Da qualche mese è uscito “Una preghiera per morire”, cortometraggio di Niccolò Notario, un “Pici Western”, girato tra Sarteano e Abbadia San Salvatore. Il nostro blogger Tommaso Ghezzi ha incontrato il principale ideatore, regista e co-sceneggiatore del progetto.

Niccolò mi accoglie nel suo studiolo di Montepulciano Stazione con un abbraccio caloroso e una bottiglia di Moretti da 66. Le pareti sono tappezzate di locandine cinematografiche e teatrali. “Lo studio è in uno stato provvisorio” mi dice “Domani torno a Roma, sono in fase di trasloco”. Niccolò Notario è tornato da poco in Italia dopo un’esperienza lavorativa a Londra. Adesso vive tra Montepulciano e Roma, dove segue corsi al Centro Sperimentale di Cinematografia, il più autorevole tra gli istituti di formazione e ricerca nell’ambito della settima arte. Dopo una serie di cortometraggi e lavori volontaristici, inizia ad ingranare la marcia ed inserirsi negli ambienti lavorativi del settore. Dalle finestre di casa sua, la Valdichiana si staglia come una marea quieta, un rigido orizzonte nitido e ondulatorio che sembra in movimento per quanto appaia morbido agli occhi; è qui, nel cuore della provincia, che Niccolò ha mosso i primi passi nel mondo della cinematografia. Ha iniziato da adolescente autodidatta, animato dalla somma curiosità e dalla spregiudicatezza giovanilistica che, quando assecondata correttamente, si traduce in vocazione pura e finisce per diventare un mestiere. Niccolò ha definito un efficace modulo di coltivazione del talento e dell’interesse; ha costruito intorno a sé una rete fatta ora di amatori, ora di semi professionisti, tutti legati al territorio.

Niccolò, iniziamo con una banalità; come ti sei avvicinato alla regia cinematografica?
Fin da bambino ero affascinato dal cinema. Mio padre era un fanatico dei kolossal storici e degli spaghetti western, con i quali mi ha nutrito sin da piccolo. Progressivamente è nata la curiosità di capire le dinamiche della costruzione dei film. Ho iniziato a fare “lavoretti” domestici, piccoli lavori infantili, prime “prove” (sorride). La prima volta in cui ho scritto qualcosa con l’intenzione di girarla ero in seconda media; un horror. Una cosa trashissima, infattibile.

Quali sono state le tue prime fonti per l’approccio alla regia?
Le mie basi tecniche erano essenzialmente tutorial su internet, libri teorici, riviste. Il tutto in completa autonomia. Senza uno schema preciso. Programmavamo le riprese così. Giravamo molte cose senza l’ambizione di pubblicarle; molto spesso non le finivamo nemmeno.

Perché usi il plurale?
In prima superiore ho incontrato altre persone con le quali ho condiviso la passione per il cinema. C’è stata una convergenza di intenti. È nata una sintonia. Forse da solo non avrei mai continuato; trovare altre persone che ti supportano materialmente, oltre che emotivamente, con il lavoro, con le collette per comprare le attrezzature, è stato fondamentale per la prosecuzione di questa passione. Soprattutto per prendere seriamente i lavori che cercavamo di fare. Con il tempo ci siamo specializzati in vari campi d’azione; chi si concentrava sulla stesura delle sceneggiature, chi approfondiva il ruolo di operatore, chi recitava, ecc… questa squadra credo si sia conformata al tempo di un primo cortometraggio, che non è mai stato pubblicato, intitolato “Dell’amore del prossimo”. È stato un bellissimo momento in cui si creò un nucleo operativo, soprattutto dal punto di vista tecnico, per la fotografia, il montaggio, la scenografia, operatori di camera, regia. Inizialmente ci siamo aggregati entro associazioni locali, l’APE (Associazione Poliziana Eventi) in primis; sotto l’egida dell’APE abbiamo girato “Vecchi Dentro” che, pur avendo tutti i limiti del suo tempo e tutte le inesperienze del caso…

…è un cult!
E’ un cult! (ride). No a parte scherzi; con “Vecchi Dentro” il gruppo si è ampliato. Sono entrati in contatto attori delle varie realtà teatrali del territorio, anche nuovi tecnici, che hanno reso il gruppo ancora più vasto. Ha avuto un valore di aggregazione, se non altro. Per la prima volta noleggiammo materiale professionale. Insomma fu un bel banco di prova; sebbene tutti amatori dilettanti, ci demmo un’impostazione professionale nel lavoro. Ci ha fornito un metodo. Dopo “Vecchi Dentro” fondammo l’associazione “Speed Arrow produzioni” che dava una struttura associativa riconosciuta legalmente al gruppo di lavoro. Abbiamo realizzato, prodotto e distribuito varie opere che variano dal videoclip musicale, al cortometraggio, al documentario, al reportage, abbiamo fatto collaborazioni e casting… Abbiamo conosciuto moltissime persone. I risultati sono stati molto buoni. Durante il periodo dell’associazione ho avuto l’opportunità di andare a ricoprire più ruoli; ora facevo il regista, ora il montatore, ora l’operatore, ora il direttore della fotografia. Io sono partito da un’idea di regia, ma sono arrivato a conoscermi attraverso più ruoli. Adesso sono approdato al montaggio; è la parte del lavoro che adesso trovo più interessante e stimolante.

Quali sono le difficoltà, al di là di quelle tecniche, che lo stare in provincia crea ad un ragazzo con velleità artistiche in ambito cinematografico? E cosa invece hai trovato di favorevole, per “fertilizzare” il terreno?
Il teatro e le compagnie teatrali sono state un bacino dal quale tirare fuori personalità interessanti; si sono creati bellissimi legami. Il teatro in questa zona è molto florido. Il cinema un po’ meno. È per lo più legato alla bellezza delle campagne sfruttate dalla pubblicità o da sporadiche megaproduzioni americane. Non c’è però un background per carpire informazioni ed esperienze. Noi ci siamo inventati da soli ed abbiamo imparato da soli, non c’era nulla – o poco – prima di noi. Per il resto le difficoltà economiche sono state un problema non da meno; in provincia c’è una maggiore resistenza da parte dei supporti degli sponsor. Siamo stati fortunati a trovare dei ‘fedelissimi’ che ci aiutano sempre. Ma è paradossalmente più facile trovare sponsor per uno spettacolo teatrale o un evento singolo che per una produzione cinematografica, sebbene nel secondo caso la diffusione e la visibilità sarebbe maggiore anche solo sfruttando la rete. Forse però lo stare in provincia ha stimolato con più forza quelle persone che si sono interessate al nostro operato e ne sono entrate a far parte, proprio per spinta centrifuga, per uscire dalla noia provinciale.

E siete usciti dalla provincia, fuori dal perimetro territoriale? In che modo?
Siamo usciti dalla provincia tramite i concorsi e le proiezioni, persino su alcune reti nazionali che si sono interessate a noi; su La3, su Sky e ComingSoon television, in seno a rassegne che venivano inserite nei palinsesti. Nel 2011 Teleidea ci dette uno spazio nel contesto delle programmazioni del Bravìo di Montepulciano, nel cui contesto girammo alcune clip e un cortometraggio (“Il Taglio” con regia di Filippo Biagianti, produzione di Niccolò Notario) che venne proiettato in diretta televisiva e in Piazza Grande prima della gara. Con il tempo ci siamo promossi sul terreno professionale. Alcuni di noi ce l’hanno fatta, e di questo sono contento.

Se osserviamo la tua personale produzione possiamo notare una forte presenza del cinema “di genere”, lontano dalle esperienze più “autoriali” dei cortometraggi. C’è molto del poliziesco, del western, del grottesco…
Stilisticamente non sono portato al genere comico, non mi va di far ridere. Tantomeno al romantico. Sono più legato al cinismo cinematografico. Mi piace sottolineare l’aspetto crudo della verità, degli atteggiamenti e delle persone. Mi piace anche sperimentare sul dinamismo del linguaggio e dei linguaggi. Mi sono trovato più portato a narrare le storie più cruente, legate alla realtà, che può essere ovviamente caricata, ma deve rimanere riconoscibile, immediata. Mi piace sì stirarla la verità, magari spettacolarizzare la violenza, ma rimango comunque legato ad un contesto reale; di sentimenti e atteggiamenti veri.

Hai fatto anche teatro…
Ho fatto due regie teatrali. Una “Voi che vivete sicuri nelle vostre case” per il giorno della memoria del 2010, presentato al teatro di Monticchiello, e “Lucky Luciano”, rappresentato nel 2012 al teatro degli Arrischianti di Sarteano, incentrato sulla figura del gangster italoamericano. Le basi di regia teatrale le ho apprese durante i corsi universitari del PROGEAS, nella facoltà di lettere e filosofia di Firenze, presso la quale mi sono laureato con una tesi sull’opera di Ugo Chiti, con il quale ho avuto modo di fare un tirocinio in teatro.

E per il teatro valgono gli stessi precetti estetici e stilistici che usi nel cinema?
La mia regia teatrale ha sicuramente subito l’influenza del cinema. Questo ha procurato delle cose che potevano essere lette o percepite male. Mi rendo conto per primo del mio aver adottato visioni diverse dal teatro tradizionalmente riconosciuto. Ho voluto ‘mettere a fuoco sul palcoscenico’, il che è un errore di base. Io sono abituato cinematograficamente ad imporre allo spettatore dove guardare; nel teatro la “messa a fuoco” della macchina non c’è, i punti d’attenzione vanno creati in modo diverso. Paradossalmente “Voi che vivete sicuri nelle vostre case”, del quale ho solo collazionato testi non miei che mi erano stati forniti e girava intorno ad una materia verso la quale non mi sentivo poi così adeguato, è stato apprezzato molto di più dagli addetti ai lavori rispetto al “Lucky Luciano” del quale mi sono state rimproverate alcune carenze. È strano come riescano meglio i lavori dove si è meno informati sui fatti.

Lo dice anche Sorrentino…
Certo! Quando si è presi dalla troppa foga e dall’interesse, e dall’amore per l’immaginario che si va a rappresentare, si perde il controllo e si rischia fi fare una schifezza. È una verità.

“Una preghiera per morire” è il lavoro più recente. Ce ne parli un po’?
Sì, è stato pubblicato in rete e distribuito in DVD, da pochi mesi. Nasce dal mio profondo desiderio di girare un western in Valdichiana e Val d’Orcia. Ero mosso dall’idea che in grandi spaghetti western sfruttassero locations in Sardegna e a Cinecittà. Mi sentivo “giustificato” e “autorizzato”da Sergio Leone ad avere questa follia in testa. Ho convinto il gruppo, che mi ha sostenuto da subito. L’associazione era da un po’ di tempo ferma e sentivamo tutti la necessità di risvegliare l’animi con un progetto ambizioso, per i nostri mezzi. Ho scritto la sceneggiatura con Laura Fatini, autorevolissima autrice teatrale. Hanno partecipato quasi cinquanta persone tra troupe e cast. Il set era un continuo viavai delle persone più disparate. Tutti i ruoli del cinema classico sono stati coperti. Il corto è stato molto difficile dal punto di vista tecnico organizzativo; le location sono state varie, è girato totalmente in costume, la sceneggiatura ha richiesto un lavoro scenografico non indifferente… Abbiamo avuto un fondamentale aiuto economico dagli sponsor e dai patrocini. Mai come in questo caso gli aiuti sono stati così importanti.

Adesso che intenzioni hai?
Sono appena tornato da Londra dove ho lavorato come freelance in ambito pubblicitario. Adesso sono finalmente entrato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, scuola alla quale puntavo da anni. A questo punto, a differenza alcuni anni fa, cerco di dare priorità alla mia vita professionale. L’associazione è ancora vivissima, ma per adesso non ci sono progetti in vista. Ora divulghiamo “Una preghiera per morire” poi si vedrà. Ma tornerò sicuramente a girare da queste parti. La voglia di realizzare altri lavori non mi è di certo passata…

UNA PREGHIERA PER MORIRE
(SpeedArrow Produzioni)

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