Lungo il fascio dei binari che fluiscono sull’Affrico, poco prima (o poco dopo, a seconda da come li si percorre) di essere inghiottiti dalla stazione di Firenze Campo di Marte, sorge il plesso colonico di San Salvi, ex ospedale psichiatrico Chiarugi, nel quale spicca la casa colonica La Tinaia. Questa è divenuta col tempo uno degli spazi creativi, rivolti a degenti ospedalieri, più interessanti e rivoluzionari dal punto di vista terapeutico. L’ambiente si pone come vero e proprio atelier e mette al centro il linguaggio estetico e l’espressività – che pertenga al disegno, alla pittura, o alla lavorazione della creta – come vie possibili per la comunicazione con gli altri, le interazioni, l’uscita dall’emarginazione e l’isolamento dal mondo.

Carlo Pellegrini, fotografo poliziano, ha passato un lungo periodo di tempo nella struttura, iniziando a raccogliere dati fotografici e lavorarli, studiando le rese grafiche ed espressive più aderenti a quell’esperienza. L’intervento tecnico è stato quello della doppia esposizione e cioè della sovrapposizione di due immagini con due diverse quantità di luce filtrate dall’obiettivo. I soggetti sono sia gli utenti della struttura (gli artisti) sia le opere di loro produzione, per brevità – e banalità – collocabili nel macroinsieme di espressività Art Brut. Ma al contrario di quella che era la linea programmatica denotata da Jean Dubuffet come codice critico del concetto di arte grezza, e cioè un’elaborazione completamente sciolta dal sistema mimetico dei maestri e della tradizione pittorica e delle scale valoriali intellettuali, qui sembra che una ricchezza estetica, di ampia tradizione e profonda consapevolezza, sia presente in tutte le opere mostrate dall’occhio di Carlo Pellegrini. Il risultato è stato “due” un volume fotografico edito dalla galleria-editrice senese Seipersei, e curato da Stefano Vigni.

Nel libro, oltre alle immagini, ci sono tre contributi testuali: uno dello stesso Carlo Pellegrini, uno di Alice Angioletti, psicologa, e uno di Stefano Vigni, editore del volume. Tutti i contributi convergono in una riflessione sul tema della schizofrenia, psicopatia o simili. Le riflessioni, così come le foto, cercano di smarcare la definizione di ‘devianza’, o di ‘degenza mentale’, dalla dilatazione e dal rovesciamento dei punti di vista, la confusione delle sovrapposizioni, non solo fotografiche, al fine – forse – di far cedere qualsiasi convinzione preconcetta ed accettare le immagini, così come le opere e i soggetti ritratti, per quello che sono, per quello che fanno e per le scelte che compiono.

Ho intervistato Carlo Pellegrini in occasione dell’inaugurazione della mostra temporanea, in cui alcune delle foto inserite nel volume sono esposte, presso la galleria Seipersei, a Siena.

Quali sono le motivazione che ti hanno spinto alla Tinaia e all’analisi di un tema così complesso? 

Le motivazioni sono due: “due”, è non a caso anche il numero di moventi che mi hanno spinto ad intraprendere questo lavoro. Il primo motivo è storico: il 2018 è il quarantesimo anniversario della legge Basaglia, o legge 180 o più precisamente legge Orsini, che regolava i trattamenti sanitari di assistenza psichiatrica, superando quelle che erano le pratiche manicomiali. Questa è secondo me un’occasione per ritornare a riflettere su certi conformismi sociali legati alla percezione del “matto”. L’etichetta di “matto” mi ha sempre dato fastidio. Io ho preferito dare loro un’altra etichetta: li ho intesi come “artisti”. A La Tinaia si praticano arti pittoriche di rilievo. Ho voluto far uscire fuori questo lato. Il secondo motivo è più personale, una riflessione: parte dal presupposto che ognuno di noi porti una maschera, che si nasconde dietro certi comportamenti e se vogliamo è un appello a toglierci la maschera e mostrare al mondo chi siamo veramente.

Come sei entrato in contatto con La Tinaia? Come ti sei preparato per affrontare quel contesto? 

Ho conosciuto la Tinaia tramite una persona di Montepulciano che me ne ha parlato, dopo che già avevo in mente di portare avanti un progetto che avesse questa tematica. Ho quindi scritto ai responsabili della struttura chiedendo di poter affrontare un progetto fotografico. Purtroppo o per fortuna in quel posto sono già passati altri fotografi, quindi erano tutti un po’ abituati alla presenza di macchine e di obiettivi. In passato Gardin, Giacomelli avevano già fatto cose del genere. Parliamo degli anni ottanta. Erano tutti lavori in bianco e nero, avevano un obiettivo di denuncia, diverso da quello che vorrei far emergere io con due. Erano quelli gli anni in cui venivano sollevate le questioni polemiche nei confronti dei trattamenti che per decenni avevano subito i degenti. Quindi ho dapprima parlato con gli utenti della struttura, mi sono fatto conoscere dagli artisti, mi sono fatto spiegare i loro lavori. Quando sono diventato invisibile, ho iniziato a fare delle fotografia. Ho iniziato nel giugno 2016 e ho finito poco tempo fa. Due è la sintesi di quasi un anno di fotografie, di vita condivisa con loro.

Con queste premesse quello che ci si aspetta è un reportage, un percorso documentario, un resoconto fotografico. Invece qui c’è tutt’altro. L’espediente artistico espressivo sormonta quello di resoconto dei luoghi. Come hai lavorato in questo senso?

Innanzi tutto avevo l’idea di avere qualcosa tra le mani che non fosse soltanto una mostra. Nella mia visione questo è un libro di appunti. Grandezza A5, ad anelli, come un blocco di schizzi di un pittore. È emersa l’idea di valorizzare l’oggetto. Lo avrei voluto ancora più sporco e spreciso. È abbastanza materico, le pagine sono spesse, anche se le foto non stanno dentro un riquadro e sbordano, c’è una precisione che avrei comunque forzato ancora di più. Le foto poi non hanno ricevuto post-produzione. L’effetto di doppia esposizione è stato dato al momento degli scatti, quindi ho cercato di mantenere una base di reportage e consegnare gli scatti nel modo in cui sono stati lavorati nel momento stesso del loro accadimento. Spero di essere arrivato all’osservatore. o meglio, pero che sia arrivata l’idea di fondo, quella più riflessiva delle due che ti ho detto prima: dovremmo tutti cercare di essere meno quadrati, di mettere meno etichette, ascoltare e mettere in dubbio ogni certezza, togliersi le maschere e esporsi alle visioni degli altri per quello che siamo. Il concetto di “matto” in passato ha coinvolto alcolizzati, omosessuali, addirittura al manicomio di Volterra c’era un soggetto rinchiuso perché parlava sardo. Cos’è ciò che chiamiamo pazzia se non un livello superiore di critica e di sensibilità?

La follia, di base, è una condizione vissuta da qualsiasi eccesso o deficienza di razionalità che viviamo tutti i giorni. Una socientà, per dirsi civile – diceva Franco Basaglia – dovrebbe accettarle entrambe, tutte e due, come elementi umani.

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