“Con emozione, intendo un’azione”
“Chiameremo bene, oppure male, quanto giovi, oppure nuoccia, alla conservazione del nostro essere, ossia quanto incrementi, oppure indebolisca, favorisca oppure ostacoli, il nostro potere d’agire.”
“Chi viva secondo la guida della ragione, desidera anche per gli altri il bene a cui aspira per sé, per cui, per il fatto di vedere che qualcuno faccia del bene ad un altro […] proverà gioia.
“Con gioia intenderò dunque la passione per la quale la mente passi a una perfezione maggiore.”
“Con realtà e perfezione, intendo la stessa cosa.”
“L’amore è una gioia a cui s’accompagna l’idea di una causa esterna; dunque è amore anche il piacere fisico a cui s’accompagni l’idea di una causa esterna; e pertanto, l’amore può diventare eccessivo”.
Quando si parla di emozioni, si potrebbe andare avanti per pagine e pagine a citare l’Etica di Spinoza, un libro scritto nel diciassettesimo secolo, con il linguaggio e le parole del diciassettesimo secolo, in risposta alla società (olandese), alla politica (europea) e alla filosofia (cartesiana) dell’Europa del diciassettesimo secolo.
Tuttavia, non parliamo di un libro obsoleto, anzi (ne abbiamo parlato, in altri termini, anche a Universi Paralleli). È un libro che, nonostante il passare dei secoli, sembra rivelare in continuazione la sua capacità di dare e di ispirare riflessioni sulla realtà dell’esperienza umana nel suo senso più profondo.
L’Etica, trattato di filosofia strutturato come un trattato di geometria, si divide in cinque parti. La parte prima si intitola “Dio”, la seconda “Essenza ed origine della mente”; la terza parte è dedicata all’origine delle emozioni, la quarta titola “La servitù dell’uomo ovvero La forza delle emozioni” e la quinta conclude ragionando sulla potenza dell’intelletto che libera l’umano.

Ho deciso di scrivere questo articolo usando, per orientarmi, solo l’Etica e la mia esperienza personale, perché le mie argomentazioni non hanno nessuna aspirazione di scientificità.
Voglio solo scrivere una riflessione su cosa sia l’amore, così che altri possano essere d’accordo o in disaccordo con me, del tutto o in parte, e riflettere a loro volta.
Provo a dare una definizione di amore.
L’amore è un’emozione che si genera da una relazione che si muove nel tempo, frutto di uno scambio reciproco di bene, o capacità di agire. Più diamo potere di agire, più siamo amati. Se l’amore è una gioia, ovvero un’emozione che mettiamo in azione verso qualcuno (o qualcosa) che aumenta il nostro potere di agire, di conseguenza trovando o avendo accanto questo motivo di gioia ci sarà più facile amare.
Ma come riuscire a fare qualcosa di così misterioso, se nessuno ce lo insegna?
Nella nostra educazione, durante la crescita, l’amore ci è insegnato come un obiettivo da raggiungere, uno stato ideale idilliaco che si raggiunge con la determinazione, su spinta però del caso, che ci fa incontrare la persona giusta o il posto giusto o la giusta passione. Ci viene insegnato che l’amore viene portato dalla fortuna, e che il nostro sforzo si riassume nell’acchiapparlo al volo quando passa.
Però, a me sembra che questo ragionamento valga per tutto, non solo per l’amore. Il caso domina la nostra vita dall’inizio alla fine, è lo stato spontaneo dell’universo che noi combattiamo giorno dopo giorno con l’arma più potente a nostra disposizione: l’ordine.
Cerchiamo l’ordine perché cerchiamo la sicurezza, che ci permette di vivere più facilmente, che ci permette di agire di più (in teoria ed egoisticamente parlando). Amiamo l’ordine perché ci rende potenti. L’amore si pratica anche attraverso l’ordine. Per questo, ridurre l’avvento dell’amore al caso mi sembra più che altro una limitazione, un ideale romantico che si perpetua attraverso i film Disney e tutte le cosiddette storie d’amore (che in realtà sono storie di innamoramento, che potremmo definire uno stato temporaneo di alterazione della coscienza) in cui qualcuno visse per sempre felice e contento.
Secondo me il vero amore, quello pratico, si ritrova soprattutto in quel “per sempre” che non viene raccontato, dopo la fine del film, nei gesti quotidiani che si compiono per realizzare un obiettivo comune, attivamente e consapevolmente, scelta dopo scelta, parola dopo parola. L’amore è nelle parole che scegliamo per costruire le frasi che pronunciamo nelle nostre giornate: parole che veicolano tristezza non possono certo creare gioia.
Mi piace vedere le persone come specchi che riflettono i raggi di luce che io dirigo verso di loro (forse la scienza ha trovato qualche affinità simile nei neuroni specchio): più ciò che scelgo di fare e dire veicola tristezza, più le persone attorno a me riceveranno tristezza, e quando saranno piene di tristezza non potranno fare altro che restituirmi tristezza.
L’amore è una sequenza di scelte fatte per ottenere il premio quotidiano della gioia. L’amore non è altruismo, amiamo quando troviamo qualcuno che sia capace di aiutarci ad amare la nostra vita, e l’amore dura finché questo scambio di gioia è reciproco, quotidiano, consapevole, effettuato con devozione. E non si tratta di preoccuparsi solo di dare e dare e dare, ma anche di ricevere. È importante assicurarsi che chi riceve il nostro amore ci ricambi con amore, così come noi siamo tenuti a dare amore a chi ci ama, perché (e qui riprendo la teoria del dono di Marcel Mauss), se è vero che le relazioni sono un indebitamento reciproco e perenne, anche l’amore ha bisogno di essere un debito simmetrico perenne, e crolla nel momento in cui una delle parti ritiene di essere in credito, o troppo in debito, con l’altra.
Ogni tanto mi viene da chiedermi che differenza ci sia fra le persone che amano e sono amate senza difficoltà e quelle che invece soffrono e fanno fatica a instaurare una relazione capace di aumentare la loro gioia (quindi il loro potere di agire e di essere perfetti, nel senso di realizzarsi, percepirsi come parte del reale).
Di certo le nostre storie individuali, quelle delle nostre famiglie e dei luoghi in cui viviamo determinano per gran parte i nostri caratteri, ma i valori sui quali basiamo le nostre scelte ci vengono tramandati dalla società, di cui famiglia e scuola sono i primi portabandiera. Se loro per prime ci mostrano l’amore come qualcosa che arriva per caso e che raggiunge il suo apice nel tempo di un film, che una volta trovato rimane ‘per sempre’, ed etichettano l’amore non di coppia come “altruismo” “generosità” “tolleranza” “pietà” “amicizia” “inclusività”, non potremo che vedere il mondo attraverso la lente e i concetti che loro ci forniscono.
Quando l’emozione viene incasellata o legata a stereotipi narrativi, come possiamo invece imparare a immaginare l’amore come una pratica quotidiana, egoistica e reciproca? Come possiamo imparare a compiere scelte mirate a ottenere la gioia del domani se non ci viene mostrato come compierle? Le storie si interrompono sempre quando l’amore inizia, senza mostrarci come vive. I media tratteggiano persone che si amano perché sì, o che provano attrazione l’una per l’altra ma che sono ancora nella fase di prova dell’amore, quella in cui si è scelto solo di provare a cercare la gioia in qualcuno di attraente. Le grandi storie d’amore, i melodrammi, non ci aiutano a capire cosa sia l’amore. Forse aiutano a capire cosa sia una passione, cosa sia lo struggimento, lo spasimo, ma non la pratica dell’amore. Dobbiamo affidarci alla fortuna, quella che ci dà tutto ciò che riceviamo e che ci priva di quello che non abbiamo, che ci metta in condizione di capire come operare scelte che ci portino gioia.
Come si impara a scegliere per ottenere quello che desideriamo? Non ho risposte. A me sembra che scegliendo di dare gioia si ottenga, bene o male, gioia.
Ricordo che quando ero adolescente e mi infatuavo di un ragazzo, lo osservavo non per giorni, non per mesi: per ANNI. Ho sempre dato tanta importanza alla mia gioia e non mi andava di permettere che il primo passante che mi solleticava l’appetito la danneggiasse. Volevo osservarlo e vedere se dava gioia agli altri e a sé stesso, e se le cose che faceva mi davano gioia. A un certo punto concludevo sempre che no, quello che faceva non mi dava abbastanza gioia da chiedergli di passare più tempo con me, da concedergli il mio corpo (il cui benessere è fonte di gioia, per questo, secondo me, la soddisfazione sessuale che si ottiene con la persona che amiamo si associa all’amore). Quando ho incontrato qualcuno le cui azioni e occupazioni mi trasmettevano gioia, ho scoperto che anche le mie gli davano gioia, e sono più di 20 anni che viviamo assieme e penso che continuiamo a essere capaci di darci gioia. Ci sono gli alti e bassi, le giornatacce, le incomprensioni e il bisogno di sfogarsi, ci sono i momenti difficili e quelli in cui si imparano le lezioni, ma di base c’è sempre il desiderio di scambiarsi gioia e di aiutarsi a vicenda a costruire un luogo, in senso astratto, che sia una casa di gioia, dove sentirsi protetti e in pieno potere d’agire.
Non è forse quello che fa la persona amata a suscitarci amore, più che il suo aspetto o i suoi possedimenti? L’amore non è un fulmine, non è un incantesimo o un regalo della fortuna: è una pratica attiva, un accumulo di potere che più viene condiviso più cresce.
Secondo Spinoza, non è l’unica emozione a funzionare così: anche il suo opposto, l’odio, funziona alla stessa maniera.
Mi chiedo perché l’odio sembri così più facile da scegliere e da praticare, e mi viene in mente quanto sia più facile distruggere che costruire, perché se costruire richiede di raccogliere e ordinare l’energia, per distruggere basta liberarla in modo caotico: un ritorno senza sforzo allo stato spontaneo dell’universo, come una molla che riprende la sua forma.
Però non vorrei ridurre l’odio a semplice azione di abbandono dell’ordine, l’odio potrebbe essere una tristezza che ci viene insegnato a tramandare e a diffondere per vie culturali, abitudinali, per motivi che forse un tempo avevano un senso ma che oggi si è perso. L’odio, come l’amore, persegue un obiettivo, ovvero aumentare la tristezza di qualcuno. Perché mai dovremmo voler fare un tale torto alle persone che sono la nostra comunità, che vivono attorno a noi e con cui condividiamo i luoghi e il tempo? Non è conveniente, a differenza dell’amore. L’odio riduce la nostra capacità di agire (anche progressivamente, impigrendoci, come una postura scorretta che alla lunga ci spacca la schiena), e non mi sorprende che i primi fomentatori di odio siano sempre i detentori di una qualche forma di autorità. Si divide per dominare. Si unisce per collaborare. L’amore è uno sforzo collaborativo che non può esistere dove non c’è uno scambio reciproco, equo e paritario, dove chi ha ricevuto in eredità l’autorità maggiore non la cede sotto forma di amore, così da ritrovarsi sullo stesso piano di chi ama per poter essere a sua volta amato.
Credo che uno dei grandi turbamenti della mia vita sia il conflitto fra il mio bisogno di circondarmi di amore (cosa che credo di riuscire a fare all’interno delle mie relazioni) e la percezione di essere circondata dall’odio (al di fuori delle mie relazioni). Mi sembra che questa tristezza che aleggia nell’aria, sopra ai quartieri in cui vivo, sopra le nazioni e sull’umanità tutta, si insinui come una nebbia nel campo di fiori che coltivo con tanta cura tutti i giorni, avvelenandolo e avvelenandomi, rendendomi più faticoso amare e provare gioia (“Un’emozione non può venir contrastata, ed ancor meno soppressa, se non da un’emozione contraria più forte” Etica, parte quarta, prop.7). Questo mi rende ostile al mondo, me lo rende nemico, una minaccia da cui devo difendermi per proteggere la mia gioia. Così, il mio amore si trasforma in odio. Eppure so che questa nebbia di tristezza affligge la maggioranza delle persone. Quando parlo con gli sconosciuti, spesso scopro che abbiamo le stesse paure e gli stessi problemi, e che ci sentiamo soli perché pensiamo che nella nebbia triste che minaccia i nostri campi fioriti ci sia una malvagità velenosa molto più potente di quanto noi potremo mai essere. A volte vorrei dare amore verso l’esterno, verso la nebbia, ma non ne ho le forze. Eppure non serve tanto, basta un sorriso, un attimo di pazienza, una modulazione più gentile della voce, per dare un pochino di amore che forse riverbererà come una goccia di pioggia sulla superficie di uno stagno, creando onde altissime, da qualche parte oltre l’orizzonte. Sembra un discorso banale, ma a pensarci è per forza così. E comunque, scegliere di dare gioia non può fare male, anche se non cambia il mondo dall’oggi al domani.
“Gli animi, tuttavia, vengono vinti, non già con le armi, bensì con l’amore e la generosità.” – Etica, parte quarta, appendice.
