La Valdichiana

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Tag: teatro degli arrischianti

Intervista a Gabriele Valentini: e se la fine del mondo arrivasse a Sarteano?

Inizia il 28 Dicembre il “Capodanno a Teatro” targato Arrischianti: dal 28 al 31 potete trovare in Teatro a Sarteano Che m’importa del mondo, la nuova produzione Compagnia Teatro Arrischianti…

Inizia il 28 Dicembre il “Capodanno a Teatro” targato Arrischianti: dal 28 al 31 potete trovare in Teatro a Sarteano Che m’importa del mondo, la nuova produzione Compagnia Teatro Arrischianti con la drammaturgia e la regia di Gabriele Valentini.
“Capodanno a Teatro” è ormai una tradizione consolidata del nostro territorio: inizia come un normale spettacolo in scena negli ultimi giorni dell’anno e culmina in una grande festa la sera del 31 – lo spettacolo si chiude giusto in tempo per il brindisi da fare tutti insieme e poi un ricco buffet vi aspetta negli spazi del Teatro sarteanese.

L’evento è arrivato quest’anno alla decima edizione e per un compleanno così importante non si poteva che optare per un argomento non da poco: la fine del mondo.
Immaginate di trovarvi in un bar mentre fuori piove a dirotto. E mettete che quella sia l’ultima sera del mondo – sarebbe come ve la siete immaginata?
Per immergerci fin da ora nell’atmosfera dello spettacolo ci siamo chiusi nel bar di cui sopra con Gabriele Valentini, che ci sta dentro da mesi o, meglio, anni.

Da cosa nasce l’idea di questo testo? C’è stato un momento particolare, che ricordi, che ha fatto nascere in te la voglia di raccontare la fine del mondo?

“Come spesso capita, l’idea è uscita fuori per caso: eravamo un po’ di persone a parlare, o per meglio dire “cazzeggiare”, e qualcuno è saltato fuori con la domanda “Ma se tu avessi un preavviso di tempo prima che tutto finisca, che faresti?”; una domanda che prima o poi in qualche conversazione, anche per gioco, salta fuori, un po’ come il meteo o l’oroscopo.
Quella volta però, mi è rimasta in mente per via di qualche risposta decisamente buffa e strampalata. Tra l’altro alcuni dei partecipanti alla discussione sono diventati interpreti di questa commedia.
Quell’input iniziale è proseguito per un po’, nel senso che per un po’ di tempo quando uscivo con amici, a un pub o a una cena, o anche quando parlavo con qualcuno che conoscevo poco, domandavo cosa avrebbe fatto nel caso di una fine imminente del mondo, e le risposte in generale, erano quelle di stare con i propri affetti, o di ubriacarsi, cose buttate là: abbiamo la tendenza a non prendere sul serio le domande alle quali non sappiamo dare una risposta precisa.”

È una storia che vuoi raccontare da un po’ di anni. Come si è evoluta nel corso del tempo? Da quando hai avuto l’idea a oggi, vista l’evoluzione dei problemi climatici e la maggiore conoscenza che se ne ha, la storia che volevi raccontare ha subito delle modifiche?

“Direi che l’incontro tra l’idea iniziale e la questione climatica è avvenuto in modo naturale. Basta guardare un qualsiasi telegiornale o leggere qualche articolo per rendersi conto che una questione climatica esiste, è globale e piuttosto urgente e, potenzialmente, potrebbe essere la causa di una fine del mondo.”

La fine del mondo non è un tema propriamente allegro, eppure avete deciso di affrontarlo con toni comici. Come avete risolto questa contraddizione?

“I toni dello spettacolo sono quelli della commedia, sono un sostenitore che di quasi tutto si possa parlare con ironia, senza per questo sminuire l’argomento. Calvino, che era uno di quelli che se ne intendeva, dedica alla leggerezza la prima delle sue Lezioni americane sostenendo che dovrebbe essere considerata un valore da acquisire, e che non è sinonimo di superficialità. E poi, personalmente, non amo chi si veste sempre da serio intellettuale, mi dà sempre l’impressione di quei venditori in giacca e cravatta che poi ti rifilano “un pacco”.

Il presupposto di base (un gruppo di avventori dentro un bar mentre fuori piove a dirotto) potrebbe sembrare l’inizio di un disaster movie hollywoodiano (uno di quei film in cui finisce il mondo, appunto). Trovandoci però in teatro lo sviluppo sarà probabilmente diverso. Cosa ci dobbiamo aspettare? Sarà una fine del mondo vissuta attraverso i dialoghi e le emozioni degli attori o dobbiamo aspettarci effetti speciali di messa in scena?

“Nulla di hollywoodiano. In Che m’importa del Mondo si raccontano storie di gente comune in una situazione straordinaria.”

Hai avuto dei punti di riferimento, delle opere ispiratrici durante la costruzione dello spettacolo?

“Non che me ne sia accorto. Ovviamente mi sono divertito a scrivere una storia che abbia più piani di lettura, a infilare delle citazioni più o meno celate, e sicuramente siamo sempre tutti, chi più chi meno, influenzati da qualche cosa. Ma i veri spunti sono nati dall’osservazione delle persone che mi è capitato di incontrare.”

Per chiudere, parafrasiamo il titolo: a Gabriele Valentini cosa importa del mondo?

“Qui dipende da come si interpreta la domanda: il mondo è un grande contenitore con molte cose dentro, come una casa, e in una casa è giusto occuparsi della sua pulizia, della salubrità dei suoi ambienti, ma anche della felicità, del benessere, della libertà di essere se stessi, di chi la abita, e forse le due cose non sono così slegate.”

L’appuntamento con la fine del mondo, è bene saperlo in anticipo, è il 28, 29 e 30 Dicembre alle 21.15 e poi il 31 Dicembre alle 22, sempre presso il Teatro Arrischianti di Sarteano.
C’è modo migliore per iniziare anno nuovo e decade nuova che affrontare la fine del mondo?

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Prima mondiale al Teatro degli Arrischianti: Magnolia Cafè da Barcellona a Sarteano, passando per Londra e New York

Dopo un’anteprima nazionale, la stagione al Teatro degli Arrischianti continua con una prima mondiale. La Nuova Accademia degli Arrischianti si è imbarcata in una rischiosa avventura produttiva e ha deciso…

Dopo un’anteprima nazionale, la stagione al Teatro degli Arrischianti continua con una prima mondiale.
La Nuova Accademia degli Arrischianti si è imbarcata in una rischiosa avventura produttiva e ha deciso di ospitare per due mesi la drammaturga e regista catalana Àngels Aymar per la prima mondiale di Magnolia Cafè.
Aymar ha pubblicato in Europa, America e Asia e ha girato il mondo con progetti e messe in scena. Abbiamo la fortuna di averla a Sarteano e così abbiamo deciso di incontrarla.

Ci siamo seduti a parlare con lei a uno dei tavolini di legno che compongono la scena dello spettacolo. Appoggiata alla tovaglia bianca, con un sorriso energico, ci ha raccontato la storia di questo testo, che nei suoi venti anni ha girato il mondo in varie forme, ma mai come spettacolo concluso. È stato pubblicato in spagnolo per un’università degli Stati Uniti, in catalano e in inglese. Non è mai stato messo in scena, ma ne hanno fatto delle letture drammatizzate a New York, Barcellona, Cambridge e Londra. La regia, però, non era la sua.
«Quando ho iniziato a scrivere lo facevo per scrivere, non per fare la regia» ci spiega, sottolineando le parole con le mani. «Pensavo che non avrei mai fatto la regia di un mio testo. Era più interessante che lo facesse un altro, mi rendeva felice.»
Le cose, però, cambiano, e il fatto che alcuni suoi testi non siano stati rispettati le ha fatto rivedere la sua posizione. Così adesso è qui a portare per la prima volta in scena la storia del Magnolia Cafè.

Perché, tra più di trenta testi che ha scritto, ha deciso di mettere in scena a Sarteano proprio Magnolia Cafè?
«Questo è l’unico testo che ho con undici personaggi e volevo lavorare con più persone possibile degli Arrischianti» risponde in totale tranquillità, mostrando di aver colto in pieno l’anima comunitaria di chi la ospita. Dopotutto è dal 2016 che Aymar visita annualmente Sarteano per condurre laboratori con la Nuova Accademia degli Arrischianti, quindi non è strano che siano entrate in sintonia.

Una scelta ben precisa, comunque, non è solo quella che ha portato Magnolia Cafè a Sarteano, ma anche quella che gli ha dato vita.
«Siamo sempre costretti a scrivere per pochi personaggi, abbiamo paura della produzione. Quattro personaggi sono già tantissimi. A Barcellona scrivevano tutti così. A me piace molto andare controcorrente e allora ho detto: voglio vedere se sono capace di scrivere qualcosa con tanti personaggi.»
Era un esperimento anche per lei, quindi? «Sempre» risponde sicurissima. «Ogni testo nasce per un motivo diverso, ma sono tutti una sfida. A volte la sfida viene più dal profondo, altre dalla forma. Questa era una sfida di forma.»
La scelta ha dato vita al processo di ricerca su chi fossero, questi personaggi, dove fossero, cosa volessero, cosa facessero.

In questi venti anni di storia, è cambiato qualcosa in Magnolia Cafè? Aymar guarda i proiettori del teatro. «La sola cosa che manca o è strana, considerando il tempo che è passato, è che non abbiano cellulari. Però quando l’ho scritto i telefoni erano grandi così» dice prima di ridere. «Nessuno li portava. Costavano tanto!»
Questo ristorante all’aperto, però, potrebbe appartenere a qualsiasi epoca. «È un testo senza tempo», spiega Aymar, perché al centro non ci sono gli eventi, ma le persone.

Così ecco in scena undici personaggi (più uno extra) che rappresentano generazioni diverse. Ogni carattere è delineato con stralci di dialoghi o di ricordi, rapidamente ma in modo chiarissimo. In un’atmosfera agrodolce, al Magnolia Cafè vengono evocati immagini e sogni, storie e desideri.
Per vederli in prima mondiale sul palco del Teatro degli Arrischianti, l’appuntamento è il 29 e 30 Novembre alle 21.15 e il 1 Dicembre alle 17.30.

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Al via la stagione teatrale degli Arrischianti: un’anteprima nazionale sul pilota di Hiroshima

Una residenza e un’anteprima nazionale: così parte, domenica 3 novembre, la stagione al Teatro Arrischianti di Sarteano. Ospite della Nuova Accademia degli Arrischianti sarà Il Teatro dell’Elce con il suo…

Una residenza e un’anteprima nazionale: così parte, domenica 3 novembre, la stagione al Teatro Arrischianti di Sarteano. Ospite della Nuova Accademia degli Arrischianti sarà Il Teatro dell’Elce con il suo nuovo lavoro, Little Boy, una storia strettamente legata alla prima volta in cui il genere umano scopre di potersi autodistruggere: è il 1945 e vengono sganciate le bombe atomiche.

“Little Boy” è infatti il nome in codice della bomba di Hiroshima. Sul palco non si racconta però la storia dell’arma, ma quella umana del pilota che al rilascio della bomba ha dato il via libera. Claude Eatherly, questo il suo nome, anni dopo l’esplosione scrive al filosofo Günther Anders: “Da allora la mia coscienza è stata tormentata dai rimorsi. Mi sono reso colpevole di atti antisociali perché, nella confusione in cui mi trovavo, cercavo in tutti i modi un castigo.” Pilota e filosofo si scambiano domande e risposte e le loro lettere vengono adesso messe in scena dalla compagnia di Firenze. Quattro personaggi, tra ambiguità e surreale, si interrogano sulla via da seguire per la salvezza dell’umanità. Lo spazio in cui si muovono è quello di un’Apocalisse imminente.

Per indagare la genesi di questo spettacolo, anche noi abbiamo scambiato parole scritte con il regista Marco di Costanzo.

Com’è nata l’idea di lavorare proprio su Claude Eatherly e la sua vicenda? Il suo non è un nome che si trova solitamente nei libri di storia. È stata una scelta razionale o un lampo creativo, un’intuizione?

Sono venuto a conoscenza del carteggio tra Günther Anders e Claude Eatherly per caso quattro o cinque anni fa. Mi ha incuriosito, l’ho letto e mi è sembrato che il testo, nonostante fosse formato da una serie di lettere non destinate alla scena, contenesse una linea drammatica forte, interessante per un lavoro teatrale.

Una volta deciso di lavorare su Little Boy, qual è stato il vostro rapporto con l’attualità? In un mondo pieno di conflitti e in cui viene più volte minacciato il ritorno all’utilizzo delle armi atomiche, avete cercato di raccontare il contesto storico-politico odierno o ve ne siete tenuti distanti, lasciando allo spettatore il compito di coniugare le due realtà?

L’argomento principale del lungo dialogo tra Günther Anders e Claude Eatherly è la bomba atomica, la minaccia nucleare, ma le implicazioni che ne derivano riguardano ogni possibile minaccia alla sopravvivenza dell’umanità. Anche se noi abbiamo conservato il testo originale non è difficile immaginare delle assonanze, per esempio, con il problema del cambiamento climatico. In generale si affronta il tema di come l’essere umano si rapporta con le cosiddette “cause”.

Quanta ricerca storica avete fatto prima di lavorare alla messa in scena? Avete indagato i due protagonisti del carteggio o avete utilizzato le lettere solo come uno spunto?

Le lettere – o meglio una selezione di esse – costituiscono il testo dello spettacolo, non c’è stata alcuna riscrittura. Direi che la prospettiva storica non è il nostro interesse principale in questo lavoro, quanto piuttosto che i due personaggi ci interessano per le loro posizioni su un piano filosofico-morale.

I vostri spettacoli solitamente nascono da laboratori o da esercizi laboratoriali, che generano poi il testo da mettere in scena. Vale lo stesso per Little Boy o avete adottato una metodologia diversa questa volta?

Abbiamo iniziato il processo di lavoro con un laboratorio che ruotava attorno alla domanda: “Come si traduce una serie di lettere in azione scenica?”. I partecipanti erano un gruppo più ampio di quello che poi ha dato vita allo spettacolo durante il vero e proprio processo di produzione, che invece non definirei laboratoriale.

Perché scegliere un piccolo paese di provincia per terminare la lavorazione e proporre lo spettacolo in anteprima? Data la vostra metodologia di lavoro e la vocazione laboratoriale della Nuova Accademia degli Arrischianti verrebbe da pensare che ci sia un’affinità tra le due realtà.  

Il teatro di Sarteano, che per noi coincide con gli Arrischianti (Laura Fatini, Pina Ruiu), è sempre stato estremamente ospitale con noi e lo abbiamo considerato il luogo ideale per il “parto” del nostro Little boy. Numerosi sono gli spettacoli che il Teatro dell’Elce ha già portato sul palco di Sarteano negli anni passati, lasciando sempre tutti a bocca aperta. Questa volta vi aspetta con un’anteprima nazionale e un racconto calzante per i tempi che viviamo.

Domenica 3 Novembre, alle 17.30, appuntamento al Teatro degli Arrischianti.

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Die Panne di Valentina Bischi a Teatro (dopo tanto peregrinare)

Uno scherzo, un jest, che rivela tutto l’assoluto dell’esistere. Un rovesciamento kafkiano della conformità, per lo svelamento del vero. Dürrenmatt ha utilizzato come nessun altro l’assurdo fonetico per tirare fuori…

Uno scherzo, un jest, che rivela tutto l’assoluto dell’esistere. Un rovesciamento kafkiano della conformità, per lo svelamento del vero. Dürrenmatt ha utilizzato come nessun altro l’assurdo fonetico per tirare fuori il vero dagli esseri umani. Valentina Bischi, vecchia conoscenza del Teatro Arrischianti di Sarteano, torna al teatro in piazza XXIV giugno con un “classico”, che ormai da due anni sta portando in giro per palchi non esattamente convenzionali. “Die Panne” (La Panne, in italiano), testo equilibratissimo, nato come radiodramma, nel 1956 – reso anche un film da Ettore Scola La più bella serata della mia vita, con Alberto Sordi, nel 1972 – racconta la vicenda di un rappresentante tessile apparentemente senza macchie, che incappa nella casa di un anziano giudice in pensione, il quale – con due suoi ospiti – si diverte ad allestire tribunali fittizi per allietare le serate. Il rappresentante, inizialmente felice di partecipare al gioco, si confronterà con i lati più oscuri della psiche umana, con la labilità dei concetti di colpevolezza ed innocenza.  Abbiamo intervistato Valentina Bischi a pochi giorni dalla residenza di laboratorio che terrà nelle sale della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 e sabato 9 febbraio, per poi andare in scena lo stesso sabato alle ore 21:30 e domenica 10 febbraio alle 17:30.

 

La Panne di Durrenmatt è uno spettacolo che stai portando in giro in varie dimensioni da quasi due anni. Come si è evoluto nel tempo e cosa significa portarlo su un palcoscenico teatrale?

Die Panne è uno spettacolo pensato intorno a un tavolo. Di fatto il teatro accade attorno al tavolo nel quale sono seduti gli spettatori. Quello è stato lo spazio di possibilità dell’azione per cui è stato portato in diversi luoghi: case private, ristoranti, biblioteche… essere in teatro è sempre un’emozione personale e quello di Sarteano particolarmente perché ci sono stata molte volte. L’evoluzione è ritmica. Sempre di più mi rendo conto che è un testo molto legato alla parola che sta su una partitura ritmica. Se parliamo di evoluzione penso alle battute sempre più definite e precise, ma che non decidiamo noi che agiamo lo spettacolo… vengono determinate dal respiro del pubblico. Il ritmo è una condizione collettiva. In questo senso parlerei di evoluzione: lo spettacolo è sempre di più esposto alle variazioni di ritmo determinate dal pubblico.

 

Ti ricordi come avvenne la scelta di questo testo?

La scelta del testo la ricordo bene. Avvenne un paio di anni fa, quando un’amica con cui avevo già collaborato ad Arezzo mi chiese se avessi una storia da raccontare per un evento in una cantina. Io ho pensato a Die Panne che avevo già sentito a Roma, quando collaboravo con la casa dei racconti di Duccio Camerini.

 

Lo spettacolo mescola in maniera estremamente omogenea teatro di parola – di fatto è posto come un radiodramma – e teatro di figura. Qual è stato il modello di lavoro e più in generale dove stra arrivando la tua ricerca drammaturgica?

Sono sempre stata legata alla parola, al suono, alla possibilità del ritmo dentro gli enunciati. Questo testo si è unito perfettamente a questa esigenza. La fascinazione per la voce nella radio, è sempre stata presente.

Die Panne è uno spettacolo che mi ha sempre dato grandi soddisfazioni perché alla fine siamo arrivati a una cinquantina di repliche in vari luoghi. Spero che continui il suo percorso. Nel frattempo insieme a un gruppo nato al Teatro Rossi Aperto di Pisa, un teatro occupato da circa sette anni, abbiamo messo in scena il cartografo di Juan Mayorga.

 

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La Memoria degli Olocausti Contemporanei – “Il Treno” agli Arrischianti

Il 26 Gennaio alle 21:15 e il 27 alle 17:30 è di scena al Teatro Arrischianti di Sarteano Il Treno, con Francesco Storelli, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Silvia…

Il 26 Gennaio alle 21:15 e il 27 alle 17:30 è di scena al Teatro Arrischianti di Sarteano Il Treno, con Francesco Storelli, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Silvia De Bellis, Giulia Rossi. La regia è di Giacomo Testa. La vicenda si svolge nel 1941 e racconta di un piccolo villaggio ebraico nel quale, per sfuggire all’imminente arrivo dei tedeschi, si tenta “un’autodeportazione”: finti deportati, finti nazisti su un finto treno. Il Treno è la storia di una fuga perfetta.

Ironia e malinconia accompagnano questa sgangherata comunità nel lungo viaggio verso la Terra Santa.

Il Giorno della Memoria negli ultimi anni è diventato un appuntamento fisso delle stagioni teatrali del nostro territorio. È proprio nelle motivazioni che determinano questa scelta  che alberga – a mio parere – uno dei valori principali del teatro, nella nostra società. Moltissimi media sono elementi volatili che assecondano i tempi ridottissimi delle risorse di attenzione nel nostro tempo. Molti di voi, ad esempio, non stanno più leggendo questo testo, oppure hanno già saltato a piè pari questo paragrafo; tantissimi non hanno nemmeno aperto il link dal quale hanno raggiunto l’articolo, pur avendolo – magari – condiviso. Per mantenere l’attenzione, il pubblico deve essere motivato a farlo. Le forme di rappresentazione più riflessive, che hanno il beneficio di poter occupare un lasso di tempo più lungo delle nostre giornate, sono quelle che necessitano di un ambiente chiuso e determinato, sacrale, nel quale dedicare una porzione di tempo sufficientemente lunga a qualcosa. Un luogo nel quale i telefoni si silenzino (o si dovrebbero silenziare) e non si emettano suoni (o non si dovrebbero emettere), un luogo in cui la concentrazione si rivolga solo e soltanto a un quadro scenico. La sala cinematografica e il teatro sono le due articolazioni del discorso scenico nelle quali lo spettatore è obbligato a dedicare tempo a una rappresentazione. A teatro però, a differenza del cinema, gli agenti della rappresentazione sono vivi, reali, sono presi da un demone istrionico che fa sospendere l’incredulità. Ecco, quindi, l’ambientazione del teatro come eletta per celebrare il giorno della memoria. Ché questa non sia rappresentata da un tweet, da un pensiero fugace, da un link osservato di sfuggita, ma che sia vissuta in un luogo celebrale (non cerebrale, attenzione), da persone in carne e ossa, a forzare i riempimenti psichici del ricordo di una pagina buia della nostra storia, tanto buia che rischia di essere ripetuta ancora oggi.

Il teatro degli Arrischianti di Sarteano da sempre inserisce nel suo cartellone uno spettacolo per il Giorno della Memoria. Da sempre questi spettacoli sono produzioni della Compagnia Arrischianti, sovente le migliori del repertorio. Si è visto in passato il Mein Kampf di George Tabori e più recentemente la prima assoluta italiana di Dall’Inferno alla Luna di Thiercelin. Quest’anno la virtù è ulteriore, perché c’è un esordio alla regia: quello di Giacomo Testa, già comprovato attore, apprezzato in varie vesti nei teatri tra Umbria e Toscana, e che ha deciso di dedicarsi all’arte del metteur en scène proprio in occasione di questa ricorrenza. Gli abbiamo rivolto alcune domande, a pochi giorni dallo spettacolo.

 

LaV: È il tuo esordio alla regia. Come ti trovi in questa veste?

Giacomo Testa: Considera che io ho già fatto delle piccole regie, in passato. Per piccole intendo proprio cose ridotte: monologhi, brevi spettacoli, in piccoli spazi. Per me è esordio alla regia di uno spettacolo lungo e corale. La mia prima regia articolata, diciamo. Devo dire che non è facile gestire il tutto. Dalla parte dell’attore non ci si rende mai conto della misura del lavoro che il regista porta avanti. L’attenzione effettiva che richiedono i piccoli dettagli, il coordinamento dei costumi, dell’allestimento, così come la gestione degli attori. È stato interessante confrontarmi con le varie interpretazioni che il testo subisce durante le prove.  Il lavoro fondamentale con gli attori è proprio questo, vedere cosa esce dalla loro recitazione, lavorare con loro per farli uscire dalla comfort-zone.

LaV: Quali strumenti hai utilizzato per imparare a fare una regia?

GT: Quello che ho cercato a fare da attore è stato rubare con l’occhio. Lavorare il più possibile con persone esperte, con professionisti, per assimilare da loro la qualità pratica. Fortunatamente sono anche un grosso consumatore di teatro, vado a vedere quanti più spettacoli possibili. Quindi ho avuto, da una parte, una formazione da autodidatta. In più ho frequentato laboratori di drammaturgia che sono stati illuminanti. Agli Arrischianti ho seguito i corsi di scrittura e drammaturgia di Angels Aymar,  e prima ancora con la Compagnia Del Pino di Terni.

LaV: Intorno a te hai però il pieno supporto della Compagnia Arrischianti, no?

GT: Sì, c’è Gabriele Valentini che ha curato le coreografie degli attori, la scenografia invece è di Simone Ragonesi e il disegno luci di Laura Fatini, i costumi della Vittoria Bianchini e Angela Dispenza che è l’aiuto regia…

LaV: Le musiche sono originali e sono composte da un musicista d’eccezione, Giacomo Rost Rossetti dei Negrita. Come lo hai coinvolto nel progetto?

GT: Giacomo è un amico. Gli ho chiesto di partecipare e lui ha accettato.

LaV: Lo spettacolo tratto da Train de Vie di Radu Mihăileanu, in che modo si misura con il film?

GT:  Più che “tratto” direi “ispirato”. È uno spettacolo che si ispira al film Train de Vie, non ha la presunzione di essere un rifacimento teatrale, o peggio una riduzione fedele. L’idea di fondo sì, è quella raccontata dal film. Poi da lì partono molti microcosmi che passano dal surreale al simbolico. Ho aggiunto intere parti di dialogo che non ci sono nel film, per rendere più mio lo spettacolo.

LaV: Di che valori si rinnova quest’anno il giorno della Memoria?

Il Giorno della Memoria dell’Olocausto potrebbe essere allargato ai tanti olocausti contemporanei. La Memoria va ricercata di giorno in giorno, e ne abbiamo fortemente bisogno, basta dare un’occhiata alle notizie che abbiamo. Nel mondo ci sono migliaia di olocausti, migliaia, che restano sottotraccia, di cui non siamo informati o peggio di cui non ci vogliamo informare. La celebrazione della memoria dovrebbe essere viva tutti i giorni.

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Pierrot, Arlecchino e Colombina, più che maschere, colori – Intervista a Maria Claudia Massari

Sabato 8 Dicembre alle 17:30, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena Pierrot, Arlecchino e Colombina, Una Storia di Amore e Pane, una produzione della Nuova Compagnia delle…

Sabato 8 Dicembre alle 17:30, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena Pierrot, Arlecchino e Colombina, Una Storia di Amore e Pane, una produzione della Nuova Compagnia delle Arti – Corps Rompu. Sulla scena Maria Claudia Massari, impersonando i tre celebri caratteri della tradizione, ci racconta una vicenda ispirata da un racconto di di Michel Tournier intitolato Pierrot e I Segreti della Notte.  In un piccolo villaggio in Francia, il panettiere Pierrot ama la bella lavandaia Colombina. Questa però non è contenta del suo innamorato, che lavora quando gli altri dormono. Un bel giorno passa di là Arlecchino, imbianchino multicolore, che affascina Colombina con la sua magia di colori e vitalità. Lo spettacolo si avvale della musica dal vivo, suonata da Giovanni Rafanelli e le scene di Mauro Borgogni.

«Questo spettacolo esiste da molto tempo. Si è evoluto tantissimo negli ultimi anni» ci racconta Maria Claudia Massari, principale interprete e regista dello spettacolo «Lo spettacolo ha girato moltissimo e ci sono molto affezionata. Il pubblico di ogni età ha sempre risposto bene, forse anche perché finisce con una bella merenda». Alla fine dello spettacolo, infatti, il ciaccino sfornato da Pierrot diventa l’occasione per condividere una merenda e certificare il lieto fine della vicenda.

Maria Claudia Massari ha lungamente approfondito il teatro d’immagine: la sua formazione a Parigi, presso la Ecole Internationale de Mimodrame de Paris Marcel Marceau e Ecole de l’Acteur François Florent, determina una forte cognizione del teatro di maschera. «Lo spettacolo è un tributo ai miei maestri, Marcel Marceau, Ferruccio Soleri… le maschere sono sempre un bellissimo tema di lavoro» continua Maria Claudia Massari, che da sola, sul palco, interpreta i tre personaggi, senza l’uso della maschera fisica «Ovviamente ho lavorato in maniera non convenzionale: il mio Arlecchino è molto timido, anche se seduttore, non di certo paragonabile a quello di Soleri o di Moretti…».

Lo spettacolo si sviluppa sulla forte caratura simbolica dei colori: «Colombina ha una forte predominanza di bianco, Pierrot di blu e Arlecchino di tutti i suoi colori sgargianti. Colombina ha il bianco luminoso del giorno, contrapposto al blu notturno di Pierrot: i due sono svegli in momenti diversi, e proprio su questo contrasto si sviluppa il loro confronto. Giorno e notte, luce e buio, sole e luna. Poi arriva arlecchino che con i suoi colori creerà scompiglio, ma che alla fine dimostrerà la sua inconsistenza».

Un teatro delle maschere che secondo Maria Claudia Massari è ancora molto vivo: «Magari dovranno passare degli anni prima di capire quali maschere sono ancora vive nei nostri tempi, ma in giro si vedono spettacoli bellissimi che ne fanno uso: a Parigi abbiamo visto La Gattomachia che è un ottimo esempio di contaminazione, per quanto riguarda l’uso delle maschere oggi. Anche Andrea Brugnera è uno che a modo suo, anche quando lavora senza maschera, riesce ad averci una maschera sulla pelle:anche questo è un modo di continuare quella tradizione».

L’appuntamento è a Sarteano, al teatro degli Arrischianti, sabato 8 dicembre alle 17:30. «I bambini – dai 3 anni in su – si troveranno nel loro mondo: poi, ognuno più leggerlo a suo moto, anche gli adulti ovviamente».

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Arrischianti Vintage con le Ladyvette

Alle undici e mezza del 10 marzo 2017, il teatro degli Arrischianti di Sarteano era gremito di persone, quasi tutte in piedi ad agitare le ginocchia su Hound Dog di…

Alle undici e mezza del 10 marzo 2017, il teatro degli Arrischianti di Sarteano era gremito di persone, quasi tutte in piedi ad agitare le ginocchia su Hound Dog di Elvis. Sul palco solo una tastiera e un trio vocale femminile, avvolto da tre esaltanti tubini leopardati. È il bis che le Ladyvettes hanno concesso al pubblico sarteanese, il quale ha occupato ogni posto disponibile del teatro in Piazza XXIV Giugno. Al piano, un dinamicissimo Roberto Gori ha riempito, con trascinante precisione, gli impianti sonori, di ragtime e di rock’n’roll. Per il pubblico in sala, stare seduti, è stato impossibile.

Il trio, luccicante e vintage, con sede operativa a Roma – ma che la carriera che stanno sviluppando rende sempre più internazionale – torna a Sarteano dopo quattro anni, con una compagine nuova e un curriculum che si è ingigantito: nel frattempo, infatti, le Ladyvette sono entrate nel cast di numerosi format televisivi RAI, hanno collaborato con Renzo Arbore, con Lillo & Greg, Chiara Civello, nonché hanno registrato una pletora di date nei più importanti festival vintage d’Europa e, recentemente, in notevoli club di New York, tra cui il celeberrimo jazz club Birdland e il Joe’s Pub.   Ma il trio femminile, graffiante e patinato, non arresta la sua energica ascesa:  « Adesso ci sono un sacco di cose che bollono in pentola. Un sacco di progetti che stanno decollando. Abbiamo girato la seconda stagione de Il Paradiso delle Signore, per la RAI, che andrà in onda ad ottobre. Quella è l’unica cosa certa. Il resto ce lo teniamo per noi, per scaramanzia. Ma stiamo lavorando a diversi progetti… » rivela Francesca, nei camerini subito dopo lo spettacolo, la “Honey Ladyvette”, la quale è entrata nel trio da un anno «Sono entrata in punta dei piedi nel gruppo. Dovevamo trovare una giustificazione a questa nuova “presenza”: il primo pretesto che ci è venuto in mente è stato quello di usare il mio essere bionda con gli occhi azzurri, molto poco mediterranea e molto poco italiana, per costruire un espediente. Per tutta la prima parte dello spettacolo fingo di essere californiana, per poi lasciarmi andare e rivelare la mia reale provenienza… Io sono pistoiese doc». Accanto a lei, Valentina Ruggeri – memore dell’ultima esibizione di Sarteano di qualche anno prima –  mi fa «in questi anni è successo di tutto, ma diciamolo piano, ché è un attimo e si cade dalle scale. Stiamo facendo dei “giusti passi”».

Usano un’iconografia anni Cinquanta, cantano Buscaglione, Carosone, “Mister Sandman”, “Lollipop”, ma rivisitano anche “Teorema” di Ferradini, Elio e le Storie Tese, Max Pezzali e Ambra Angiolini, arricchiscono la scaletta di piacevolissimi brani originali, mescolanto l’altitudine della “Diva” dello Swing del passato con la prosa del presente. «Le Dive non esistono più.» mi dice Valentina «Abbiamo usato gli abiti e gli stili delle dive anni Cinquanta soprattutto per fare ironia

. Purtroppo oggi è molto più facile, per una donna, cadere in altri tranelli, scendere spesso nella volgarità, essere presente sui social, essere in contatto diretto col pubblico. Oggi tutto sfuma più velocemente e le “celebrità” sono fatte di carne. Il bello delle dive di un tempo era il loro essere irraggiungibili, impalpabili…».

Il loro utilizzo della chiave ironica è delizioso e rende lo spettacolo – che non è solo un concerto, ma raccoglie anche ampie parti dialogiche e di cabaret – fruibile da qualsiasi tipo di pubblico ed assolutamente piacevole. «Noi siamo delle “Divette”. Cerchiamo di essere grandi Dive, ma la parte nazional-popolare, l’aspetto contemporaneo prende spesso il sopravvento. È il loro essere imperfette, quindi, che rende le “piccole dive” adorabili». Questo per dire, in fondo, che una vera Diva, oggi, deve essere prima di tutto autoironica e non prendersi veramente mai troppo sul serio.

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La complessa sintassi dei rapporti: ‘Il Nome’ agli Arrischianti come augurio di un felice 2017

L’enorme successo di affluenza al teatro degli Arrischianti di Sarteano per le repliche de Il Nome, dal 29 al 31 dicembre, ha costretto l’organizzazione ad una replica ulteriore, il 5…

L’enorme successo di affluenza al teatro degli Arrischianti di Sarteano per le repliche de Il Nome, dal 29 al 31 dicembre, ha costretto l’organizzazione ad una replica ulteriore, il 5 Gennaio. Moltissimi e prolungati gli applausi, straripante la presenza del pubblico in platea e nei palchetti del teatro in piazza XXIV Giugno. Probabilmente il successo della commedia francese, nel rifacimento composto da Gabriele Valentini, alberga nella positività e nella gioiosità attraverso la quale il pubblico assiste alla risoluzione di un dissidio.

I cinque protagonisti de Il Nome nella versione proposta al teatro Arrischianti di Sarteano, sono assoluti narrativi. Caricature di tipi umani sostanzialmente riconoscibili, con tic e fisime mentali comuni. C’è una facilità interpretativa, per il pubblico, nella comunione tra i gesti rappresentati nella commedia e quelli vissuti ogni giorno, nelle rispettive quotidianità. La coppia Elizabeth e Pierre, clamorosamente affine alle dinamiche interne di coppie “in crisi”, con le classiche domande dei quarantenni con figli che affrontano i momenti di stasi e di appiattimento esistenziale, l’adolescenza postergata di Vincent, nella sua continua baldanzosa arroganza e amichevole ostentazione, nonché l’incomunicabilità di Claude, sono paradigmi umani presenti in ogni reticolo sociale, che sia familiare, amichevole, lavorativo.  

Nella grammatica e nel battibecco cui la complessità dei rapporti si sfoga, l’unica dignità che resta è la capacità di fare un passo indietro da parte dei protagonisti, comprendere i limiti propri e degli altri, perimetrare le capacità emotive, confinarne i rispettivi lati come le tessere di un mosaico. Riconoscere, riconoscersi. Quello che lo spettacolo ha augurato al suo pubblico all’inizio del 2017 è proprio  questo: risolvere i problemi attraverso gli sguardi e le parole, attraverso la purezza, attraverso la comunicabilità e riconoscibilità. Non c’è augurio più grande.

Durante i preparativi della prova generale, Tommaso Ghezzi ha infastidito parte del cast.

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L’amore in tempo di guerra: “Insabbiati”

Una recensione allo spettacolo “Insabbiati” al Teatro degli Arrischianti Valentina Bischi ci racconta una storia che sulle prime può essere scambiata per privata; in realtà è pubblica, totalizzante, astorica. È…

Una recensione allo spettacolo “Insabbiati” al Teatro degli Arrischianti

Valentina Bischi ci racconta una storia che sulle prime può essere scambiata per privata; in realtà è pubblica, totalizzante, astorica. È una vicenda che lascia assurgere i suoi protagonisti ad assoluti narrativi: dati empirici che diventano trascendentali, vertici umani che diventano orizzontali, caratteri localizzati, sincretici, che allargano il loro campo di coinvolgimento e corroborano la coscienza degli individui di oggi e ovunque nel mondo. Lo spettacolo arriva a Sarteano dopo essere passato per palchi di tutta Italia ed Europa.

La vicenda racconta dei principali avvenimenti dei nonni di Valentina Bischi, Ricciotti Menotti Garibaldi e Augusta Scarapazzi. Siamo nel 1940, il corno d’Africa è coperto dal possedimento dell’Africa orientale italiana, provincia dell’impero coloniale fascista, la quale ostacola gli accessi al mare delle colonie britanniche.  Ricciotti è un cineoperatore assunto all’istituto nazionale Luce, che viene inviato a documentare la provincia dell’impero italico fascista in Etiopia. Da Mogadiscio e da Addis Abeba invia lettere alla moglie e ai tre figli; queste divengono il perno narrativo su cui si sorregge lo spettacolo.

insabbiati sarteanoValentina, settant’anni dopo, recupera quelle lettere, quelle sensazioni, quegli stati d’animo e li riporta in uno spettacolo a una sola voce che si squaderna nella mimesi di due personaggi portanti; Augusta e il figlio primogenito, ancora adolescente. La famiglia vive in un piccolo appartamento romano, (tanto che sembra quello della Loren in Una giornata particolare di Ettore Scola) e aspetta il ritorno del padre di famiglia.

Da subito si nota lo scarto che Valentina Bischi instaura tra la tradizione del teatro di narrazione monologico e l’innovazione dello stesso. Ci sono sconfinamenti gotrowskiani della quarta parete, polifonie stratificate, cambi dinamici di ritmo e sensibilità, che rendono la linearità del racconto ondulante, irregolare. Alla sua voce si sovrappongono i suoni dei filmati dell’istituto Luce e il tappeto musicale, composto da una sola chitarra, che alimentano l’oscillazione fonetica e stilistica della rappresentazione. I movimenti e gli accenti melodici del parlato definiscono una corporatura poliedrica del racconto. Il classico teatro di narrazione monocorde, da centro palco, con la scena spoglia, sembra superato nel migliore dei modi: in “Insabbiati” infatti ogni singolo elemento presente sul palcoscenico si carica di forza simbolica; il cavo dei panni stesi, le mollette, il cesto dei vestiti.

Il punto di massima tensione lo troviamo a metà spettacolo e fornisce, forse, la chiave di lettura dell’intero testo; il narratore (Augusta e/o suo figlio), neutralizzato in una specie di spersonalizzazione onirica, si ritrova avvolto nel velo bianco appeso al cavo dei panni da asciugare. L’andamento vocale sembra suggerire un amplesso. Il rapporto si consuma tra Augusta e il suo ricordo, nella leggerezza del sogno. Il velo diventa il filo del ricordo stesso, la sua rappresentazione, durante l’assenza. Augusta figura il marito in Etiopia, trascende il corpo, e si getta tra le sue braccia. Quel cavo, quel filo, quel panno sono elementi caricati di rimandi evocativi ed ogni cosa prende peso.

Tutto si concentra sulle grandezze fisiche. Il peso, la distanza, lo spazio. “Ho dimenticato l’ultima volta in cui ti sei alzato dal letto ed io ho preso tutto lo spazio”, dice Valentina. Quanto spazio può occupare un’assenza? Quanto peso può avere un periodo storico, un non-essere? Quelle grandezze fisiche fondamentali nell’edificazione dei rapporti umani per quella generazione, per quella guerra, e che oggi sembrano totalmente superate. Quelle grandezze fisiche di cui oggi sentiamo il bisogno, dal momento che ogni cosa sembra acuire uno sdegno collettivo per pochi giorni, giusto il tempo di un post, giusto il tempo di un’immagine profilo con la bandiera francese dopo i fatti di Parigi, per poi sciogliersi in un calderone del rimosso, senza peso.

Questo spettacolo è necessario e ci riguarda, ci ricorda quanto fossero importanti gli abbracci in tempo di guerra, di quanto fosse importante la proiezione di una vita in tempo di pace, quanto fosse importante accorciare i tempi e le distanze dell’amore. Sono i ricordi e la tensione che a questi ci lega, a non dover essere insabbiati.

A margine dello spettacolo, Valentina Bischi ha cortesemente risposto alle mie domande: ecco il video dell’intervista in esclusiva per i lettori de La Valdichiana

ArrischiantiSm

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“Tacabanda” a Sarteano: le interviste

Domenica 8 novembre presso il Teatro degli Arrischianti di Sarteano è andato in scena “Tacabanda”, un racconto musicato per attore e orchestrina di fiati che rappresenta l’ultimo tentativo di un musicante di dare…

Domenica 8 novembre presso il Teatro degli Arrischianti di Sarteano è andato in scena “Tacabanda”, un racconto musicato per attore e orchestrina di fiati che rappresenta l’ultimo tentativo di un musicante di dare senso alla propria carriera e di trovare qualche risposta per la propria vita. Nello spettacolo di Matteo Pelliti e Manfredi Rutelli, il ruolo del protagonista è affidato a Gianni Poliziani, le musiche eseguite dal vivo dalla Filarmonica G.Puccini di Montalcino, diretta dal Maestro Luciano Brigidi.

Ecco le interviste realizzate al termine dello spettacolo: cominciamo con l’attore Gianni Poliziani.

Chi è Il Maestro Cosimo Valdambrini?

“È un maestro di grande qualità, di grande talento. Solamente che ha un’altra faccia; è uno sfaccendato, un bugiardo, che lungo la sua vita si è arrabattato in più modi, cercando di raggiungere gli obiettivi con poca fatica. Lui stesso dice “Sono nato col talento; di fatica non se ne parla”. Ad un certo punto però si trova di fronte a una realtà diversa; non ha più lavoro, è solo, e ha bisogno di fare un provino per una banda municipale, in un paesino di provincia. È costretto a farlo. In questo paese inoltre, colui che ha ideato il provino, è una delle sue vittime di gioventù. Un ragazzo a cui aveva fregato il posto in un’orchestra, con un imbroglio. Però c’è un lieto fine; l’umiliato invece di vendicarsi, capisce che vuole valorizzare il talento del suo rivale, e Valdambrini stesso, dopo aver fatto i conti con il suo passato, capisce che la vita è in queste piccole cose; nell’essere puri e onesti, specialmente nell’arte.”

Vista la quantità di musica in questo spettacolo, una domanda che mi viene da porti è: quanto si può jazzare nella recitazione?

“In un testo come questo c’è molta libertà. È un monologo e quindi lo devi fare tuo. È scritto da Manfredi Rutelli e Matteo Pellitti basato sui racconti di un musicista. Quando provavamo, soprattutto i primi tempi, c’era la possibilità di cambiare delle piccole cose, aggiungere, togliere, modificare. Ecco, mentre per cambiare un testo di Pirandello devi avere la capacità e la legittimità per farlo, in un testo originale come questo, invece, sono offerti tanti spunti per “jazzare”. Queste occasioni sono molto divertenti poi, quando si ha pratica con il palco. È stato un piacere farlo insieme a un grande professionista. Sono stato insieme a Manfredi che è anche un vecchio amico; erano tanti anni che non lavoravamo insieme. Lui, come si dice “c’ha il mestiere bono”, ti sa trasmettere quello che vuole e lavorare assieme a uno spettacolo è sempre costruttivo.”

Manfredi Rutelli, regista e co-autore del testo, alla fine dello spettacolo, ha gentilmente risposto alle nostre domande. È stato preso al volo, nei camerini del Teatro degli Arrischianti, con l’adrenalina ancora in circolo, tra gli specchi e il bagno.

ArrischiantiSm

 

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