Il 22 gennaio 2015, a Bettolle sono iniziati i concerti itineranti del collettivo La Frontiera, in attesa del festival che si terrà dal 30 aprile al 3 maggio 2015. Il format “Frontiera Mobile” si pone l’obiettivo di portare la musica dal vivo in spazi finora inesplorati dall’espressione musicale, terreni nuovi da battere per lasciare impronte espressive in Valdichiana.
I primi ospiti che hanno presentato i loro lavori sono stati gli aretini SAMCRO; duo potentissimo formato da Mario Caruso e Nicola Cigolini, che dopo anni di sale prove della provincia, hanno trovato il loro habitat in una formazione minimale, chitarra e batteria, che li ha portati prima a suonare sui palchi di Arezzo Wave, del festival del Mengo e del Karemaski, e poi in tutta Italia.

Li ho incontrati prima della loro esibizione al Frontiera Mobile. Ragazzi, assistiamo ad un’ondata di “duo”, chitarra e batteria, sia a livello indie e che a livello mainstream.

A cosa si deve questa esplosione, questo nuovo interesse per una tipologia così atipica?

– N; La musica ha fatto di necessità virtù. In un periodo storico dove la musica dal vivo fatica, l’essere in due aiuta a spostarsi, con cachet ridotti, possibilità di suonare in spazi più piccoli. La cosa buona di questa necessità è stata la conseguenza della ristrettezza; è venuto fuori un vero e proprio movimento, nuovo. Si è scoperto, suonando in band senza frequenze basse (la maggior parte infatti sono solo chitarra e batteria). Si riesce a fare molto più di quello che si pensi. Abbiamo adottato in musica il less is more di Van der Rohe. La scaristà di mezzi ti fornisce molte più libertà di quanto si immagini.
– M; questa cosa ha scaturito uno studio maggiore dei musicisti, dal punto di vista dei suoni. Non puoi pretendere di fare un duo con un set up semplice. Devi organizzare le masse sonore, le frequenze. Il fulcro del duo è questo. Approfondisci, studi e impari molto di più.

Da che tipologia di progetti venite?

– N; Veniamo da vari progetti. Sono 15 anni che suoniamo. È proprio questo peregrinare che ci ha portato a dire “mettiamo su qualcosa di originale”. Quello che facciamo infatti è un blues prettamente statunitense, molto nero, abbiamo cercato di ricreare quell’esperienza black dei campi di cotone, del disagio dell’oppressione dei ghetti.
– M ; Noi non siamo però i Bud Spencer Blues Explosion che sono a nostro parere “spuri”, si spostano dall’originalità del blues americano. Sono sì particolari, ma con il nostro tipo di ricerca non ci azzeccano nulla. O anche i Cyborgs, che sono bravi, ma adottano un unione del blues con l’elettronica, l’utilizzo dei synth e cose del genere…
– N; Molti duo sono “fasulli”; I Black Keys non sono un duo. Nelle foto sono in due. Ma quando li vedi suonare dal vivo sono in cinque. Il duo è un’altra cosa. È viscerale. Significa studiare di più lo strumento per ottenere forza maggiore dalla tua singolarità. Molti duo, poi, esauriscono le idee in poco tempo. In realtà è veramente stimolante orientarsi in questo “far west” della musica, questa scelta che ci porta a scoprire cose nuove su noi stessi e sul nostro strumento.

Dal punto di vista dei settaggi come sopperite all’assenza di basse frequenze?

-M; io uso un Octaver con due uscite; una dry e un’altra che attacco ad un ampli da basso. Così si crea un muro sonoro dal corpo molto vibrante. Io in più suono con il fingerpicking, con il pollice pizzico sempre le corde basse. È una tecnica che ha le sue radici proprio nel blues archetipico americano. Io comunque l’ho approfondita dandogli accenti originali per renderla unica.
– N; È questo che ha significato cercare nuovi modi di esprimere. Il duo è veramente lo step di ricerca dello strumento e del suono è ideale.

Siete di Arezzo ma avete suonato in tutta Italia. Che rapporto avete avuto con il vostro territorio e come è conseguito l’uscire dal vostro spazio per fronteggiare platee di sconosciuti?

– M; La cosa più controproducente per una band è suonare in casa. Non sei mai profeta in patria. Toglie una delle cose più belle; suonare id fronte a sconosciuti è il banco di prova perfetto per vedere quanto i tuoi pezzi arrivano, quanto sei capace di esprimere la tua arte. Noi dopo molti live ci siamo ritrovati a parlare per ore con gente nuova,
– N; è la cosa più bella avere amicizie in tutte le città in cui hai suonati. Ci sentiamo con persone con cui siamo andati a suonare mesi fa. Il ballo di girare è conoscere più gente possibile. I live in casa devono essere mirati in cose giuste. Arezzo Wave, il Mengo, il Karemaski. Abbiamo suonato in situazioni giuste in cui non c’erano solamente gli amici a vederci, ma anche persone sconosciuti sui quali era possibile notare l’effetto della nostra musica.

Cosa ne pensate della scena musicale della provincia aretina?

– N: Ad Arezzo ci sono stati quindici anni di marette, odi, guerre fra poveri. L’idea che si muoveva tra i musicisti era; “se io vengo a vedere te sembra che tu sia più bravo”. Tantissimi locali hanno chiuso o non fanno più musica dal vivo. Se i musicisti non vanno a vedere concerti in primis, come è possibile che ci venga a vedere gente che della musica non gliene frega niente? Queste piccole malignità hanno paralizzato la scena, che comunque adesso comincia a riprendere movimento.

– M: Comunque tutto il mondo è paese poi. Roma ad esempio non c’è il fermento che ci aspettavamo. Molti locali puntano tutto sui dj-set, incentrano le serate sui dischi.

– N: i dj set, la follia dei concerti che iniziano alle due di notte, i locali che si adeguano alle maleducazioni del pubblico che esce di casa a mezzanotte e mezza, è un modo per diseducare le persone alla musica, per distruggere la “scena”. Qui non si tratta di assecondare i clienti, perché in ballo c’è la produzione artistica di un territorio, e non darle spazio e importanza è il peggiore dei peccati.

I SAMCRO hanno all’attivo un bellissimo disco intitolato “Terrestre”. Nella loro pagina face book (nella loro pagina facebook) potete trovare tutte le informazioni utili sul progetto.

Il 26 febbraio 2015 una nuova tappa del Frontiera Mobile ospiterà un’altra band toscana, “Tutte le Cose Inutili”, da Prato.

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