Franco Vaccari è il presidente e fondatore di Rondine, Cittadella della Pace, un’organizzazione che si impegna per la riduzione dei conflitti armati nel mondo e la diffusione della propria metodologia per la trasformazione creativa dei conflitti tra le persone. Nato nel 1952 ad Arezzo, Vaccari ha dedicato la sua vita a creare spazi che permettessero ai giovani di esprimersi liberamente, superando differenze e odio reciproco.

Con lui abbiamo parlato di Rondine, del suo Metodo e delle nuove sfide aperte dal Coronavirus.

Può spiegare cos’è Rondine a chi ancora non la conosce?

“Un luogo di rigenerazione dell’essere umano che si mette in gioco attraverso un percorso educativo e formativo, affinché diventi leader di sé stesso e della propria comunità alla ricerca del bene comune. Il progetto che dà origine e ispirazione a Rondine è lo “Studentato Internazionale – World House”, che accoglie giovani di 21-30 anni provenienti da Paesi teatro di conflitti armati o post-conflitti e li aiuta a scoprire la persona nel proprio nemico, attraverso il lavoro difficile e sorprendente della convivenza quotidiana. L’obiettivo è quello di contribuire a un pianeta privo di scontri armati, in cui ogni persona abbia gli strumenti per gestire creativamente i conflitti e trasformarli in senso positivo.”

Qual è stato il percorso di vita che ha portato Franco Vaccari a creare la Cittadella della Pace ormai famosa in tutto il mondo?

“Fin da quando avevo 15-16 anni mi sono sempre impegnato nel volontariato, cercando soprattutto di aprire dialoghi tra le persone. Come tanti altri della mia generazione sono stato investito dalla fioritura del Sessantotto, che ci prometteva un mondo nuovo a portata di mano. Da allora ho dedicato tutta la vita a creare spazi che permettessero ai giovani di esprimersi liberamente tra loro e con il mondo. Spazi educativi e formativi nei quali vivere la quotidianità con la consapevolezza che ognuno può essere in grado di cambiare il mondo. Mi considero un carpentiere. Uno che ha avuto l’enorme fortuna di poter mettere in pratica le idee di La Pira, di padre Balducci, di Don Milani: i miei maestri. La scommessa, allora, fu quella di creare un laboratorio di carpentieri ed è così che, nel 1998, nacque Rondine, Cittadella della Pace.”

Entriamo più nel dettaglio. A Rondine convivono nemici di paesi in guerra. Com’è possibile?

“Mentre costruivamo la Cittadella della Pace, ormai 23 anni fa, avevo ben chiaro che sarebbe andata oltre al disegno di natura strettamente intellettuale, di ricerca culturale e di luogo accademico, che pure sono sempre rimaste caratteristiche fondamentali. Rondine doveva essere soprattutto una pratica quotidiana di confronto e cambiamento. Nel piccolissimo borgo a pochi chilometri da Arezzo sono arrivati negli anni veri e propri nemici, coppie di ragazzi i cui paesi si scontravano in guerre sanguinose. L’intento, ben chiaro in ognuno di loro, era, ed è tutt’oggi, quello di mettersi in gioco per superare le trappole che dissemina l’odio e coltivare, invece, amicizie e progetti condivi. Si tratta di un cambiamento enorme, che impiega due anni per giungere a compimento. Per tutto questo tempo assistiamo a un continuo oscillare tra due poli: quello della volontà, del desiderio, della disponibilità a costruire collaborazione e amicizia e quello del risucchio verso l’ostilità, l’odio, causato quando meno ci si aspetta da uno “shock drammatico”, come la ripresa dei conflitti tra i loro paesi. A Rondine crediamo che, scavando profondamente nelle relazioni, si possano superare i conflitti e creare relazioni trasformando “nemici” in “amici”. La parola relazione è cuore e anima della Cittadella. È un big-bang energetico, che contiene tutto quello che serve per lo sviluppo umano e quindi per lo sviluppo dell’umanità. Solo passando da dentro le profondità delle relazioni si può cambiare il mondo, si potrà farlo fiorire.”

Questa trasformazione relazionale va sempre a buon fine?

“I primi giovani che ospitammo a Rondine erano tre ceceni e due russi. A quel tempo i due popoli erano in guerra tra loro. Un giorno i ceceni mi chiamarono di fronte alla lavatrice. I tre se ne volevano andare, perché non avevo intenzione di lavare i loro panni nella stessa acqua “sporca” dei russi. Dissi loro di andare e che Rondine non era fatta per i bei proclami ai microfoni. Così rimasi con i russi, convinto della mia idea e sempre più deciso a portare a termine la mia missione. I tre ceceni parlavano di pace, volevano la pace, ma non accettavano di condividere l’acqua con i loro “nemici”. Fu un episodio denso di significato: cosa c’è di più simbolico di lavare mutande e calzini nell’acqua del “nemico”? A Rondine si viene per innescare cambiamenti concreti. Le parole da sole non servono.”

Prima ci ha parlato di “shock drammatici”. Cosa significano per chi vive l’esperienza di Rondine?

“Questi eventi bloccano il processo formativo. Negli studenti si insinua la domanda «ma che ci sto a fare qua io? A casa muore la mia gente, la mia famiglia, i miei amici e io convivo con uno di quelli “lì” che ci fanno soffrire. Che valore può avere quello che faccio?». La persona con la quale hai condiviso per mesi spazi ed esperienze, torna a essere “l’altro”, il “voi”, il “nemico”. Eppure, fino a un attimo prima, stavano sognando insieme un futuro di pace. Superare questo punto acuto e mettere in pratica processi di condivisione e progettazione, significa perseguire concretamente la ricerca di pace. Capire questo è un cambio di mentalità. A volte mi dicono «Come puoi cambiare il mondo partendo da una sola persona?». Questa domanda chi è intelligente se la deve fare. È giusto che sia così. Ma da questo preciso punto si possono imboccare solo due strade: o si rinuncia e si scappa oppure cambiamo mentalità per proseguire a dispetto di tutti e tutto. Io e i ragazzi di Rondine andiamo dritti contro ogni derisione e ogni aggressione. Siamo Davide contro Golia e ci prenderemo in faccia i patetici «Sei un ingenuo! Sei un illuso! Sei un visionario con quella fionda, ma dove vuoi andare?». Ma io mi chiedo cosa fa la politica con le sue diplomazie se ancora scoppia una guerra dopo l’altra. La via è Davide!”

Il Coronavirus è un altro trauma che ha colpito la Cittadella?

“Durante il primo lockdown è stata messa a dura prova: ha subito uno shock diverso da quelli a cui siamo abituati. Questo virus ha cambiato il quotidiano di Rondine, come del resto quello di chiunque. Il borgo si è spopolato di insegnanti e di studenti. I ragazzi rimasti, i “nemici-amici” come è solita chiamarli la nostra Liliana Segre, si sono ritrovati in clausura. È stato molto interessante il fatto che abbiano retto questa convivenza. Ma se ci pensiamo bene lo stato di necessità cambia ognuno di noi: un conto è scegliere e un altro è essere costretti per forza di cose.”

Possiamo allargare questo discorso alla situazione italiana?

“Basta confrontare quello che è successo a marzo con questo secondo lockdown. Dopo una prima situazione di necessità in cui la tenuta nazionale era solida e la collaborazione della gente per lo più sincera, adesso si sentono i primi scricchiolii. Le accuse da una parte e dall’altra delle componenti della società e della politica si scontrano col tentativo di portare all’identificazione del Coronavirus come un “nemico comune”. Un’espressione che richiama all’unione contro qualcosa o qualcuno. Ma l’unità che si crea in seguito all’identificazione di un nemico è l’unità costruita sul dolore, sulla paura, sul lutto. È un’unità ingannevole. Quella vera, quella sincera, si costruisce sulle visioni del futuro, sulla serenità, sui desideri, sulla collaborazione. Se così non è allora frustrazione, rabbia e paura accendono in fondo alla coscienza focolai di aggressività che, se non sono ben domati, provocano violenza.”

Come si possono affrontare questi conflitti?

“Disponibilità al dialogo, empatia, superamento dell’odio. Con il Metodo Rondine possiamo individuare questi giacimenti di dolore e rabbia e trasformali in opportunità di cambiamento. Il lato oscuro della Covid-19, che adesso non vediamo così giustamente presi dalle terapie intensive, dagli allarmi dei medici e dalla crisi economica, inizia il suo lavoro corrosivo quando dilaga l’idea di combattere un “nemico comune”. È un inganno collettivo. Il Metodo Rondine, che semplificando è un percorso di formazione, potrebbe essere esteso alle scuole, alle università, alle aziende e alla politica per far fronte alle sfide sociali innescate dal Coronavirus, ma non solo. L’educazione, l’istruzione, l’apprendimento prevengono la creazione di “nemici” e contribuiscono a sviluppare in senso positivo l’essere umano, il quale a sua volta darà un contributo per lo sviluppo sociale, politico, economico.”

Tuttavia, il clima politico e sociale sembra andare in direzione contraria…

“I politici non dovrebbero far nascere l’idea del nemico, dell’altro. In politica ci devono essere avversari certo, ma mai dei nemici. La vera catastrofe è stata innescata da moltissimi parlamentari, leader di partiti, i quali hanno trasmesso ai loro elettori il senso di una contesa elettorale basata sulla violenza e sull’odio contro un nemico comune. Questo atteggiamento si ripercuote in ogni parte della penisola e in ogni ambito delle nostre vite. C’è davvero un urgente bisogno di cambiare mentalità nella leadership politica mondiale. C’è bisogno di donare agli altri, mettersi in gioco, instaurare relazioni diverse, più umane, per cambiare il mondo. Nel Metodo Rondine dolore e rabbia non evaporano, non spariscono per sempre. Ce lo insegna Liliana Segre. Perciò, anche contro la Covid-19, sarà fondamentale trovare una via che porti a trasformare questi elementi negativi in opportunità di cambiamento positivo.”

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Francesco Bellacci
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"Scrivo, imparo, viaggio, osservo, ascolto, imparo"

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