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Tag: comunicazione

“Pasapalabra”, a scuola di integrazione

Cosa può fare la scuola per l’integrazione, e come si può raccontare attraverso la cultura i cambiamenti sociali del mondo contemporaneo? Sono dei grandi temi, quelli affrontati nel cortometraggio “Pasapalabra” (trad. Passaparola)…

Cosa può fare la scuola per l’integrazione, e come si può raccontare attraverso la cultura i cambiamenti sociali del mondo contemporaneo? Sono dei grandi temi, quelli affrontati nel cortometraggio “Pasapalabra” (trad. Passaparola) di Andrea Testini. Cinque minuti che fanno riflettere e che ci fanno capire che bastano pochi gesti per favorire l’integrazione e comprendersi a vicenda. Per migliorare il mondo, addirittura.

Ma andiamo con ordine: Andrea Testini, classe 1982, è un videomaker che vive a metà tra la Valdichiana e Barcellona. Originario di Montepulciano e Chianciano, dove ha vissuto e studiato prima di trasferirsi in Spagna a proseguire la formazione cinematografica, ha ricevuto numerosi riconoscimenti per “Pasapalabra”, soprattutto nei concorsi e nelle rassegne interessate ai temi dell’educazione e della solidarietà.

Mi sono subito interessato alla storia del cortometraggio, appena Andrea me l’ha raccontata: tematiche come l’integrazione, i modelli di apprendimento e di comunicazione, l’incontro tra le culture e le religioni, sono di importanza cruciale nella nostra epoca, anche quando non salgono agli onori della cronaca. Ho quindi incontrato l’autore per visionare l’intera opera (che ancora non può essere distribuita integralmente, perché per la partecipazione ai concorsi ha bisogno di rimanere inedita) e per farmi raccontare cosa l’ha spinto a narrare questo tipo di storia.

Foto Pasapalabra 10La trama di “Pasapalabra” è semplice, ma colpisce con forza fin dalla prima visione. In una scuola occidentale, dei bambini stanno giocando al “telefono senza fili”; l’ultimo della fila è Yassin, il bambino musulmano di origine marocchina preso in giro dalle bambine occidentali. La prima della fila, a cui compete il potere di stabilire la frase da ripetere alle orecchie degli altri compagni con il passaparola, sceglie “Sono un terrorista”, in modo da fargli fare brutta figura. Tutti i bambini ripetono la frase, alcuni divertiti, altri controvoglia. Solo il penultimo bambino decide di spezzare il circolo e di mentire, cambiando la frase: sussurra all’orecchio di Yassin “Sono bello”. Il bambino crede così che la prima della fila volesse dichiarare il suo amore, lo ripete ad alta voce alla classe e corre a darle un bacio sulla guancia. Una trama semplice, lo ripeto, ma di fortissimo impatto per tutti i significati che porta con sé.

“Pasapalabra” è un cortometraggio prodotto da Estudio de Cine di Barcellona; Andrea Testini ha curato la regia e la sceneggiatura, e quando la casa di produzione l’ha selezionato, ha messo a disposizione materiale audiovisivo professionale e spazi per il casting con attori già abituati alle macchine da presa. Le scene sono state girate in un collegio alla periferia di Barcellona, nel Giugno 2015; le musiche sono di Giulia Y Los Tellarini, famosi per le loro colonne sonore in alcuni film di Woody Allen.

Il cortometraggio ha già ricevuto premi, apprezzamenti e prestigiosi riconoscimenti; “Pasapalabra” è stato selezionato al MetropoL’his Festival di Barcellona nella categoria dedicata al cinema solidale dove ha vinto il secondo premio, all’Human Rights Film Festival di Barcellona, Parigi e New York, al CineFest di Los Angeles. Inoltre è stato inserito nelle rassegne Educa Solid Gandia, Valetudo Short Film Tour, Abycine Festival Internacional de Albacete, Ko&Digital Barcellona, Art Film Children’s Festival International Bogotá, Seminci Festival Internacional de Valladolid e la lista è in continuo aggiornamento.

Andrea, complimenti per i risultati che il tuo cortometraggio sta riscuotendo. Come ti è venuta l’idea della trama?

AT: “Volevo affrontare temi di attualità: immigrazione e integrazione, l’incontro tra le culture. Ci sono stati i casi recenti della Siria che mi hanno fatto pensare. Si parla spesso del problema di integrazione del popolo musulmano che risiede in Europa, delle difficoltà vissute dalle seconde generazioni, ed era un argomento che volevo affrontare nel cortometraggio. Mi sono anche ispirato agli episodi di terrorismo recenti, quella è stata la scintilla per parlare di integrazione, educazione e comunicazione. Ho cercato di dare un punto di vista personale su quella che dovrebbe essere la maniera di affrontare il problema. Credo che per migliorare l’integrazione serva più educazione nelle scuole, conoscere e accettare l’altro senza mortificare le culture diverse dalla nostra, senza generalizzare o demonizzare come spesso viene fatto dai media o dalla politica.”

In questa storia ho visto anche una forte critica verso il potere dei media e dei politici. La bambina all’inizio della fila ha il potere di scegliere il messaggio, tutti gli altri bambini sono gli utenti che lo condividono più o meno volentieri, rischiando di far subire gli effetti di questo potere ai soggetti più indifesi. Ma ognuno di noi ha la possibilità di ribellarsi a questa catena, di spezzare il circolo, di evitare la diffusione della disinformazione. Che ne pensi?

AT: “Effettivamente è una lettura che ci può stare. Io l’ho sempre vista come una metafora, il dieci per cento della popolazione che ha il coraggio di non accettare la lettura dominante, di spezzare il ciclo. Non si può credere che i musulmani siano tutti terroristi, come non si può accettare una guerra, decisa in gran parte per gli interessi di alcuni potenti. Le persone non dovrebbero accettare passivamente il pregiudizio. Il passaparola è su tutto, funziona così: le persone sono passive nei confronti della lettura dominante, finché non si spezza il ciclo grazie a chi ha un minimo di pensiero critico.”

pasapalabra 1Hai scelto di continuare la tua carriera da videomaker in Spagna, anche se hai vissuto per anni a Montepulciano e Chianciano. Perché questa scelta?

AT: “Uno dei motivi per cui mi sono trasferito a Barcellona è perché c’è terreno fertile per poter portare avanti progetti culturali, d’altronde è una grande città. Eppure la cultura che abbiamo qui nella nostra zona, in Toscana e in Italia in generale, molti se la sognano. Sia come tradizione che di formazione, siamo messi bene, il livello è molto alto. Però mancano le opportunità date dalle nuove tecnologie, dal coraggio di sperimentare o dai maggiori fondi presenti nelle grandi città. Da noi non ci sono strutture di formazione specializzate nel settore audiovisivo, ma qui è normale, siamo in campagna. Eppure credo che neanche Roma, Milano e Firenze siano in questo momento al livello di Barcellona: in Spagna hanno fatto grandi passi avanti nei centri educativi a livello tecnologico.”

Quali sono i tuoi progetti futuri dopo questo cortometraggio?

AT: “Mi piacerebbe portare “Pasapalabra” anche in Italia, magari a qualche festival e raccogliere i frutti di tanto lavoro. Sarebbe bello proiettarlo anche in Valdichiana, il prodotto merita diffusione. Anche nei Paesi anglofoni sta andando bene e stiamo pensando di fare i sottotitoli in francese e in italiano. Sto anche lavorando ad altri progetti, sempre a tema sociale, che affrontano argomenti importanti per la cultura attuale: per esempio il documentario “Le città invisibili”, basato sul romanzo di Calvino, sui malati e i senzatetto nelle grandi città è un lavoro che sta circolando già da un paio d’anni in tutto il mondo. Ma il sogno per il futuro sarebbe poter girare un film qui nella mia terra.”

Mi sembra di capire, quindi, che per te il ruolo dell’industria culturale sia molto importante nella società, giusto?

AT: “Certo che sì. La cultura è imprescindibile. Non puoi tagliare fondi alla cultura come non puoi tagliarli alla sanità, sono fondamentali, allo stesso livello. Nel caso specifico dell’integrazione, anche il cinema può contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica, insegnare a vedere il mondo con nuovi occhi. Per far sì che questo accada, bisogna iniziare dalle scuole. L’arte e la cultura possono diventare uno strumento politico.”

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Perché si cade sempre più nella trappola del complottismo?

C’è una piaga che si sta spargendo per la Rete a velocità preoccupante. E contamina anche cervelli normodotati; sì, le vittime potrebbero essere anche dei vostri insospettabili amici. Il problema…

C’è una piaga che si sta spargendo per la Rete a velocità preoccupante. E contamina anche cervelli normodotati; sì, le vittime potrebbero essere anche dei vostri insospettabili amici. Il problema è che se ne sottovalutano i primi timidissimi sintomi, pensando che questo o quell’amico sia stato preso da un abbaglio temporaneo. Invece non è così. Di che cosa stiamo parlando? Del complottismo. 

Intendiamoci, il complottismo non è nato su Internet – c’era già prima – ma oggigiorno si è diffuso a una velocità troppo rapida per non essere osservata: provate a pensare quante volte ultimamente vi siete imbattuti in teorie riguardanti scie chimiche, chip sottocutanei per il controllo della popolazione, vaccini da boicottare – perché fanno ammalare artificialmente la popolazione, a beneficio delle cure sperimentate delle case farmaceutiche, eventi orditi da non meglio specificate lobby o logge massoniche… Fino ad arrivare al volo MH17 della Malaysian Airlines abbattuto volutamente, perché a bordo si trovava uno dei maggiori ricercatori per quanto riguardava la cura contro l’HIV. Di sicuro vi sarà capitato di leggere qualche link che esordiva con: “I giornali non ne parlano”, “La verità che nessuno dice, ecco perché…”, “Svegliatevi, informatevi, condividete…”.

Ma perché c’è gente che abbocca a queste teorie fantasiose – e prive di qualsiasi fondamento, se le approfondite un po’? Ci sono alcuni elementi di sociologia che sono arrivati in soccorso di chi scrive e il tentativo sarà di chiarire che cosa passa nella testa.

Prima di tutto in questi anni di crisi, la maggior parte di questi “complottisti” ha atteso delle risposte valide da parte delle istituzioni, dai governi… Ma a quanto pare queste risposte non sono arrivate o non sono state le risposte attese. Perché? Ciascuno di noi ha un bagaglio di esperienze e di conoscenze differenti dagli altri. Il problema è quando la differenza – la dissonanza – tra quanto vissuto da me e quello che viene esperito dagli altri è troppa. Chi dei due si sente fuori dal mondo? Le istituzioni vengono oramai percepite come troppo lontane dai problemi reali delle persone, quindi per forza sono i cittadini delusi a sentirsi “fuori luogo”, o “fuori da questo mondo”. Ed è qua che s’innesca una delle possibili tre reazioni alla dissonanza cognitiva tra sé e gli altri:

  1. Si cambia l’ambiente;
  2. Si cambia il comportamento / atteggiamento;
  3. Si cambia il proprio modo cognitivo;

La possibile reazione del complottista è un cambiamento di ambiente – nel senso che le risposte vengono cercate al di fuori delle istituzioni, dai governi, combinato a un cambio di atteggiamento verso coloro che lo hanno deluso, verso i quali prova diffidenza e risentimento. E il complottista del 2014 cerca le proprie risposte su Internet. Un ambiente sconfinato, potenzialmente infinito, dove si può scrivere di tutto e il contrario di tutto (in apparenza). In apparenza, tutto quello che si può leggere può essere preso per vero, se non si organizzano più coerentemente le proprie nozioni, se non si applica più un filtro critico verso quanto ci si appresta a leggere. Il complottista, improvvisamente, smette di eseguire queste due semplici operazioni: critica e organizzazione delle nozioni. Perché si sente intrappolato in un mondo troppo dissonante dal suo, ma non vuole subirlo, vuole dominarlo. Non vuole subire verità che non sente sue, vuole dominare con le sue verità che non riescono a trovare un riscontro da nessuna parte. Ma su Internet è possibile, nell’infinito mare di Internet, è possibile trovare la risposta esatta, che sfugga alle norme delle istituzioni, alla conoscenza organizzata. Cerca una verità alternativa, che per lui o lei è nascosta volutamente. Ma all’epifania della verità, fateci caso, il complottista non è mai presente: parla sempre per sentito dire, per link condivisi, per testimonianze di terzi, senza molte altre prove sensate, spesso in contraddizione tra loro, ma a quanto pare nessuno dei complottisti sembra rendersene conto.

Avete mai sentito parlare di Effetto Forer? È proprio quello che si scatena nel (non ancora) complottista di fronte allo svelamento di una verità nascosta, nello smascheramento di un complotto. Avete presente un oroscopo? Quando vi dice che in amore ci saranno “molte sorprese”, che sul lavoro ci saranno “momenti impegnativi”, e che la salute “andrà tenuta d’occhio”? E avete presente quando quello era proprio quello che volevate sentirvi dire per il vostro segno zodiacale – a dispetto del fatto che venga detta la stessa cosa negli altri undici segni, più o meno? Questo è l’Effetto Forer – una risposta perfettamente generica che esaurisce tutte le domande irrisolte. Il fatto è che queste domande possono essere tra le più disparate, tra le più complesse.

Politica? È tutto un complotto.

Politiche ambientali? Tutti complotti dietro per distruggere l’ambiente.

Tecnologia? Stanno complottando per renderci schiavi della tecnologia e controllarci.

Salute? C’è un complotto dietro per farci ammalare di più.

Il complotto è formalmente generico, vago, inconsistente. È un ready-made, ma può essere rimanipolato, modificato appena appena, per essere utilizzato per altri argomenti. È ciò che in semiotica è sottoposto a semiosi illimitata – ciascuno può prendere il complotto, reinterpretarlo e farlo diventare uno tutto nuovo e scintillante potenzialmente all’infinito. Eppure è la risposta perfetta, meno faticosa in assoluto da ottenere per qualsiasi quesito fondamentale di natura sociale. Ed è per questo che le risposte facili e generiche causano una certa dipendenza nel complottista.

Un consiglio spassionato: ci sono questioni che non possono avere una risposta univoca, immediata, semplice. A volte non c’è piena comprensione delle risposte, perché sono di loro incomplete, a volte occorrono anni per completarle e renderle delle risposte soddisfacenti, ma non per questo sono errate. A volte manca qualche competenza in chi pone la domanda e non comprende appieno la soluzione fornita. È giusto e legittimo dubitare delle risposte che vengono fornite, ma occorre dubitare con senso critico e con lucidità. Bruciarsi il cervello dietro un complotto inconsistente e spacciarlo per verità significa prima di tutto fare un danno verso se stessi, e soprattutto un danno sociale, verso altre persone potenzialmente più soggette a farsi coinvolgere in questa mania chiamata complottismo.

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Andare veloce per restare in forma! La ricetta benessere del giornalismo italiano

La redazione de LaValdichiana.it al completo ha partecipato all’VIII edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Una redazione in grande spolvero, pronta a confrontarsi con realtà giornalistiche diverse, professionisti del…

La redazione de LaValdichiana.it al completo ha partecipato all’VIII edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Una redazione in grande spolvero, pronta a confrontarsi con realtà giornalistiche diverse, professionisti del settore e testate internazionali, un ottimo corso di aggiornamento per giornalisti già affermati e un’ottima palestra per aspiranti tali.

Che il giornalismo in Italia stia cambiando ormai è cosa nota, e non ci vuole di certo un festival per rendersene conto. Il festival di Perugia si definisce internazionale proprio perché riesce a mettere a confronto realtà giornalistiche italiane con quelle del resto del mondo e a volte, ahimè, il confronto non regge più di tanto.

Mentre in Italia siamo legati ancora alla concezione per cui “chi da’ prima la notizia, è più bravo”, negli altri Paesi il problema è “saper dare la notizia” e saperla far correre, usare cioè i giusti canali, che siano social, siti web o carta stampata, l’importante è saper veicolare all’esterno l’informazione. Le notizie, ormai, viaggiano sui social: Twitter ha soppiantato di gran lunga lagenzia Ansa e le sue breaking news, basta saper scegliere “l’uccellino” giusto da seguire e il gioco è fatto, notizie fresche e di giornata. Questo succede perché ormai la comunicazione è bidirezionale, c’è un filo diretto tra chi la produce e chi la riceve, chiunque in rete può fare comunicazione, esprimere un gradimento e condividere sui social media.

In questo modo un giornalista o un editore, giorno per giorno, deve guadagnarsi la fiducia e le aspettative del proprio pubblico. Secondo Mario Tedeschini Lalli, giornalista italiano, questa può essere considerata una rivoluziona al pari della pressa da stampa di Gutemberg. Ed ha proprio ragione! Come spesso accade in Italia, questa rivoluzione è arrivata dopo che tutto il mondo ne sta sperimentato gli effetti.

A cambiare non è la professione del giornalista, il quale non modificherà le sue attività fondamentali (ovvero, selezionare, produrre, curare, correlare e ordinare: questi resteranno tutti i tratti distintivi della professione), a cambiare è l’architettura dell’informazione, la disciplina che da più di dieci anni progetta la comunicazione digitale in funzione dei contesti nei quali essa accadrà: siti web, applicazioni, reti interne, fino all’informazione che andrà ad interagire sempre di più con le persone in tutti gli ambienti fisici.

Ed è qui che oltre alla tecnologia entra in gioco la creatività del contenuto. Ormai da troppi anni il giornalismo in Italia ripete sempre le stesse cose; il giornalista moderno, oltre allo scrivere articoli (sempre più aiutato dagli uffici stampa), deve saper creare, esplorare e capire che la scrittura per il web è diversa da quella della carta stampa. Il segreto è fornire contenuti originali e creativi. La scrittura deve saper catturare l’attenzione di chi legge e andare subito al punto. Il pubblico si stanca a leggere articoli lunghi e prolissi, la maggior parte dei lettori sul web non ha tempo da perdere, vogliono immediatezza, per poter far sentire la propria voce.

La nuova frontiera del giornalismo, però, ci è stata spiegata a Perugia da professionisti stranieri, per lo più americani e tedeschi. I panel dei grandi nomi italiani sono stati soltanto delle pure e semplici vetrine di presentazione, messaggi promozionali e aspetti fin troppo teorici, al contrario di ciò che dovrebbe essere il giornalismo!  Scrivere non è un atto astratto e puramente teorico, la scrittura si può avvicinare all’aspetto grafico e tecnologico. Che gli italiani non abbiano ancora capito la direzione in cui sta andando il nostro giornalismo? Che i nostri giornalisti, i quali dovrebbero essere di esempio per le nuove generazione, non abbiano le idee chiare sulla modernità di un mondo crossmediale? La risposta è data dallo slogan dell’VIII edizione del Festival del Giornalismo di Perugia, e forse non è mai stato così attuale e azzeccato: “Stay Fast, Stay Fit”. Ovvero, la velocità ci sta travolgendo, mantenersi in allenamento ci farà vincere la sfida. E i giornalisti italisti italiani per vincere le sfide che ci lanciano i media internazionali devono fare tanto, tanto sano allenamento.

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Al forum nazionale Agriturist, forte presenza dell’agriturismo senese

Agriturist Siena sarà presente ad Asti dal 25 al 27 marzo all’undicesimo forum nazionale, la comunicazione sarà il filo conduttore di questa edizione. Individuare idee, progetti e spunti per lo…

Agriturist Siena sarà presente ad Asti dal 25 al 27 marzo all’undicesimo forum nazionale, la comunicazione sarà il filo conduttore di questa edizione.

Individuare idee, progetti e spunti per lo sviluppo del settore agrituristico, puntando soprattutto alla comunicazione. Anche Agriturist Siena (Confagricoltura) sarà presente all’undicesimo forum nazionale di Agriturist sul tema “Condividi l’accoglienza: l’agriturismo tra cultura, cibo e paesaggio nell’era del web”, ad Asti dal 25 al 27 marzo.

Il settore agrituristico toscano si sta muovendo in massa per non mancare ad un appuntamento in cui presenterà alcuni dei progetti che riguardano il proprio sviluppo. Primo tra tutti il nuovo sito web senese che dovrà essere punto di riferimento per gli operatori del settore.

Decine saranno le imprese agrituristiche senesi presenti a questa edizione del Forum, dove si parlerà di condivisione, aspetto della vita profondamente mutato anche grazie ai nuovi strumenti di comunicazione. L’undicesimo Forum di Agriturist sarà denso di incontri e dibattiti con esperti del settore, dell’economia, della cultura e del mondo dell’informazione .

Saranno esplorati i nuovi canali di comunicazione, web e social network in testa, nuovi progetti di servizi ai soci e iniziative di collegamento tra ambiente e paesaggio, veri valori aggiunti di un settore sempre più strategico, insieme a quello agricolo e agroalimentare, per l’economia nazionale.

La giornata di chiusura vedrà, nella sessione aperta al pubblico e alla partecipazione delle istituzioni, un momento di approfondimento dedicato alle tematiche giovanili e al ricambio generazionale.

Agriturist, la prima Associazione agrituristica italiana, fa parte di Confagricoltura e riunisce le strutture agrituristiche del Paese.

Anche quest’anno organizza il suo Forum per lo sviluppo non soltanto dell’Associazione, ma di tutto il settore agrituristico nazionale, chiamato a sfide sempre più ambiziose come, fra l’altro, l’Expo 2015.

Il Forum, organizzato da Agriturist Nazionale con la collaborazione di Agriturist Piemonte, Confagricoltura Asti e Confagricoltura Alessandria, vedrà l’inaugurazione dei lavori presso la Sede del polo Universitario Uniastiss, mentre le successive sessioni si svolgeranno presso il prestigioso agriturismo Tenuta Monte Magno.

«La presenza delle aziende agrituristiche del senese – spiega Daniela Maccaferri – Presidente di Agriturist Siena – sarà massiccia ad Asti, a dimostrazione di quanto sia vivo l’interesse da parte degli operatori locali ad aggiornarsi sulle novità in fatto di formazione. Si tratta di un forum a 360° sul turismo in campagna che si pone ormai come uno dei settori trainanti dell’economia italiana».

«Nonostante la crisi continui a “picchiare duro” – aggiunge Fabiola Materozzi, responsabile senese di Agriturist – e le vacanze in campagna ne risentono, gli operatori si rimboccano le maniche e fanno di tutto per essere presenti a questo tipo di manifestazioni che fanno il punto sui nuovi strumenti di promozione e comunicazione del settore agrituristico».

Per informazioni e iscrizioni rivolgersi a Fabiola Materozzi di Agriturist sezione provinciale di Siena presso l’Unione Provinciale Agricoltori di Siena, via Massetana Romana 50 A- 53100 Siena. Telefono 0577533202, email: info@agrituristsiena.com.

Agriturist è l’Associazione Nazionale per l’Agriturismo, l’Ambiente e il Territorio, prima associazione agrituristica in Italia, costituita dalla Confagricoltura nel 1965, per promuovere e tutelare l’agriturismo, i prodotti nazionali dell’enogastronomia regionale, l’ambiente (ha ottenuto per questo, nel 1987, il riconoscimento ministeriale di Associazione ambientalista), il paesaggio, la cultura rurale.

Attualmente Agriturist associa migliaia di aziende agricole (soci “ordinari”) che svolgono o intendono svolgere attività agrituristica, assistendole sotto il profilo normativo, organizzativo e promozionale. Un sistema informativo “on-line” diffonde in tempo reale notizie ed aggiornamenti sui principali aspetti della gestione agrituristica. L’Agriturist associa anche 12.000 appassionati di agriturismo.

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Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni

Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni Parte 1 – Siate pignoli. Selettivi (choosy non è la parola adatta, ed è stata usata già a sproposito in abbondanza). E leggete gli…

Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni

Parte 1 – Siate pignoli. Selettivi (choosy non è la parola adatta, ed è stata usata già a sproposito in abbondanza). E leggete gli annunci di lavoro fino in fondo.

Una premessa doverosa, circa il motivo che mi ha spinto a scrivere questa mini-inchiesta a  puntate. Nasce da un’esperienza più o meno personale piuttosto recente, oserei dire recentissima. Anche io, come tanti, ho cercato lavoro, cercando di farlo con criterio. Sì, ho preferito scegliere un settore di mia competenza e interesse e non ho cercato ovunque, come mi diceva la stragrande maggioranza della gente in questo periodo. Cercare ovunque, mandando C.V. a casaccio, per dei lavori che non mi interessavano realmente e che preferivo lasciare a gente ben più in gamba di me, e che magari ha già avuto esperienze nell’ambito, non è la strategia corretta in questo periodo, secondo me. Anche perché, dei numerosi C.V. che ho mandato in giro, anche nel mio settore, credo siano stati letti mesi dopo, se sono stati letti. E questo perché? Perché i potenziali datori di lavoro si sono trovati subissati di centinaia o migliaia di C.V., di cui… Un 90% assolutamente non pertinente, ma neanche lontanamente. E quel 10% buono, finisce direttamente cestinato, a volte non viene neanche letto, perso nella marea di email giornaliere.

Ora, questa riflessione parte anche da un’esperienza opposta. Mi sono trovata a dover scrivere un annuncio di lavoro per conto di un’azienda alla ricerca di personale. La ricerca era ben mirata, con requisiti fondamentali e preferenziali e dei target di età e lavorativi ben precisi. Non era un lavoro da Premio Nobel della Fisica, ma neanche un lavoro che richiedeva “requisiti base” e nessuna esperienza nell’ambito. In pochissimi giorni, quasi 200 C.V. sono arrivati alla casella email. L’attenta scrematura ha avuto inizio subito, per evitare di trovarsi un migliaio di C.V. da leggere in breve tempo.

La selezione ha avuto esiti a dir poco sconfortanti. Il 90% dei C.V. era da buttare. Ma il “team di selezione” dell’azienda si è rifiutato di non leggerli o cestinarli direttamente (pessima abitudine di cui parleremo nelle prossime puntate, assieme al culto tutto italiano della non risposta alla corrispondenza). Sono stati letti, uno per uno, riflettendo e cercando di capire quali fossero quelli veramente pertinenti e potenzialmente adatti alla posizione vacante, “salvando” quelli non completamente pertinenti, ma che potevano andare come seconda scelta.

La primissima e immediata constatazione è stata la seguente: l’annuncio di lavoro non è stato letto fino in fondo dai candidati. Qualcuno forse ne ha letto qualche riga, saltando a piè pari i requisiti fondamentali – passi non leggere quelli preferenziali, ma saltare i fondamentali vuol dire proprio anche fare un invio a vuoto ed essere automaticamente eliminati, soprattutto se alla fine non si hanno quei requisiti imprescindibili; altri candidati, invece, non hanno neanche letto il luogo di lavoro, mandando C.V. proprio da un’altra regione (!). E in questo momento, si evitano e si sconsigliano trasferimenti azzardati e precari, per evitare danni economici da entrambe le parti, del candidato e del datore di lavoro, nel caso ci fosse qualche problema.

Che cosa comporta quest’attitudine – al di là di un’emotiva e comprensibile disperazione per la crisi in atto? In gran parte dei casi, che la ricerca è fatta senza un metodo e una logica. Spiace dirlo, ma se molti mandano C.V. senza prestare troppa attenzione, la conseguenza è che molti di noi non avranno il C.V. letto, o perlomeno preso minimamente in considerazione. In questo, però, c’è da dirlo, non aiutano affatto i siti web dedicati alla ricerca di lavoro, in quanto hanno, nella maggior parte dei casi, dei pessimi filtri di ricerca, per non parlare dei servizi di newsletter, che molto spesso intasano la casella di email inutili, senza neanche un’offerta di lavoro che corrisponde ai criteri impostati dall’utente – per esempio, avevo messo nei criteri di ricerca “ufficio stampa”, mi è arrivato di tutto: dalla ricerca di addetti alle pulizie, ad operai addetti al confezionamento e così via. Ma perché non migliorare questi servizi, visto che sono posizioni che senza dubbio vengono ricercate da gente che esperienza nell’ambito ce l’ha ed è molto più competente di me, e sa da che parte iniziare? Un consiglio che si vuole avanzare in quest’articolo è proprio questo: di essere selettivi e mandare le proprie candidature in maniera mirata ed efficace, con vantaggi per tutti e sotto tutti i punti di vista. Tutti noi abbiamo uno, due settori di competenza, anche tre. Diciamoci la verità: un lavoro che non interessa davvero, non è destinato a durare molto. Con conseguenti danni per tutti: che il candidato poi lascia il posto di lavoro (“perché non era quello che cercavo”, “perché ho trovato di meglio”, ci sono varie motivazioni più o meno plausibili), che i datori di lavoro devono rimettersi in cerca di personale, devono ricevere un’altra ondata di C.V. del tutto simile alla prima – o più furbamente, possono tenere i C.V. buoni della prima selezione, ma anche di questo ne parleremo nella prossimamente – con il rischio sempre più alto di non trovare veramente una persona che possiede i requisiti fondamentali e una figura che vuole rimanere e crescere ulteriormente, con un conseguente calo della qualità del lavoro. Senza contare le trafile burocratiche e il tempo impiegato dal personale esperto nel formare un nuovo arrivato. Aspetti che si moltiplicano e si ripetono se il personale neo-assunto se ne va via poco dopo. È un circolo vizioso che alla fine, logora tutti: dal datore di lavoro, che finisce anche per non concedere contratti duraturi, ai candidati, che si appoggiano a queste posizioni sempre più precarie e non sanno bene dove sbattere la testa per trovare un lavoro solido e che dia un minimo di soddisfazione personale.

Essere selettivi nella ricerca di lavoro è faticoso. Non raccontiamo bugie, è faticoso, ma è uno sforzo che va fatto per uscirne qualitativamente da quest’impasse. È un lavoro certosino, che magari ci porta via parecchio tempo nel filtrare accuratamente, personalmente e manualmente gli annunci di lavoro che troviamo sul web, ma dà soddisfazioni quando si riceve una (rara) risposta da parte delle aziende, che notano il buon C.V. in linea con quanto richiesto. È faticoso leggere una massiccia quantità di annunci, ma ci si deve sforzare di farlo fino in fondo. (Dall’altro lato, parleremo anche di come scrivere un annuncio di lavoro efficace, dato che di casi deliranti e scoraggianti, ne è pieno il web). Non vorrete avere la sorpresa spiacevole di essere chiamati a un colloquio di lavoro a Roma… E voi siete di Milano, ma questo perché vi è sfuggita la sede di lavoro? Non vi piacerebbe essere chiamati per un colloquio in cui si cerca una segretaria per il reparto contabile e voi siete grafici, giusto? Forse sarà esagerato, ma essere selettivi, aiuta noi tanto quanto gli altri candidati in cerca di lavoro. Meno invii, ma più efficaci. E forse, le possibilità di trovare un lavoro soddisfacente in “meno tempo” potrebbero aumentare per tutti.

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