Gli inglesi hanno David Lodge che scrive romanzi e racconti ambientati nei campus universitari, ma anche più genericamente scolastici, e quindi narra vicende abbastanza stigmatizzate dei caratteri chiave dell’ambiente accademico inglese, in particolare la Campus Trilogy, composta da Changing Places: A Tale of Two Campuses (1975), Small World: An Academic Romance (1984), e Nice Work (1988). in Italia abbiamo allo stesso modo con più o meno le stesse dinamiche letterarie, ovviamente entro paradigmi diversi come diverse sono le scuole da noi, Domenico Starnone; è uno scrittore che si direbbe “tematico”. Scrive racconti e romanzi svolti nei malandati istituti scolastici italiani. La scuola è qui sfruttata come contenitore, canale espansivo, ambiente multiforme per accedere ad altri temi; tramite la scuola Starnone parla infatti delle difficoltà del mondo del lavoro, specie quello della classe insegnante, del disagio giovanile, delle crisi di tutte le fasce d’età, dagli adolescenti ai trentenni precari, dai professori disillusi di mezza età ai pensionanti. Domenico Starnone ha scritto “Sottobanco”, una piece teatrale che è divenuta spunto per un’intera tradizione di narrativa tematica sul mondo della scuola. Dalla pièce, e da altri testi dello stesso Starnone, in particolare Ex Cattedra, del 1987, Daniele Luchetti produsse e diresse nel 1995 un delizioso affresco intitolato “La Scuola”, film di culto degli anni ’90 nonché David di Donatello al miglior film, quell’anno.

La Scuola secondo le parole di Luchetti è diventato un classico contemporaneo. Quando un testo è definito tale, non può essere modificato, anche quando questo viene esposto più di vent’anni dopo la sua prima stesura. Su questo fa perno il remake de La Scuola andato in scena al Teatro Signorelli mercoledì 1 aprile, un pienone concorde sull’applaudire, perfino a scena aperta, lo spettacolo.

Fare uno spettacolo sulla scuola degli anni ’90, nel 2015, si configura come una rappresentazione anacronistica. Quella scuola (quella di Starnone), infatti, non è ancora digitalizzata, i ragazzi hanno problemi e dipendenze diverse da quelle di oggi, hanno altri ritmi e un altro tipo di approccio alle istituzioni. I professori di oggi, d’altro canto, hanno completamente prospettive diverse rispetto a quelle dei loro predecessori, hanno vissuto un periodo formativo nel decennio del riflusso e non gli anni della protesta come gli insegnanti degli anni ’90. Il testo resta comunque ancorato a quel contesto storico; i cellulari ancestrali, i registri con le fototessere, il ministro Jervolino.

Ci sono però divergenze con l’opera originale; sono stati sì mantenuti il contesto, l’ambiente, le strutture narrative generali, ma è completamente assente il professor Sperone, interpretato nel film da Fabrizio Bentivoglio, che fungeva da contraltare pragmatico e tecnico rispetto all’idealismo del professor Vivaldi, il quale è stato cassato nella nuova mise en scène. Al suo posto non c’è sostituzione. Mentre per Anna Galiena e Mario Prosperi, nei panni dell’esilarante preside ignorante, convinto che dice in totem al posto di in toto, e non ha “mai visto” le Metamorfosi di Ovidio, ci sono marina Massironi e Roberto Citran. Per Bentivoglio si è preferito lasciare il vuoto, riscrivendo praticamente il tronco reggente di tutta la vicenda. La storia d’amore, o sedicente tale, tra il professore Cozzolino (che nel film era Prof. Vivaldi) interpretato da Silvio Orlando e la Professoressa Majello, non è così celata e mal compresa, sia dal pubblico sia dagli stessi personaggi, come nel film, ma è da subito un pettegolezzo esposto che gira a scuola e sulla cui effettiva percezione appare una lettere recapitata al preside, nella quale si accusano i due di non adempiere alle funzioni scolastiche. I professori hanno un passato politicizzato duranti gli anni ’70, il prof. Cozzolino ha preso un candelotto in petto mentre protestava dalla parte sinistrorsa del movimento mentre il professore di francese (un instancabile Roberto Nobile) ricorda di essere stato chiuso in bagno, perché fascista, dai compagni del movimento.

Allo stesso modo è dato ampio spazio agli intrighi comici, all’aspetto farsesco dei reticoli interni tra personaggi. Ridottissimo invece, lo spazio tragico dato a Cardini e al disagio umano derivato da questo personaggio esterno. La deliziosa scena in cui Silvio Orlando vola appeso al cordone della palestra, ricalcante la serie di splendidi monologhi sulla qualità di Cardini nel fare “la mosca”, non serve a fornire il tono necessario per sfumare la leggerezza farsesca nel dramma.

La Scuola rimane uno spettacolo che dovrà avere una tradizione, perché ha parlato di questo paese negli anni ‘90 e continua a dire un sacco di cose sui disagi che tutte le fasce di età hanno nel corso delle loro vite. Il disagio giovanile cambia strumenti, facce, vesti ma alla fine resta sempre figlio dello stesso mal du vivre che esiste da quando esiste l’anima degli uomini.

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