La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: filosofia

Pensiero, Libertà, Azione – intervista al filosofo Luca Pantaleone

Se c’è un posto dove le idee possono emergere, essere coltivate e fiorire in tutta la loro forza rivoluzionaria, questo è senza dubbio l’Associazione Pensiero, Libertà, Azione. Nata ad agosto…

Se c’è un posto dove le idee possono emergere, essere coltivate e fiorire in tutta la loro forza rivoluzionaria, questo è senza dubbio l’Associazione Pensiero, Libertà, Azione. Nata ad agosto 2018, ad oggi conta circa quaranta soci. Il suo fine è quello di accogliere chiunque voglia contribuire a ripensare la società sulla base della cultura, imprescindibile per il confronto e la crescita, come ci ha raccontato il filosofo Luca Pantaleone che, insieme al suo amico Salvatore Tallarico, ne è il fondatore.

L’associazione si chiama Pensiero, Libertà, Azione. È una dichiarazione di intenti?

«In questo nome è riassunto l’obiettivo che l’associazione vuole perseguire: partire dalle idee, dalle competenze e dalle esperienze di tutti, per condividere e promuovere la cultura, elemento in grado di far sorgere nell’individuo il dubbio, provocare la riflessione. È questo poi che apre le porte al pensiero libero, al quale però è necessario che segua una fase di azione, per un miglioramento della società».

Sia tu che Salvatore avete compiuto studi scientifici prima di fondare l’associazione, che ha invece un’ispirazione filosofica. Quale sintesi trovano tra loro questi due diversi aspetti del sapere?

«Una volta liberato dai pregiudizi, il pensiero può essere applicato a ogni ambito della conoscenza, per esempio quello sanitario. A conferma di ciò, porteremo l’attenzione su varie questioni di attualità, tra cui il dibattito pro vax/no vax, cercando proprio di trovare una chiave di lettura valida per approcciarsi a questa tematica».

Quale ruolo spetta alla filosofia nel XXI secolo?

«Si può dire che il compito della filosofia sia sempre quello di fornire un metodo di pensiero, un modo di procedere nella conoscenza, che allontani i pregiudizi dalla formulazione delle idee. È importante per gli individui comprendere sé stessi ancor prima di formulare concetti. Del resto non siamo dei tuttologi e il confronto è il primo passo per sviluppare un pensiero critico, che per esempio sappia non dare per scontate le piccole cose».

Crede che oggi la conoscenza abbia perso autorevolezza?

«È un dato di fatto che la conoscenza non venga più adeguatamente valorizzata, per dare invece maggior risalto al sistema delle apparenze. Si è persa l’idea autentica di cultura, tanto da essere portati oggi a considerarla appannaggio di pochi, quando in realtà è patrimonio di tutti. Dovremmo tornare ad apprezzarla in tutte le sue sfaccettature, poiché potenzialmente ognuna di queste ha i suoi appassionati».

Ma quali possono essere state le cause di questo processo di svalutazione?

«Senza dubbio c’è stato uno snaturamento dei percorsi formativi, in quanto è sempre più difficile che nelle aule, dei licei come delle università, si insegni come prima cosa a ragionare. In generale, in Italia la cultura ha perso valore nel momento in cui si è smesso di produrne, determinando così una forte tendenza alla stabilità piuttosto che all’innovazione. Ciò è accaduto spesso e volentieri in nome del profitto, ma non sta tutto lì quando si parla di cultura, arte, filosofia, musica».

E a proposito di musica, il primo evento di Pensiero, Libertà e Azione sarà proprio incentrato su questo tema. Cosa prevede?

«La nostra Associazione ha organizzato per sabato 16 febbraio, al Museo nazionale d’arte medievale e moderna di Arezzo, la sua prima iniziativa. Si tratta di un incontro dal titolo “Musica, Filosofia, Società“, nel corso del quale si approfondirà il valore della musica nella società contemporanea. Interverranno Ferdinando Abbri e Simone Zacchini, docenti all’Università di Siena, i quali argomenteranno su quanto la musica sia importante nella formazione dell’individuo, in che modo riesca ad emozionare, ad influenzare la quotidianità e come in passato abbia condizionato il corso storico degli eventi».

Ci sono altre iniziative in programma per i prossimi mesi?

«Nel primo semestre del 2019 continueranno gli eventi culturali, tra cui ci sarà un incontro con Diego Fusaro, che porterà il suo punto di vista su democrazia e capitalismo. Inoltre si possono già anticipare altri approfondimenti, uno di guida all’ascolto dei brani del compositore austriaco Gustav Mahler tenuto da Adele Boghetich, uno sulla valorizzazione economica del patrimonio culturale italiano, a cura della Professoressa dell’Università Bocconi Paola Dubini. Ulteriori novità saranno pubblicate di volta in volta anche sul sito dell’associazione».

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La Filosofia dell’Eccellenza, in poche parole. Intervista a Brunello Cucinelli

Nei giorni del Mix Festival di Cortona, Concita de Gregorio e Brunello Cucinelli hanno parlato di “Filosofia dell’Eccellenza”, di nuova fiducia nell’Italia di questo tempo e del senso della responsabilità…

Nei giorni del Mix Festival di Cortona, Concita de Gregorio e Brunello Cucinelli hanno parlato di “Filosofia dell’Eccellenza”, di nuova fiducia nell’Italia di questo tempo e del senso della responsabilità per le nuove generazioni. Alla fine dell’incontro ho cercato di carpire una dichiarazione, da parte dell’imprenditore umbro, che di fatto riassumesse in poche parole, tutto il blablabla che ha riempito le due ore all’ex convento di Sant’Agostino il 31 luglio 2015 scorso.

Brunello Cucinelli, come può un ragazzo di 25 anni pensare oggi di poter investire sul suo futuro, con il panorama desolante che ci circonda, con l’assoluta mancanza di rigore morale, senso della giustizia e fiducia nel prossimo?

No, dovete affrontare la vita con grande sogno, con grande determinazione e fierezza, ma soprattutto senza volgere le spalle alla povertà. Dovete avere il coraggio di alzare gli occhi al cielo perché è così che si vive meglio. Seriamente, senza ironie, sono certo che vi aspetti un futuro meraviglioso. Dovete avere il coraggio di dare dignità economica e morale al lavoro. A tutti i lavori.

Quindi non c’è nemmeno bisogno di scappare? Si può rimanere in questo territorio senza cercare fortuna nelle metropoli internazionali?

Sostengo che possiamo tornare a lavorare nei borghi. Siamo ormai collegati con tutti. I nostri luoghi hanno un valore particolare, unico nel mondo. I nostri manufatti devono rappresentare anche i nostri luoghi perché abbiamo la fortuna di vivere e lavorare in paesi in cui l’estetica, il clima, il mangiare, soprattutto il rapporto con le persone, hanno qualcosa di speciale. Questi sono i luoghi del rinascimento, di Lorenzo il Magnifico, voglio dire… c’è qualcosa di speciale, senza dubbio.

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Serge Latouche e la sua idea di Europa. Intervista all’economista filosofo francese

Lunedì 7 luglio la Riserva Naturale del lago di Montepulciano ha accolto Serge Latouche, economista e filosofo francese di fama internazionale, ottenuta grazie alle sue teorie della decrescita felice, del…

Lunedì 7 luglio la Riserva Naturale del lago di Montepulciano ha accolto Serge Latouche, economista e filosofo francese di fama internazionale, ottenuta grazie alle sue teorie della decrescita felice, del convivialismo, del localismo e da sempre grande avversario dell’occidentalizzazione del pianeta. L’incontro, organizzato da Legambiente e dagli Amici del Lago di Montepulciano, si è rivelato un momento di condivisione delle tipiche tematiche della ricerca accademica di Latouche, ha spaziato su temi quali la biodiversità, l’autonomia agricola, resilienza e i processi di costruzione di un Biodistretto in Valdichiana.

Serge Latouche è conosciuto in tutto il mondo per le sue opere di antropologia economica e per la sua critica ai modelli di imperialismo culturale e all’utilitarismo. Noi de La Valdichiana lo abbiamo incontrato e gli abbiamo posto alcune domande per capire meglio le sue teorie anche in relazione a quello che è l’attuale scenario europeo.

Buonasera Serge, Lei “contesta” la visione del mondo occidentale che mette al primo posto il fattore economico come indicatore di benessere. Ma secondo lei quale potrebbe essere il modo migliore per parlare in termini di ricchezza, soddisfazione e appagamento?

“Questa idea di indicatore è un’idea tipicamente moderna e occidentale. Per secoli le civiltà occidentali, appunto, hanno vissuto con la concezione di avere un indicatore di benessere, non se questo è bene o è un male, ma so che, avere un indicatore è una grande ossessione. Che cosa significa essere felice al 50% o al 70%, questa è una cosa assurda e tutto è partito dal momento che si è detto che il consumo aveva un prezzo e che tutto si valuta con il denaro. Dobbiamo uscire da questa ossessione e per capire se stiamo bene basta dire: “Sei felice o non sei felice”?

Può dirci cosa ne pensa dell’Europa, in particolare delle ultime elezioni europee, e quali politiche ritiene debbano essere attuate per seguire le sue teorie?

“Per seguire le mie teorie, l’Europa dovrebbe andare in direzione totalmente opposta. Oggi, la parola più usata in Europa è la parola competitività, ma cosa significa competitività? Produrre ad un prezzo più basso del vicino? Va bene, ma se il vicino può cavarsela perché fa concorrenza usando il lavoro dei cinesi e le mie operaie accettano di avere un salario più basso pur di lavorare, non va bene. Non possiamo seguire tutti il vicino altrimenti il mondo non andrebbe da nessuna parte. Per avere il benessere si deve creare il malessere più forte e l’Europa, seguendo questa strada, sta sbagliando totalmente”.

Qual è il suo punto di vista su progetti di sviluppo internazionale promossi da ONG, come la FAO, per lo sviluppo nei Paesi del Terzo Mondo? Mi può dire una sua opinione su IFAD?

“La FAO ha avuto una visione ed è stata in grado di cambiare molto le cose. Per molti anni la FAO è stata in favore dell’agricoltura produttivista e di modernizzazione, mentre recentemente ha cambiato la sua visione, ha capito che per nutrire il mondo c’è bisogno di una agricoltura più biologica e questo mi sembra la visione più giusta”.

Lei teme il costo transazione verso il modello della decrescita, parlando in termini di disoccupazione, stato sociale e calo della popolazione? E una volta che le economia di scala salteranno ci sarà terra per tutti?

“Non sono ne agronomo ne profeta, ma come diceva Mahatma Gandhi: “La terra è abbastanza grande per soddisfare i bisogni di tutti, ma sarà sempre troppo piccola per soddisfare l’avidità di alcuni”. Dunque il problema non è che la terra non sopporterà una popolazione troppo grande, ma se i demografici dicono che la stabilizzazione della popolazione ci sarà nel 2050 a 10/12 miliardi è possibile che la terra non basterà e il problema non è che la popolazione di oggi è troppo forte, il problema è che molti hanno un’impronta ecologica troppo forte e se tutti vivevano come gli australiani ci sarebbe già troppa popolazione, mentre, viceversa, se tutti avessero vissuto come gli abitanti del Burkina Faso saremmo circa 23milioni e sarebbe stato un dato abbastanza sostenibile. Il problema non è la quantità di uomini è il consumo di alcuni uomini”.

La crescente obesità delle persone può essere legata a fattori di accesso al credito, alla pubblicità e alla obsolescenza programmata?

“È determinata dal sistema alimentare che risulta dal complesso agroindustria, della distribuzione attraverso i supermercati e dell’agricoltura industriale che fa dei prodotti con agricoltura basata su pesticidi, trasportati e venduti nei supermercati. Tali prodotti contengono troppi grassi cattivi, perché il grasso non è cattivo in se, dipende dal tipo, ed è il cattivo cibo che genera obesità. Non è la pubblicità o l’accesso al credito che genera obesità, la pubblicità induce a comprare ma non sempre sono prodotti di bassa qualità quelli che vengono pubblicizzati”.

Quali possono essere le strade per invertire la tendenza e raggiungere “l’arte di limitarsi”, come dice lei?

“L’arte di limitarsi è una cosa che dipende dalla disciplina personale, dall’educazione, del sistema d’informazione e dal risultato della creazione della mentalità. Siamo formati da un tipo di propaganda e si deve cambiare il tipo di propaganda che per anni ci hanno detto,che la dismisura doveva far parte dell’uomo e quindi tutte le culture cercavano di inquadrare questa dismisura. Di per se non è cattivo fare delle cose eccezionali che a sua volta portano a fare delle belle cose, ma è il fatto che tutte le cultura hanno cominciato ad imitarsi- Già nel XVII secolo Benville disse che siamo tutti sbagliati: “Dobbiamo liberare le passioni, l’avidità e la ricerca del potere”, quello che chiamavano “vizio” portava alla ricchezza pubblica, l’avidità era considerata una buona cosa ed il risultato è state persone come il “Lupo di Wall Street”, oppure Berlusconi che l’ha capita bene questa cosa – ride e conclude – Noi siamo troppo sulla strada della illimitatezza e quindi dobbiamo ritrovare i nostri limiti per vivere tutti meglio”.

Ringraziamo Serge Latouche per averci concesso questa bella intervista dove è stato espresso, in maniera semplice, quello che è il suo pensiero e come dovremmo comportarci per vivere tutti nel modo migliore.

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Andare a piedi: la filosofia del camminare. Frédéric Gros suggerisce come fuggire dalla frenesia moderna

Frédéric Gros, professore di filosofia in due università di Parigi, specializzato in particolar modo nello studio di Foucault, è anche un appassionato camminatore. Per molte persone camminare è una forma…

Frédéric Gros, professore di filosofia in due università di Parigi, specializzato in particolar modo nello studio di Foucault, è anche un appassionato camminatore.

Per molte persone camminare è una forma d’arte. Una filosofia e uno stile di vita. Vagabondare per ore in luoghi bucolici, nel silenzio e nella natura, o percorrendo affollate vie cittadine, attraversando caotici cafè parigini pieni di vita e parchi dove migliaia di persone si stendono al sole. Una pratica semplice, un passo davanti all’altro, che noi tutti compiamo ogni giorno senza pensarci.

Frédéric Gros ci consiglia, invece, di soffermarci a riflettere sull’importanza di questa attività. Per farlo, ha scritto un libro. Andare a piedi: la filosofia del camminare.

Un libro che parla di gesti quotidiani, del piacere delle piccole cose, camminare appunto. Un testo scorrevole, leggero e piacevole. Ma non solo. La bellezza di questa opera sta nel fatto che Gros ci porta a percorrere un viaggio nell’arte del camminare, prendendo in esame alcuni tra i più grandi pensatori della storia. Nomi altisonanti: Rimbaud. Rousseau, Thoreau, Nietzsche, Wordsworth e Kant. Grandi pensatori, che non sarebbero stati tali se non fossero stati anche grandi camminatori.

«Camminare non era solo una distrazione dal loro lavoro» dice Gros durante un’intervista a una giornalista del Guardian inglese, «camminare era piuttosto il loro elemento. La condizione del loro lavoro».

Rimbaud, che sotto il cielo percorreva sentieri di pensieri e poesie:

«I pugni nelle tasche rotte, me ne andavo/con il mio pastrano diventato ideale;/sotto il cielo andavo, o Musa, a te solidale;/oh! là là! quanti splendidi amori sognavo!».

Rousseau, che nelle sue Confessioni dice:

«Quando cammini tutto è possibile. Il tuo futuro è aperto quanto il cielo avanti a te. E se cammini diverse ore, puoi fuggire dalla tua identità. […] Non sei nessuno. Non hai storia. Non hai passato. Non hai futuro. Sei solo un corpo che cammina».

andare-a-piedi-libro-64054Già nel passato l’atto di camminare rimandava a temi come l’eternità, la solitudine, il tempo e lo spazio. Gros riprende quella tradizione:

«Camminare significa esplorare il mistero della presenza. La presenza nel mondo, verso gli altri e verso te stesso… Quando cammini puoi scoprire che ti stai emancipando dal tempo e dallo spazio… dalla vita stessa».

L’arte di mettere un piede dopo l’altro permette di scendere a patti con noi stessi e di estraniarci dalla velocità dei tempi moderni. Una funzione rigeneratrice, un rimando a una calma perduta.

Se da una parte Gross parla dei pensatori vicini alla natura, ossia al concetto di natura liberatrice, come Wordsworth e Thoureau, allo stesso tempo ci parla della sua Parigi: per lui, esponente della filosofia del camminare nella natura incontaminata, la città diventa una «tortura per gli amanti delle lunghe passeggiate, poiché impone un ritmo irregolare e interrotto».

La città è vista come un malessere, e forse si può dare ragione al filosofo francese, se si considerano le città moderne vittime della frenesia e del caos inquinato generato dalle macchine contemporanee. Ma, mi ritrovo a pensare, ancora permane quel sentore di libertà, quando ci si perde per le vie di una città sconosciuta. Uno stato liberatore che può pervadere il nostro spirito, trasformandoci in piccole reincarnazioni di quel gentiluomo che vagava per le vie cittadine, il flâneur, che, da Baudelaire a Benjamin, ci conduce a un’ulteriore sensazione emotiva che si può provare con il paesaggio.

Non solo nella natura incontaminata, quindi, ma ovunque, a mio parere, si può giovare dell’esperienza del camminare; il libro di Gros, a tal proposito, ci conduce all’interno di una dimensione a passo d’uomo, rendendoci consapevoli di quanto semplice, economico e alla portata di tutti sia afferrare un pezzetto di felicità.

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