d’acqua impossibili da asciugare. Il concerto non può ricominciare.

Dopo un’ora di attesa Claudio Brasini appare con la chitarra acustica già imbracciata sotto il loggiato di palazzo del capitano, insieme a lui il resto della band. In pochi attimi il gruppo viene circondato dai fan. È di nuovo concerto. Senza elettricità. Solo con le chitarre acustiche, una tromba e una percussione. Sotto le logge di piazza grande, durante la tempesta, come quando si faceva “chiodo” a scuola.

Ecco; nella situazione descritta Francesco Bianconi canta Le Rane. È questa composizione di contesto e azione che lascia assurgere la serata di sabato a dignità letteraria; Le Rane, il brano più esplicitamente collegato a quei luoghi, il brano più arrabbiato, e contemporaneamente frustrante e dimesso, nei confronti del tempo che scorre, il brano della doppia distanza, una fisica che divide Milano, la città della carriera e della maturità, dalla Valdichiana, luogo di impulso naturale primordiale, di inconscio puerile, ed una emotiva e temporale. Sotto quella pioggia battente i Baustelle si confermano cantori del nostro tempo, e del tragico della nostra quotidianità.

Sorridendo, Francesco invita il contenuto pubblico a dividere il canto tra maschi e femmine per Gomma, proprio come al liceo. Le nuvole rimangono a giacere sulla volta celeste, a tratti torna a piovere e ogni goccia sembra scandire il battiti di un futuro imminente.

C’è qualcosa di profondamente adolescenziale e smaliziato, profondamente cosciente dei propri mezzi e della propria indefessa disinvoltura, nell’improvvisare un unplugged sotto il loggiato di piazza Grande per i pochi rimasti a combattere il freddo, la tempesta, con i capelli arricciati dall’umidità, i cappucci del keeway stretti al mento e la sinusite incipiente. Mentre Rachele Bastreghi viene circondata dai flash fissi degli smartphone, che sono lucciole immobili, piccole fibre di luce che cercano d’illuminare i sentori dell’attimo, la sensazione è quella che pur combattendo la turpitudine delle abitudini di questi paesini da diecimila anime, loro per primi non hanno rinnegato – e non rinnegheranno mai – l’appartenenza netta a questa provincia.

Mai come questa volta i Baustelle sono riusciti ad incarnare la complessità di questa Valdichiana, spesso indicata come gretta, opprimente e dannatamente detestabile, ma che allo stesso tempo riesce a persuadere l’appartenenza della sua gente con il solo ausilio della sua incontrovertibile bellezza e la fa sentire parte del suo paesaggio allo stesso modo degli alberi, dei vigneti, dei campi di grano ai lati delle strade e delle rane nelle notti piovose d’estate.

Baustelle

Foto di Rachele Paganelli

Scaletta

Titoli di Coda

Futuro

Nessuno

Radioattività

I Provinciali

Cristina

Contà l’inverni

Monumentale

La morte non esiste più

La moda del lento

La canzone del Parco

La canzone di Alain Delon

EN

Il Corvo Joe

Sotto i portici

Gomma

Le Rane

La Guerra è Finita

Sergio

Charlie fa Surf

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Bettolle: Contraddizioni, polemiche e gioia per il Palio della Rivalsa

È difficile spiegare le competizioni paesane a chi non è del paese in cui queste hanno luogo. Ancora più difficile è spiegare una gara complessa e densa di rimandi simbolici,…

È difficile spiegare le competizioni paesane a chi non è del paese in cui queste hanno luogo. Ancora più difficile è spiegare una gara complessa e densa di rimandi simbolici, quale è quella di Bettolle, così affastellata di componenti e complessità; così intrigata e degna dell’epica più rocambolesca.

Bene; anche ipotizzando che l’interlocutore abbia capito le dinamiche del palio della rivalsa di Bettolle e i movimenti dell’anima che agiscono dentro lo spirito del contradaiolo bettollino, anche supponendo che il forestiero abbia capito tutti i rimandi storici e simbolici della gara e la sua funzionalità, è – credo – impossibile riuscire a spiegare ad un imperito cosa sia successo domenica 22 giugno, durante il XIX palio della Rivalsa, in Piazza Garibaldi a Bettolle.

C’è stato un vincitore. Forse due. Anzi c’è chi dice che siano tre, le contrade vincitrici. Altri dicono che non ha vinto nessuno. C’è invece chi sostiene che ad essere sconfitto è ormai l’inaridito tecnicismo del regolamento, troppo macchinoso e privo di fondamenti, che non tiene conto dei possibili risvolti dubbiosi che, in una gara così complessa, sono inevitabili.
È uno stato kafkiano di contraddizioni e polemiche quello in cui il paese galleggia da un po’ di giorni. Gli elementi primordiali dell’essere umano emergono da questa situazione rocambolesca; la rabbia che porta persone così composte e contenute durante l’anno, a inveire e sfiorare risse nel giorno del palio, la delusione che porta a gesti di stizza e parole ahimè fin troppo poco pesate. Tutto questo è la bellezza del vitalismo che si respira in quei giorni.

Ci tengo a precisare che parlo sia da contradaiolo, sia da persona neutra, posta in una posizione rialzata di analisi esterna; quella di banditore, che dall’alto di una terrazza è chiamato ad annunciare le contrade e le varie fasi del corteo e della gara che si svolgono in piazza Garibaldi. Posizione a mio parere privilegiata per quanto riguarda l’osservazione, ma molto spesso scomoda nei momenti in cui le affermazioni che siamo portati a declamare vengono contestate o creano dissenso – anche molto spesso rumoroso – nelle folle che sostengono i propri colori.

Ma il bello è anche questo.

Dal “Diario delle cose avvenute in Siena” di Alessandro Sozzini; “Il giorno 8 marzo 1553, Ascanio della Corgna, arrivato con la fanteria al poggio di Bettolle, dove si ergeva un castello con oltre 40 capanne di abitazione, vi attaccò fuoco e bruciò tutto”. Dalle Ceneri una nuova vita si è sparsa sul territorio bettolino. Con la forza e la partecipazione popolare, con la coscienza del disastro avvenuto e con la spinta propulsiva della ricostruzione. Come un moderno Fossombroni la percezione chiara che la palude non sia un limite ma la necessità, l’urgenza di bonificare. La storia del nostro paese è caratterizzata dalla ricostruzione; prima, dopo il fuoco, che Ascanio della Corgna appiccò al fortilizio di Bettolle, e successivamente dopo l’acqua stagnante della palude valdichianense.
Non c’è vita se non dopo l’emersione dai putridi e mefitici acquitrini, e non c’è vita se non quella che attraversa il fuoco. E a salvare il paese dalle fiamme sono:

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Con l’eleganza e la compostezza di chi sa assaporare le vittorie. Raffinata ed ostinata, sobria e grintosa. La contrada che si estende a Nord Ovest del paese, punto cardinale dell’orientamento toscano; qui si fondono le provincie di Siena, Arezzo e Perugia, qui si incrociano le due vie di comunicazione più importanti del centro Italia. Il vitalismo dei suoi colori rappresenta il richiamo al dinamismo distinto del suo paesaggio; la fascia territoriale che Pietro Leopoldo predilesse durante la visita nei luoghi della bonifica da lui avviata. Accurata e signorile; come la Villa – la Villa di Montemaggiore – che pur nascondendosi alla vista domina tutto il bassopiano circostante, così la contrada che oggi popola questa landa. Vincente a distanza di anni, come un memento della propria sottaciuta e non ostentata potenza, come a dimostrare senza sbavature la propria presenza incombente, capace di smuovere le torri e spegnere tutti i fuochi. Barocca e inafferrabile, entra in piazza con i colori rosso e verde, la Contrada di Montemaggiore!

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Ed ora, con i colori rosso e nero, la contrada della vetta, la cima della dorsale collinare sulla quale poggia il paese vecchio, il popolo ruvido e rumoroso del centro storico che con la forza e la determinazione tipica dei padronati è divenuto il più temuto tra i candidati alla vittoria. Dal 1100 è stato feudo della famiglia Cacciaconti che lo rese il fortilizio di confine tra i più importanti e contesi della toscana durante il medioevo. Ancora oggi illuminata, come l’ordine dei Cavalieri di Santo Stefano che abitavano la Real Fattoria della famiglia de’Medici, fulcro, cuore pulsante della vita di Bettolle, sgomina e impone il proprio sigillo, con i colori rosso e nero, incalza per le strade del paese la contrada del Poggio!

 

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La contrada campione in carica. La dimostrazione palese che la Nobiltà è saper attendere, che la Nobiltà è saper aspettare il sole per il quale nessuna notte è mai così lunga da impedire l’alba. E come il sole presente e vivo il grande popolo Post Nobiliare di Bettolle, dall’estremità a sud del paese, a circondare il tasso di nobiltà e di eleganza della Villa Cassatum Bettollarum concessa con privilegio dall’Imperatore Enrico II all’Abate di Farneta nel 1014 e successivamente ristrutturata dagli eredi del Conte Walfredo, che l’aveva ricevuta dall’Imperatore Ottone IV nel 1209. La cassazione della gioia. Giallo come il colore del Sole e della ricchezza spirituale primariamente che materiale, e blu come il colore del suo sangue; entra in piazza la Nobile contrada del Casato!

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Ad Ovest di Bettolle, lungo le discese e le risalite delle campagne della bonifica; la perfezione della ricostruzione; la palude che si fa terreno fertile, il disordine che si fa territorio colonico, cenere che si fa fuoco in un ciclo di passione gialla come l’oro e nera come la fatica per conquistarlo. Contrada di ritrovamenti di importanti reperti etruschi, di ville leopoldine, di ricchezza nascosta ma efficace. Contrada bifronte come il dio Giano, rappresentato nel suo stemma; la nobile semplicità e la quieta grandezza. Una delle più vittoriose del paese, storica contrada da battere da diciotto anni in pole position, da diciotto anni primeggia, impone la propria presenza con l’invidiabile albo d’Oro. Come Gaio Giulio Cesare, ha dominato la sua Battaglia di Zela, sbaragliando gli eserciti di Mitridate, venne, vide e trionfò. Sempre agguerrita, con i colori giallo e neri entra in piazza la contrada Capitana delle Caselle!

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Ed ora la contrada imbattibile, sempre in prima linea, tra le più vittoriose della storia del palio della rivalsa. Atleti teste di serie, esempio di determinazione e gioia della competizione, direbbe Annah Arendt. Paladini della bettollitudine, dell’appartenenza e della partecipazione del paesano e del contradaiolo alla vita attiva della preparazione al palio. Nel ‘700 era solo l’estensione a sud-ovest del territorio bettolino intorno al Podere della Sugheraia di proprietà del Conte Gualfredi della Valle. Nel rigido inverno 1944, nell’Italia dilaniata dall’occupazione tedesca, un manipolo di soldati della Wehrmacht abbatté un antico pino per avere legna da ardere e quindi riscaldarsi. Da allora la Ceppa del pino è diventata l’eponimo della contrada più maestosamente vincente di Bettolle. Signore e Signori, con i colori Bianco e Blu, entra in piazza la contrada della Ceppa!

Foto: Serena Novembri e Marco Roghi

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Bettolle il “Crocevia sulla Chiana”, mostra open source della Valdichiana

Da questa settimana la mostra “Crocevia sulla Chiana” è aperta al pubblico, in Piazza Garibaldi a Bettolle. I curatori siamo io, Tommaso Ghezzi, e Mattia Bianchi. Un primo assaggio è…

Da questa settimana la mostra “Crocevia sulla Chiana” è aperta al pubblico, in Piazza Garibaldi a Bettolle. I curatori siamo io, Tommaso Ghezzi, e Mattia Bianchi. Un primo assaggio è già stato configurato in occasione della manifestazione “La Valle del Gigante Bianco”, il 1° Giugno. Il resto della mostra “open source” – che tutti possono arricchire con propri materiali durante la settimana del Palio della Rivalsa e per tutto il mese Giugno – è da adesso visitabile.

Quello che vi propongo di seguito è un mio testo che accompagna le immagini della mostra, un viaggio che racconta luoghi, persone, vita, colori, pensieri e riflessioni dei tempi andati nella nostra terra: la Valdichiana.

“Ci sono tempi senza suono, in Valdichiana. Brevi segmenti esistenziali in cui non si sente. Niente. Non c’è altro da fare se non restare. Altro se non esistere, invaghiti dei colori dei tramonti, dei casolari in lontananza, le strade srotolate sulle curve femminee delle colline coperte di grano. Silenzi, che non sono silenzi: c’è il suono dei polmoni, la rigida scansione ritmica delle valvole cardiache, brutture foniche, biologie umane che si fondono con la terra, le nuvole, il perimetro dell’orizzonte. E poi i covoni, le rotoballe, ferme e silenziose ma che non sono silenziose. C’è un battito che sembra provenga da loro, e non da te, il sussulto di un petto indomito, bestiale, che è il loro petto. Il resto è tutto silenzio. Il silenzio dei cphoto1anali della bonifica, scorrono come graal di quiete. E c’è tutto anche se non c’è niente. E le anime sono soffi di spuma aerea, lanugini passeggere come l’infruttescenza del soffione. Dagli altopiani lo scorrere di queste maschere nella vita di provincia è un dono di semplicità. Ci sono già i lampi d’estate, e sono sipari che si alzano sulle forme primitive nel bel mezzo della modernità del mondo occidentale.

Lo sapevano i nostri padri di tutto quel rumore che si sarebbero trovati a creare. Lo avevano letto, il nostro futuro. Lo avevano letto negli occhi dei buoi, nel caldo afoso delle vigne a metà estate, nel rossore del frumento che a giugno riempie le strade. Sentivano anche loro i battiti. Il battito degli animali, così vicino come fosse quello del proprio cuore. Nel silenzio della campagna che non è mai silenzio, nelle albe di luglio, il sole che trafigge le pareti e viola il tempo, con l’incisione ineluttabile di un altro giorno che viene, e poi un altro e un altro ancora.
È domenica. Tardo giugno. Già si iniziava a dividere il grano dalla lolla. Ma la domenica mattina, all’uscita della messa, la produzione nei campi si ferma. Alla camiciola sporca da lavoro sostituiamo l’abito buono. Si va in piazza, a piedi, prima al bar, si aspetta che arrivino le ragazze, anche loro con il vestito buono. Le mani sudano, il fervore lascia trasalire. È un momento lisergico, tra la calura e l’amore che soffia per le strade di un’estate in divenire.
Era la prima metà degli anni ’60, l’Italia passava dal contado all’industrializzazione ad una velocità esponenziale, fin troppo esponenziale, impossibile da controllare.

Anche dove non sembra, il boom economico ha agito, si è insinuato nella morfologia delle aree agricole e le ha trasformate. Se nel 1950 il 25% delle strade statali nel paese non erano asfaltate, nel 1960 la percentuale scende al 4%. Alle biciclette si sostituisce l’auto, con la FIAT 600 e la 500 prima e la 1100 e l’Alfa Giulietta poi, la motorizzazione di massa invade tutti quei piccoli mondi rurali, vestiti di dolce incoscienza e placido isolamento. Nel 1964 la lingua d’asfalto che aveva iniziato a colare da Milano verso il Sud Italia tocca anche l’antico crocevia che acquista nuovo motivo d’essere, divenendo così lo snodo tra l’Autostrada del Sole e i raccordi che collegano Siena e Perugia. Amintore Fanfani, segretario DC e presidente del consiglio, corresse il progetto originario, che avrebbe dovuto varcare lo stivale più centralmente in territorio umbro, spostando verso Arezzo – si dice per favorire la logistica della sua città natale – il percorso dell’Autosole. La “curva Fanfani”, come venne ribattezzata di lì a poco, fece sì che l’A1 toccasse il piccolo centro in Valdichiana e lo riportasse ad essere un punto di intersezione.

Si ritorna in paese. E dal finestrino si stagliano i frammenti di una storia del tempo presente. O forse è passato. Chi può dirlo. Sono immagini eterne, come simboli sacri. Tutte le figure celano una religiosità laica. Come statue marmoree, eterne nella loro imponenza. C’è ferma eleganza nel loro prestigio, indubitabile grazia anche nelle sozzure, crismi di tangibilità”.

 

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“Una preghiera per morire”, il “Pici Western” di Niccolò Notario

Da qualche mese è uscito “Una preghiera per morire”, cortometraggio di Niccolò Notario, un “Pici Western”, girato tra Sarteano e Abbadia San Salvatore. Il nostro blogger Tommaso Ghezzi ha incontrato…

Da qualche mese è uscito “Una preghiera per morire”, cortometraggio di Niccolò Notario, un “Pici Western”, girato tra Sarteano e Abbadia San Salvatore. Il nostro blogger Tommaso Ghezzi ha incontrato il principale ideatore, regista e co-sceneggiatore del progetto.

Niccolò mi accoglie nel suo studiolo di Montepulciano Stazione con un abbraccio caloroso e una bottiglia di Moretti da 66. Le pareti sono tappezzate di locandine cinematografiche e teatrali. “Lo studio è in uno stato provvisorio” mi dice “Domani torno a Roma, sono in fase di trasloco”. Niccolò Notario è tornato da poco in Italia dopo un’esperienza lavorativa a Londra. Adesso vive tra Montepulciano e Roma, dove segue corsi al Centro Sperimentale di Cinematografia, il più autorevole tra gli istituti di formazione e ricerca nell’ambito della settima arte. Dopo una serie di cortometraggi e lavori volontaristici, inizia ad ingranare la marcia ed inserirsi negli ambienti lavorativi del settore. Dalle finestre di casa sua, la Valdichiana si staglia come una marea quieta, un rigido orizzonte nitido e ondulatorio che sembra in movimento per quanto appaia morbido agli occhi; è qui, nel cuore della provincia, che Niccolò ha mosso i primi passi nel mondo della cinematografia. Ha iniziato da adolescente autodidatta, animato dalla somma curiosità e dalla spregiudicatezza giovanilistica che, quando assecondata correttamente, si traduce in vocazione pura e finisce per diventare un mestiere. Niccolò ha definito un efficace modulo di coltivazione del talento e dell’interesse; ha costruito intorno a sé una rete fatta ora di amatori, ora di semi professionisti, tutti legati al territorio.

Niccolò, iniziamo con una banalità; come ti sei avvicinato alla regia cinematografica?
Fin da bambino ero affascinato dal cinema. Mio padre era un fanatico dei kolossal storici e degli spaghetti western, con i quali mi ha nutrito sin da piccolo. Progressivamente è nata la curiosità di capire le dinamiche della costruzione dei film. Ho iniziato a fare “lavoretti” domestici, piccoli lavori infantili, prime “prove” (sorride). La prima volta in cui ho scritto qualcosa con l’intenzione di girarla ero in seconda media; un horror. Una cosa trashissima, infattibile.

Quali sono state le tue prime fonti per l’approccio alla regia?
Le mie basi tecniche erano essenzialmente tutorial su internet, libri teorici, riviste. Il tutto in completa autonomia. Senza uno schema preciso. Programmavamo le riprese così. Giravamo molte cose senza l’ambizione di pubblicarle; molto spesso non le finivamo nemmeno.

Perché usi il plurale?
In prima superiore ho incontrato altre persone con le quali ho condiviso la passione per il cinema. C’è stata una convergenza di intenti. È nata una sintonia. Forse da solo non avrei mai continuato; trovare altre persone che ti supportano materialmente, oltre che emotivamente, con il lavoro, con le collette per comprare le attrezzature, è stato fondamentale per la prosecuzione di questa passione. Soprattutto per prendere seriamente i lavori che cercavamo di fare. Con il tempo ci siamo specializzati in vari campi d’azione; chi si concentrava sulla stesura delle sceneggiature, chi approfondiva il ruolo di operatore, chi recitava, ecc… questa squadra credo si sia conformata al tempo di un primo cortometraggio, che non è mai stato pubblicato, intitolato “Dell’amore del prossimo”. È stato un bellissimo momento in cui si creò un nucleo operativo, soprattutto dal punto di vista tecnico, per la fotografia, il montaggio, la scenografia, operatori di camera, regia. Inizialmente ci siamo aggregati entro associazioni locali, l’APE (Associazione Poliziana Eventi) in primis; sotto l’egida dell’APE abbiamo girato “Vecchi Dentro” che, pur avendo tutti i limiti del suo tempo e tutte le inesperienze del caso…

…è un cult!
E’ un cult! (ride). No a parte scherzi; con “Vecchi Dentro” il gruppo si è ampliato. Sono entrati in contatto attori delle varie realtà teatrali del territorio, anche nuovi tecnici, che hanno reso il gruppo ancora più vasto. Ha avuto un valore di aggregazione, se non altro. Per la prima volta noleggiammo materiale professionale. Insomma fu un bel banco di prova; sebbene tutti amatori dilettanti, ci demmo un’impostazione professionale nel lavoro. Ci ha fornito un metodo. Dopo “Vecchi Dentro” fondammo l’associazione “Speed Arrow produzioni” che dava una struttura associativa riconosciuta legalmente al gruppo di lavoro. Abbiamo realizzato, prodotto e distribuito varie opere che variano dal videoclip musicale, al cortometraggio, al documentario, al reportage, abbiamo fatto collaborazioni e casting… Abbiamo conosciuto moltissime persone. I risultati sono stati molto buoni. Durante il periodo dell’associazione ho avuto l’opportunità di andare a ricoprire più ruoli; ora facevo il regista, ora il montatore, ora l’operatore, ora il direttore della fotografia. Io sono partito da un’idea di regia, ma sono arrivato a conoscermi attraverso più ruoli. Adesso sono approdato al montaggio; è la parte del lavoro che adesso trovo più interessante e stimolante.

Quali sono le difficoltà, al di là di quelle tecniche, che lo stare in provincia crea ad un ragazzo con velleità artistiche in ambito cinematografico? E cosa invece hai trovato di favorevole, per “fertilizzare” il terreno?
Il teatro e le compagnie teatrali sono state un bacino dal quale tirare fuori personalità interessanti; si sono creati bellissimi legami. Il teatro in questa zona è molto florido. Il cinema un po’ meno. È per lo più legato alla bellezza delle campagne sfruttate dalla pubblicità o da sporadiche megaproduzioni americane. Non c’è però un background per carpire informazioni ed esperienze. Noi ci siamo inventati da soli ed abbiamo imparato da soli, non c’era nulla – o poco – prima di noi. Per il resto le difficoltà economiche sono state un problema non da meno; in provincia c’è una maggiore resistenza da parte dei supporti degli sponsor. Siamo stati fortunati a trovare dei ‘fedelissimi’ che ci aiutano sempre. Ma è paradossalmente più facile trovare sponsor per uno spettacolo teatrale o un evento singolo che per una produzione cinematografica, sebbene nel secondo caso la diffusione e la visibilità sarebbe maggiore anche solo sfruttando la rete. Forse però lo stare in provincia ha stimolato con più forza quelle persone che si sono interessate al nostro operato e ne sono entrate a far parte, proprio per spinta centrifuga, per uscire dalla noia provinciale.

E siete usciti dalla provincia, fuori dal perimetro territoriale? In che modo?
Siamo usciti dalla provincia tramite i concorsi e le proiezioni, persino su alcune reti nazionali che si sono interessate a noi; su La3, su Sky e ComingSoon television, in seno a rassegne che venivano inserite nei palinsesti. Nel 2011 Teleidea ci dette uno spazio nel contesto delle programmazioni del Bravìo di Montepulciano, nel cui contesto girammo alcune clip e un cortometraggio (“Il Taglio” con regia di Filippo Biagianti, produzione di Niccolò Notario) che venne proiettato in diretta televisiva e in Piazza Grande prima della gara. Con il tempo ci siamo promossi sul terreno professionale. Alcuni di noi ce l’hanno fatta, e di questo sono contento.

Se osserviamo la tua personale produzione possiamo notare una forte presenza del cinema “di genere”, lontano dalle esperienze più “autoriali” dei cortometraggi. C’è molto del poliziesco, del western, del grottesco…
Stilisticamente non sono portato al genere comico, non mi va di far ridere. Tantomeno al romantico. Sono più legato al cinismo cinematografico. Mi piace sottolineare l’aspetto crudo della verità, degli atteggiamenti e delle persone. Mi piace anche sperimentare sul dinamismo del linguaggio e dei linguaggi. Mi sono trovato più portato a narrare le storie più cruente, legate alla realtà, che può essere ovviamente caricata, ma deve rimanere riconoscibile, immediata. Mi piace sì stirarla la verità, magari spettacolarizzare la violenza, ma rimango comunque legato ad un contesto reale; di sentimenti e atteggiamenti veri.

Hai fatto anche teatro…
Ho fatto due regie teatrali. Una “Voi che vivete sicuri nelle vostre case” per il giorno della memoria del 2010, presentato al teatro di Monticchiello, e “Lucky Luciano”, rappresentato nel 2012 al teatro degli Arrischianti di Sarteano, incentrato sulla figura del gangster italoamericano. Le basi di regia teatrale le ho apprese durante i corsi universitari del PROGEAS, nella facoltà di lettere e filosofia di Firenze, presso la quale mi sono laureato con una tesi sull’opera di Ugo Chiti, con il quale ho avuto modo di fare un tirocinio in teatro.

E per il teatro valgono gli stessi precetti estetici e stilistici che usi nel cinema?
La mia regia teatrale ha sicuramente subito l’influenza del cinema. Questo ha procurato delle cose che potevano essere lette o percepite male. Mi rendo conto per primo del mio aver adottato visioni diverse dal teatro tradizionalmente riconosciuto. Ho voluto ‘mettere a fuoco sul palcoscenico’, il che è un errore di base. Io sono abituato cinematograficamente ad imporre allo spettatore dove guardare; nel teatro la “messa a fuoco” della macchina non c’è, i punti d’attenzione vanno creati in modo diverso. Paradossalmente “Voi che vivete sicuri nelle vostre case”, del quale ho solo collazionato testi non miei che mi erano stati forniti e girava intorno ad una materia verso la quale non mi sentivo poi così adeguato, è stato apprezzato molto di più dagli addetti ai lavori rispetto al “Lucky Luciano” del quale mi sono state rimproverate alcune carenze. È strano come riescano meglio i lavori dove si è meno informati sui fatti.

Lo dice anche Sorrentino…
Certo! Quando si è presi dalla troppa foga e dall’interesse, e dall’amore per l’immaginario che si va a rappresentare, si perde il controllo e si rischia fi fare una schifezza. È una verità.

“Una preghiera per morire” è il lavoro più recente. Ce ne parli un po’?
Sì, è stato pubblicato in rete e distribuito in DVD, da pochi mesi. Nasce dal mio profondo desiderio di girare un western in Valdichiana e Val d’Orcia. Ero mosso dall’idea che in grandi spaghetti western sfruttassero locations in Sardegna e a Cinecittà. Mi sentivo “giustificato” e “autorizzato”da Sergio Leone ad avere questa follia in testa. Ho convinto il gruppo, che mi ha sostenuto da subito. L’associazione era da un po’ di tempo ferma e sentivamo tutti la necessità di risvegliare l’animi con un progetto ambizioso, per i nostri mezzi. Ho scritto la sceneggiatura con Laura Fatini, autorevolissima autrice teatrale. Hanno partecipato quasi cinquanta persone tra troupe e cast. Il set era un continuo viavai delle persone più disparate. Tutti i ruoli del cinema classico sono stati coperti. Il corto è stato molto difficile dal punto di vista tecnico organizzativo; le location sono state varie, è girato totalmente in costume, la sceneggiatura ha richiesto un lavoro scenografico non indifferente… Abbiamo avuto un fondamentale aiuto economico dagli sponsor e dai patrocini. Mai come in questo caso gli aiuti sono stati così importanti.

Adesso che intenzioni hai?
Sono appena tornato da Londra dove ho lavorato come freelance in ambito pubblicitario. Adesso sono finalmente entrato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, scuola alla quale puntavo da anni. A questo punto, a differenza alcuni anni fa, cerco di dare priorità alla mia vita professionale. L’associazione è ancora vivissima, ma per adesso non ci sono progetti in vista. Ora divulghiamo “Una preghiera per morire” poi si vedrà. Ma tornerò sicuramente a girare da queste parti. La voglia di realizzare altri lavori non mi è di certo passata…

UNA PREGHIERA PER MORIRE
(SpeedArrow Produzioni)

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“Rovaniemi”, il “cumulo di pietre” di Carlo Barlozzo

Tommaso Ghezzi, il nostro nuovo blogger, commenta il secondo disco di Carlo Barlozzo “Rovaniemi”, o letteralmente “cumulo di pietre”. Carlo Barlozzo pubblica il suo secondo disco, dopo averci fatto assaggiare…

Tommaso Ghezzi, il nostro nuovo blogger, commenta il secondo disco di Carlo Barlozzo “Rovaniemi”, o letteralmente “cumulo di pietre”.

Carlo Barlozzo pubblica il suo secondo disco, dopo averci fatto assaggiare due inediti estemporanei (“Pesce d’Aprile” e “Un caffè e una brioche”) che già lasciavano intravedere una diversa attitudine rispetto a quella a cui ci aveva abituati, un’anima diversa in fase di perfezionamento. Il cantautore chiancianese è infatti oggettivamente cresciuto; e non solamente per addizioni temporali necessarie. Non è semplicemente l’esperienza lungo i percorsi definiti dallo scorrere delle emozioni e delle relazioni. Non sono solo i suoi 30 anni a donare autocoscienza e orientamento alla sua scrittura. La crescita è dettata dalla battitura di nuovi corsi, laddove non ci si aspettava mai di vederlo passare. Il sentiero dei nidi di ragno di Carlo Barlozzo è una rilettura totale dei sistemi compositivi, una ricerca profonda nei motivi e nelle urgenze che lo hanno portato alla stesura e alla registrazione di nuove canzoni.

Per chi lo seguiva dal suo esordio (“La meta” del 2011), “Rovaniemi” è una piacevole rivoluzione che toglie il grigiastro velo opaco da un’anima solidamente rock, per troppo tempo obbligata entro vesti strette, chiusa negli uffici legali a seguire gli ordini degli avvocati durante i praticantati. Totale è la svolta percettiva di ogni singolo elemento canzonettistico, prima così classico e pulito, così composto nella sua attenzione al rispetto celebrativo della tradizione cantautorale italiana, adesso al contrario così sporco nella scelta dei suoni, così impuro nel suo porsi al pubblico come cantautore pop.

I precetti musicali che sembravano imporsi nella composizione dei brani de “La meta” sembrano in gran parte superati. Il disco precedente è però fondamentale proprio perché fornisce uno spunto per la comprensione del nuovo lavoro, una modalità di ascolto differente; l’orecchio abituato alla canzone italiana classica è quello sul quale l’azione graffiante dell’impianto concettuale di “Rovaniemi” agisce con maggior efficacia. Per questo, forse, il titolo del disco è intelligentemente collocato ad esempio sintetico dell’intero lavoro. Come si legge sulla seconda di copertina, il nome Rovaniemi in finnico, significa “cumulo di pietre” o “roccia”; è il “villaggio di babbo natale”, quindi antonomasia di purezza infantile e bontà, che rivela altresì un’etimologia ruvida e – letteralmente – rock. Il concept è essenzialmente questo; parlare di sogni, di tensione alla felicità, attraverso i sassi più appuntiti, le rocce più grezze e ruvide.

Il disco si apre già in maniera musicalmente molto eloquente con “Le gabbie sono aperte”, come una liberazione dalle reti che definivano i vecchi perimetri. Una pura atmosfera western sergioleonica riempie l’incipit del disco da cui emerge, dopo una galoppata ritmica, “I cani”, seconda traccia e canzone-manifesto dell’opera.
Carlo Barlozzo dopo due anni non canta più l’amore ingenuo e superficiale, come il canone della canzone d’amore italiana esigeva, ma ci parla delle imposizioni con cui ha avuto a che fare, sia dentro l’ambiente musicale sia soprattutto fuori. La penna è più tagliente, più lapidaria, quasi arrabbiata. Le rime sono più decise anche se imperfette, sono più funzionali alla metrica della melodia sebbene asimmetriche. La maturità è determinata da una precisione irrazionale delle parole, che bucano come rocce la parete musicale con effetti tutt’altro che spiacevoli e scontati.

I testi di Carlo Barlozzo hanno acquistato una coscienza poetica superiore, una posizione definita e a suo modo sovversiva nei confronti dei canoni della canzone pop. Se ne “La meta” appariva la cover di “Una lunga storia d’amore” di Gino Paoli, simbolo puro della tradizione cantautorale di una volta, composta e pulita, in “Rovaniemi” appare, per contrappeso, “Giovanna Dice” di Federico Fiumani, emblema del rock underground italiano indipendente, antitetico rispetto al precedente.

Si ha la percezione di un “io narrante” che tenga insieme tutte le canzoni, non tanto prendendo la parola e dicendo “io” (“La terra vista dall’alto” e “Rovaniemi” e “Sotto il ponte” sono al contrario deliziose colate liriche impersonali), quanto permeando l’unità del disco di precisi caratteri e riferimenti; il protagonista di “Rovaniemi” è un impiegato, un pendolare – come per l’appunto esprime benissimo il titolo della traccia numero 3 intitolata “Il pendolare (un pugno di mosche)” – che prende sempre più coscienza di ciò che gli sta intorno, della vastità e della possibilità mondana, e rifugge le vecchie percezioni individualistiche tuffandosi nell’intensità e nella bellezza dell’esistenza, sciolto dai nodi che lo obbligavano in posizioni troppo statiche. Un tuffo nelle essenze popolari, nei ritmi vitali delle strade, delle piazze, anche quelle più fredde. Il disco si chiude con una ballata folk, che strizza l’occhio alla tradizione di musica popolare di strada, e funziona nella sua posizione finale come segno positivo e lucente.

Al progetto collabora una squadra di professionisti, musicisti straordinari, ormai consacrati, almeno nel panorama locale, gravitanti attorno alla “Stabbiolo Records” di Sarteano; una sezione di fiati con Paolo Acquaviva al trombone e Mirco Rubegni alla tromba, Gianluca Meconcelli alla batteria, Diego Perugini alla chitarra solista, che appare anche come autore della musica insieme allo stesso Barlozzo in alcuni brani e moltissimi altri ospiti che appaiono lungo le singole tracce. Il comando delle masse sonore e del mixing è invece di Ignazio Morviducci. Per i live set che seguono la pubblicazione del disco, alla band si aggiungono Igor Abbas alle chitarre, Gabriele Ricci al corno e Luca Bernetti al basso.

Carlo Barlozzo – Rovaniemi – 04 La Terra Vista Dall’Alto

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=eskEr-_LODY[/youtube]

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