Ho sempre adorato i libri. Fin da piccola, da quando ho imparato a leggere, il profumo delle pagine sfogliate, il ruvido di una copertina ben fatta graziava le mie giornate, rendendo la scuola, o il caldo, sopportabili.

Oggi possiedo una libreria ricca, nel senso che ogni singola parola capace di emozionarmi, donarmi conoscenza, sensazioni ed empatia si trova nei miei scaffali: perlomeno, quelle dei libri che conosco. Ma ho sempre uno scaffale pronto per futuri ospiti cartacei.

Una caratteristica che mi ha contraddistinto fin da subito è stata l’enfasi. Entusiasmo un po’ ingenuo, se vogliamo, un po’ presuntuoso, forse, di voler a tutti i costi condividere un libro ben fatto con tutti i miei amici. Mi trovavo lì, in camera, a leggere La casa del sonno di Jonathan Coe, Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, oppure OceanoMare di Alessandro Baricco, ed ecco che sentivo l’irrefrenabile impulso di farlo leggere a ogni persona mi capitasse a tiro.

Purtroppo il prestito del tale libro non funzionava. Me ne resi conto dopo l’acquisto della seconda o terza copia di Dracula di Bram Stoker, finito nei meandri di un amico pugliese conosciuto a Roma, trasferitosi in Germania e poi in Inghilterra: scoprii che l’aveva regalato alla ragazza con cui si era lasciato un anno prima che glielo richiedessi indietro, e con la quale, ovviamente, non si sentiva più, senza sapere nemmeno se l’avesse letto. Cominciai a sospettare che non fosse un buon modo di diffondere la cultura quando non ebbi più notizie, o commenti, o un semplice giudizio positivo o negativo del mio amato Esercizi di Stile di Raymond Queneau, o della Banda dei Brocchi di Jonathan Coe, tuttora in bella vista sullo scaffale della mia migliore amica da almeno sette anni: non credo che lo abbia mai letto. Dopo aver prestato la copia di Into the Wild di Jon Krakauer, libro che aveva per me un valore sentimentale e personale indescrivibile, ho ricevuto la notizia, a un anno di distanza, che tale opera era stata prestata al ragazzo della persona in questione, ma non aveva nessuna memoria di che fine avesse fatto.

Ci è voluto un po’, ma ho capito che il prestito non funziona. Ho smesso, ho detto: «i libri sono miei, guai a chi li tocca». Ma allo stesso tempo non ho resistito a comprare a tutti i miei amici una copia di American Gods di Neil Gaiman quando ho avuto la fortuna di averlo tra le mani. Alcuni l’hanno letto, altri no. E di certo non si possono comprare libri ogni giorno: voglio dire, di soldi già ce ne sono pochi.

Vi voglio allora parlare, oggi, di un fenomeno che sta prendendo piede e che, a mio parere, sembra la soluzione giusta per la diffusione della cultura, a costo zero, per veri appassionati, senza il rischio di vedere libri ammuffiti su uno scaffale mai spolverato o toccato. Si chiama Bookcrossing, e il suo motto è: «Se ami un libro, abbandonalo».

Dalla pagina di Wikipedia si legge:

«Materialmente consiste nella pratica di una serie di iniziative collaborative volontarie e completamente gratuite, di cui alcune anche organizzate a livello mondiale, che legano la passione per la lettura e per i libri alla passione per la condivisione delle risorse e dei saperi. L’idea di base è di rilasciare libri nell’ambiente naturale compreso quello urbano, o “into the wild”, ovvero dovunque si preferisca, affinché possano essere ritrovati e quindi letti da altri, che eventualmente possano commentarli e altrettanto eventualmente farli proseguire nel loro viaggio. Il termine deriva da bookcrossing.com, un club gratuito di libri on-line fondato nel 2001 per incoraggiare tale pratica, al fine di rendere il mondo intero una biblioteca”».

Questo il sito a cui fare riferimento. I libri vengono registrati e poi liberati, pronti a giungere alla loro nuova sede. Il comun denominatore è: la passione per la lettura. Non tenere i libri solo per sé, ma diffonderli, abbandonarli. L’idea base è molto semplice, nel momento in cui un libro viene ritrovato in qualsiasi parte del mondo. Come si legge nel sito: «Se sei qui è perché hai inserito nell’apposita finestra il codice BCID che hai trovato sul libro, ti si è aperta una pagina in cui ti viene chiesto dove hai trovato il libro e cosa ne pensi, e in cui hai modo di leggere dove è stato e chi l’ha letto». A quel punto la persona ha la possibilità di scegliere se segnalare il ritrovamento in maniera anonima, oppure registrarsi al sito, leggere il libro, commentarlo e poi liberarlo di nuovo. In questo caso sarà avvisato di tutti i ritrovamenti successivi.

Lo sviluppo davvero interessante del Bookcrossing, oltre alla sua strabiliante diffusione in tutto il mondo, è la nascita di piccoli spazi di booksharing un po’ ovunque, dal supermercato sotto casa, alle stanze di studentesse appassionate, che condividono scaffali con amici e conoscenti, lasciandoli a disposizione per chiunque di loro voglia prendere un libro, o una rivista condivisa.

Se sei davvero innamorato di un libro, allora diffondilo. Se ami un libro, abbandonalo.

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Chiara Magliacane

Specializzata in Antropologia Medica all’Università di Roma La Sapienza nel 2014. Adora intrecciare parole in tutti i modi possibili, particolarmente se finalizzate alla creazione di racconti, pensieri e poesie. Il suo sogno sarebbe stato parlare di cinema, musica e antropologia, davanti a un caffè, con Gertrude Stein; o fare l’autostop con Kerouac sulla Route 66 e fermarsi, poi, a prendere una birra con Fernanda Pivano. Vive a Roma, ma nella mente vive un po’ ovunque. Da brava antropologa, ci racconta la Valdichiana con il suo sguardo esterno.

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