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A 80 anni dal suffragio femminile: memorie e conquiste delle donne in Valdichiana Senese – pt.2

A 80 anni dal suffragio femminile: memorie e conquiste delle donne in Valdichiana Senese – pt.2

A 80 anni dal suffragio femminile: memorie e conquiste delle donne in Valdichiana Senese – Introduzione e testimonianza di PASQUALINA SESTINI: unghie rosse e grande tempra

CESARINA PAOLUCCI: duro lavoro e dignità accompagnati dal Quel mazzolin di fiori

Cesarina Paolucci, classe 1923, 103 anni portati con straordinaria autorevolezza e una lucidità che racconta una vita intensa. È una di quelle donne temprate dal tempo, che hanno attraversato la guerra, la povertà e le grandi trasformazioni del Novecento senza mai perdere la forza. Nata a Torrita di Siena, ha vissuto a Trequanda negli anni difficili della Seconda Guerra Mondiale e del primo dopoguerra, per poi stabilirsi a Sinalunga: prima a Rigomagno, quindi a Pieve di Sinalunga e infine a Bettolle, dove ha costruito gran parte della sua vita.

I suoi ricordi del dopoguerra parlano di sacrifici quotidiani ma anche di piccole, preziose conquiste. Erano anni duri, in cui il lavoro nei campi e in casa scandiva le giornate, e il tempo libero era raro e semplice. Eppure, proprio in quella semplicità si trovava la gioia: durante le lunghe giornate di trebbiatura, bastava una fisarmonica — quella del marito — per trasformare la fatica in festa e le note dei “Quel mazzolin di fiori” trasformava lastanchezza in sorriso.

“Quel mazzolin di fiori che vien da la montagna,
quel mazzolin di fiori che vien da la montagna:
e guarda ben che non si bagna che lo voglio regalar
e guarda ben che non si bagna che lo voglio regalar…”

“Il mì marito suonava la fisarmonica, era bravo! Durante le feste suonava sempre Quel mazzolin di fiori… mah, a dire il vero le feste noi si conoscevano poco: si lavorava parecchio e basta. Da giovane andavo a zappà nel campo, perché quando stavo a Trequanda avevo il podere. Avevo tre figlioli: due son qui con me e una è morta quand’era piccinina.”

Il podere a Trequanda rappresenta per Cesarina una parte importante della sua vita, ma anche una stagione segnata da difficoltà. Il lavoro era tanto e i guadagni pochi: la terra non restituiva quanto richiedeva in fatica. Così, insieme al marito — reduce di guerra e già provato nel fisico — e alla famiglia, prese una decisione difficile: lasciare tutto e trasferirsi a Palazzolo, vicino a Rigomagno, in cerca di una vita meno dura: “Di giorno andavo al lavoro nel campo… ci si andava io e il mì marito. Anche a casa c’era da fare: i figlioli più grandini venivano con noi nei campi, mentre quella più piccina la lasciavo a casa e faceva le faccende. Il podere era fatto un po’ così, si guadagnava pochino; il mì poro marito non stava troppo bene, lui è stato soldato… e sicché si disse di allentassi con tutte queste faccende… sennò si lavorava, si lavorava e basta.”

Tra tutti i ricordi, uno in particolare emerge con forza, legato agli anni della guerra — un’esperienza che ha segnato profondamente la sua vita: “Negli anni della Seconda Guerra Mondiale, la mi pora figliolina… era piccina e piangeva sempre perché le davo il latte cattivo. Dormivo nella stalla insieme alle bestie, sopra una pressa di paglia… e in casa, al piano di sopra, c’avevo una squadra delle SS…” – Nel raccontarlo, la voce si incrina appena. È un ricordo che non ha mai smesso di pesare nella sua mente, testimonianza concreta di un tempo in cui la guerra entrava nelle case, nelle famiglie, nella vita quotidiana.

Una vita di duro lavoro e sacrifici, ma resa più dolce dalla fiducia in un futuro tutto da costruire e conquistare. La possibilità del voto alle donne rappresentava proprio questo: un’occasione concreta di cambiamento che nessuna voleva perdere. Per la maggior parte delle donne non c’era paura, ma piuttosto il desiderio di fare, di contribuire, di aiutare un Paese a rialzarsi ma con gli stessi diritti degli uomini. Non solo lavoro, casa e famiglia, ma anche partecipazione alla vita sociale e politica.

Nell’anno della conquista del voto alle donne, Cesarina aveva 23 anni ed era già sposata. Del 1946 ricorda soprattutto l’entusiasmo e la voglia di cambiare: “Andai a votare da sola, fin dal primo anno in cui fu possibile. Si entrava pochi per volta: due o tre persone, si votava, poi si usciva e ne facevano entrare altre…a Trequanda s’era pochini a votare, ma c’era grande emozione.”

L’organizzazione della vita quotidiana rendeva necessario adattarsi: “Si partiva una per volta, perché la casa non si poteva lasciare. Così ci si accordava con le amiche e con le vicine: ci si dava il cambio e si andava a votare. Io non ho mai mancato una volta, in un modo o nell’altro ci sono sempre andata.”

Il racconto di Cesarina si intreccia con uno spaccato della vita dell’epoca, dove anche un mezzo semplice rappresentava una ricchezza: “Il mì marito mi portava in bicicletta …quella era la “macchina” dei ricchi. Per comprarla si vendevano le uova… era come avere l’oro. Mi faceva sedere in canna e da Trequanda si andava al mercato a Sinalunga. Durante il tragitto qualche uovo si rompeva, perché le strade erano piene di sassi e si doveva andare piano… ma qualche coppia si perdeva per la strada…ed era proprio quello il nostro guadagno”.

Riconoscere il diritto di voto alle donne, si inseriva in una vita già piena, conquistando spazio tra i doveri e le necessità, ma proprio per questo assumeva un valore ancora molto più ampio.

Per Pasqualina, per Cesarina e per tante altre donne, il voto non era solo un diritto conquistato: era un modo di affermazione, per dire noi ci siamo, entrare nella storia senza smettere di vivere la propria vita. Un gesto che, ripetuto nel tempo con costanza – ‘se si andava a votare una volta ci si doveva sempre andare’ – contribuiva a costruire quel futuro in cui avevano sempre creduto e soprattutto esserci, partecipare, essere presenti e determinanti. Le unghie rosse di Pasqualina e le mani segnate dalla terra di Cesarina raccontano la stessa cosa, ma in modi diversi di viverla!

FERNANDA CHERUBINI: la famiglia e il voto

Tra queste donne del ’46 silenziose ma forti c’era anche Fernanda Cherubini. Classe 1913, Fernanda si è spenta nel 2022 all’età di 109 anni, lasciando un’eredità fatta non solo di ricordi, ma soprattutto di insegnamenti tramandati ai figli, ai nipoti e ai pronipoti, che ancora oggi continuano a raccontare la sua storia con orgoglio e riconoscenza.

Collalto, a Sinalunga, è il luogo dove affondano le radici della storia di Fernanda Cherubini, una donna che ha attraversato un intero secolo custodendo nella memoria il valore della libertà, della famiglia e dell’impegno civico.  I racconti di Fernanda vivono ancora nitidi nella memoria del figlio, Mauro Paolucci, che descrive la madre come una donna profondamente legata alla famiglia, al punto da avere un motto che l’ha accompagnata per tutta la vita: “La famiglia è la mia vita”. Per Fernanda, infatti, la famiglia rappresentava qualcosa di ancora più profondo. Rimasta orfana in giovane età, si trovò presto a dover crescere da sola le sue due sorelle, affrontando con determinazione le difficoltà di un periodo storico duro e complesso. Fin da ragazza lavorò come contadina nel podere dove era nata, imparando il valore della fatica e della dignità del lavoro. Successivamente andò a servizio presso una famiglia benestante, occupandosi delle faccende domestiche e della cucina, fino ad arrivare all’impiego nella lavanderia dell’ospedale di Sinalunga, dove lavorò con dedizione fino alla pensione.

Collalto, a Sinalunga, è il luogo dove affondano le radici della storia di Fernanda Cherubini, una donna che ha attraversato un intero secolo custodendo nella memoria il valore della libertà, della famiglia e dell’impegno civico.  I racconti di Fernanda vivono ancora nitidi nella memoria del figlio, Mauro Paolucci, che descrive la madre come una donna profondamente legata alla famiglia, al punto da avere un motto che l’ha accompagnata per tutta la vita: “La famiglia è la mia vita”. Per Fernanda, infatti, la famiglia rappresentava qualcosa di ancora più profondo. Rimasta orfana in giovane età, si trovò presto a dover crescere da sola le sue due sorelle, affrontando con determinazione le difficoltà di un periodo storico duro e complesso. Fin da ragazza lavorò come contadina nel podere dove era nata, imparando il valore della fatica e della dignità del lavoro. Successivamente andò a servizio presso una famiglia benestante, occupandosi delle faccende domestiche e della cucina, fino ad arrivare all’impiego nella lavanderia dell’ospedale di Sinalunga, dove lavorò con dedizione fino alla pensione.

“Nel 1946 la mamma votò con orgoglio per la Repubblica – racconta Mauro – Mi ha sempre detto che non ha mai saltato una tornata elettorale: per lei votare era insieme un diritto conquistato e un dovere verso la comunità”

Quel primo voto rappresentò per Fernanda un momento storico e profondamente emozionante: per la prima volta le donne italiane potevano partecipare pienamente alla vita democratica del Paese e lei sentì tutto il peso e l’importanza di quella responsabilità. Mauro ricorda anche i racconti che la madre faceva sul clima che si respirava allora nei piccoli borghi di campagna: “Mi parlava del ‘capo cordone’, una figura di riferimento che riuniva le famiglie e dava indicazioni di voto, spiegando le motivazioni delle scelte politiche. Era un modo per aiutare persone che magari avevano poca istruzione ad avvicinarsi alla politica e andare alle urne con maggiore consapevolezza”.

Tra i ricordi più vivi del periodo della guerra, Fernanda custodiva quello del padre prigioniero in Germania: “Raccontava spesso – dice Mauro – l’emozione del suo ritorno a casa, dopo un lungo viaggio affrontato in gran parte a piedi dalla Germania fino a Siena. Un rientro accolto con festa e commozione da tutto il borgo, che si strinse intorno alla famiglia in un momento di gioia collettiva dopo anni di paura e sofferenza”

La vita di Fernanda è stata segnata da un forte senso di solidarietà e di responsabilità verso gli altri. Sempre pronta a mettersi a disposizione della comunità, ha vissuto la propria esistenza con grande impegno sociale e civico, convinta che ogni persona dovesse contribuire, nel proprio piccolo, al bene comune. Valori che hanno lasciato un segno profondo nelle generazioni successive e che ancora oggi continuano a essere un esempio per figli, nipoti e pronipoti, custodi di una memoria preziosa che parla di coraggio, dignità e amore per la propria comunità.

TOSCA FALINI: il diritto di voto con un figlio in braccio

Alle voci di Pasqualina Sestini e Cesarina Paolucci, e ai racconti del figlio di Fernanda Cherubini, si aggiunge la testimonianza di Massimo Pecchi, classe 1946, figlio di Tosca Falini e Nello Pecchi. Proprio il 2 giugno di quest’anno, durante le celebrazioni della Festa della Repubblica Italiana e dell’80° anniversario del riconoscimento del diritto di voto alle donne, soffermandosi davanti alle immagini della mostra, allestita in Piazza Garibaldi a Sinalunga, “Dal silenzio alle urne”, realizzata dal Comune di Sinalunga e dedicata alle donne che votarono per la prima volta nel 1946, Massimo ha condiviso un ricordo che la madre gli aveva raccontato per tutta la vita.

Tosca era una giovane donna e Massimo aveva appena due mesi quando si presentò al seggio per votare: “La mia mamma se n’è andata nel 2001. Tra i ricordi a cui era più legata e che mi raccontava spesso c’era proprio il giorno del voto del 1946. Era molto giovane e io ero nato da appena due mesi. Siccome ero piccolissimo e non poteva lasciarmi a casa, mi portò con sé al seggio. Quando arrivò, però, i carabinieri non volevano farla entrare con me. Le dissero che avrebbe dovuto riportarmi a casa e tornare da sola, altrimenti non avrebbe potuto votare. Ma lei non si scoraggiò. Insistette perché quel voto era un suo diritto e spiegò che non poteva tornare a casa, perché non c’era nessuno che potesse occuparsi di me.

Provò allora a proporre una soluzione: lasciarmi ai carabinieri per il tempo necessario a votare e poi riprendermi subito dopo. Per lei era fondamentale esercitare quel diritto appena conquistato, e io non potevo diventare un ostacolo a un momento così importante. Alla fine, dopo molte insistenze, i carabinieri si convinsero e la lasciarono entrare al seggio con me in braccio. Questo è un ricordo bellissimo che mia madre mi ha sempre tramandato e che porto ancora oggi nel cuore. In giornate come questa mi fa sentire profondamente orgoglioso”. La testimonianza di Tosca Falini, raccontata dal figlio, restituisce con forza la determinazione con cui molte donne affrontarono quel primo storico appuntamento con le urne. Donne che non smisero di essere madri, lavoratrici, mogli e custodi della famiglia, ma che proprio mentre continuavano a svolgere quei ruoli vollero affermare il proprio diritto a partecipare alla vita pubblica del Paese. Per tutte loro il voto non fu soltanto un diritto conquistato, ma un’affermazione di presenza e di dignità. Un gesto ripetuto nel tempo che contribuì a costruire la democrazia e a dare voce a generazioni di donne che, finalmente, potevano entrare nella storia da protagoniste


Bibliografica

Gabrielli Patrizia, Il 1946, le donne, la Repubblica, Donzelli Editore, Roma, 2009.

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