«Siamo dirimpettai chianini» dice Francesco Bianconi al pubblico cortonese, in Piazza Signorelli, ad ascoltare il tour L’Estate, L’amore e la violenza, in chiusura del Cortona Mix Festival. Edizione contrassegnata dal clima poliziesco, le ordinanze comunali relative alla vendita di alcolici, la capienza di Piazza Signorelli debitamente ridotta a mille e duecento posti – invece di duemila – e la formula ridotta a cinque giorni. Festival che ha visto presenze di rilievo: Bob Geldolf, che è stato accolto dalla Sindaca Basanieri con la consegna delle chiavi della città, e i Boomtown Rats, Nicola Piovani, Marina Rei, Jill Hennessy e Ambrogio Sparagna con l’Orchestra Popolare Italiana. Moltissimi anche i fortunati appuntamenti con il presidente Pietro Grasso, Sveva Casati Modignani, Diego de Silva, Marcello Fois e Hanif Kureishi.

 

La scaletta del live propone quasi interamente i brani del nuovo disco, ma inserisce felicemente le “vecchie” hit (Charlie fa Surf, La Guerra è Finita, Un Romantico a Milano), i tributi alla fanbase più rocciosa (Gomma, La Canzone del Riformatorio, La Moda del Lento), splendidi momenti di autorialità bianconiana (Piangi Roma, Bruci la Città), ottime porzioni di protagonismo per Rachele Bastreghi (L’Aeroplano, La Canzone del Parco) e una cover, riuscitissima: una versione post-punk di Henry Lee, di Nick Cave e PJ Harvey.

Su La Moda del Lento, Claudio Brasini imbraccia una chitarra conosciutissima a Cortona, visto che il suo produttore Giulio Carlo Vecchini – liuteria Makassar – vive ed opera in terra cortonese. È la “Mare di Mezzo”, la semiacustica bolt-on realizzata con frammenti di barconi arrivati a Lampedusa. Per ora l’hanno imbracciata Carlos Santana, “Jovanotti”, Verdena, Seunkuti & Egypt80, Giuseppe Scarpato, Luca Barbarossa, Roberto Angelini, Appino dei Zen Circus, Bandabardò, Brunori Sas e i Baustelle. Il viaggio della “Mare di Mezzo” continuerà fino a che verrà battuta in un’asta il cui ricavato verrà devoluto ad un progetto umanitario.

Il web straripa di ragazzini neopatentinati alle prese con i primi scambi di fluidi, la fascinazione per i citazionismi sciapi, in preda alla condivisione compulsiva di frasi bianconiane della quarta – forse quinta – ora. Giovani liceali come lo ero io.

I Baustelle fanno oggettivamente parte del patrimonio intellettivo della mia generazione. Molta della tassonometria che definisce gli attuali gusti, le categorie estetiche affinate nel corso della nostra formazione, si sono conformate sulla base delle estetiche e delle retoriche di Francesco Bianconi (e di pochi altri). I Baustelle sono responsabili di una rilevante porzione del nostro bagaglio culturale. Il punto di partenza da cui moltissimi hanno edificato un immaginario. La leva cantautorale contemporanea ha un debito esorbitante nei confronti della band poliziana.

Quello che da subito è emerso dall’ultimo disco di loro produzione “L’Amore e La Violenza” (definito “oscenamente pop” dallo stesso frontman) è che Francesco, Rachele e Claudio si siano seduti – per retorica rovesciata e tasso medio di ironia- sulla poltrona del pop, sulla tradizione nazional-popolare, ma non lo hanno fatto con tutto il culo. Emerge costantemente quello stigma che strizza l’occhio al pubblico intellettuale. Della serie: «stiamo giocando, vedete?», in maniera troppo spiattellata. È un disco paraculo. Sì, meravigliosamente paraculo. Il gioco della controeloquenza pop – e attenzione ci sono sia i contenuti che le forme, a supporto – poteva essere sfruttato molto meglio. L’artificio ludico della vestizione dei panni di Viola Valentino e Romina Power, sarebbe stato molto più efficace senza lo svelamento dell’ironia. Esiste già un panorama indipendente in musica italiana (anche abbastanza mainstream) che nel gioco delle maschere si comporta molto più violentemente funzionale ai nuclei estetici presenti anche in questo album. Francesco Bianconi può arrivare finanche a sorridere, sul palco. il progetto build the modern chansonnier si è di fatto compiuto.

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