La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: tommaso ghezzi

Sonia.

Sonia rutila al sole e sfoglia le analisi cartacee scorrendo il dito sui valori della VES. Non fa che deglutire. Ha aperto bocca solo per chiedere se fosse aperto il…

Sonia rutila al sole e sfoglia le analisi cartacee scorrendo il dito sui valori della VES. Non fa che deglutire. Ha aperto bocca solo per chiedere se fosse aperto il baule, scaricando i suoi cinquantasei chili sulla maniglia del trolley, quando alla stazione di Chiusi-Chianciano Terme è stata raggiunta dall’auto dopo un’ora di attesa. Lui non l’ha ancora guardata negli occhi, quando chiude la rotonda in direzione del casello dell’A1. Guida con i polpastrelli; lo sterzo scotta ancora, nonostante la sosta all’ombra, e i punti d’intonazione della radio perdono di aderenza alle orecchie, ad ogni colpo di vento dai finestrini. «Dimmelo, eh, se ti dà fastidio, ché accendiamo l’aria…». La curva del naso di lei protende oltre il velo biondo cenere dei capelli, fino a poche settimane prima decisamente più lucidi, nella leggera decolorazione del balayage. «No, non ti preoccupare» dice Sonia «Ci sono abituata». Lui non dice niente. Sono soltanto in due ed entrano in autostrada, in un giorno di pieno agosto, con i fotoni solari dritti sul nero melanite micalizzato, che infervora di centigradi gli interni e il circostante.

Era poco più di un anno che non andavano a letto insieme, ma lui sembrava ricordarsi ancora a memoria ogni centimetro di lamina cellulare, ogni singola porzione del suo strato corneo, ne aveva baciato in lungo e in largo gli umori, con il caldo e il freddo delle notti lungo il rincorrersi delle stagioni. Poteva ancora indovinarle le forme, sotto il bianco del caftano, ora che con le braccia incrociate sul ventre voleva avvilire la sua femminilità. Per brevità potremmo dire che – – era ancora innamorato. «Come stai, Sonia? Perché non dici niente?» chiede, con insistenza passiva. «Come vuoi che stia?». Non ha ancora abbassato il volume dello stereo e immagino non abbia la minima intenzione di farlo. Cachaça e luna piena / con te in una favela. Lui forza gli angoli della bocca e si rosicchia l’interno della guancia.   

Lei scoppia a piangere e l’imbarazzo ingenuo dell’ultima mezz’ora si trasforma in panico. La quiete è rotta dai nitriti di pianto che straziano il microclima dell’abitacolo. Siamo solo all’uscita Bettolle-Valdichiana ed è già esploso un qualche tipo di dolore.

Sono almeno dodici minuti che lui cerca di intuirle lo stato d’animo con delle brevi occhiate.  «Vuoi parlarne?» azzarda e si porta l’unghia dell’indice sotto il molare. «Non ti mangiare le unghie» dice lei, spalmandosi le lacrime sugli zigomi. «Non mi mangio le unghie» cerca di rispondere «Mi tolgo solo le pellicine dal pollice», dice. Hanno superato l’area di sosta di Lucignano e lui nemmeno ha chiesto se volesse fermarsi.  Amami come se fosse l’ultimo giorno / sposteremo il mondo. Vorrebbe uscire a Monte San Savino, accostare nel parcheggio della “Le Mirage”, saltarle addosso e dirle che l’ama. Supera l’area di servizio di Badia al Pino. Poi supera l’uscita di Arezzo. Vorrei andare in un posto diverso / Ultimamente me ne frega un terzo / Sai quanto me ne importa di una casa in centro?

«Ma a Firenze in che zona lavoravi?» prova così ad intavolare una conversazione, durante il pasto all’Autogrill Arno Est. «A Novoli, ma abitavo a Calenzano, in una casa con altre sei». Ogni sillaba è per lui una coltellata. «E ora lo sai dove ti portano?» chiede. «No, macché» e addenta la Rustichella. «ora lavoriamo nelle case, che c’è la nuova ordinanza in città, lo sai?». Lui annuisce involontariamente. «Ultimamente non ho capito più niente. Mi è cambiato il tempo, mi sembra che le settimane durino attimi, non parlo più con nessuno», lo sfogo verbale è un canale che esonda, mentre lui ancora cerca di non soccombere al peso dei suoi occhi puntati contro. Lei capisce tutto: «avessi avuto un lavoro» conclude allora, «secondo te farei quello che faccio?».

Il cartellone in forex fuori dall’Autogrill suggerisce una redenzione: “Sei in un paese meraviglioso”. Lo sguardo di lei tocca la morbidezza degli spigoli in legno che contornano la cartina, i segmenti laser che tagliano la Valdichiana tra Montepulciano, Cortona e Pienza e sembrano ferirla; come un rasoio le tagliano la gola, violata da un fiume di catrame fino al ventre verde-ocra che è il Valdarno, una terra che ribolle, sotto i quaranta gradi di agosto, nel pancreas della Toscana. «Sei in un paese meraviglioso» dice specularmente lui, convinto di essere simpatico, a quattro metri e mezzo da lei che in gola si sente un persico di lago vivo. «Dai, almeno sei circondata da città d’arte, da paesaggi che ci invidia il mondo…» eccola che si volta, dopo le classiche parole di troppo che erano uscite dalla bocca del maschio – sempre di troppo e sempre troppo tardi per capire –  e rimontano in macchina. Portami giù, dove non si tocca / dove la vida è loca.

Pochi chilometri dopo Firenze Sud – non necessariamente della stessa estate – lui tira il freno a mano in un parcheggio. Ad aspettarla c’è un’altra Audi, d’un blu palais effetto perla. I lampioni rovesciano i chiaroscuri delle curve e brillano sui riflessi. Prima di aprire la portiera lei lo guarda per un paio di frazioni. Lui ha la bocca allentata dalla cervicale, sbronzo di sentimenti incomprensibili e veramente non sa che cosa dire. Il muro tra loro è ormai cresciuto come crescono le mangrovie e quasi, pur fissandosi negli occhi, non riescono a vedersi. L’ho pagata sulla pelle e non mi ha dato il resto / e la sera i locali chiudono troppo presto. Lei scende da sola e prova ad aprire il portellone posteriore per prendere la valigia, ma la chiusura centralizzata rallenta la procedura. Eccolo intervenire, allora, e la aiuta a scaricare il bagaglio. «Io, Sonia, non ci posso fare niente», dice mortificandosi. «E perché? Ti ho chiesto qualcosa, io?». La risposta sta tutta dentro un’emissione di fiato. Lui ruota le spalle di centottanta gradi, verso la macchina, e s’immagina di sentirla singhiozzare mentre già se ne sta andando. Sto partendo, sta a te non perdere il treno / se vuoi prendi la mano e vieni con me / se no bye bye. Per dieci minuti tiene la testa rivolta verso lo svincolo entro il quale l’ha vista andare via, poi forza il cambio sulla prima e con le pliche della gola spinge la saliva verso il plesso solare, dove sente materializzarsi tutta la consistenza della sua codardia. Pensa alla soddisfazione di somministrare consigli ai figlioli, sotto lo sguardo compiaciuto di sua moglie, nel caldo di una cena domestica, mentre nella sua immobilità, nella sua cupa inferriata borghese, utilizza dipendenze o millantate disabilità emotive per lasciarsi scorrere la vita addosso. Con l’indice ancora tremolante, tanto quanto il petto, preme il pulsante del telefono. «Siri, indicazioni per Castiglion della Pescaia», dice. Tira fuori dal cruscotto una Davidoff, che per smettere di fumare c’è sempre tempo. «Ecco le indicazioni per Castiglion della Pescaia» risponde Siri, da dentro lo smartphone. In fondo è ancora Agosto. Può ancora andare a godersi i suoi due figli, che sono dalla madre ora, nella quiete estiva della riviera maremmana.  «Ce n’è ancora di tempo» pensa, lui «prima che i corvi finiscano di divorare le verbene». Ci resta ancora tutta la vita per una scusa / per volare in autostrada / e in radio musica cubana. Ed è già in quinta, stabile sui centoquaranta, lungo l’Autostrada del Sole.

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Pareti di Carta

“Pareti di Carta” è il nuovo format letterario di Tommaso Ghezzi: incontro e intervista con un autore, letture dal vivo e accompagnamento musicale. Un appuntamento imperdibile per tutti gli amanti…

“Pareti di Carta” è il nuovo format letterario di Tommaso Ghezzi: incontro e intervista con un autore, letture dal vivo e accompagnamento musicale. Un appuntamento imperdibile per tutti gli amanti della lettura, uno spazio di condivisione e confronto sulla letteratura contemporanea in una serie di eventi sul territorio della Valdichiana!

Pareti di Carta: secondo incontro

Intervista a Marta Zura-Puntaroni, autrice di “Grande Era Onirica” (Edizione Minimum Fax).
Venerdì 26 Maggio 2017 dalle ore 19 presso il brewpub Miglio Verde, Via II Giugno 4/A, Abbadia di Montepulciano. Con letture di Francesca del Zoppo e accompagnamento musicale di Fabio Bliquo.

Pareti di Carta #2 – “Grande Era Onirica” di Marta Zura-Puntaroni

Pareti di Carta: primo incontro

Intervista ad Alessio Cappelli, autore di “Abrivado” (Edizioni Augh!).
Venerdì 28 Aprile 2017 dalle ore 19 presso il brewpub Miglio Verde, Via II Giugno 4/A, Abbadia di Montepulciano. Con letture di Francesca del Zoppo e accompagnamento musicale di Fabio Bliquo.

Pareti di Carta #1 – “Abrivado” di Alessio Cappelli

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“I mestieri della libertà” – Intervista a Ugo Sani

«L’avanguardia è la cosa più vecchia che ci sia» usava dire Ennio Flaiano, accusato di aver usato un piglio fin troppo “ottocentesco” nella stesura della sceneggiatura de La Dolce Vita….

«L’avanguardia è la cosa più vecchia che ci sia» usava dire Ennio Flaiano, accusato di aver usato un piglio fin troppo “ottocentesco” nella stesura della sceneggiatura de La Dolce Vita. Ugo Sani e l’Orchestrina Caffè Mambo, sembrano aver introiettato spontaneamente questa massima, presentando un disco tanto coerentemente passatista da raggiungere vette di contemporaneità che mai nessun Moog, nessun trigger, nessuna macchinazione digitale avrebbero mai potuto raggiungere. In un periodo storico nel quale persino negli ambiti della popular music si sta calcificando un “canone” (quasi fosse scolastico) inattaccabile e inamovibile, mentre le novità convergono verso modulazioni postmoderne di manomissione della tradizione, sdoganando e rovesciando retoriche, I Mestieri della Libertà – questo è il titolo del disco – suona come un’ode alla nike di Samotracia dopo il terremoto futurista, una chiara e netta affermazione delle forme “pulite” e “classiche” della canzone, dimostrando come anche i sistemi compositivi dei vari Gaber, Fossati, Conte, Bubola, e più recentemente Capossela – gli ‘istituti’ della canzone italiana – siano ancora serbatoi iridescenti, vivissimi, strutture che ancora hanno molto da dire e dalle quali ancora dovremmo molto acquisire.

Invece di cadere nel manierismo e nella riproduzione fedele di schemi fissi, I Mestieri della Libertà parla al circostante, centra corde caldissime del presente. Pur nella sua forte marcatura novecentista, parla al nostro tempo, giustifica e riqualifica dei sentori sempiterni. Se l’arte si rigenera per cicli, ci troviamo in un pieno rappel à l’ordre, in cui le forme metriche tradizionali, le strutture-canzone del passato, si rivestono di forza espressiva ulteriore, e tornano a ribadire fondamenti ideologici umanistici, che sembrano fin troppo opalizzati e verso cui l’umanità tutta dovrebbe tornare a riflettere.

Ho incontrato Ugo Sani ed ho intavolato una piacevole conversazione che riporto di seguito:

Dalla copertina de I Mestieri della Libertà si nota che insieme a Ugo Sani e a l’Orchestrina Caffè Mambo, appare un “& Co.”. Com’è composta attualmente, quindi, la compagine della band che ti accompagna?

«Della OCM originaria sono rimasti tre elementi: Simone Bruschi, Marcello Rossi e Giulio Piero Baricci. In origine con noi suonava Luciano Brigidi, ma la sua presenza fissa era messa in discussione da molteplici impegni esterni. È arrivato poi Mirco Rubegni che ha dato un’impronta completamente diversa con la tromba. In più sono intervenuti musicisti bravissimi come Luca Ravagni, Franco Fabbrini e Diego Perugini, che ho sentito suonare quando faceva il quinto ginnasio, a teatro, in uno spettacolo sulla scoperta dell’America e ho subito capito che me lo sarei ritrovato anni dopo come musicista affermato. E così è stato. Nonché c’è Alessandro Cristofori, che è intervenuto in maniera ingente sui brani.»

Parli di “Orchestrina Caffè Mambo originaria”, da quanto tempo dura il percorso di questa band?

«L’Orchestrina Caffè Mambo nasce come cover band di Paolo Conte. In realtà abbiamo cominciato a fare Conte quando ancora ci chiamavamo “Hemingway Band”. Il nome Orchestrina Caffè Mambo venne fuori nel momento in cui privilegiammo quei brani che facevano risuonare atmosfere sudamericane, come pure sono presenti in Conte, e che poi ritrovammo in Capossela. Questa era diventata una costante. La ricostruzione del Mocambo, il caffè sudamericano… in più aggiungemmo l’apposizione Orchestrina per recuperare atmosfere di un tempo remoto…»

I mestieri della libertà è un florilegio di brani scritti lungo un ampio lasso temporale…

«Considera che Rumba Flambé, il brano che abbiamo lanciato con un videoclip, ha venticinque o trent’anni. Ho messo insieme tutti questi quattordici brani ed ho notato che avevano un tema comune, quello della libertà.»

Prima hai citato Conte, e questo già giustifica gli echi contiani in “Ventotene”, “Chimera” e in “Bellaguida”…

«Bellaguida non è un brano mio – forse la più contiana di tutte –  ma è l’unico pezzo che non è mio ed è un brano scritto da Piero Baricci…»

Oltre a Conte ci sono tante cose: il Carbonetti è molto Gaberiana, che va a costruire una mitopoiesi del piccolo mondo…

«Gaber è citato una volta esplicitamente, proprio ne I Mestieri della Libertà: «la libertà è il riso amaro di Gaber», ma anche un’altra volta, non apertamente, uso una sua espressione, anche se parliamo di un cantautore le cui formule sono entrate nel linguaggio comune: in Vecchia Europa canto «fatti uno shampoo e tirati su». Un ovvio richiamo allo storico brano.»

La maggior parte dei brani sono lirici. C’è un io che racconta. Chi è questo io che parla?

«Sono io, no? (ride) Guarda, io considero autobiografico tutto quello che scriviamo. Tutto. Io parto da questo presupposto. Anche quando ad esempio ho composto Parabolè, il mio primo disco… Parabolè è costruito quasi completamente su testi letterari di altri autori. Accanto a brani di cui ho piena paternità ho messo canzoni che elaborassero testi collazionati dalla letteratura che più ho amato, da Calvino a Borges. Ecco azzarderei che perfino quei testi, che di fatto non sono interamente “miei”, io li considero autobiografici. Se non altro perché sono parole che ho fatto mie. Sono pezzi della mia vita. Quello che sono è stato definito anche e soprattutto grazie alle cose che ho amato. Grazie alla formazione culturale che ho avuto. Una personalità si costruisce per tante tessere, e sono proprio queste tessere che credo tornino nelle canzoni.»

La matrice delle tue composizioni è per gran parte letteraria…

«Ci sono opere che ti aprono orizzonti nuovi, su tutti i fronti. Quando ho letto Sentinella di Fredric Brown, ad esempio, che racconta la diversità in un modo completamente diverso da qualsiasi altra argomentazione, rovesciando il punto di vista e mettendo in crisi il lettore, ho percepito una scossa che molto spesso mi ritorna in mente quando scrivo, ma più in generale ogni volta che cerco di elaborare un pensiero: quando il soldato che narra e nel quale ci si è identificati, descrive l’alieno che ha ucciso con «la pelle di un bianco ributtante e senza squame» e si capisce evidentemente che a parlare non è stato un essere umano, ma un marziano. Queste sono cose che ti rimangono impresse, e che non puoi dimenticare. Ecco, non ho mai goduto di un testo come semplice elemento letterario fine a sé stesso…»

…ma entra tutto nel paradigma individuale.

«Esatto.»

Nei tuoi testi è presentissima molta metrica tradizionale. Tra le tue letture di poesia “silenziosa”, invece, cosa c’è?

«Tra i miei amori c’è Montale. Ma, senza dubbio, anche Caproni. La prepotenza metrica che puoi aver notato nel disco è una deformazione professionale. Ho fatto lettere classiche, ed ero ossessionato dal ritmo del metro antico. Tu, hai fatto il classico?»

Malauguratamente sì…

«Però devo aggiungere una nota. A partire dagli anni ottanta io ho smesso di ascoltare musica d’oltreoceano e ho scoperto Paolo Conte. Il mio mondo musicale si è formato più sulle canzoni che cantava mia mamma, che sulle canzoni dell’età del liceo, negli anni sessanta. Io ho cominciato a suonare a cinque anni. Strimpellavo al piano le canzoni di Fred Buscaglione. Quando è morto facevo la scuola media. Avevo una passione tale per Buscaglione che quella mattina mia madre non mi disse nulla, per non turbare il mio equilibrio e la mia serenità. Dal punto di vista metrico ciò che più mi ha condizionato è quel periodo. L’età dell’infanzia è importantissima per acquisire ritmo e metrica. Il canto di mia mamma è stato molto più importante dello studio dell’esametro.»

Ci sono due citazioni in fraseggio, in apertura e in chiusura del disco: La Marsigliese in I Mestieri della Liberta e Fischia il Vento in Tanaliberatutti. Nel disco, quindi, aleggia anche una percezione ideologica di libertà?

«Sono approdato al pensiero debole, da un po’. (ride) Ogni libertà proposta ideologicamente mi sembra si sia rivelata amaramente fallimentare. La libertà vera, probabilmente, non è una struttura programmata ma un attimo fuggente. Qualcosa di impalpabile. Qualcosa che avverti ma che ti sfugge subito di mano. Questo concetto è espresso in maniera forte in un brano del disco che si intitola Chimera, che non a caso è più musicale che cantato. Chimera è costruita su immagini giustapposte, sfuggenti, correlativi oggettivi della libertà: «la radiocronaca di De Zan» dell’arrivo di una tappa o «la criniera di Varenne».  Spero che questo, in positivo, dia risposte alle domande che vengono poste quando si parla di libertà. Certo, appare un po’ di amarezza di tanto in tanto, ma spero sempre di consegnare la malinconia, che da questa fugacità si produce, senza drammi e senza pesantezza.»

Possiamo considerarlo un disco di impegno o di – passami il termine – poesia civile

«Oddio,  guarda, io ho avuto passione politica da sempre. Ecco Fischia il Vento e la Marigliese che citavi, sono riferimenti estetici, e in qualche modo ricalcano quel senso di fuggevolezza. Stiamo parlando di ideali e sogni di libertà molto forti, che sono stati amati fino a sacrificare vite di esseri umani lungo la storia, ma che non so quanto siano veramente riproponibili oggi.»

In Chi Glielo Dice agli Americani parli di «scampoli usati di democrazia» che gli USA hanno esportato in tutto il mondo. Ecco, questo sentimento di sfiducia nei confronti del modello democratico occidentale è oggi molto sentito. Pare che quasi il 40% degli europei – secondo dati di un sondaggio che, come tutti i sondaggi, va preso con tutte le cautele del caso – auspicherebbe il ritorno di un “uomo forte”, che prenda le redini dei paesi per tirarli fuori dalla miseria in cui stagnano. Mi è venuta in mente l’anaciclosi di Polibio, il circuito che dal rovesciamento delle monarchie, passerebbe una serie di step per poi ritornare allo stadio governativo originario…

«… certo, dalla tirannia all’oligarchia e poi dalla democrazia all’oclocrazia, fino ad un ripristino della monarchia…»

Stiamo vivendo veramente un “superamento” della libertà? Come si può uscire, ideologicamente, da tutto questo?

«Ormai la libertà credo vada ricercata in momenti di sensibilità individuale. In piccoli barlumi quotidiani. Frammenti di libertà intuita e perduta immediatamente. In un verso dico «la libertà ha mosso il passo alla storia di ieri, ma ha spento i sogni a qualunque utopia», come a voler ribadire che la libertà esiste solo quando non c’è, esiste solo in quanto valore utopico. È un anelito, uno slancio, un ricordo, nient’altro.»

È più il tendere-a che l’esercitazione stessa…

«Quando si pensa di averla conquistata si trasforma in una nuova schiavitù. Così come ho descritto il modello americano in Chi glielo dice agli americani, che ha trasformato la liberazione in un trionfo del consumo.»

Io sono nato tre mesi prima del crollo del  muro di Berlino e ho sempre visto gli anni Sessanta e Settanta come una Golden Age, con un sacco di possibilità, florescenza culturale e musica bellissima…

«Eh, sei nato alla fine della storia…»

Esatto. La mia generazione è cresciuta in un mondo amorfo, orfano degli orizzonti ideologici che invece hanno sorretto, nel bene e nel male, il mondo vissuto dalle persone nate nei decenni prima di me. L’universo culturale nel quale sono cresciuto si è fluidificato sempre di più e i riferimenti che hanno edificato la mia formazione, così come quella di molti miei coetanei, appartengono a nomenclature e linguaggi speculari al passato, ormai scarnificati, privi di conferme oggettive. Chi c’è stato prima, invece, come vive il metro di paragone tra vecchio e nuovo mondo?

«Ahimé, mi sono iscritto all’università nell’anno accademico 1967-1968. Facoltà di Lettere. In una città tranquilla, com’era Perugia, ma non esente da conflitti. Uscivo dalla facoltà con la barba e l’eskimo, segnali inequivocabili di appartenenza politica. Perugia era tranquilla, ripeto, ma il clima era teso ovunque. Sono stato un “bersaglio” dei fascisti più volte. Una volta ho persino usato una chiesa per nascondermi, come “rifugio politico” (ride) … questo per dire che anche Perugia nel suo piccolo ha avuto importanti scossoni. Tutta l’Italia era coinvolta. Alla tua domanda, rispondo dimostrandoti quanto in realtà non fosse tutto così piacevole come immagini. Era un mondo con altrettante contraddizioni. Il primo schiaffo ai concetti di egualitarismo che perseguivo, l’ho avuto durante un’assemblea studentesca. Nei collettivi era tutto abbastanza incontrollabile. Si fingeva che non ci fossero capi, in realtà c’era una leadership fortissima e anche abbastanza esclusiva. I capi avevano diritto di parola, non volava una mosca durante i loro interventi. Quando chiedeva la parola qualcun altro, invece, non c’erano più orecchie ad ascoltare.

Il secondo shock l’ho avuto durante un autostop. Ti lascio immaginare la difficoltà con il sistema dei trasporti di allora, spostarsi dalla val d’Orcia fino a Perugia. Il sabato pomeriggio poi lo dedicavamo alle prove del gruppo e dovevamo arrivare nel chiantigiano, sempre con l’autostop. Ricordo un giorno di giugno, uno di questi tragitti. Era caldissimo. Passò un camion di braccianti agricoli, che tornavano da lavoro. Ce n’erano un po’ seduti sul cassone e ci videro. Rallentarono un po’. Noi pensammo «ecco, questi sono lavoratori e noi siamo studenti. Il movimento studentesco e la classe operaia si aiutano a vicenda!». Questi invece, ci fecero un numero à la “Vitelloni”, come Alberto Sordi nel film, però a ruoli rovesciati. Ci urlarono contro alcuni insulti e ci abbandonarono. Lì capii che, probabilmente,  quel carico di speranze che nutrivamo verso un cambiamento agognato era destinato a frantumarsi.»

I Mestieri della Libertà è comunque un disco che definirei “novecentesco”, ma che cos’è per te la modernità?

«A me non piace l’idea di “contemporaneità”. Tende ad essere, appunto, contemporanea e a non durare. A mio parere la modernità consiste nel non avere alcun pregiudizio. Io non credo allo stile. Perché molto spesso si tratta di ripetizione di un qualcosa di già fatto. Diventa ripetizione di approdi sicuri. Io da questo vorrei uscire. Mi sembra di riuscire a farlo non restando sempre sul cliché. Uno dei miei amori musicali è Randy Newman, conosciutissimo per le colonne sonore di alcuni celebri film. Chi ha comprato i suoi dischi per cercare quello stesso risultato negli altri brani, è rimasto deluso. Negli stessi dischi, ma in generale in tutta la sua produzione, non c’è nulla di coerente. Ecco, lui è un esempio di libertà compositiva assoluta.  La rottura rispetto allo stile, la rottura rispetto al codice definito, ecco cos’è la modernità.»

Dall’ascolto del disco si percepisce un messaggio di accusa morbida e di ammissione di colpe generazionali. È come se Ugo Sani, con i suoi musicisti, più o meno coetanei, amici di una vita, avvertisse la piena responsabilità del contemporaneo. Le piene contraddizioni dell’attualità, la devastazione dei codici e le aberrazioni espressive, le banalizzazioni del dibattito politico e l’inefficienza generalizzata dei beni condivisi – deprecabili – non sono causati da un’eventuale disattenzione delle giovani generazioni (i millenials, fa bene ricordarlo, saranno la prima generazione della storia ad essere più povera di quella dei padri), ma da cesure interne alla loro generazione, i cui indici di fallimento e aberrazione ideologica, possono essere riscontrati nell’utilizzo deviato di una libertà scialacquata, nell’empietà e negli errori dei Senior. «La libertà certe volte / ha l’aria di un lager / tutti in colonna per l’ultimo Ipad».

Certo sarebbe ben poco autorevole un monito urlato da un ventenne sciolinante assonanze e omofonie su basi trap, così come resterebbe autoreferenziale – dal punto di vista anagrafico – un rimprovero punk; quale forma migliore quindi del linguaggio canzonettistico, che non teme di apparire esautorato, banalizzato o rattoppato – e che di fatto non lo è – che non teme neanche di mescolarsi alle chitarre elettriche e ai synth? Quale forma migliore per veicolare un messaggio tanto potente e tanto straziante, come quello espresso nella title-track: «La libertà è vernice che grida sui muri / poi un’altra mano la copre e fa pulizia /la libertà ha fatto mille mestieri /compreso quello di schiacciare la mia» ?

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La complessa sintassi dei rapporti: ‘Il Nome’ agli Arrischianti come augurio di un felice 2017

L’enorme successo di affluenza al teatro degli Arrischianti di Sarteano per le repliche de Il Nome, dal 29 al 31 dicembre, ha costretto l’organizzazione ad una replica ulteriore, il 5…

L’enorme successo di affluenza al teatro degli Arrischianti di Sarteano per le repliche de Il Nome, dal 29 al 31 dicembre, ha costretto l’organizzazione ad una replica ulteriore, il 5 Gennaio. Moltissimi e prolungati gli applausi, straripante la presenza del pubblico in platea e nei palchetti del teatro in piazza XXIV Giugno. Probabilmente il successo della commedia francese, nel rifacimento composto da Gabriele Valentini, alberga nella positività e nella gioiosità attraverso la quale il pubblico assiste alla risoluzione di un dissidio.

I cinque protagonisti de Il Nome nella versione proposta al teatro Arrischianti di Sarteano, sono assoluti narrativi. Caricature di tipi umani sostanzialmente riconoscibili, con tic e fisime mentali comuni. C’è una facilità interpretativa, per il pubblico, nella comunione tra i gesti rappresentati nella commedia e quelli vissuti ogni giorno, nelle rispettive quotidianità. La coppia Elizabeth e Pierre, clamorosamente affine alle dinamiche interne di coppie “in crisi”, con le classiche domande dei quarantenni con figli che affrontano i momenti di stasi e di appiattimento esistenziale, l’adolescenza postergata di Vincent, nella sua continua baldanzosa arroganza e amichevole ostentazione, nonché l’incomunicabilità di Claude, sono paradigmi umani presenti in ogni reticolo sociale, che sia familiare, amichevole, lavorativo.  

Nella grammatica e nel battibecco cui la complessità dei rapporti si sfoga, l’unica dignità che resta è la capacità di fare un passo indietro da parte dei protagonisti, comprendere i limiti propri e degli altri, perimetrare le capacità emotive, confinarne i rispettivi lati come le tessere di un mosaico. Riconoscere, riconoscersi. Quello che lo spettacolo ha augurato al suo pubblico all’inizio del 2017 è proprio  questo: risolvere i problemi attraverso gli sguardi e le parole, attraverso la purezza, attraverso la comunicabilità e riconoscibilità. Non c’è augurio più grande.

Durante i preparativi della prova generale, Tommaso Ghezzi ha infastidito parte del cast.

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Al teatro degli Arrischianti “La Befana Vien Cantando”

Il 6 Gennaio al Teatro degli Arrischianti, lo spettacolo “La Befana Vien Cantando” mostra l’ottimo risultato del lavoro sociale che negli ultimi due anni ha svolto il gruppo vocale Conosnanti,…

Il 6 Gennaio al Teatro degli Arrischianti, lo spettacolo “La Befana Vien Cantando” mostra l’ottimo risultato del lavoro sociale che negli ultimi due anni ha svolto il gruppo vocale Conosnanti, attraverso un reale processo di integrazione, spesso eluso dalle istituzioni o sbandierato per scopi propagandistici. Ho incontrato Chiara Giorgi, direttrice del gruppo vocale:

Cosa succede a Sarteano il 6 Gennaio?

«Si esibirà il gruppo vocale “Consonanti” per l’ormai canonico concerto dell’epifania,” La Befana Vien Cantando”. Il gruppo è nato due anni fa, dopo il laboratorio teatrale Migrant Women tenuto da Laura Fatini, rivolto a tutte le donne in zona Sarteano, Torrita e Montepulciano, che venissero da una situazione di migrazione. In seguito mi hanno invitato a tramutare il gruppo teatrale in gruppo vocale, e il risultato è quello che vedrete sul palco del teatro degli Arrischianti, il 6 gennaio. In più quest’anno si sono aggiunti i ragazzi ospiti di Fontemaya; sono in 6, dal Senegal e da Mahali, e hanno arricchito di ritmi africani le nostre esecuzioni. Per la scelta dei brani abbiamo attinto da canti popolari, inni nazionali, ninne nanne, canti tribali di Africa e est europeo».

Come è stata la gestione dell’unione di queste esperienze diverse?

«Dunque, i ragazzi non parlano italiano e vengono da diverse regioni. Non hanno cioè una lingua comune nemmeno tra loro, ma con la musica si uniscono tutti. Ci arrabattiamo tra francese e inglese per comunicare. In ogni caso io canto e loro ripetono, io faccio sentire i ritmi e loro li rifanno: siamo arrivati ad un risultato molto buono. Anche nel gruppo vocale abbiamo avuto donne che venivano da esperienze di migrazione, già facenti parte del gruppo di Laura; due donne dalla Romania, una signora Curda e un’altra signora dal Brasile. Comunque sarà un bello spettacolo multiculturale, con ragazzi e donne migranti e le immancabili perle sarteanesi, locali».

Una di queste “perle” sarteanesi è Pina Ruiu che, oltre ad essere parte del gruppo Consonanti è anche presidente della Nuova Accademia degli Arrischianti. Ho approfittato della mia presenza a Sarteano per farle qualche domanda.

Cosa rappresenta per voi “La Befana vien Cantando?”

«Sicuramente un bellissimo momento sociale. Abbiamo iniziato quasi per gioco, in pochi, a mettere su questo gruppo vocale, “Consonanti”, e le persone sono aumentate con il tempo. Oggi è un coro che conta venti elementi. Il concerto di questo 6 gennaio rappresenta un momento di socialità importante, al di là della qualità vocale che spero il pubblico apprezzi (ride). Un’altra cosa importante è la presenza dei ragazzi ospiti di Sarteano,e cioè giovani migranti del Senegal e del Mali, che sono stati felici di collaborare con noi dal punto di vista musicale. Attraverso i canti e l’interazione, questi ragazzi stanno anche imparando l’italiano; ciò che si crea è quindi un momento molto importante di conoscenza e amicizia. La parola “straniero” viene meno quando ci si accorge di essere tutti cittadini del mondo».

Per quanto riguarda la stagione teatrale, come sono andati questi giorni di festività per Sartenao e per la Nuova Accademia degli Arrischianti?

«Sicuramente entusiasmanti dal punto di vista della risposta del pubblico per gli eventi organizzati. In primis il capodanno a teatro con la pièce “l’Ispettore Generale”, che ha riscosso molto successo: a tal punto da farci fare una replica il 2 gennaio, fuori cartellone. È stato entusiasmante. C’è ovviamente tanto lavoro dietro, come è facile capire. Siamo tutti abbastanza stanchi, ma molto felici. Speriamo di continuare così per questo 2016».

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Gimme More Mature Rock – Intervista a Fred Marconi dei Great Midori

Se mai scriverò un romanzo sulla falsariga di Nick Hornby, autore di quel mitologico volume edito da Guanda, noto in Italia con il titolo Alta Fedeltà (High Fidelty), e dal…

Se mai scriverò un romanzo sulla falsariga di Nick Hornby, autore di quel mitologico volume edito da Guanda, noto in Italia con il titolo Alta Fedeltà (High Fidelty), e dal quale fu tratto l’omonimo film altrettanto straordinario di Stephen Frears, credo che il mio riferimento post-fiction per la tessitura del plot generale verrà basato sulla reale vicenda di una band chiamata Great Midori e che opera in valdichiana.

I Great Midori sembrano veramente personaggi di un romanzo di Hornby, e la loro storia è altrettanto entusiasmante. La genesi del gruppo si è consumata durante una riunione dei genitori presso l’asilo nido frequentato dai figli di due membri della band. Da lì in poi il loro rock “adulto” ha preso una forma decisamente adolescenziale. La quintessenza del rock’n’roll: padri di famiglia, più o meno incravattati, che si strappano di dosso le camicie in saletta prove per edificare un rise against della seconda età, che spolverano gli strumenti, le testate e gli ampli valvolari, per vivere una seconda era garage.

Nel 2014 è uscito un disco della band intitolato MilfShake, una cavalcata hard rock di nove tracce inedite, denso di tratti garage, accenni al punk, grevi e diretti tagli hard rock, estetiche delle copertine e dei rimandi figurativi delle canzoni essenzialmente anni novanta, l’estetica dell’old school per i tatuaggi, l’ambiguità e il doppio tiro per la retorica dei brani, giocata sulle allusioni sessuali e sulla provocazione continua.

Il mio incontro con Federico Fred Marconi, frontman del gruppo, si è verificato più o meno un anno fa. Insieme a lui, e a molti altri, abbiamo animato l’edizione 2015 del Frontiera Rock Festival. Milfshake è stato ovviamente una colonna sonora dell’inverno scorso, ed ora che è appena uscita una traccia inedita intitolata Revolution from the Couch, ed è alle porte l’uscita del prossimo disco – che riveliamo si intitolerà Appetite for Distraction – non potevo fare a meno di dedicargli un’intervista.

La prima domanda è molto semplice; come diamine riuscite a far convivere le vostre vite da padri di famiglia con la ruvidità dei postacci in cui suonate, i convenevoli tassi alcolici da rock band e le ovvie cappe di fumo in sala prove?

Ah, risposta semplice: diciamo che vale il principio dello Yin e Yang. Abbiamo tutti e quattro delle vite piuttosto regolari: famiglia, figli, lavoro, mutui et cetera… il Rock è l’isola che non c’è, il calcetto, una vacanza di poche ore, il relax dopo il sesso! Piuttosto, invece di domandarmi come ci riusciamo noi, mi chiedo come facciano a sopravvivere le persone che questa valvola di sfogo non ce l’hanno! Ah, e nessuno di noi fuma. E, rigorosamente, MAI in sala prove!

E invece, per parlare appunto del vostro lato turpe, quali sono i vostri riferimenti musicali, o più in generale culturali? E quali esperienze musicali avete sperimentato prima di incontrarvi nella koinè ribelle dei Great Midori?

Siamo quatto anime molto diverse, sia musicalmente che culturalmente, e questo è vissuto sempre come un’opportunità e mai come un limite. Ogni componente porta in dote il suo background personale e allora, nello sforzo collettivo della composizione, è possibile ritrovare le passioni di ognuno: il punk americano per me, le taglienti chitarre di Van Halen per Stevo, il drumming secco e pesante degli AC/DC per Danny e, non ultimo, il tiro poderoso di un vero Caterpillar per Ruspa. Come per incanto, però, mi sono trovato quasi senza accorgermente a scoprire tracce sottopelle di Bowie nel mio songrwriting

Ecco, a proposito: tu scrivi testi in inglese. Usi una lingua privilegiata per un motivo particolare? Eppure fate parte di una generazione che ha vissuto la grande stagione dell’alternative cantato in italiano: Hai mai pensato di cantare nella lingua del sì? E in generale qual è il processo compositivo che adottate per stendere un nuovo pezzo?

Io vengo da una lunga militanza punk hard core in italiano. Oltre agli Dei RAMONES, i miei riferimenti per lungo tempo sono stati i NEGAZIONE e, tanto per citare una grande e sottovalutata band toscana, i MODULO 101. L’energia del punk hard core ritengo che sia tipica della gioventù e sono sicuro che dentro non mi ci sentirei più a mio agio, come lo ero a 20 anni. Credo che la lingua inglese sia una sorta di Esperanto che, alla fine, ci accomuni a gruppi di tutto il mondo, senza nessuna barriera espressiva. Scrivo spontaneamente in inglese, non solo canzoni ma anche poesie.

Il nostro iter compositivo e generalmente un lavoro ed uno sforzo collettivo. Su una idea semplice, si comincia a lavorare tutti insieme per definire melodia e struttura. Io lavoro da subito sulla parte vocale: inizio con una specie di grammelot scherzoso che poi diventa una piccola storia. Dei testi mi occupo solo io. Avrei grosse difficoltà a cantare parole di altri.

Come siete arrivati a costruire la band? E com’è, in generale, rientrare nel garage – per usare una metafora – da “adulti” (se mai lo avete lasciato).

I Great Midori nascono nel 2012 dopo un incontro casuale, ma evidentemente voluto dal destino, con Danny, che suona la batteria, alla riunione dell’asilo-nido dei nostri figli. La band ha visto immediatamente chiudere il cerchio con l’arrivo di Stevo alla chitarra. Ci siamo lanciati a capofitto nella composizione di un repertorio originale. Non abbiamo mai avuto voglia di suonare delle cover. All’inizio io suonavo… male… anche il basso, ma presto abbiamo sentito l’esigenza di rafforzare la ritmica e, nella tarda estate 2013, abbiamo deciso di cercare un bassista che mi lasciasse solo l’onere e l’onore del canto. Abbiamo cambiato un paio di bassisti prima di arrivare alla formazione attuale con Ruspa. Con le normali pause che la vita ti impone, nessuno di noi ha mai veramente smesso di suonare. L’eccezione è Danny che ha cominciato a suonare la batteria proprio con i Great Midori. La nostra sala prove è in realtà solo la porta d’accesso del nostro settimanale Nirvana.

Parliamo del materiale in uscita; Revolution from the Couch arriva dopo un anno e mezzo dall’uscita di MilfShake, vostro tonante esordio. Al di là della critica esterna, voi avete vissuto questo lavoro come un’evoluzione o come una conferma dei vostri canoni stilistici?

Direi che in assoluto l’evoluzione compositiva sia netta. I pezzi del nuovo disco hanno un impronta ed un sound molto più omogenei e credo che sia normale vista anche la crescente confidenza che abbiamo acquistato l’uno nei confronti dell’altro. Nei pezzi di MilfShake è possibile individuare ogni singola influenza di tutti e quattro i componenti della band. Adesso, invece, in Appetite for Distraction veniamo fuori come una cosa sola. Una cosa cattiva e tagliente, proprio come il sound del singolo Revolution from the Couch! La matrice hard rock è ben individuabile ma abbiamo cercato di sviare un po’ con una costruzione dei pezzi semplice e diretta, priva di fronzoli inutili.
Il percorso di questi due anni è stato bello ed intenso e grazie al fonico che ha registrato il nostro primo disco, il mitico Emanuele “Bio” Ferrari, siamo riusciti a prendere una direzione che ci identifica e ci soddisfa molto. Il sound che abbiamo creato è stato poi catturato alla perfezione da Alessandro Cristofori nel nuovo lavoro (nel quale ci saranno anche due sorprese decisamente interessanti). Abbiamo affinato la mira e abbiamo avuto la conferma che siamo più a nostro agio su un sound grosso e tirato!

Per quanto riguarda l’assetto del live? Quello che fate in studio è una declinazione diversa di ciò che volete esprimere su un palco oppure cercate (in piena genuinità rock’n’roll) di catalizzare un suono quanto più puro possibile, in modo che in studio non fate altro che acquisire la potenza analogica di un concerto?

In studio abbiamo lavorato nel modo più vicino possibile alla presa diretta. Abbiamo cercato di comprimere al massimo i tempi di registrazione in modo da non perdere l’approccio che ci è più famigliare: quello del classico quartetto Rock. Una batteria, un basso, una chitarra, una voce. Sogno, un giorno, di poter registrare davvero in presa diretta! Intanto, per esempio, tutte le parti vocali sono state registrate in una sola sera e in una sola take.

Se ci fosse un’avvertenza, come nei medicinali, prima di “assumere” REVOLUTION FROM THE COUCH quale sarebbe?

Alzare il volume fino a che tutte le barre dell’equalizzatore tocchino il rosso!

Appetite for Distraction, va presa come una provocazione nei confronti di Axl, Slash e compagni? Oppure è un tributo? Cosa ne pensate delle band “scadute”?

Il titolo è, a suo modo, un omaggio ad un disco “perfetto” della Storia del Rock. Dopo quella perfezione, i GnR arrivarrono purtroppo presto ad un insopportabile livello di bollitural Può succedere se arrivi d’improvviso sul tetto del mondo. Ma quel disco era e rimane ancora oggi davvero perfetto! La nostra imperfezione sta nella distrazione. Non abbiamo velleità particolari oltre al sano e rumoroso divertimento… siamo ragazzi di mezza età ma, in quanto a energia, non abbiamo timori!

Grazie mille Fred, del tempo che mi hai dedicato…

Un’ultima cosa che spero mi concederai:
VORREI SALUTARE TUTTI QUELLI CHE MI CONOSCONO!

Ciao a tutti quelli che lo conoscono. Ti risalutano.

Ricordo la nostra pagina Facebook e il nostro SoundCloud . Stay R’n’R.

In tutto e per tutto, i Great Midori sono adulti che suonano con una carica da ventenni e che farebbero sentire vecchio qualsiasi adolescente da Mtv e CocaCola. Follow them.

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Il teatro “local” di Orizzonti raccontato dagli artisti

“Ballata Per Giufà” e “Gli dei di Lampedusa” sono stati i segmenti teatrali “local” del Festival Orizzonti. Quella definita come “Compagnia del Festival Orizzonti” è una catalizzazione di un lavoro…

“Ballata Per Giufà” e “Gli dei di Lampedusa” sono stati i segmenti teatrali “local” del Festival Orizzonti. Quella definita come “Compagnia del Festival Orizzonti” è una catalizzazione di un lavoro che da anni opera in tutta l’area Valdichiana, tra Montepulciano, Sarteano e Chiusi, costruendo spettacoli di alta caratura e impegno da parte dei registi, degli attori e degli scenografi. Ho incontrato Laura Fatini, autrice dei testi dei due spettacoli e regista de “Gli Dei di Lampedusa”, Gabriele Valentini, regista di “Ballata per Giufà”, Valerio Rossi, che interpreta il Giufà nello spettacolo diretto da Valentini, e Andrea Cigni, sommo direttore del Festival Orizzonti, alla fine di una lunga giornata di sudore e spettacoli, bevendo birra artigianale.

T.G. Che cos’è, quindi, il mediterraneo?

Gabriele Valentini: Il Mediterraneo, inteso come luogo fisico è “il mare tra le terre”. Come luogo spirituale, invece, rappresenta un incrocio di culture e di idee. Un grande spazio acquatico senza quei confini che purtroppo ci sono.

T.G. E ‘Giufà’ come rientra in questa definizione, in questa coordinazione geografica la storia ancestrale, la mitopoiesi dei racconti che coinvolgono questo personaggio?

Laura Fatini: Giufà è il mediterraneo. Esiste in tutti i paesi che si affacciano sul nostro mare con vari nomi e varie caratteristiche. È dal 1100 che le sue storie varcano tutte le coste del mediterraneo. Un convegno tempo fa comparò Giufà, Sancho Panza e Ulisse. Io sono perfettamente d’accordo nel considerarlo un elemento essenziale per la cultura totale del Mediterraneo.

Valerio Rossi: Il mio Giufà, invece, rispecchia il concetto – che io e il regista dopo un bicchiere di sambuca abbiamo scoperto nell’identificazione del personaggio – di “ecolalia”. Il ripetere cioè cose che ti sono state dette. forse sin da bambino, e dopo averle immagazzinate continui a ripetere involontariamente. Acquisisci le storie di tutti immettendoti così in un contesto simile a quello del luogo spirituale rappresentato dal mediterraneo, ovattato, a coste chiuse, ma pieno di racconti.

T. G.: Dopo anni ed anni di collaborazioni, tangenti Valentini-Fatini le vostre personalità artistiche si sono perfezionate. Quali sono le affinità e le divergenze tra voi due?

Gabriele Valentini: Le divergenze sono totali. Ci sono due strutture, due culture diverse. Nello specifico, la cosa divertente per “Ballata per Giufà” è stato prendere un testo di Laura e giocarci, cercando di rispettare la parola scritta, ma personalizzando la teatralizzazione: dai costumi alla regia generale. E credo di averlo cambiato completamente, rispetto a come lo aveva inteso lei.

Laura Fatini: Sì, noi vediamo i testi in maniera opposta e la cosa straordinaria è che riusciamo a fare regie insieme! Credo però che negli anni ci siamo contaminati. Lui mi ha insegnato molto l’uso delle strutture sceniche, la scenografia. Io invece non credo di avergli insegnato nulla, ma forse qualcosa sì… ho una maggiore visione d’insieme grazie a lui. Per il resto lavoriamo in maniera completamente opposta, ed è questo il bello della collaborazione. Altrimenti non ci sarebbe nessun frutto, no?

Gabriele Valentini: Se lavorassimo nello stesso senso di marcia, nella stessa direzione, sarebbe anche noioso seguire i progetti. Per me, la sfida divertente di questo Giufà, per esempio, è l’aver preso un linguaggio completamente diverso dal mio, che è quello della Fatini, scritto, e trasformarlo in qualcosa di visivo che mi somigliasse di più rispetto a ciò che lei aveva scritto.

Laura: sarebbe bello vedere in scena i due Giufà. Noterebbero tutti la totale diversità dei personaggi.

T.G: E invece, Andrea Cigni, per te è difficile collocare i registi locali con dei grandi del teatro contemporaneo? Voglio dire Insieme a Laura Fatini e Gabriele Valentini, che lavorano da anni nel territorio, hai immesso nel programma Pippo Delbono o Roberto Latini della Fortebraccio Teatro…

Cigni: Dal momento che credo fortemente in questo progetto voglio portare, il progetto che ho in mente, fino in fondo. Quindi il mio pensiero è che il territorio non si debba abbandonare. In ogni caso, non credo che sia una questione di territorialità; Valerio Rossi, per esempio, ci è nato a Chiusi, ma adesso vive da tutt’altra parte. (vive a Londra da tre anni, ndr) Credo sia una questione di opportunità, e non di provenienza. Una questione occasioni e opportunità create. Che poi io abbia scelto persone che operino qui è un dettaglio non poi così rilevante. Mi fa piacere che il festival rappresenti un punto di arrivo di realtà lontane tra loro, ma anche un punto di partenza per gli artisti che hanno scelto di rimanere qui, non per mortificarsi, ma perché credono che portare avanti un progetto nel proprio territorio abbia lo steso valore che portarlo nelle grandi città. Anche Roberto Latini, per esempio, è romano, ma ha scelto di vivere a Bologna, voglio dire. Poteva benissimo rimanere a Roma. Per cui credo fermamente che loro abbiano scelto di operare qui e sfruttare ciò che il territorio offre. a me spetta il compito di aiutarli sostenerli e creargli un terreno sul quale loro possano lavorare. Loro hanno avuto il coraggio di togliere tante persone dalla casa, dai cellulari, e riunirli intorno al valore del teatro, inteso come luogo in cui si vedono e si sperimentano delle cose.

T.G.: Sei al secondo anno di direzione artistica del festival; rispetto all’anno scorso, nell’economia generica dell’ambiente, anche relativamente alle risposte di questa terra, come si è configurata l’evoluzione, se un’evoluzione c’è stata, del “progetto Orizzonti”, a tuo parere?

Andrea Cigni: Da parte mia ho visto un radicamento molto rapido, in questi due anni. Ho fatto il primo sopralluogo nell’estate di due anni fa. Era il momento di picco turistico e dormivo in un B&B qua vicino. Chiusi mi sembrava – lo posso dire? – un piccolo Bronx. Sembrava la caduta degli dei, una desertificazione generale. Questo è stato destabilizzante, per me. Poi però ho cercato di creare degli stimoli. Il festival e la sua struttura si sono radicati, secondo me, e non soltanto per la città di Chiusi, ma anche dall’esterno: riconoscere in questo luogo un posto dove si fa teatro, in varie sfaccettature. È una crescita in controtendenza poi, perché non è così scontato avere serate piene di lunedì e martedì. Questo mi fa felice, non per me – non ci stiamo guadagnando cifre astronomiche per comprarci le ville – ma per le persone che vengono, osservano e vivono questo luogo bellissimo, in questi giorni. Sentire persone o anche i vari Pippo delBono o Latini o un musicista qualunque, che ti dicono “qui a Chiusi sono stato bene” e “Grazie” – e ti assicuro che non lo fanno per i soldi – è un bel successo per me, per quello che ha rappresentato nel mio percorso personale questo festival, e soprattutto per loro.

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La Strada oltre La Frontiera – un resconto del Frontiera Rock Festival

L’ultima band che si è esibita sul palco centrale di Parco Villa Olda è stato il duo aretino dei SAMCRO [di cui già parlammo qui], ed è stato collocato in…

L’ultima band che si è esibita sul palco centrale di Parco Villa Olda è stato il duo aretino dei SAMCRO [di cui già parlammo qui], ed è stato collocato in chiusura non per caso.
Proprio loro, infatti, lo scorso 22 gennaio, hanno aperto un percorso volto al ripristino di quella verve originaria che caratterizzava il collettivo de La Frontiera agli albori della sua opera. Quella nuova esperienza live, nei piccoli bar, nelle zone inesplorate della musica dal vivo, che voleva battere nuovi terreni sui quale costruire strade che valicassero le frontiere e rendessero le stesse, non un limite, bensì un motivo di mescolanza, apriva alla nuova stagione della fenomenologia dello spirito del gruppo di lavoro. Così è stato.

Abbiamo coperto la festa dei lavoratori, cercando di impiantare un messaggio ulteriore, oltre al semplice (ma anche complesso) divertissement della musica. Mentre a Milano la dialettica generazionale ha trasformato il Primo Maggio in una brutta poesia, mentre Taranto e Roma si sfidavano sul piano della legittimità delle celebrazioni della giornata, la Frontiera stava lavorando e si preparava alla serata che ha ospitato Surfin’ Monkeys, Essenza 55 e Progetto Panico. Quella Frontiera che al suo interno vede ragazzi che hanno sacrificato ore di sonno per poter portare a termine il progetto, molti che sono stati convocati nel loro posto di lavoro la mattina del 2 maggio (tra cui il sottoscritto), molti che sentono gravare sopra di loro il peso di quel 43% di disoccupazione giovanile.
Il messaggio era semplice: eccoci, ci avete fatto nascere in un’epoca difficile, ostica per avere delle ambizioni, decisamente poco serena per chi detiene velleità creative, siamo la generazione dei contratti a chiamata, dei pagamenti centellinati tramite voucher, dei servizi civili spesso lontanissimi dall’essere volontariato, la generazione dell’adolescenza che finisce a 35 anni, della possibilità di avere una vita come quella dei nostri genitori che ci sfuma davanti come nuvole estive dopo lo scroscio. Eppure siamo insieme per creare qualcosa di quantomeno tendente al bello. E lo facciamo per tutti. Anche per voi che state chiusi nelle vostre case, per voi che avete appiattito le vostre vite nel riflusso al privato, vi siete aggiustati la visiera e avete rinunciato a vedere. Anche per voi che siete scappati, che ve ne fregate di chi sta peggio, che non avete il minimo interesse a far parte di una collettività perché nel vostro ego inusitato non avrete mai contraddizioni.

Abbiamo dato spazio alla Valdichiana ed alla sua scena musicale e artistica, la quale è ricchissima e troppo spesso snobbata; band da Sarteano (Essenza 55), Arezzo (Surfin’ Monkeys, EGO, SAMCRO), Chiusi (BOB) e da un po’ tutti gli altri centri del nostro piccolo mondo antico (Toscana SUD). Mescolandoli con meravigliosi ospiti anche internazionali (Progetto Panico, Zagreb, The Cannibals) accolti con non sempre scontato interesse da parte del pubblico.

Abbiamo celebrato i cento anni dalla prima guerra mondiale attraverso il concepì de #laguerrachimica rovesciando la retorica della distruzione non produttiva, rovesciando la retorica della guerra al di là del fronte ed abbiamo accolto la validità della mescolanza. Abbiamo unito l’elettronica al punk, il garage all’hip hop, il grunge al blues. Abbiamo considerato gli elementi diversi come complementarità da far reagire. Lasciare il passo al flusso del palco scenico, lasciare che il pubblico (anche quello non presente) aprisse le orecchie e considerasse, anche per un istante, anche per denigrarlo, il suono.
Non era altro che un invito a ragionare con la vostra testa, uscire di casa e abbandonarvi alla strada ed alla piazza.

In fondo “la strada è l’unica salvezza”, come diceva Gaber, no?

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Il programma del 7° Frontiera Rock Festival

Il Frontiera Rock Festival è giunto alla sua settima edizione. Quattro giorni di musica, dal 30 aprile al 3 maggio, al Parco Villa Olda di Bettolle, dalle ore 20:00 con…

Il Frontiera Rock Festival è giunto alla sua settima edizione.
Quattro giorni di musica, dal 30 aprile al 3 maggio, al Parco Villa Olda di Bettolle, dalle ore 20:00
con Stand – Pizzeria – Spaghetteria, bar e tanta tanta birra.

INGRESSO GRATUITO

30 Aprile
SUONI DALLA PROVINCIA CHE GRIDA – feat. ROCKFACTORY SIENA

Sognolivido
Tra gli elementi più coinvolgenti del panorama “Siena Rock”, ci sono sicuramente i Sognolivido. Rigorosi scapigliati rock’n’roll, cominciano ad esibirsi nel gennaio 2013, inanellando una serie di riscontri positivi in città e fuori, raggiungendo un posto in finale presso il contest regionale “AlltheRock”. Sorretti da un seguito notevole, raccontano la loro città e le storie che la compongono, secondo i dettami dei sentimenti condivisi nel tempo presente.

Ghost Space
Impatto originalissimo tra rock ed elettronica, i Ghost Space sono l’elemento osmotico della scena musicale senese. I Ghost Space hanno partecipato alla settima edizione del CSA ( Centro Sviluppo Artisti) di Bologna e sono stati selezionati per andare a suonare a Londra durante lo showcase che si è tenuto il 16 ottobre 2014 al “The Bedford”. La band ha vinto Sanremo Rock 2013 e l’edizione 2014 dell’Heart Rock Festival.

1 Maggio
AL VEGLIARDO CHE LOTTA E LAVORA / AL VEGGENTE POETA CHE MUOR – PRIMOMAGGIO2015
#primomaggiovaldichiana

Surfin’ Monkeys
I Surfin’ Monkeys nascono in palestra, durante allenamenti di pugilato (tra un destro ed un montante), decidono di dare pugni anche dal punto di vista musicale. Ne nasce così un gruppo rock dalle note elettriche dure e pronunciate, accompagnate da un cantato stirato ma melodico. Attivi sulla scena live aretina dall’estate 2012, registrano una demo con 9 pezzi in inglese che ha permesso loro di calcare i palchi di Arezzo Wave Love Festival, Mengo Music Fest, Ne Pas Couvrir, Karemaski e molti altri.

Essenza 55
Capolista delle band “nostrane”, è il progetto sarteanese degli Essenza 55. I nostri mescolano strofe rap su basi funk/rock per arrivare a ritornelli rock, la voce rap di Garo (tastiera a tracolla) e zeppo (basso) si mischiano per spaccare piacevolmente i timpani alle prime file del palco. Lo show è ogni volta più ironico e coinvolgente. Uscito da poco il loro secondo lavoro, l’album IL MIO VELENO, 11 brani che hanno già conquistato chi se lo è ascoltato.

Progetto Panico
Tra le band undergound più traboccanti, lanciatissimi dall’onda d’interesse che il pubblico e la critica ha riservato loro, sono i Progetto Panico. Dopo l’esordio dell’EP “Livello o” e il successivo disco autoprodotto “Maciste in Paranoia”, la band spoletina viene notata dal batterista degli Zen Circus, Karim Qqru che insieme a Mattia Cominotto (Meganoidi) produce il secondo disco “Vivere Stanca”, per la Tirreno Dischi/ Superdoggy music. La band sta attualmente devastando i palchi dei principali club e festival italiani, e passa per il Frontiera Rock Festival, per aiutarci ad assecondare i terremoti.

2 Maggio
COMFORTABLY ROUGHNESS – 50 anni (e 50 sfumature) di Garage

BOB
Presentazione ufficiale del progetto BOB in apertura alla serata dedicata ai termini e alle sfumature del Garage Rock; sono tre autorevolissimi musicisti toscani, che in un periodo di pausa dal blasonato progetto progressive rock “Labirinto di Specchi”, orienta la radice più grezza, tenuta in sordina durante le sessions della prima band, in un canale assolutamente energico e devastante.

ZAGREB
Zagreb nasce nel Marzo 2014 tra Treviso e Padova dall’insieme di 4 musici attivi da molti anni nella scena underground locale. In pochi mesi nasce un’idea, si fissa un’attitudine, iniziano le registrazioni in studio del singolo “Ermetico”. Ruvidi e sporchi, riecheggia nel loro crossover tutta la lucidità delle sale prove in cantina, le masse sonore confuse spinte dai diffusori e l’energia rigenerativa del garage più deciso.

The Cannibals
Redentori del garage rock inglese, i Cannibals si sono formati a Londra nel 1976. In piena ondata punk, hanno falcato palchi di tutta Europa e condiviso festival e club con i Cramps, Bo Diddley, Johnny Thunders & the Heartbreakers, Wilco Johnson, The Fuzztones, e tantissimi altri simboli della scena punk – garage britannica. Nel loro nomadismo contemporaneo portano la Storia della musica al Frontiera Rock Festival.

3 Maggio
BLACK MIXTURE

E G O
EGO è un mosaico di storie composte e vissute da un quasi trentenne spalmate su ritmiche old school e condite da melodie soul/pop, senza troppi fronzoli retorici. Già ospite del Frontiera Rock Festival nel 2013, come frontman dei Soul Killa Beatz, Diego Nicchi, a.k.a. E G O, apre le danze della serata dedicata alla black music, con i suoi toni metropolitani impiantati nel contesto aretino. Con un linguaggio diverso da quello prospettabile ad Atlanta, ma con la stessa forza narrativa.

TOSCANA SUD
La Crew dei TS è composta da sei MCs della nostra provincia. Parlano della terra che abbiamo sotto i piedi e dei disagi che da essa derivano. Esempio estremo, assolutamente contemporaneo, dell’odierna caratura hip-hop. Rappresentano ciò che può diventare il genere in assoluto più black se impiantato in piena valdichiana. Sicuramente “spurio” ma assolutamente efficace.

SAMCRO
Come a chiudere con una struttura ad anello la forma ciclica della black music, ecco tornare al blues dei campi di cotone, alle pentatoniche minori e agli accordi di settima, considerando però tutto ciò che è avvenuto in mezzo. La forma-band del duo, chitarra e batteria, riporta le radici del blues passate attraverso il napalm dei distorsori e di nuove tecniche di resa acustica. Gli aretini SAMCRO hanno agito una trovata musicale così antica nelle tradizioni ma così nuova negli effetti.

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Il concetto socratico di “Frontiera Rock Festival”

100 anni fa l’Italia entrava in guerra. Dello spettro espanso dei primi colpi di mortaio sparati sul fronte orientale, da parte dei due finanzieri nascosti sul fronte orientale, a incidere…

100 anni fa l’Italia entrava in guerra. Dello spettro espanso dei primi colpi di mortaio sparati sul fronte orientale, da parte dei due finanzieri nascosti sul fronte orientale, a incidere l’inizio della Grande Guerra nel maggio tiepido del 1915, ancora oggi si percepisce il terrore. Dopo ogni crisi c’è una guerra risolutiva, uno snodo ininterrotto di cavi sparsi e polveriere inesplose, dopo l’arrivo del nemico. La difesa, l’unica guerra possibile è contro tutti quei cavalieri invisibili, quei fantasmi nascosti che spingono la mano lungo le feritoie delle fondine.

Ad oggi, non abbiamo bisogno di armi da fuoco. Ma accordi secchi e tesi a disarmare quei pochi che ancora imbracciano le armi per abbattere i fantasmi. La Grande Guerra è stata un Guerra Chimica; nel 1915 usarono la mescita di acidi, cloruri, nitrati, per superare i limiti dell’Altro, e lo fecero nel modo più commiserevole, turpe, indegno e sconveniente che si potesse fare. Usarono gli elementi per reazioni finalizzate alla belligeranza, usarono la ‘tossicità’ come solo dato di funzionalità.

FRF12Cento anni dopo, di quali guerre ci vediamo parte? Ci sono le stesse tensioni internazionali, le persone si uccidono per appartenenze, idee, credo diversi, si discrimina, si ghettizza, si odia. La guerra è anche, soprattutto, privata. Ogni giorno lottiamo, attraverso l’individualismo che ci ha imposto la società dei consumi, contro l’Altro, che va sempre più configurandosi come “Nemico”.

Si è indifferenti, disillusi, scontenti. Invece di considerare la nostra vita come parte di un insieme, di una collettività, tendiamo a ridurre tutto a legge della giungla, scambiando la passione con la competizione, la sicurezza con la violenza, l’Amore con la convenienza. La nostra generazione è sempre più sola. Abbandonata. I nostri coetanei girano il mondo; sono in Australia, Inghilterra, Sud America, Oriente, perché non vedono più motivo per continuare a lottare in questa wasteland.

Poi c’è chi rimane. Chi cerca di dare un colore al grigiore. Chi cerca di spezzare la catena della depressione. La musica è nata apposta. Il Rock’n’Roll è nato apposta.

Il fatto che esista ancora il Frontiera Rock Festival fa ben sperare. Siamo un segnale. Ancora c’è gente che rimane e, non trovando motivi per restare, se li crea, con i mezzi che trova. Il messaggio è chiaro: dobbiamo rovesciare quella guerra fatta di fosgene e irpite, e renderla funzionale alla Bellezza.

C’è ancora vita, in questo piccolo mondo antico.

Frontiera Rock Festival – dal 30 aprile al 3 maggio – Bettolle, parco Villa Olda

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Tre domande a Fausto Paravidino

Ho incontrato Fausto Paravidino prima che salisse sul palco del teatro Mascagni di Chiusi, per portare il notevolissimo spettacolo “I Vicini” prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano. Devo ammettere un…

Ho incontrato Fausto Paravidino prima che salisse sul palco del teatro Mascagni di Chiusi, per portare il notevolissimo spettacolo “I Vicini” prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano. Devo ammettere un po’ di emozione nel trovarmi al cospetto di un autore che – seppur non godendo della fama che si meriterebbe – è per me un punto di riferimento nel panorama teatrale – e lo sarebbe anche di quello cinematografico se avesse continuato a sfornare capolavori, come aveva lasciato prospettare la sua opera prima, e per ora unica, “Texas“ – sia italiano che internazionale.

Tommaso Ghezzi: Quindici anni fa hai scritto “La malattia della famiglia M“, oscuro ritratto checoviano dei demoni intimi di una famiglia di provincia. Poi c’è stato un percorso che ti ha spostato violentemente verso l’impegno pubblico; penso a Genova01, o all’inevaso “Il Caso B”, c’è stata poi l’importante esperienza del Teatro Valle. Hai oscillato quindi tra contesti privati, intimi, interni, ad altri pubblici, impegnati, esterni. Come si è codificato nella tua esperienza questo binario? In che condizioni è ridotto oggi il drammaturgo politico? 

Fausto Paravidino:  Eh, è molto difficile la risposta da dare a questa domanda. Posso dire che uno degli eventi fondamentali, lungo il mio posizionarmi all’interno di una parabola di rapporti tra arte e politica, è un fatto in realtà molto marginale del mio curriculum.

Dopo Genova01, dopo Noccioline -al termine del quinquennio Berlusconi –  io e i miei colleghi, con le nostre poche armi, abbiamo cercato di combattere il berlusconismo. Si andò a nuove elezioni nel 2006 e facemmo uno spettacolo intitolato Orazione Elettorale a 5 Punte, che era una farsa brevissima, molto divertente, sulle elezioni. Per noi era il momento in cui ci saremmo liberati da Berlusconi, per andare verso un centro sinistra che non era esattamente il massimo dell’eccitazione per noi. Mentre facevamo grasse risate con il pubblico, essenzialmente dei centri sociali, andò a finire con la sconfitta del centro destra per un soffio di voti, un nemico fisico che era un numero che stava al di sotto del margine di errore matematico; furono elezioni vinte per qualcosa che stava sotto il normale errore di calcolo. Questo mi fece sentire un vero cretino.  Un cretino perché mi ero occupato di una cosa pubblica, perché credevo di avere ragione nel mio essere engagé, quando in realtà avevo torto. Mi ero permesso di ridere della volgarità della campagna elettorale, come se si potesse ridere di un imbruttimento del genere. Capii che non avevamo – e non avevo – per niente interpretato il mondo. Credevamo di essere giusti quando il mondo andava da tutta un’altra parte.

Penso sempre a Steven Daldry quando, interpellato sul peso che il Royal Court Theatre avesse nei confronti della politica rispose che il teatro politico inglese avesse storicamente un peso nell’opinione comune e che il Royal Court si era impegnato per far smettere gli inglesi di votare la Tatcher, quando la Tatcher perse (attribuendosi grosso modo il merito di aver portato al trono Tony Blair e all’epoca non immaginava di come sarebbe poi finito il blairismo, altrimenti non si sarebbe bullato così tanto).

Nel 2006 io invece ho pensato che tutti gli sforzi fatti dal teatro, dal cinema, dagli artisti engagé, fossero completamente vani.  C’era qualcosa di molto più intimo, profondo, molto più sbagliato nella nostra società. Qualcosa che era molto più radicato di ciò che può essere colto dalla satira, dal prendere qualcuno per l’in giro sui suoi comportamenti iniqui. Ho capito di dover fare un lavoro molto più sottile rispetto al rendermi antipatico attraverso una dichiarazione di voto,  mostrando i cattivi comportamenti di questo o di quell’altro politico. Il ruolo sociale dell’arte deve andare a lavorare su principi ancestrali, molto più urgenti, per ricostituire la società. Deve riedificare l’umanità basandosi su valori basici come la solidarietà, il bisogno degli esseri umani di condividere le cose con altri esseri umani invece che prendersi a mazzate.

Ho quindi spostato il mio lavoro. Al Teatro Valle, ad esempio, c’è stata un’esperienza di lotta in cui abbiamo proposto un modello di socialità e di governo basato sulla solidarietà invece che sulla competizione, ma non ci siamo occupati di politica. Siamo stati attentissimi a non collegare il gesto teatrale con la lotta politica. Abbiamo invece cercato di ergere la lotta come il contesto attraverso il quale sperimentare la libertà dell’arte.

TG: E’ stato detto che dopo le avanguardie teatrali, con gli elementi farseschi sorbiti dal teatro dell’assurdo, da Pirandello, a Beckett, da Osborne a Pinter, la ‘problem play’, quella coniata per Misura per Misura, in cui non esiste una categorizzazione canonica del genere, sia rimasto l’unico insieme referenziale del teatro contemporaneo. Secondo te, del vecchio schema dei generi, cosa resta?

FP: Guarda, resta quasi tutto in realtà. Del teatro non si butta niente! I generi seguono meccanismi di selezione naturale attraverso le mode dei tempi che si susseguono. Le mode subiscono processi di corsi e di ricorsi. Qualcosa si tiene e qualcosa si butta; voglio dire,il John Webster  era un po’ meno bravo di William Shakespeare, ma nessuno critica il fatto di studiare e mettere in scena più il secondo del primo. Però ho la sensazione che la maggior parte degli elementi classici siano stati tenuti. Si possono riscrivere, cambiare i copioni, ma gli esseri umani non cambiano poi così tanto. Per questo non credo che il teatro moderno sia poi così diverso dal teatro antico. Sono cambiate un po’ le forme, un pochino, ma non tanto. A cambiare tantissimo le forme sono i più contingenti di tutti, quelli che passeranno di moda prima degli altri. Gente che semplicemente vuole farsi notare. Non ricordo se fosse Flaiano o Petrolini a dire “Niente rimane più uguale a sé stesso, nella storia, come l’avanguardia”…

Leggi la recensione dello spettacolo di Fausto Paravidino "I Vicini"

TG: Sei apparentemente l’esempio più riuscito di autore-teatrante, drammaturgo attivo, nel senso più alto del termine; secondo te questa forza demiurgica/creativa di colui che scrive, recita e dirige, ha il riscontro di attenzione e gloria che si merita o – come appare ai miei occhi, ma come credo appaia nella maggior parte dei casi – c’è una marcata settorializzazione tecnica negli ambienti teatrali?  

FP: Sì, c’è una grossa settorializzazione. Andiamo verso una società tecnocratica. Non c’è un informatico al mondo che sappia come funzioni il sistema Windows nel suo complesso. Ognuno ne conosce solo una piccola parte. Nessuno al mondo costruisce un’automobile, ma ne costruisce solo un bullone. Questa cosa sta entrando anche nel teatro, ma ciò è pericolosissimo. Dicono che la specializzazione uccise i dinosauri. Io lavoro affinché non si perda quella figura antica di cui facevano parte Shakespeare, Molière, de Filippo; autori, cioè, che si prendevano la responsabilità delle loro opere. Per me scrivere dirigere e recitare non sono tre lavori diversi, ma sono tre modi diversi di fare lo stesso lavoro. Non dico che questo sia l’unico modo possibile di intendere il mestiere teatrale, ma non credo che si debba fare il tifo per la specializzazione. I ministri tecnici sono di solito una fregatura. I ministri devono essere politici. Il politico è una figura che attualmente è passata terribilmente di moda perché tutti mascalzoni, ladri, eccetera, un tempo era sinonimo di “onorevole”, gli elementi migliori della società, persone che non erano esperti di una cosa sola ma sapevano un po’ di tutto. Questo poi ha prodotto dei grandi ignorantoni… ma vabbè è andata così; meglio non affezionarci ai vizi piuttosto che alle virtù. Siamo abituati a misurare la società attraverso i suoi vizi e questo ci rende un po’ stupidotti; se imparassimo a misurarla anche attraverso le sue virtù, scopriremmo delle cose che potremmo permetterci di non buttare via.

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Le proiezioni di Paravidino. Una recensione a “I Vicini”

Lo spettacolo ‘I Vicini’ di Fausto Paravidino è andato in scena al Teatro Mascagni di Chiusi il 3 marzo 2015 Ottenebrato e vitale, l’appartamento de-saturato de “I Vicini” di Fausto…

Lo spettacolo 'I Vicini' di Fausto Paravidino è andato in scena al Teatro Mascagni di Chiusi il 3 marzo 2015

Ottenebrato e vitale, l’appartamento de-saturato de “I Vicini” di Fausto Paravidino. Una casa scevra  di corruzioni interne, illuminata dalle proiezioni fotoniche delle esterne immaginate: quadrature un po’ Ultimo Tango a Parigi, senza depravazione; un po’ Io e Annie, con pochissimo individualismo narrativo. Un’abitazione pura, di una coppia pura. I voli pindarici woodyalleniani del caratterismo instaurato dall’interpretazione del protagonista, e del reticolo dialogico che allestisce, alimentano quell’iniziale fiducia, quel movimento di avvicinamento del pubblico verso l’intimità domestica di una coppia (Fausto Paravidino e Iris Fusetti), apparentemente incorrotta, turbata solamente da brevi sogni, neanche lontanamente classificabili come incubi. Sembra che nessuna luce venga dall’alto, ma che tutto si proietti (in più accezioni) dalle quinte.

Poi giungono i nuovi vicini (Sara Putignano e Davide Lorino). La paura dell’Altro, che invade uno spazio invisibile, non appartenuto, ma comunque avvertito come violato. Ecco che l’ambiente inizia ad oscillare tra la rassicurazione e l’inquietudine, una diegesi affidata al buio (buio che torna più volte e scinde i tronconi narrativi, assumendosi la responsabilità del racconto). Ecco che le paratie della scenografia diventano più espressionistiche, pur nel loro oggettivo ordinamento riconoscibile, divengono la prospettiva lineare dell’irrazionalità. Le scanalature della messa in scena definiscono argutamente doppi-passi retorici; commedia che diventa tragedia che diventa farsa che torna tragedia, e così via. Il ritmo delle battute rallenta, le parole prendono più respiro.

Leggi l'intervista a Fausto Paravidino

Le due coppie si confrontano sulle loro auto certificazioni, sui rispettivi ruoli. Le due coppie si definiscono tramite le loro paure, e sulla necessità di annullarsi per moltiplicazione di negazioni.

Protagonisti della problem playI Vicini”, sono i fantasmi (Monica Samassa). I grandi assenti del passato, i veri agenti della storia, che trasportano tutto il rancore, tutta la sofferenza e tutta l’ossessione esistenziale, nel presente, nell’impossibilità di una reale incisione. Insieme ai fantasmi, viaggiano sullo stesso binario, i problemi di coppia, le difficoltà della convivenza.  “I Vicini” racconta quelle parentesi esistenziali in cui sembra non succedere niente e in realtà accade tutto. Racconta il memento dei fantasmi che benedicono la bellezza di essere mortali, finiti, prossimi a morte certa. Quei fantasmi che ci ricordano d’essere vivi. La vita è quella vibrazione terribile che ci prende quando siamo impauriti, la stessa che ci mancherà terribilmente, quando saremo vecchi e non riusciremo più neanche a raccontare.

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