Va facendosi sempre più serrato il confronto sul tema della costruzione dell’impianto di recupero di fanghi biologici delle acque reflue urbane nella zona “Ex Centro Carni” di Chiusi Scalo, la cui costruzione, proposta da Acea Ambiente, è condizionata dall’esito dell’inchiesta pubblica prevista nelle prossime settimane in Regione.
Si tratta di una questione complessa, poiché pone al centro del dibattito, da un lato, l’opportunità di sfruttare un ampio terreno per implementare una tecnologia in grado di trattare le acque di scarico urbane pari a quelle prodotte in tutta la Toscana, dall’altro la comprensibile preoccupazione della popolazione di veder deturpato il luogo in cui vive.Enti, cittadini e investitori sono le parti interessate coinvolte in questa vicenda, che ha avuto inizio nell’autunno 2017. Risale infatti a quel 27 settembre la pubblicazione, da parte del Comune di Chiusi, del bando di gara per la vendita del complesso immobiliare di circa 80.000 mq, situato in località Le Biffe, al confine tra Umbria e Toscana. Unico potenziale acquirente a presentare la propria proposta è stata la società Acea, che per 2.525.000,00 euro si è aggiudicata l’area, ritenuta strategica per il proprio piano di investimenti.
La società in questione si presenta – si legge dagli atti – come impegnata, nelle regioni di Lazio e Toscana, nella depurazione delle acque reflue urbane e nel perseguimento di tecnologie mirate alla cosiddetta “chiusura del ciclo dei fanghi”. In tale prospettiva, Acea Ambiente ha manifestato il proprio interesse all’acquisto dell’area, ritenendola idonea a ospitare un nuovo impianto per il recupero di materia dai fanghi biologici, provenienti da altri centri di depurazione gestiti direttamente dal Gruppo Acea o da partecipate, annotando tra i produttori di fanghi proprio le società addette alla gestione del servizio idrico in Toscana.

Acea Ambiente avrebbe dunque pianificato un investimento dal valore complessivo di 7,4 milioni di euro, cofinanziato, per 2,3 milioni, dal Ministero dello Sviluppo Economico e dalla Regione Toscana, come si legge in un comunicato stampa del 4 novembre scorso.
Nel progetto, rientra anche l’acquisizione del depuratore di Bioecologia, situato all’interno dell’area in oggetto, che sebbene non con le più moderne tecnologie, è attualmente in funzione per trattare un totale di circa 80.000 tonnellate annue di percolato di discarica e sostanze reflue industriali.

Prospetto pubblicato sul sito della Regione Toscana

Quello proposto da Acea Ambiente è un impianto destinato al trattamento di 80.000 tonnellate all’anno di fanghi biologici, attraverso un processo di carbonizzazione idrotermale. Si tratta di una soluzione brevettata dalla società spagnola Ingelia, che sfrutta un processo termochimico per la trasformazione dei rifiuti organici.

Nel dettaglio, l’impianto risulta composto da una sezione di ricezione dei fanghi biologici, chiusa e dotata di un sistema di aspirazione e trattamento delle arie, al fine di evitare l’inquinamento olfattivo; una sezione di carbonizzazione idrotermale, dove la sostanza fangosa viene mantenuta a determinate condizioni di temperatura e pressione, per essere trasformata in una miscela da estrarre e disidratare (i reattori cilindrici che si svilupperebbero in altezza sono progettati per portare a termine questa fase del progetto).

Un’altra sezione è progettata per l’ispessimento della parte solida, che viene quindi condotta all’unità di essiccazione e pellettizzazione; sarebbero inoltre presenti un impianto termico per produrre il calore necessario al processo, un cogeneratore a gas per la produzione di energia elettrica, una stazione di controllo generale e un impianto di trattamento delle acque di processo.
Il procedimento prevede infatti che, durante la reazione, con questo metodo basato su temperatura, acqua e pressione, dalle biomasse venga estratto un bicarbone, l’hydro char, e un residuo acquoso. Per quanto riguarda il biocarbone, si tratta di una sostanza simile alla lignite che, secondo quanto riportato da Ingelia, come il fossile può essere impiegato come combustibile, ma anche nella fertilizzazione agricola o per uso industriale.

L’altro elemento ottenuto, l’acqua di processo, è da destinare alle aziende produttrici di fertilizzanti organici, come si prospetta per gli impianti previsti in Italia, o da utilizzare per l’irrigazione delle colture, come attualmente avviene per l’impianto di Valencia.
È proprio in questa città spagnola che Ingelia ha proposto il primo impianto di carbonizzazione idrotermale, il quale, in funzione dal 2013, conta due reattori e ha una capacità di 14.000 tonnellate annue di biomasse, principalmente costituite dai resti vegetali agricoli e FORSU (Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano).
Anche a Immingham, nel Regno Unito, nel 2018 è sorto in collaborazione con l’Università di Nottingham un impianto che recentemente è stato portato da uno a quattro reattori. Infine, a Piombino, è prevista l’imminente costruzione di uno stabilimento con dieci reattori, progettato per trattare 60 tonnellate di biomasse all’anno. Per quest’ultimo, la Regione Toscana si è espressa positivamente in fase di Valutazione di Impatto Ambientale, al momento in corso anche per la realizzazione dell’impianto di Chiusi (qui è possibile leggere la sintesi non tecnica del progetto realizzata dalla Regione Toscana).

La discussione sul progetto è arrivata in Regione ad aprile 2018, quando è stata approvata la mozione, firmata da Tommaso Fattori e Paolo Sarti, consiglieri del gruppo di Sì – Toscana a Sinistra, sull’avvio di un confronto aperto tra cittadini, associazioni ed esperti, al fine di verificare, attraverso il parere di enti quali Asl e Arpat, il rischio ambientale e sanitario legato alla costruzione dell’impianto. Un atto al quale, nel luglio 2019, ha fatto seguito il testo, a firma dal consigliere M5S Giacomo Giannarelli ed emendato su richiesta della vicepresidente PD Monia Monni, perché il processo di consultazione si svolgesse in forma di inchiesta pubblica. Questa si svolgerà nelle prossime settimane, dando udienza alle parti promotrici e a quelle contrarie, sino all’esito, atteso nel mese di gennaio 2020, del procedimento finalizzato al rilascio del Provvedimento Unico Regionale relativo al progetto, da parte della Regione.

Intanto, a Chiusi, approvando la delibera n.74 del 28 dicembre 2018, il consiglio comunale ha sancito il divieto di costruire sul territorio comunale “inceneritori di rifiuti; carbonizzatori; termovalorizzatori; discariche di rifiuti; nuove aziende insalubri che abbiano emissioni nocive, ad eccezione delle attività per le quali venga dimostrato, riguardo ai processi produttivi, di utilizzare la migliore tecnologia possibile per abbattere emissioni, finanche alla loro totale eliminazione“.

Il progetto con cui Acea si è aggiudicata il bando comunale, ossia quello di costruire un impianto industriale per il trattamento dei fanghi di supero provenienti dalla depurazione delle acque reflue, seppur non presentando il termine “carbonizzatore“, tuttavia non ha convinto l’opinione pubblica, che fin da subito ha manifestato incertezze, se non contrarietà.
Il Comitato Azione per il Rispetto dell’Ambiente, costituito nell’ottobre 2018 su iniziativa dei cittadini, al fine di promuovere la diffusione di informazioni sul progetto e confrontarsi sulla tematica, ha espresso varie preoccupazioni sulla pericolosità dell’impianto, che si sono tradotte nelle 2.250 firme raccolte tra i cittadini contrari alla sua costruzione. In questi mesi il Comitato si è fatto promotore di incontri, sia tra la popolazione che coinvolgendo esperti in materia di ambiente e smaltimento dei rifiuti.

L‘Associazione di salvaguardia ambientale Il Riccio ha sollevato perplessità riguardo alla costruzione dell’impianto, in relazione a problematiche sanitarie e ambientali. In particolare, all’interno della relazione elaborata dal Comitato insieme al Dottor Carlo Romagnoli, in rappresentanza dei Medici per l’Ambiente – ISDE (International Society of Doctors for Environment) Umbria, vengono esposti dei dubbi soprattutto circa la natura del prodotto ottenuto dal processo di carbonizzazione. Nel rapporto, inviato il 28 dicembre 2018 al Comune di Chiusi e alla Regione Toscana, sono state presentate spiegazioni di come l’hydro char, che è assimilabile alla lignite fossile, non sia privo di ricadute (legate principalmente al trasporto dei materiali prodotti e sull’alimentazione a metano dell’impianto) sulla qualità dell’ambiente e, di riflesso, sulla salute pubblica.

Inoltre, l’Associazione ha accusato il progetto di smentire l’intenzione di gestire i rifiuti in modo sostenibile e in un’ottica di economia circolare, in quanto il processo immetterebbe nell’atmosfera più sostanze nocive di quante ne elimini e la biolignite richiederebbe a sua volta, per essere smaltita, una fase di combustione. Data la concomitanza della discussione sul progetto di Chiusi con la costruzione dell’impianto Ingelia di Piombino, autorizzato nella misura del raggiungimento di vari obiettivi, l’Associazione ha proposto che la Regione Toscana osservasse il realizzarsi di tali requisiti nell’altro impianto, prima di dare il consenso a quello di Chiusi, trattandosi di una tecnologia sperimentale.

Sono in tanti a ritenere che un’attenta disamina delle conseguenze derivate dalla costruzione dell’impianto andasse compiuta in fase di bando, prima di vendere un’area per la quale i cittadini sono sì d’accordo su un’esigenza di riqualificazione, ma non a scapito della qualità dell’aria che respirano. Proprio nel corso dell’inchiesta pubblica, sulla quale sono accesi i riflettori anche da parte delle amministrazioni dei Comuni limitrofi, ci sarà adesso modo di confrontare i dati, verificare il tipo di impatto che l’impianto andrebbe ad avere anche sulla realtà urbana di Chiusi e avere chiarimenti, da parte di enti specializzati e competenti, circa l’entità e la pericolosità delle emissioni, fino alla decisione finale.

In una fase storica in cui tanto si discute di ambiente, di prospettive per il futuro del pianeta, quella di Chiusi assume i toni di una vicenda esemplificativa: c’è la necessità di provvedere alla gestione dei rifiuti, che spinge le aziende a dedicarsi a questo settore, e di farlo con le adeguate tecnologie, andando anche incontro a soluzioni sperimentali per le quali, se si investe, non è perché queste rimangano su carta.

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