«L’avanguardia è la cosa più vecchia che ci sia» usava dire Ennio Flaiano, accusato di aver usato un piglio fin troppo “ottocentesco” nella stesura della sceneggiatura de La Dolce Vita. Ugo Sani e l’Orchestrina Caffè Mambo, sembrano aver introiettato spontaneamente questa massima, presentando un disco tanto coerentemente passatista da raggiungere vette di contemporaneità che mai nessun Moog, nessun trigger, nessuna macchinazione digitale avrebbero mai potuto raggiungere. In un periodo storico nel quale persino negli ambiti della popular music si sta calcificando un “canone” (quasi fosse scolastico) inattaccabile e inamovibile, mentre le novità convergono verso modulazioni postmoderne di manomissione della tradizione, sdoganando e rovesciando retoriche, I Mestieri della Libertà – questo è il titolo del disco – suona come un’ode alla nike di Samotracia dopo il terremoto futurista, una chiara e netta affermazione delle forme “pulite” e “classiche” della canzone, dimostrando come anche i sistemi compositivi dei vari Gaber, Fossati, Conte, Bubola, e più recentemente Capossela – gli ‘istituti’ della canzone italiana – siano ancora serbatoi iridescenti, vivissimi, strutture che ancora hanno molto da dire e dalle quali ancora dovremmo molto acquisire.

Invece di cadere nel manierismo e nella riproduzione fedele di schemi fissi, I Mestieri della Libertà parla al circostante, centra corde caldissime del presente. Pur nella sua forte marcatura novecentista, parla al nostro tempo, giustifica e riqualifica dei sentori sempiterni. Se l’arte si rigenera per cicli, ci troviamo in un pieno rappel à l’ordre, in cui le forme metriche tradizionali, le strutture-canzone del passato, si rivestono di forza espressiva ulteriore, e tornano a ribadire fondamenti ideologici umanistici, che sembrano fin troppo opalizzati e verso cui l’umanità tutta dovrebbe tornare a riflettere.

Ho incontrato Ugo Sani ed ho intavolato una piacevole conversazione che riporto di seguito:

Dalla copertina de I Mestieri della Libertà si nota che insieme a Ugo Sani e a l’Orchestrina Caffè Mambo, appare un “& Co.”. Com’è composta attualmente, quindi, la compagine della band che ti accompagna?

«Della OCM originaria sono rimasti tre elementi: Simone Bruschi, Marcello Rossi e Giulio Piero Baricci. In origine con noi suonava Luciano Brigidi, ma la sua presenza fissa era messa in discussione da molteplici impegni esterni. È arrivato poi Mirco Rubegni che ha dato un’impronta completamente diversa con la tromba. In più sono intervenuti musicisti bravissimi come Luca Ravagni, Franco Fabbrini e Diego Perugini, che ho sentito suonare quando faceva il quinto ginnasio, a teatro, in uno spettacolo sulla scoperta dell’America e ho subito capito che me lo sarei ritrovato anni dopo come musicista affermato. E così è stato. Nonché c’è Alessandro Cristofori, che è intervenuto in maniera ingente sui brani.»

Parli di “Orchestrina Caffè Mambo originaria”, da quanto tempo dura il percorso di questa band?

«L’Orchestrina Caffè Mambo nasce come cover band di Paolo Conte. In realtà abbiamo cominciato a fare Conte quando ancora ci chiamavamo “Hemingway Band”. Il nome Orchestrina Caffè Mambo venne fuori nel momento in cui privilegiammo quei brani che facevano risuonare atmosfere sudamericane, come pure sono presenti in Conte, e che poi ritrovammo in Capossela. Questa era diventata una costante. La ricostruzione del Mocambo, il caffè sudamericano… in più aggiungemmo l’apposizione Orchestrina per recuperare atmosfere di un tempo remoto…»

I mestieri della libertà è un florilegio di brani scritti lungo un ampio lasso temporale…

«Considera che Rumba Flambé, il brano che abbiamo lanciato con un videoclip, ha venticinque o trent’anni. Ho messo insieme tutti questi quattordici brani ed ho notato che avevano un tema comune, quello della libertà.»

Prima hai citato Conte, e questo già giustifica gli echi contiani in “Ventotene”, “Chimera” e in “Bellaguida”…

«Bellaguida non è un brano mio – forse la più contiana di tutte –  ma è l’unico pezzo che non è mio ed è un brano scritto da Piero Baricci…»

Oltre a Conte ci sono tante cose: il Carbonetti è molto Gaberiana, che va a costruire una mitopoiesi del piccolo mondo…

«Gaber è citato una volta esplicitamente, proprio ne I Mestieri della Libertà: «la libertà è il riso amaro di Gaber», ma anche un’altra volta, non apertamente, uso una sua espressione, anche se parliamo di un cantautore le cui formule sono entrate nel linguaggio comune: in Vecchia Europa canto «fatti uno shampoo e tirati su». Un ovvio richiamo allo storico brano.»

La maggior parte dei brani sono lirici. C’è un io che racconta. Chi è questo io che parla?

«Sono io, no? (ride) Guarda, io considero autobiografico tutto quello che scriviamo. Tutto. Io parto da questo presupposto. Anche quando ad esempio ho composto Parabolè, il mio primo disco… Parabolè è costruito quasi completamente su testi letterari di altri autori. Accanto a brani di cui ho piena paternità ho messo canzoni che elaborassero testi collazionati dalla letteratura che più ho amato, da Calvino a Borges. Ecco azzarderei che perfino quei testi, che di fatto non sono interamente “miei”, io li considero autobiografici. Se non altro perché sono parole che ho fatto mie. Sono pezzi della mia vita. Quello che sono è stato definito anche e soprattutto grazie alle cose che ho amato. Grazie alla formazione culturale che ho avuto. Una personalità si costruisce per tante tessere, e sono proprio queste tessere che credo tornino nelle canzoni.»

La matrice delle tue composizioni è per gran parte letteraria…

«Ci sono opere che ti aprono orizzonti nuovi, su tutti i fronti. Quando ho letto Sentinella di Fredric Brown, ad esempio, che racconta la diversità in un modo completamente diverso da qualsiasi altra argomentazione, rovesciando il punto di vista e mettendo in crisi il lettore, ho percepito una scossa che molto spesso mi ritorna in mente quando scrivo, ma più in generale ogni volta che cerco di elaborare un pensiero: quando il soldato che narra e nel quale ci si è identificati, descrive l’alieno che ha ucciso con «la pelle di un bianco ributtante e senza squame» e si capisce evidentemente che a parlare non è stato un essere umano, ma un marziano. Queste sono cose che ti rimangono impresse, e che non puoi dimenticare. Ecco, non ho mai goduto di un testo come semplice elemento letterario fine a sé stesso…»

…ma entra tutto nel paradigma individuale.

«Esatto.»

Nei tuoi testi è presentissima molta metrica tradizionale. Tra le tue letture di poesia “silenziosa”, invece, cosa c’è?

«Tra i miei amori c’è Montale. Ma, senza dubbio, anche Caproni. La prepotenza metrica che puoi aver notato nel disco è una deformazione professionale. Ho fatto lettere classiche, ed ero ossessionato dal ritmo del metro antico. Tu, hai fatto il classico?»

Malauguratamente sì…

«Però devo aggiungere una nota. A partire dagli anni ottanta io ho smesso di ascoltare musica d’oltreoceano e ho scoperto Paolo Conte. Il mio mondo musicale si è formato più sulle canzoni che cantava mia mamma, che sulle canzoni dell’età del liceo, negli anni sessanta. Io ho cominciato a suonare a cinque anni. Strimpellavo al piano le canzoni di Fred Buscaglione. Quando è morto facevo la scuola media. Avevo una passione tale per Buscaglione che quella mattina mia madre non mi disse nulla, per non turbare il mio equilibrio e la mia serenità. Dal punto di vista metrico ciò che più mi ha condizionato è quel periodo. L’età dell’infanzia è importantissima per acquisire ritmo e metrica. Il canto di mia mamma è stato molto più importante dello studio dell’esametro.»

Ci sono due citazioni in fraseggio, in apertura e in chiusura del disco: La Marsigliese in I Mestieri della Liberta e Fischia il Vento in Tanaliberatutti. Nel disco, quindi, aleggia anche una percezione ideologica di libertà?

«Sono approdato al pensiero debole, da un po’. (ride) Ogni libertà proposta ideologicamente mi sembra si sia rivelata amaramente fallimentare. La libertà vera, probabilmente, non è una struttura programmata ma un attimo fuggente. Qualcosa di impalpabile. Qualcosa che avverti ma che ti sfugge subito di mano. Questo concetto è espresso in maniera forte in un brano del disco che si intitola Chimera, che non a caso è più musicale che cantato. Chimera è costruita su immagini giustapposte, sfuggenti, correlativi oggettivi della libertà: «la radiocronaca di De Zan» dell’arrivo di una tappa o «la criniera di Varenne».  Spero che questo, in positivo, dia risposte alle domande che vengono poste quando si parla di libertà. Certo, appare un po’ di amarezza di tanto in tanto, ma spero sempre di consegnare la malinconia, che da questa fugacità si produce, senza drammi e senza pesantezza.»

Possiamo considerarlo un disco di impegno o di – passami il termine – poesia civile

«Oddio,  guarda, io ho avuto passione politica da sempre. Ecco Fischia il Vento e la Marigliese che citavi, sono riferimenti estetici, e in qualche modo ricalcano quel senso di fuggevolezza. Stiamo parlando di ideali e sogni di libertà molto forti, che sono stati amati fino a sacrificare vite di esseri umani lungo la storia, ma che non so quanto siano veramente riproponibili oggi.»

In Chi Glielo Dice agli Americani parli di «scampoli usati di democrazia» che gli USA hanno esportato in tutto il mondo. Ecco, questo sentimento di sfiducia nei confronti del modello democratico occidentale è oggi molto sentito. Pare che quasi il 40% degli europei – secondo dati di un sondaggio che, come tutti i sondaggi, va preso con tutte le cautele del caso – auspicherebbe il ritorno di un “uomo forte”, che prenda le redini dei paesi per tirarli fuori dalla miseria in cui stagnano. Mi è venuta in mente l’anaciclosi di Polibio, il circuito che dal rovesciamento delle monarchie, passerebbe una serie di step per poi ritornare allo stadio governativo originario…

«… certo, dalla tirannia all’oligarchia e poi dalla democrazia all’oclocrazia, fino ad un ripristino della monarchia…»

Stiamo vivendo veramente un “superamento” della libertà? Come si può uscire, ideologicamente, da tutto questo?

«Ormai la libertà credo vada ricercata in momenti di sensibilità individuale. In piccoli barlumi quotidiani. Frammenti di libertà intuita e perduta immediatamente. In un verso dico «la libertà ha mosso il passo alla storia di ieri, ma ha spento i sogni a qualunque utopia», come a voler ribadire che la libertà esiste solo quando non c’è, esiste solo in quanto valore utopico. È un anelito, uno slancio, un ricordo, nient’altro.»

È più il tendere-a che l’esercitazione stessa…

«Quando si pensa di averla conquistata si trasforma in una nuova schiavitù. Così come ho descritto il modello americano in Chi glielo dice agli americani, che ha trasformato la liberazione in un trionfo del consumo.»

Io sono nato tre mesi prima del crollo del  muro di Berlino e ho sempre visto gli anni Sessanta e Settanta come una Golden Age, con un sacco di possibilità, florescenza culturale e musica bellissima…

«Eh, sei nato alla fine della storia…»

Esatto. La mia generazione è cresciuta in un mondo amorfo, orfano degli orizzonti ideologici che invece hanno sorretto, nel bene e nel male, il mondo vissuto dalle persone nate nei decenni prima di me. L’universo culturale nel quale sono cresciuto si è fluidificato sempre di più e i riferimenti che hanno edificato la mia formazione, così come quella di molti miei coetanei, appartengono a nomenclature e linguaggi speculari al passato, ormai scarnificati, privi di conferme oggettive. Chi c’è stato prima, invece, come vive il metro di paragone tra vecchio e nuovo mondo?

«Ahimé, mi sono iscritto all’università nell’anno accademico 1967-1968. Facoltà di Lettere. In una città tranquilla, com’era Perugia, ma non esente da conflitti. Uscivo dalla facoltà con la barba e l’eskimo, segnali inequivocabili di appartenenza politica. Perugia era tranquilla, ripeto, ma il clima era teso ovunque. Sono stato un “bersaglio” dei fascisti più volte. Una volta ho persino usato una chiesa per nascondermi, come “rifugio politico” (ride) … questo per dire che anche Perugia nel suo piccolo ha avuto importanti scossoni. Tutta l’Italia era coinvolta. Alla tua domanda, rispondo dimostrandoti quanto in realtà non fosse tutto così piacevole come immagini. Era un mondo con altrettante contraddizioni. Il primo schiaffo ai concetti di egualitarismo che perseguivo, l’ho avuto durante un’assemblea studentesca. Nei collettivi era tutto abbastanza incontrollabile. Si fingeva che non ci fossero capi, in realtà c’era una leadership fortissima e anche abbastanza esclusiva. I capi avevano diritto di parola, non volava una mosca durante i loro interventi. Quando chiedeva la parola qualcun altro, invece, non c’erano più orecchie ad ascoltare.

Il secondo shock l’ho avuto durante un autostop. Ti lascio immaginare la difficoltà con il sistema dei trasporti di allora, spostarsi dalla val d’Orcia fino a Perugia. Il sabato pomeriggio poi lo dedicavamo alle prove del gruppo e dovevamo arrivare nel chiantigiano, sempre con l’autostop. Ricordo un giorno di giugno, uno di questi tragitti. Era caldissimo. Passò un camion di braccianti agricoli, che tornavano da lavoro. Ce n’erano un po’ seduti sul cassone e ci videro. Rallentarono un po’. Noi pensammo «ecco, questi sono lavoratori e noi siamo studenti. Il movimento studentesco e la classe operaia si aiutano a vicenda!». Questi invece, ci fecero un numero à la “Vitelloni”, come Alberto Sordi nel film, però a ruoli rovesciati. Ci urlarono contro alcuni insulti e ci abbandonarono. Lì capii che, probabilmente,  quel carico di speranze che nutrivamo verso un cambiamento agognato era destinato a frantumarsi.»

I Mestieri della Libertà è comunque un disco che definirei “novecentesco”, ma che cos’è per te la modernità?

«A me non piace l’idea di “contemporaneità”. Tende ad essere, appunto, contemporanea e a non durare. A mio parere la modernità consiste nel non avere alcun pregiudizio. Io non credo allo stile. Perché molto spesso si tratta di ripetizione di un qualcosa di già fatto. Diventa ripetizione di approdi sicuri. Io da questo vorrei uscire. Mi sembra di riuscire a farlo non restando sempre sul cliché. Uno dei miei amori musicali è Randy Newman, conosciutissimo per le colonne sonore di alcuni celebri film. Chi ha comprato i suoi dischi per cercare quello stesso risultato negli altri brani, è rimasto deluso. Negli stessi dischi, ma in generale in tutta la sua produzione, non c’è nulla di coerente. Ecco, lui è un esempio di libertà compositiva assoluta.  La rottura rispetto allo stile, la rottura rispetto al codice definito, ecco cos’è la modernità.»

Dall’ascolto del disco si percepisce un messaggio di accusa morbida e di ammissione di colpe generazionali. È come se Ugo Sani, con i suoi musicisti, più o meno coetanei, amici di una vita, avvertisse la piena responsabilità del contemporaneo. Le piene contraddizioni dell’attualità, la devastazione dei codici e le aberrazioni espressive, le banalizzazioni del dibattito politico e l’inefficienza generalizzata dei beni condivisi – deprecabili – non sono causati da un’eventuale disattenzione delle giovani generazioni (i millenials, fa bene ricordarlo, saranno la prima generazione della storia ad essere più povera di quella dei padri), ma da cesure interne alla loro generazione, i cui indici di fallimento e aberrazione ideologica, possono essere riscontrati nell’utilizzo deviato di una libertà scialacquata, nell’empietà e negli errori dei Senior. «La libertà certe volte / ha l’aria di un lager / tutti in colonna per l’ultimo Ipad».

Certo sarebbe ben poco autorevole un monito urlato da un ventenne sciolinante assonanze e omofonie su basi trap, così come resterebbe autoreferenziale – dal punto di vista anagrafico – un rimprovero punk; quale forma migliore quindi del linguaggio canzonettistico, che non teme di apparire esautorato, banalizzato o rattoppato – e che di fatto non lo è – che non teme neanche di mescolarsi alle chitarre elettriche e ai synth? Quale forma migliore per veicolare un messaggio tanto potente e tanto straziante, come quello espresso nella title-track: «La libertà è vernice che grida sui muri / poi un’altra mano la copre e fa pulizia /la libertà ha fatto mille mestieri /compreso quello di schiacciare la mia» ?

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