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Pierrot, Arlecchino e Colombina, più che maschere, colori – Intervista a Maria Claudia Massari

Sabato 8 Dicembre alle 17:30, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena Pierrot, Arlecchino e Colombina, Una Storia di Amore e Pane, una produzione della Nuova Compagnia delle…

Sabato 8 Dicembre alle 17:30, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena Pierrot, Arlecchino e Colombina, Una Storia di Amore e Pane, una produzione della Nuova Compagnia delle Arti – Corps Rompu. Sulla scena Maria Claudia Massari, impersonando i tre celebri caratteri della tradizione, ci racconta una vicenda ispirata da un racconto di di Michel Tournier intitolato Pierrot e I Segreti della Notte.  In un piccolo villaggio in Francia, il panettiere Pierrot ama la bella lavandaia Colombina. Questa però non è contenta del suo innamorato, che lavora quando gli altri dormono. Un bel giorno passa di là Arlecchino, imbianchino multicolore, che affascina Colombina con la sua magia di colori e vitalità. Lo spettacolo si avvale della musica dal vivo, suonata da Giovanni Rafanelli e le scene di Mauro Borgogni.

«Questo spettacolo esiste da molto tempo. Si è evoluto tantissimo negli ultimi anni» ci racconta Maria Claudia Massari, principale interprete e regista dello spettacolo «Lo spettacolo ha girato moltissimo e ci sono molto affezionata. Il pubblico di ogni età ha sempre risposto bene, forse anche perché finisce con una bella merenda». Alla fine dello spettacolo, infatti, il ciaccino sfornato da Pierrot diventa l’occasione per condividere una merenda e certificare il lieto fine della vicenda.

Maria Claudia Massari ha lungamente approfondito il teatro d’immagine: la sua formazione a Parigi, presso la Ecole Internationale de Mimodrame de Paris Marcel Marceau e Ecole de l’Acteur François Florent, determina una forte cognizione del teatro di maschera. «Lo spettacolo è un tributo ai miei maestri, Marcel Marceau, Ferruccio Soleri… le maschere sono sempre un bellissimo tema di lavoro» continua Maria Claudia Massari, che da sola, sul palco, interpreta i tre personaggi, senza l’uso della maschera fisica «Ovviamente ho lavorato in maniera non convenzionale: il mio Arlecchino è molto timido, anche se seduttore, non di certo paragonabile a quello di Soleri o di Moretti…».

Lo spettacolo si sviluppa sulla forte caratura simbolica dei colori: «Colombina ha una forte predominanza di bianco, Pierrot di blu e Arlecchino di tutti i suoi colori sgargianti. Colombina ha il bianco luminoso del giorno, contrapposto al blu notturno di Pierrot: i due sono svegli in momenti diversi, e proprio su questo contrasto si sviluppa il loro confronto. Giorno e notte, luce e buio, sole e luna. Poi arriva arlecchino che con i suoi colori creerà scompiglio, ma che alla fine dimostrerà la sua inconsistenza».

Un teatro delle maschere che secondo Maria Claudia Massari è ancora molto vivo: «Magari dovranno passare degli anni prima di capire quali maschere sono ancora vive nei nostri tempi, ma in giro si vedono spettacoli bellissimi che ne fanno uso: a Parigi abbiamo visto La Gattomachia che è un ottimo esempio di contaminazione, per quanto riguarda l’uso delle maschere oggi. Anche Andrea Brugnera è uno che a modo suo, anche quando lavora senza maschera, riesce ad averci una maschera sulla pelle:anche questo è un modo di continuare quella tradizione».

L’appuntamento è a Sarteano, al teatro degli Arrischianti, sabato 8 dicembre alle 17:30. «I bambini – dai 3 anni in su – si troveranno nel loro mondo: poi, ognuno più leggerlo a suo moto, anche gli adulti ovviamente».

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Arrischianti Vintage con le Ladyvette

Alle undici e mezza del 10 marzo 2017, il teatro degli Arrischianti di Sarteano era gremito di persone, quasi tutte in piedi ad agitare le ginocchia su Hound Dog di…

Alle undici e mezza del 10 marzo 2017, il teatro degli Arrischianti di Sarteano era gremito di persone, quasi tutte in piedi ad agitare le ginocchia su Hound Dog di Elvis. Sul palco solo una tastiera e un trio vocale femminile, avvolto da tre esaltanti tubini leopardati. È il bis che le Ladyvettes hanno concesso al pubblico sarteanese, il quale ha occupato ogni posto disponibile del teatro in Piazza XXIV Giugno. Al piano, un dinamicissimo Roberto Gori ha riempito, con trascinante precisione, gli impianti sonori, di ragtime e di rock’n’roll. Per il pubblico in sala, stare seduti, è stato impossibile.

Il trio, luccicante e vintage, con sede operativa a Roma – ma che la carriera che stanno sviluppando rende sempre più internazionale – torna a Sarteano dopo quattro anni, con una compagine nuova e un curriculum che si è ingigantito: nel frattempo, infatti, le Ladyvette sono entrate nel cast di numerosi format televisivi RAI, hanno collaborato con Renzo Arbore, con Lillo & Greg, Chiara Civello, nonché hanno registrato una pletora di date nei più importanti festival vintage d’Europa e, recentemente, in notevoli club di New York, tra cui il celeberrimo jazz club Birdland e il Joe’s Pub.   Ma il trio femminile, graffiante e patinato, non arresta la sua energica ascesa:  « Adesso ci sono un sacco di cose che bollono in pentola. Un sacco di progetti che stanno decollando. Abbiamo girato la seconda stagione de Il Paradiso delle Signore, per la RAI, che andrà in onda ad ottobre. Quella è l’unica cosa certa. Il resto ce lo teniamo per noi, per scaramanzia. Ma stiamo lavorando a diversi progetti… » rivela Francesca, nei camerini subito dopo lo spettacolo, la “Honey Ladyvette”, la quale è entrata nel trio da un anno «Sono entrata in punta dei piedi nel gruppo. Dovevamo trovare una giustificazione a questa nuova “presenza”: il primo pretesto che ci è venuto in mente è stato quello di usare il mio essere bionda con gli occhi azzurri, molto poco mediterranea e molto poco italiana, per costruire un espediente. Per tutta la prima parte dello spettacolo fingo di essere californiana, per poi lasciarmi andare e rivelare la mia reale provenienza… Io sono pistoiese doc». Accanto a lei, Valentina Ruggeri – memore dell’ultima esibizione di Sarteano di qualche anno prima –  mi fa «in questi anni è successo di tutto, ma diciamolo piano, ché è un attimo e si cade dalle scale. Stiamo facendo dei “giusti passi”».

Usano un’iconografia anni Cinquanta, cantano Buscaglione, Carosone, “Mister Sandman”, “Lollipop”, ma rivisitano anche “Teorema” di Ferradini, Elio e le Storie Tese, Max Pezzali e Ambra Angiolini, arricchiscono la scaletta di piacevolissimi brani originali, mescolanto l’altitudine della “Diva” dello Swing del passato con la prosa del presente. «Le Dive non esistono più.» mi dice Valentina «Abbiamo usato gli abiti e gli stili delle dive anni Cinquanta soprattutto per fare ironia

. Purtroppo oggi è molto più facile, per una donna, cadere in altri tranelli, scendere spesso nella volgarità, essere presente sui social, essere in contatto diretto col pubblico. Oggi tutto sfuma più velocemente e le “celebrità” sono fatte di carne. Il bello delle dive di un tempo era il loro essere irraggiungibili, impalpabili…».

Il loro utilizzo della chiave ironica è delizioso e rende lo spettacolo – che non è solo un concerto, ma raccoglie anche ampie parti dialogiche e di cabaret – fruibile da qualsiasi tipo di pubblico ed assolutamente piacevole. «Noi siamo delle “Divette”. Cerchiamo di essere grandi Dive, ma la parte nazional-popolare, l’aspetto contemporaneo prende spesso il sopravvento. È il loro essere imperfette, quindi, che rende le “piccole dive” adorabili». Questo per dire, in fondo, che una vera Diva, oggi, deve essere prima di tutto autoironica e non prendersi veramente mai troppo sul serio.

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La complessa sintassi dei rapporti: ‘Il Nome’ agli Arrischianti come augurio di un felice 2017

L’enorme successo di affluenza al teatro degli Arrischianti di Sarteano per le repliche de Il Nome, dal 29 al 31 dicembre, ha costretto l’organizzazione ad una replica ulteriore, il 5…

L’enorme successo di affluenza al teatro degli Arrischianti di Sarteano per le repliche de Il Nome, dal 29 al 31 dicembre, ha costretto l’organizzazione ad una replica ulteriore, il 5 Gennaio. Moltissimi e prolungati gli applausi, straripante la presenza del pubblico in platea e nei palchetti del teatro in piazza XXIV Giugno. Probabilmente il successo della commedia francese, nel rifacimento composto da Gabriele Valentini, alberga nella positività e nella gioiosità attraverso la quale il pubblico assiste alla risoluzione di un dissidio.

I cinque protagonisti de Il Nome nella versione proposta al teatro Arrischianti di Sarteano, sono assoluti narrativi. Caricature di tipi umani sostanzialmente riconoscibili, con tic e fisime mentali comuni. C’è una facilità interpretativa, per il pubblico, nella comunione tra i gesti rappresentati nella commedia e quelli vissuti ogni giorno, nelle rispettive quotidianità. La coppia Elizabeth e Pierre, clamorosamente affine alle dinamiche interne di coppie “in crisi”, con le classiche domande dei quarantenni con figli che affrontano i momenti di stasi e di appiattimento esistenziale, l’adolescenza postergata di Vincent, nella sua continua baldanzosa arroganza e amichevole ostentazione, nonché l’incomunicabilità di Claude, sono paradigmi umani presenti in ogni reticolo sociale, che sia familiare, amichevole, lavorativo.  

Nella grammatica e nel battibecco cui la complessità dei rapporti si sfoga, l’unica dignità che resta è la capacità di fare un passo indietro da parte dei protagonisti, comprendere i limiti propri e degli altri, perimetrare le capacità emotive, confinarne i rispettivi lati come le tessere di un mosaico. Riconoscere, riconoscersi. Quello che lo spettacolo ha augurato al suo pubblico all’inizio del 2017 è proprio  questo: risolvere i problemi attraverso gli sguardi e le parole, attraverso la purezza, attraverso la comunicabilità e riconoscibilità. Non c’è augurio più grande.

Durante i preparativi della prova generale, Tommaso Ghezzi ha infastidito parte del cast.

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L’amore in tempo di guerra: “Insabbiati”

Una recensione allo spettacolo “Insabbiati” al Teatro degli Arrischianti Valentina Bischi ci racconta una storia che sulle prime può essere scambiata per privata; in realtà è pubblica, totalizzante, astorica. È…

Una recensione allo spettacolo “Insabbiati” al Teatro degli Arrischianti

Valentina Bischi ci racconta una storia che sulle prime può essere scambiata per privata; in realtà è pubblica, totalizzante, astorica. È una vicenda che lascia assurgere i suoi protagonisti ad assoluti narrativi: dati empirici che diventano trascendentali, vertici umani che diventano orizzontali, caratteri localizzati, sincretici, che allargano il loro campo di coinvolgimento e corroborano la coscienza degli individui di oggi e ovunque nel mondo. Lo spettacolo arriva a Sarteano dopo essere passato per palchi di tutta Italia ed Europa.

La vicenda racconta dei principali avvenimenti dei nonni di Valentina Bischi, Ricciotti Menotti Garibaldi e Augusta Scarapazzi. Siamo nel 1940, il corno d’Africa è coperto dal possedimento dell’Africa orientale italiana, provincia dell’impero coloniale fascista, la quale ostacola gli accessi al mare delle colonie britanniche.  Ricciotti è un cineoperatore assunto all’istituto nazionale Luce, che viene inviato a documentare la provincia dell’impero italico fascista in Etiopia. Da Mogadiscio e da Addis Abeba invia lettere alla moglie e ai tre figli; queste divengono il perno narrativo su cui si sorregge lo spettacolo.

insabbiati sarteanoValentina, settant’anni dopo, recupera quelle lettere, quelle sensazioni, quegli stati d’animo e li riporta in uno spettacolo a una sola voce che si squaderna nella mimesi di due personaggi portanti; Augusta e il figlio primogenito, ancora adolescente. La famiglia vive in un piccolo appartamento romano, (tanto che sembra quello della Loren in Una giornata particolare di Ettore Scola) e aspetta il ritorno del padre di famiglia.

Da subito si nota lo scarto che Valentina Bischi instaura tra la tradizione del teatro di narrazione monologico e l’innovazione dello stesso. Ci sono sconfinamenti gotrowskiani della quarta parete, polifonie stratificate, cambi dinamici di ritmo e sensibilità, che rendono la linearità del racconto ondulante, irregolare. Alla sua voce si sovrappongono i suoni dei filmati dell’istituto Luce e il tappeto musicale, composto da una sola chitarra, che alimentano l’oscillazione fonetica e stilistica della rappresentazione. I movimenti e gli accenti melodici del parlato definiscono una corporatura poliedrica del racconto. Il classico teatro di narrazione monocorde, da centro palco, con la scena spoglia, sembra superato nel migliore dei modi: in “Insabbiati” infatti ogni singolo elemento presente sul palcoscenico si carica di forza simbolica; il cavo dei panni stesi, le mollette, il cesto dei vestiti.

Il punto di massima tensione lo troviamo a metà spettacolo e fornisce, forse, la chiave di lettura dell’intero testo; il narratore (Augusta e/o suo figlio), neutralizzato in una specie di spersonalizzazione onirica, si ritrova avvolto nel velo bianco appeso al cavo dei panni da asciugare. L’andamento vocale sembra suggerire un amplesso. Il rapporto si consuma tra Augusta e il suo ricordo, nella leggerezza del sogno. Il velo diventa il filo del ricordo stesso, la sua rappresentazione, durante l’assenza. Augusta figura il marito in Etiopia, trascende il corpo, e si getta tra le sue braccia. Quel cavo, quel filo, quel panno sono elementi caricati di rimandi evocativi ed ogni cosa prende peso.

Tutto si concentra sulle grandezze fisiche. Il peso, la distanza, lo spazio. “Ho dimenticato l’ultima volta in cui ti sei alzato dal letto ed io ho preso tutto lo spazio”, dice Valentina. Quanto spazio può occupare un’assenza? Quanto peso può avere un periodo storico, un non-essere? Quelle grandezze fisiche fondamentali nell’edificazione dei rapporti umani per quella generazione, per quella guerra, e che oggi sembrano totalmente superate. Quelle grandezze fisiche di cui oggi sentiamo il bisogno, dal momento che ogni cosa sembra acuire uno sdegno collettivo per pochi giorni, giusto il tempo di un post, giusto il tempo di un’immagine profilo con la bandiera francese dopo i fatti di Parigi, per poi sciogliersi in un calderone del rimosso, senza peso.

Questo spettacolo è necessario e ci riguarda, ci ricorda quanto fossero importanti gli abbracci in tempo di guerra, di quanto fosse importante la proiezione di una vita in tempo di pace, quanto fosse importante accorciare i tempi e le distanze dell’amore. Sono i ricordi e la tensione che a questi ci lega, a non dover essere insabbiati.

A margine dello spettacolo, Valentina Bischi ha cortesemente risposto alle mie domande: ecco il video dell’intervista in esclusiva per i lettori de La Valdichiana

ArrischiantiSm

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“Tacabanda” a Sarteano: le interviste

Domenica 8 novembre presso il Teatro degli Arrischianti di Sarteano è andato in scena “Tacabanda”, un racconto musicato per attore e orchestrina di fiati che rappresenta l’ultimo tentativo di un musicante di dare…

Domenica 8 novembre presso il Teatro degli Arrischianti di Sarteano è andato in scena “Tacabanda”, un racconto musicato per attore e orchestrina di fiati che rappresenta l’ultimo tentativo di un musicante di dare senso alla propria carriera e di trovare qualche risposta per la propria vita. Nello spettacolo di Matteo Pelliti e Manfredi Rutelli, il ruolo del protagonista è affidato a Gianni Poliziani, le musiche eseguite dal vivo dalla Filarmonica G.Puccini di Montalcino, diretta dal Maestro Luciano Brigidi.

Ecco le interviste realizzate al termine dello spettacolo: cominciamo con l’attore Gianni Poliziani.

Chi è Il Maestro Cosimo Valdambrini?

“È un maestro di grande qualità, di grande talento. Solamente che ha un’altra faccia; è uno sfaccendato, un bugiardo, che lungo la sua vita si è arrabattato in più modi, cercando di raggiungere gli obiettivi con poca fatica. Lui stesso dice “Sono nato col talento; di fatica non se ne parla”. Ad un certo punto però si trova di fronte a una realtà diversa; non ha più lavoro, è solo, e ha bisogno di fare un provino per una banda municipale, in un paesino di provincia. È costretto a farlo. In questo paese inoltre, colui che ha ideato il provino, è una delle sue vittime di gioventù. Un ragazzo a cui aveva fregato il posto in un’orchestra, con un imbroglio. Però c’è un lieto fine; l’umiliato invece di vendicarsi, capisce che vuole valorizzare il talento del suo rivale, e Valdambrini stesso, dopo aver fatto i conti con il suo passato, capisce che la vita è in queste piccole cose; nell’essere puri e onesti, specialmente nell’arte.”

Vista la quantità di musica in questo spettacolo, una domanda che mi viene da porti è: quanto si può jazzare nella recitazione?

“In un testo come questo c’è molta libertà. È un monologo e quindi lo devi fare tuo. È scritto da Manfredi Rutelli e Matteo Pellitti basato sui racconti di un musicista. Quando provavamo, soprattutto i primi tempi, c’era la possibilità di cambiare delle piccole cose, aggiungere, togliere, modificare. Ecco, mentre per cambiare un testo di Pirandello devi avere la capacità e la legittimità per farlo, in un testo originale come questo, invece, sono offerti tanti spunti per “jazzare”. Queste occasioni sono molto divertenti poi, quando si ha pratica con il palco. È stato un piacere farlo insieme a un grande professionista. Sono stato insieme a Manfredi che è anche un vecchio amico; erano tanti anni che non lavoravamo insieme. Lui, come si dice “c’ha il mestiere bono”, ti sa trasmettere quello che vuole e lavorare assieme a uno spettacolo è sempre costruttivo.”

Manfredi Rutelli, regista e co-autore del testo, alla fine dello spettacolo, ha gentilmente risposto alle nostre domande. È stato preso al volo, nei camerini del Teatro degli Arrischianti, con l’adrenalina ancora in circolo, tra gli specchi e il bagno.

ArrischiantiSm

 

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Jazzare nel teatro di prosa: Tacabanda

Una recensione a “Tacabanda” al Teatro degli Arrischianti Gianni Poliziani interpreta un sassofonista Jazz che ricorda in un appassionato monologo la sua vita, composta di luccichii balenanti, lucenti periodi di…

Una recensione a “Tacabanda” al Teatro degli Arrischianti

Gianni Poliziani interpreta un sassofonista Jazz che ricorda in un appassionato monologo la sua vita, composta di luccichii balenanti, lucenti periodi di splendore e di successo e di fetide stalle, momenti di profondo scoraggiamento e crisi, tipici dell’artista. Cosimo Valdambrini (nome del protagonista) riflette quella tracotanza – ma anche quella pietas – del grande eroe tragicomico, portatore di una testimonianza esistenziale imprescindibile. Giunto nel paesino di Chiusaldino, è costretto ad accettare un incarico in provincia, poiché sommerso dai debiti, sottomettendo alle esigenze esistenziali le grandi aspirazioni artistiche. Un flusso di coscienza – e di memoria – del protagonista ci regala immagini di sognante realismo, dagli anni delle bande paesane (il mistero delle bande paesane; un mistero composto di ottoni, pernacchie e amore per la musica), a quelli delle televisioni private degli anni ’80, le orchestrine jazz delle crociere e delle navi turistiche, le belle donne, le amicizie (le massime di “Franchino” sono citazioni memorabili che restano impresse, alla fine dello spettacolo) e tutti gli eccessi e le viltà della vita di un’artista.

tacabanda polizianiLa scrittura del testo, da parte di Manfredi Rutelli e Matteo Pellitti, è un inno all’onestà artistica, alla purezza del gesto creativo; alla musica o al teatro, che sono innanzitutto condivisione.  Le stesse condivisioni sono poi storie da raccontare, le quali alimentano il bagaglio di ricchezza che l’arte già di per sé traina nelle percezioni degli spettatori. Una vicenda che diventa, sciogliendosi, una confessione a cuore aperto, con il pubblico. Una grande dichiarazione d’amore per l’arte come strumento di ordine e sopravvivenza in mezzo al caos, un’arte che è innanzi tutto immersione totale nell’esistenza, voglia di vivere e soddisfazione pubblica, mai privata.

Gianni Poliziani destreggia i fraseggi verbali del monologo con l’abilità di un vero e proprio maestro di musica, cogliendo tutti gli accenti ritmici, le sincopi, gli eccessi di partitura e, perché no, anche le improvvisazioni, i fuori-schema che diventano fondamentali codici espressivi per stabilire un patto di fedeltà con la platea. Gianni Poliziani è bravissimo a mantenere il personaggio in un’aurea media tra il grande uomo di successo e il fallito, tra il donnaiolo e lo zitello umiliato, tra il trionfo e la sconfitta. Una linea mediana tra due opposti caratteriali, che pure rientrano nella composizione del monologo, tenuti insieme con coerenza virtuosa. Un personaggio, quello rappresentato da Gianni Poliziani, che oscilla tra l’antipatia e la tenerezza con lo stesso tono mimetico, in perfetto equilibrio.

Alle spalle del pubblico l’ottima orchestra, attentissima negli attimi soppesati delle entrate e delle uscite del testo, fornisce un repertorio jazz delle grandi occasioni; da Charlie Parker a Benny Goodman, il palco è sciolinato di atmosfere inglobanti, non si può rimanere indifferenti e non catapultarsi nella vicenda, ritrovandosene circondati. La musica che, va detto, non è semplice “cornice” ma entra nella narrazione, si fa suono diegetico. Risolve l’andamento del racconto in una pienezza coerente e piacevole.

ArrischiantiSm

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Il Decamerone a teatro: letture musicali del Boccaccio a Sarteano

Nobili e Borghesi nel Decamerone: letture musicali al Teatro degli Arrischianti di Sarteano Sabato 12 aprile alle ore 16,30 al Teatro Comunale degli Arrischianti il prof. Andrea Matucci dell’Università di…

Nobili e Borghesi nel Decamerone: letture musicali al Teatro degli Arrischianti di Sarteano

Sabato 12 aprile alle ore 16,30 al Teatro Comunale degli Arrischianti il prof. Andrea Matucci dell’Università di Arezzo, curerà “Nobili e borghesi nel Decameron”: una serata di letture sceniche di due novelle dell’opera di Boccaccio ovvero “Cisti il fornaio” e “Federigo degli Alberighi”.

L’iniziativa è realizzata da Auser e Sarteanoviva con la collaborazione della Nuova Accademia degli Arrischianti: infatti Maria Pina Ruiu e Gabriele Valentini cureranno i dialoghi. La parte musicale sarà invece affidata al complesso “Il sogno di Ziryab”. Una serata di letteratura e musica con la gradevolezza dell’opera di Boccaccio.

Per ulteriori informazioni: SarteanoLiving

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Abbattute le barriere architettoniche al Teatro degli Arrischianti

Da qualche giorno il magnifico Teatro degli Arrischianti è accessibile anche per i diversamente abili e per le persone a mobilità ridotta, grazie all’intervento portato a termine dal Comune di…

Da qualche giorno il magnifico Teatro degli Arrischianti è accessibile anche per i diversamente abili e per le persone a mobilità ridotta, grazie all’intervento portato a termine dal Comune di Sarteano, con il contributo della Regione Toscana.

“Era un impegno che ci eravamo presi in campagna elettorale e siamo soddisfatti di averlo mantenuto – afferma Francesco Landi, sindaco di Sarteano – garantire l’accessibilità al nostro magnifico Teatro degli Arrischianti, e presto rinnovare il montascale al Museo, sono gesti di civiltà importanti. La qualità della vita che vogliamo garantire a Sarteano passa anche da questi interventi. Tutti i cittadini devono sentirsi uguali e devono poter usufruire delle nostre bellezze storiche e godere della vivacità artistica di Sarteano. Anche se spesso non è facile adeguare palazzi storici realizzati secoli fa, è un lavoro che vogliamo portare avanti con gradualità e costanza anche nei prossimi anni”.

Il Teatro Comunale degli Arrischianti, si trova in Piazza XXIV Giugno, nel Centro storico di Sarteano. Gestito dalla Nuova Accademia degli Arrischianti, vede nel corso di tutto l’anno svariate manifestazioni di tipo teatrale, culturale, sociale, politico, scolastico, persino celebrazione di matrimoni. Si tratta di un luogo molto frequentato dalla cittadinanza, nonché dei numerosi turisti che annualmente visitano la cittadina.

carrozzina teatro2La particolare conformazione del piccolo teatro, realizzato a fine del seicento, ha sempre reso difficile garantire la completa accessibilità a tutte le funzioni presenti nel teatro, a causa delle peculiarità strutturali dello stesso, dei dislivelli presenti tra i piani su cui sono collocate le varie funzioni del Teatro (biglietteria, bar, bagno, platea e guardaroba).

Adesso, con l’acquisto di un apposito montascale mobile, finanziato con un contributo del 50% della Regione Toscana, sarà possibile accedere a tutte le aree del teatro. Il Comune di Sarteano, infatti, ha partecipato a fine 2013 ad un bando regionale per cofinanziare interventi di abbattimento delle barriere architettoniche. Oltre all’acquisto della piattaforma mobile al Teatro degli Arrischianti, verrà presto realizzata una nuovo montascale presso il Museo civico Archeologico, altro gioiello della cittadina medievale.

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L’amore tra Nilde Jotti e Togliatti in scena a Città della Pieve

«Quante tristezze in questo Paese distrutto! Ho visto troppe rovine oggi. Questo senso di morte mi fa sorgere un monte di dubbi nel cuore. Fino a quando mi amerai?» Nilde…

«Quante tristezze in questo Paese distrutto! Ho visto troppe rovine oggi. Questo senso di morte mi fa sorgere un monte di dubbi nel cuore. Fino a quando mi amerai?»

Nilde Iotti

«Con tanta freschezza e impeto entrava il tuo sorriso nella mia vita che sembrava tutto rimuovere. Te l’ho detto una sera, come una striscia di sole in una stanza buia»

Palmiro Togliatti.Tog

“Nilde Iotti Palmiro Togliatti, una storia d’amore e politica”, sabato 1 marzo alla 21:00 va in scena al Teatro degli Avvalorati di Città della Pieve, sul palco il grande attore Omero Antonutti nel ruolo di Palmiro Togliatti, per la regia di Paolo Zuccari e adattamento di Anna Testa. Un evento quanto mai attuale arricchito della viva voce dei due politici grazie alle registrazioni concesse dalle Teche Rai e dall’Istituto Luce.

Due grandi figure della nostra storia, per alcuni aspetti anche controversi, ritornano oggi in scena a cinquant’anni dalla morte di Togliatti e a trentacinque anni dall’elezione della Iotti alla presidenza della Camera per difendere oggi come allora la Costituzione “nei suoi presupposti supremi e in nessun modo modificabili” dandone lettura in un finale emozionante sulle note di “Here’s to you” di Ennio Morricone.

L’incontro tra Nilde Iotti e Palmiro Togliatti avviene proprio tra i banchi della Costituente di cui hanno l’onore di fare parte insieme ad un terzo incomodo, la moglie di Togliatti, Rita Montagnana, compagna molto stimata all’interno del partito. Tra il luglio del 1946 e il ’47 si scambiano quaranta lettere mai spedite, una specie di diario parallelo venuto alla luce recentemente grazie al ritrovamento della figlia adottiva Marisa. Un documento straordinario raccolto nel fortunato libro di Luisa Lama che testimonia un ardore e una passione insospettabili, una relazione che negli anni ’40 diede scandalo osteggiata più che dalla moglie di Togliatti dal partito comunista. Lo scambio epistolare si arresta alle soglie della loro tanto desiderata convivenza nell’abbaino sopra botteghe oscure. Scorrendo su un doppio binario Nilde e Palmiro conducono lo spettatore di volta in volta ora tra le pieghe di un sentimento profondo e definitivo ora tra i banchi di Montecitorio in seno ad un dibattito non privo di contrasti tra i settantacinque costituenti chiamati al più alto compito, quello di scrivere la nuova Costituzione.

Nilde Iotti, che Togliatti chiama più famigliarmente Nina è l’unica donna a far parte della prima sottocommissione per gli articoli relativi “ai diritti e ai doveri dei cittadini”. Un incarico di grande prestigio in cui la giovanissima deputata reggiana è relatrice per la famiglia, una materia che per un gioco della sorte sembra riflettere il loro privato. Nilde combatterà con lo stesso piglio sia per il suo amore che per l’emancipazione delle donne mentre Togliatti spalleggiandola cercherà in tutti i modi di evitare lo scontro diretto con la Dc “per il bene dei lavoratori e del Paese”. Un vero e proprio colpo di scena lo vede protagonista con la votazione di quell’ articolo 7 – passato alla storia come il tradimento di Togliatti – con il quale costringe il partito comunista a sottoscrivere i Patti Lateranensi senza alcuna revisione costituzionale.

Non mancano pagine gustose come quelle da ascriversi all’on. Giovanni Leone che motiva così la sua contrarietà all’ingresso delle donne nella magistratura:

“… già l’allargamento del suffragio elettorale alle donne costituisce un primo passo…ma negli alti gradi della magistratura, dove bisogna arrivare alla rarefazione del tecnicismo è da ritenere che solo gli uomini possano mantenere quell’equilibrio di preparazione che più corrisponde per tradizione a queste funzioni!”

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Agli Arrischianti di Sarteano una storia d’amore particolare: “Bionda Fragola”

Una storia d’amore particolare, che vede protagonista una coppia omosessuale, va in scena nel delizioso teatro comunale degli Arrischianti di Sarteano sabato 15 febbraio (ore 17,30). Il titolo, “Bionda fragola”,…

Una storia d’amore particolare, che vede protagonista una coppia omosessuale, va in scena nel delizioso teatro comunale degli Arrischianti di Sarteano sabato 15 febbraio (ore 17,30). Il titolo, “Bionda fragola”, sottintende una considerazione: c’è un momento in cui le storie d’amore prendono una direzione indesiderata, qualunque cosa facciamo o non facciamo, e sembra non essere quella giusta.

“Bionda fragola”, scritta da Mino Bellei nel 1976 e rappresentata per la prima volta a teatro nel 1979, racconta le dinamiche, talvolta grottesche, nel rapporto di coppia. Un ritratto ironico, una “commedia quotidiana” che viene interrotta dall’arrivo di un giovane aspirante attore. La genesi è legata alla noia dell’autore nel corso di una tournée. Ma, dopo la stesura, la commedia è rimasta a stagionare in un cassetto. Del resto come si poteva nell’Italia di allora mettere in cartellone una commedia sul menage omosessuale? Poi, però, uscì “Il vizietto” e la via sembrò spianata.

Titolo ripreso da un film americano del 1941, “The strawberry blonde”, con Olivia De Havilland e Rita Hayworth, “Bionda fragola” debuttò nel ’79. L’anno dopo fu fatta anche una versione cinematografica. Dai toni brillanti, e dalla verve anglosassone, racconta la crisi di una coppia omosessuale, ma potrebbe anche trattarsi di una qualsiasi coppia eterosessuale. C’è un momento, infatti, in cui le storie d’amore prendono una direzione non voluta, indipendentemente dalla volontà di ognuno. “Era questo – afferma il regista Gabriele Valentini – che mi interessava raccontare: le dinamiche, talvolta grottesche, di un rapporto di coppia, un ritratto ironico, una ‘commedia quotidiana’ che viene interrotta dall’arrivo di un giovane aspirante attore. Un altro motivo è quello di portare in scena un testo poco rappresentato: l’ultima rappresentazione in Italia è avvenuta agli inizi degli anni 90”.

Protagonisti sul palco sono Guido Dispenza, Giacomo Testa e Pierangelo Margheriti. Le scene sono di Valeria Abbiati e Giulio Beligni, i costumi di Roberta Rapetti e Flavia Del Buono, le luci di Laura Fatini. Regia di Gabriele Valentini, assistente alla regia Angela Dispenza. Ingresso 10 euro, ridotto 8 euro. Informazioni e prenotazioni: (0578 265652, 393 5225730, info@arrischianti.it).

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“I sommersi”, dalla memoria alla salvezza

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” così diceva Primo Levi, una famosa frase che potrebbe riassumere il senso della Giornata della Memoria. Una frase che potrebbe essere considerata il…

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” così diceva Primo Levi, una famosa frase che potrebbe riassumere il senso della Giornata della Memoria. Una frase che potrebbe essere considerata il filo conduttore dello spettacolo teatrale “I Sommersi”, andato in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano e al Teatro degli Arrischianti di Sarteano proprio a cavallo della Giornata della Memoria 2014.

Un gruppo di discendenti dei prigionieri di Auschwitz fa visita al vecchio campo di concentramento, cercando di capire il senso di quell’orrore. Una volta all’interno, però, i fantasmi dei morti e dei sopravvissuti prendono il sopravvento e trasformano la visita in una macabra rappresentazione umoristica. Una sorta di meta-teatro, di rappresentazione nella rappresentazione, in cui vengono riadattati testi di Tabori, Levi, Weiss e lettere dei condannati a morte della resistenza europea.

Lo spettacolo del regista Carlo Pasquini manifesta una vicinanza particolare a quel Primo Levi di cui richiama il titolo, “I sommersi e i salvati”. La memoria è la migliore forma di resistenza contro la violenza, subita sia negli anni della Seconda Guerra Mondiale, sia in epoca attuale, con la minaccia del revisionismo e della dimenticanza. Ma c’è di più: la memoria diventa anche un’arma straordinaria contro la mancanza di senso, contro la mancanza di spiegazione di quell’orrore, che contagiava e corrompeva anche gli stessi prigionieri del lager. E quindi la memoria diventa l’unica forma di salvezza, in una vicenda in cui la mente umana fatica a trovare il senso di tutto quell’orrore. Pur con tutti i suoi filtri, la sua fallacità e le sue ambiguità, la memoria è lo strumento della salvezza.

Questo è forse il senso più profondo della Giornata della Memoria, e lo spettacolo “I sommersi” ha il merito di trasmetterlo con efficacia al pubblico. Più della rappresentazione realistica degli orrori, più delle grottesche imitazioni di vita all’interno del lager, più della mancanza di senso che ancora oggi proviamo nel pensare alla terribile esperienza dell’olocausto. Lo spettacolo riesce nel suo intento, presentandosi come una produzione di qualità capace di coinvolgere attori e interpreti del territorio, valorizzare tematiche così importanti e tener accesa la fiamma della memoria. Un plauso quindi agli attori, dai più esperti ai più giovani, ai registi e ai curatori, capaci di confezionare un prodotto all’altezza delle aspettative.

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Unica pecca dello spettacolo è forse l’eccesso di scene poco fruibili al primo impatto e uno stile autoriale che poco si adatta alla necessità di diffondere e coltivare la memoria. Credo infatti che per la riuscita della Giornata della Memoria siano necessari anche linguaggi e stili più semplici, assieme a un impianto narrativo più generalista che consenta una maggiore presa del pubblico. Se è necessario che la memoria sia condivisa da tutti, è preferibile che non rimanga confinata in quella nicchia di cultura “alta” o così spesso definita, superando quella classica diatriba tutta italiana per cui se piaci al pubblico non puoi piacere anche alla critica, e viceversa. Soprattutto per obiettivi come quelli della Giornata della Memoria, produzioni come “La vita è bella” di Benigni e “Bastardi senza gloria” di Tarantino riescono nella difficile impresa di convincere pubblico e critica, e di ricordarci che si può parlare di temi alti anche con linguaggi bassi.

Ma, in fin dei conti, è una pecca della nostra memoria e della nostra società, non certo dello spettacolo “I sommersi”, che coglie pienamente nel segno. I tempi cambiano, infatti, incessantemente. E con loro la memoria e la nostra reazione ad essa. “La vita è bella” è un film che ha ormai più di sedici anni, inserito in un contesto culturale di fine anni ’90, in cui una canzone come “Il mio nome è mai più” poteva diventare il singolo musicale più venduto in Italia. Nella Giornata della Memoria 2014, invece, la mia bacheca facebook è invasa di commenti che invitano a bruciare gli zingari, gli omosessuali sono ancora considerati cittadini di seconda fascia e gli ebrei rimangono i protagonisti principali di ogni complotto internazionale e finanziario degno di questo nome.

Forse la memoria non è sufficiente per raggiungere la salvezza. Questo è il dubbio che mi opprime dopo la visione de “I sommersi”. Forse la Giornata della Memoria non è abbastanza, forse la conoscenza non è sufficiente. Sempre più relegata tra le feste comandate, in un passato apparentemente intoccabile e inspiegabile, come se non avesse alcuna relazione con la società odierna, come se fosse appannaggio soltanto di una cultura alta, amplificandone la propria incomprensibilità. Forse, a differenza di quanto sosteneva Primo Levi, è arrivato il momento di comprendere pienamente il senso di quell’orrore. E questo spettacolo teatrale compie un passo nella giusta direzione, imponendoci di guardare al passato con gli occhi del presente.

I complimenti per lo spettacolo “I sommersi” sono poi da estendere al Cantiere Internazionale d’Arte, che ancora una volta dimostra la sua capacità di attrazione per l’intera area della Valdichiana. La partecipazione di attori del territorio, il coinvolgimento delle scuole, la messa in scena nei teatri di Montepulciano e di Sarteano, dimostrano la lungimiranza di intraprendere progetti in sinergia con le altre realtà locali.

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Sarteano: dopo il brindisi di Capodanno continuano gli appuntamenti agli Arrischiati

Il nuovo anno, a Sarteano, è stato salutato in teatro, con un brindisi in sala insieme agli attori che avevano appena recitato “Rumori fuori scena”. Lo spettacolo è terminato sulla…

Il nuovo anno, a Sarteano, è stato salutato in teatro, con un brindisi in sala insieme agli attori che avevano appena recitato “Rumori fuori scena”. Lo spettacolo è terminato sulla soglia della mezzanotte, in tempo per salutare il nuovo anno. A seguire un buffet, sempre nell’antico e suggestivo teatro comunale.

La proposta dell’Accademia degli Arrischianti è stata molto apprezzata dal pubblico (tutto esaurito in poche ore per San Silvestro). Sabato 4 gennaio ci sarà l’ultima replica (ore 21,15, ingressi 10 euro, 8 euro i ridotti) dell’opera scritta da Micheal Frayn. La regia è di Laura Fatini (assistente Angela Dispenza), scene di Valeria Abbiati. Gli interpreti sono Gianni Poliziani, Flavia del Buono, Giacomo Testa, Giulia Peruzzi, Guido Dispenza, Giulia Rossi, Maria Pina Ruiu, Laura Scovacricchi, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Moris Cinali, Daniele Cesaretti. La bella scenografia è stata realizzata da Franco Dottori (falegname e costruttore) e Simone Ragonesi (decoratore).

Questa rappresentazione non stanca mai il pubblico che affolla la platea, né gli attori che la recitano: ritmo serrato, gag e incomprensioni che la caratterizzano, servono a rappresentare le comiche vicende di una sgangherata compagnia di attori che cercano di mettere in scena una commedia. E sta proprio in questo gioco di scatole cinesi il segreto del successo di questo testo: il pubblico può sbirciare il “dietro le quinte”, osservare cosa succede la sera della prova generale, vivere in prima persona i litigi e le baruffe degli attori prima che entrino in scena. Il tutto in un esilarante mix di realtà e finzione in un teatro, quello degli Arrischianti, che è un piccolo gioiello, con stucchi, velluti, lampade decorate.

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