La Valdichiana

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Fibromialgia: ritratto di una sindrome fantasma

“Non lascia segni, perciò va tutto bene, nessuno si è fatto male“ È notizia recente che la Toscana sia stata la prima regione italiana a riconoscere un percorso terapeutico per…

“Non lascia segni,
perciò va tutto bene, nessuno si è fatto male

È notizia recente che la Toscana sia stata la prima regione italiana a riconoscere un percorso terapeutico per il trattamento della fibromialgia, una sindrome idiopatica – cioè senza causa apparente – che si stima colpisca 250mila persone solo entro i confini regionali.

La si sente nominare sempre più spesso da quando, nel 2017, Lady Gaga rivelò al mondo di soffrirne, trovandosi poi costretta a cancellare un intero tour a causa del malessere. Da allora i media hanno cominciato a dare sempre più spazio a questa condizione oscura e ancora oggi incompresa, ma moltissime testate si sono accontentate di riportare informazioni parziali e non del tutto corrette. A loro discolpa, quando si parla di fibromialgia sono molte le teorie e le approssimazioni vendute come fatti certi anche da coloro che dovrebbero prestare attenzione a informare correttamente il pubblico. La mia intenzione, quindi, è quella di cercare di presentarla al pubblico della Valdichiana nella maniera più chiara e misurata possibile, dal punto di vista di qualcuno che ne soffre da oltre dieci anni.

Fibromialgia: cos’è? Cause e diagnosi

Partiamo dall’inizio, dal nome. Fibromialgia è un termine coniato dall’unione del latino fibro e del greco myo (muscolo) e algos (dolore); un nome che non descrive le cause del male ma i sintomi: chiunque presenti quel determinato set di sintomi soffre di fibromialgia. Si usa la parola sindrome proprio perché ci si riferisce ai sintomi di quella che potrebbe essere una malattia, ma non sappiamo di che malattia si tratti, da dove venga o da cosa sia causata. Non sappiamo nemmeno se le cause siano davvero le stesse per tutti.

La fibromialgia (FMS) è spesso definita come sindrome reumatica o muscoloscheletrica, post-traumatica, che in alcuni casi presenta caratteri ereditari. In Italia i trattamenti e le cure sono quindi responsabilità dei reparti ospedalieri di reumatologia. È però interessante notare che all’estero, nello specifico in Canada, la cura della fibromialgia non sia ritenuta competenza dei reumatologi, che quindi non avrebbero tecnicamente il permesso di occuparsene. Non è ben chiaro se la disciplina più adatta a occuparsene sia quindi reumatologia o neurologia: sebbene i sintomi della fibromialgia siano comuni a moltissime condizioni reumatiche e neurologiche, non sono presenti danni o lesioni evidenti su cui gli specialisti potrebbero intervenire. Il corpo di un malato fibromialgico, sulla carta, sembra perfettamente integro e funzionante.

Per questo, l’unico sistema diagnostico per la fibromialgia è quello differenziale: il paziente viene sottoposto a un certo numero di esami (tra cui elettromiografia, esame oculistico, esame ginecologico, valutazione psicologica, esami del sangue e delle urine, ecografie e radiografie etc.) e, se tutto risulta nella norma, la diagnosi è positiva. Si escludono artrite reumatoide, sclerosi multipla, lupus e moltissime altre malattie e condizioni che presentano sintomi molto simili alla fibromialgia ma che trovano un riscontro clinico e che spesso sono di natura degenerativa. La fibromialgia non degenera: i sintomi possono accumularsi, possono andare e venire, sparire per sempre o ripresentarsi dopo anni, ma l’unico vero danno che causa al corpo è quello indiretto da logoramento psicofisico, causato principalmente da un’infiammazione cronica sistemica.

La presenza di un quadro infiammatorio importante è infatti una delle ultime conferme che la ricerca è stata in grado di darci, nello specifico sembra trattarsi di un’infiammazione del cervello. Le nuove scoperte sembrano quindi dare la conferma definitiva che la fibromialgia non è una condizione psicosomatica, con grande sollievo di tutti noi che ci siamo sentiti ripetere per anni o decenni che eravamo stressati e avevamo solo bisogno di una vacanza.

Spesso la fibromialgia viene confusa con la sindrome da affaticamento cronico (CFS, un termine vago e colloquiale che non si riferisce a nessuna condizione in particolare) e soprattutto con la encefalomielite mialgica (ME), una malattia neurologica, spesso mortale, che ha origine da un’infezione virale. FM e ME non hanno in realtà nulla in comune, se non alcuni sintomi.

Come detto in precedenza, la ricerca sembra indicare il trauma come causa scatenante della fibromialgia. A molti viene diagnosticata dopo incidenti stradali; in altri casi è la rottura di un osso, una sindrome da stress post-traumatico. Non è raro che accompagni coloro che soffrono di malattie terminali, rendendo ancora più insopportabile la loro sofferenza.

Nella fibromialgia i fattori fisici e mentali sembrano mescolarsi in maniera indistinta; qualsiasi alterazione dello stato di quiete (quindi qualsiasi stimolo che sia percepito dal cervello come stress) può causare dolore: correre, viaggiare, mangiare pietanze insolite a orari insoliti, stendere i panni, sollevare pesi, essere esposti a sbalzi di temperatura o a rumori forti… tutto questo può allertare il cervello e scatenare i sintomi.

Recentemente sembra che le teorie riguardanti le cause cliniche della FMS stiano trovando conferma: è probabile che all’origine di tutto ci sia una microlesione o compressione a carico del sistema nervoso.

La d.ssa Laura Bazzichi dell’Ospedale Santa Chiara di Pisa ha da poco rilasciato un’intervista in cui presenta i progressi più recenti della ricerca:

  • Si configura un danno del sistema nervoso sia periferico che centrale (polineuropatia)
  • Sono stati identificati alcuni biomarker tipici della fibromialgia che potranno aiutare in fase diagnostica e terapeutica

I sintomi

Tra le caratteristiche della fibromialgia, quelle che suscitano più stupore sono la quantità e la diversità dei suoi sintomi, che sembrano includere tutti quelli più comuni e generici che si potrebbero pensare. Alcune fonti arrivano a elencare anche 100 sintomi diversi, ma è improbabile che un paziente arrivi ad averli tutti.
I sintomi caratteristici che fanno immediatamente indirizzare la diagnosi verso la fibromialgia sono tre:

  • Dolori migranti (simili a brevi contrazioni dolorose dei muscoli che sembrano saltare da un punto all’altro del corpo e che interessano tutti i muscoli, anche quelli più piccoli e misteriosi. Una fitta nel naso o nell’orecchio può sorprendere.)
  • Astenia (affaticamento cronico)
  • Allodinia (percezione di dolore in seguito a stimoli innocui, tender points. Può interessare diverse aree del corpo – anche il cuoio capelluto o gli organi genitali – ed essere scatenata da fattori meccanici o termici: anche il sole può fare male).

La lista potrebbe andare avanti ancora: deve essere chiaro che la FMS è una condizione che interessa tutto il corpo e ne influenza ogni sua parte. Tuttavia si può presentare in modo molto diverso da un paziente all’altro, e non è detto che la terapia che funziona per uno funzioni per l’altro.

Fonte: https://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/fibromialgia.html

Ai dolori e all’esaustione cronica (hai presente come ti senti quando hai l’influenza? La sensazione è simile a quella, ma quotidiana e impossibile da alleviare con i farmaci) si accompagnano frequenti disturbi di natura psichiatrica come alterazioni del sonno (insonnia o ESD), depressione, attacchi di panico, alterazioni della memoria (anche amnesia), sovraccarico sensoriale e la cosiddetta fibro-fog, uno stato di percepito annebbiamento mentale che crea difficoltà di concentrazione, apprendimento e comunicazione.

Se questo non sembrasse abbastanza, onnipresenti sono i disturbi gastrointestinali (sindrome del colon irritabile, difficoltà digestive, disfagia), le infiammazioni intestinali e del sistema urinario (cistite, anite), disturbi della pelle (psoriasi) e altre infiammazioni che possono alterare il funzionamento di una parte del corpo (disordini temporomandibolari, secchezza degli occhi, fotosensibilità, emicrania).

La fibromialgia colpisce principalmente le donne (con un rapporto 9:1), ma sono molti gli uomini che ne soffrono. Se le donne nel tempo si sono trovate ad affrontare stigma e diffidenza da parte della società, è importante non sottovalutare il disagio sociale sofferto dai pazienti di sesso maschile, che oltre al comune ostracismo devono fare i conti con le aspettative di una società che li vorrebbe sempre forti e insensibili al dolore.

«Il problema non sono le cicatrici che ti lascia questa malattia – ha detto un malato a Donna Moderna – Le ferite sono dentro, fuori la patologia non lascia segni. Tutti invece vogliono vedere la tua sofferenza. Per tutti noi, immersi come siamo nella cultura dell’immagine, tutto ciò che non si vede non esiste»

Le terapie

Ad oggi non esiste nessuna terapia universalmente convalidata per curare la FMS. I tipi di trattamento su cui sembra esserci un certo consenso sono:

  • esercizio fisico
  • terapia cognitivo-comportamentale
  • antidepressivi

Il fatto che ci sia consenso, però, non significa che funzionino davvero. La difficoltà nello stabilire un trattamento standard per la cura della fibromialgia sta nel fatto che i pazienti tendono a rispondere in modo molto diverso, quindi si può procedere solo per linee di massima.

Quindi cosa possiamo fare per stare meglio?

  • fare attività fisica dolce: yoga posturale, tai chi, pilates, trekking, stretching, da praticare nei giorni buoni;
  • prendersi cura del proprio sonno come se fosse questione di vita o di morte;
  • seguire una dieta salutare, personalizzata a seconda delle proprie necessità psicofisiche e antinfiammatoria. La mia esperienza personale è quella di evitare le diete preconfezionate (vegan, paleo, keto, senza glutine etc) e sottoporsi piuttosto a esami e alla valutazione di un nutrizionista competente;
  • psicoterapia. Non fa passare la FMS ma allontana lo spettro della depressione ed è indispensabile per riuscire a conciliare vita sociale e malattia, perché ritrovarsi all’improvviso con un corpo che non funziona ha un grandissimo impatto sulla nostra vita quotidiana e sui rapporti con chi ci sta vicino;
  • ignorare la malattia. Perché la mente comanda il corpo. Io neanche mi ricordo più com’è non sentire dolore, ma dedicandosi ad attività mentalmente stimolanti si può riuscire a spingerlo in secondo piano.

Quindi, una delle basi per tenere a bada la fibromialgia è fare quello che ci fa stare bene, ma non quello che è generalmente considerato ‘benefico’. Massaggi, terme, agopuntura, crioterapia, diete salutiste e attività fisica eccessiva sono risultati inutili o controproducenti.
Il fattore psicologico è molto importante in questi trattamenti, tanto che le terapie farmacologiche e i continui esami ospedalieri spesso finiscono per far aumentare lo stress e quindi il malessere del paziente.

Adattare lo stile di vita alle proprie condizioni fisiche è essenziale, quindi chiunque soffra di fibromialgia dovrebbe cercare di limitare il più possibile il tempo dedicato al lavoro e di evitare i lavori usuranti (io l’ho imparato dopo due esaurimenti nervosi e dieci anni di visite mediche inutili). In ogni caso, è importante informare le persone con cui si lavora della propria condizione e di quello di cui abbiamo bisogno. Purtroppo la fibromialgia non rientra nei Lea (livelli essenziali di assistenza) e non è riconosciuta come malattia dal Sistema Sanitario italiano, quindi l’unico modo per riuscire a conciliare salute e lavoro è quello di avere una buona comunicazione con capi e colleghi o riuscire a ottenere elasticità negli orari di lavoro (attraverso il lavoro da casa, per esempio). Il lavoro indipendente o part-time può essere una buona soluzione.

Farmaci

Le terapie farmaceutiche si basano principalmente sull’assunzione di integratori, farmaci e cannabis.

Alcuni integratori utili sono vitamina D e magnesio. I loro effetti sono praticamente invisibili, ma se c’è una carenza è sempre meglio compensarla.

La cannabis sembrerebbe essere la terapia farmacologica più efficace. In Toscana, i malati di fibromialgia possono acquistare cannabis terapeutica in farmacia, su prescrizione medica (non mutuata). La sfida è trovare un dottore competente nel prescriverla.

I farmaci che si usano per trattare la FMS sono principalmente antiepilettici (pregabalin), antidepressivi, miorilassanti, analgesici. In certi casi possono essere d’aiuto ketoprofene (per le infiammazioni localizzate) e paracetamolo. La loro efficacia varia da persona a persona.

La terapia ospedaliera più efficace nel trattamento della fibromialgia sembra essere l’ossigeno-ozonoterapia, che forza l’immissione di ossigeno nel corpo e migliora l’attività cerebrale. Non è però chiaro quanto la terapia dovrebbe durare per essere efficace.

Le associazioni a cui rivolgersi

In Italia esistono alcune associazioni che si battono per il riconoscimento della fibromialgia come malattia invalidante e per aiutare i malati nella ricerca di una terapia adeguata. A livello nazionale l’AISF è l’associazione di riferimento, mentre in Toscana opera Fibromialgia Toscana.

È sicuramente positivo che si parli sempre di più di questa sindrome, che affligge così tante persone ma che è anche così difficile da spiegare e da capire. I percorsi AFA che presto partiranno a Sinalunga e a Bettolle sono un’ottima testimonianza dell’impegno che la Regione Toscana sta mettendo nel cercare di migliorare la vita della popolazione affetta da FMS, distinguendosi come regione d’Italia più lungimirante.

Per questo credo che sia fondamentale continuare l’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema, non tanto spiegando cos’è la fibromialgia ma come si può convivere con qualcuno che ne soffre, come comportarsi di fronte alle loro richieste di aiuto o di comprensione. Per quanto si può cercare di evitare che la malattia incida sulla vita sociale, è quasi impossibile che amici o parenti non si ritrovino, a un certo punto, a dover fare i conti con le disabilità che questa comporta. Spesso le reazioni sono di rifiuto e biasimo, e tendono far sentire il malato in colpa, inadeguato, bugiardo, incapace.

La fibromialgia è una condizione molto comune, che pesa sulla vita di tante delle persone che incrociamo per strada. La comunicazione è quindi fondamentale: il malato deve imparare a conoscere i suoi limiti e a comunicare i suoi bisogni; chi gli sta intorno deve imparare ad accettarli, cercando di fargli sapere che non è un problema, senza né sentirsi in dovere di salvarlo né umiliandolo. Anche qui come in ogni cosa, la buona comunicazione è sempre la base per la felice convivenza tra le persone, che sia in salute che in malattia finiranno sempre per percepire il mondo in modo diverso l’una dall’altra.

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Valdichiana Salute: il vaccino contro il morbillo, un po’ di storia

Il vaccino contro il morbillo: la madre di tutte le bufale ‘Hai cambiato le mutande? Perché se poi stai male e ti dobbiamo portare all’ospedale…’. Penso di non essere stato…

Il vaccino contro il morbillo: la madre di tutte le bufale

‘Hai cambiato le mutande? Perché se poi stai male e ti dobbiamo portare all’ospedale…’. Penso di non essere stato l’unico a essere perseguitato da questo monito da piccolo. Questo tipo di atteggiamento tradisce, per quanto utilizzato a scopo didattico-igienico, il sentimento di rispetto e considerazione che vigeva nella popolazione qualche anno fa. Oggi, invece, gran parte della società è scettica e mette in discussione gli avvisi e le conquiste che la scienza ha prodotto a favore di qualche “cyber-sciamano” in cerca di popolarità in rete e che probabilmente guadagna tanto quanto le così vituperate case farmaceutiche.

Perché ogni volta che il vostro computer o cellulare richiede un aggiornamento non nascono comitati di protesta che sostiene che l’antivirus faccia male o ne rallenta il computer?  Lungi da me paragonare la vita di un figlio alla manutenzione di un oggetto, ma il forte confronto spiega molto bene cosa intendo.

Cosa è cambiato da allora? Perché abbiamo totalmente perso la fiducia nei medici e nel mondo della sanità in generale?  In gran parte la risposta spetta ai socio-antropologi, e sicuramente coinvolge anche la rivoluzione culturale del ‘68  in cui sono stati contestati e abbattuti  gran parte dei modelli fino ad allora granitici: in paese le autorità erano il prete, il maestro, il dottore ed il maresciallo… qui le mie competenze finiscono e non posso aggiungere altro. Concludendo così, sarebbe molto comodo e come dire che se la gente non crede più ai dottori, è colpa della gente. Ma, a dirla tutta, i dottori qualcosa l’hanno combinata e in particolare quello che ha alzato il polverone più grosso è stato uno: Dr. Andrew Wakefield, gastroenterologo inglese (1).

Prima di addentrarci nella importantissima vicenda che ha condizionato l’intero mondo anglosassone e poi è giunta da noi, parliamo di come si muove la ricerca moderna. Ogni studioso che abbia un’intuizione o un sospetto su qualcosa, crea uno studio e poi si rivolge alle riviste specializzate per pubblicarlo. Gli studi sono di due tipi: prospettici e retrospettivi, i primi si prendono due gruppi di persone e si sottopongono a due differenti cure, si aspetta due mesi e si vede chi è guarito e chi no; quelli retrospettivi, molto più comuni e facili da eseguire per mille motivi, funzionano all’inverso, ci si guarda indietro dividendo i pazienti in base a chi è guarito e chi no, e si cerca di capire quali sono state le differenze che hanno portato alcuni alla guarigione e altri no. Ora, per assurdo, facciamo finta che io sia un medico in piena buona fede in cerca di gloria e clamore scientifico: creo uno studio retrospettivo sui malati di tumore che sono morti nel mio ospedale negli ultimi dieci anni e alla fine me ne esco dicendo che tutti quelli che sono morti di tumore bevevano acqua, almeno una volta al giorno. Capite bene, che da qui a dire che l’acqua fa male, il passo può essere molto breve.  Per fortuna ora gli studi scientifici non sono così semplicistici e banali, ma almeno avete un idea di come funziona.

Tornando alla storia il nostro carissimo Dr. Wakefield, dopo aver lavorato come consulente medico di famiglie con figli presunti danneggiati dai vaccini ed aver guadagnato $670,000 (2), nel 1998 pubblica sulla autorevole rivista inglese “The Lancet” uno studio (3) in cui descrive una nuova forma di autismo legata alla vaccinazione Morbillo Parotite e Rosolia MMR e segue nel 2000 un altro articolo in cui  sospetta che non ci siano state sufficienti prove sul vaccino MMR. (4).

Essendo articoli del 1998 e del 2000 su riviste specializzate, dal momento che internet non era ancora così popolato dai social media come oggi, c’è voluto lo zampino della televisione perché questi articoli facessero il grave danno; così, dopo una conferenza stampa televisiva, è scoppiata una vera e propria crisi di salute pubblica in Inghilterra e negli Stati Uniti. Se in America, nonostante i dibattiti e le disquisizioni di opinionisti in TV, non hanno provocato gran danno sulla salute pubblica, in Inghilterra invece, da un tasso di vaccinazioni del 91% nel 1998 si è passati all’80% nel 2003, e da allora non sono più stati raggiunti i livelli di immunizzazione di gregge (5).

Il panico e l’isteria si sono ben presto diffusi su tutto il Regno Unito e nuovi focolai di morbillo sono ricomparsi con maggior frequenza e violenza; nel 2002 in Irlanda 100 bambini sono stati ospedalizzati con gravi complicanze respiratorie e cerebrali del morbillo e di questi 3 sono deceduti per encefalite morbillo, un altro caso di decesso da morbillo si è registrato anche nell’epidemia del 2006 in Inghilterra sempre per complicanze del morbillo (6).

Ovviamente visto il polverone alimentatosi, altri autori si sono cimentati nell’arduo compito di trovare un collegamento tra vaccino per il morbillo ed autismo:

  • 7 studi prospettici Americani; 2 studi ecologici Americani; gli istituti di Gran Bretagna, Danimarca e Giappone   ***
  • 2 studi finnici °°°

Nessuno di questi autori è riuscito a trovare un collegamento scientificamente valido tra vaccino MMR e autismo. E la cosa sorprendente è che sono riusciti a farsi pubblicare, perché anche le riviste scientifiche hanno da guadagnare e se proponi uno studio che non dimostra nulla, tendenzialmente viene rifiutato a scapito di qualche altro articolo che dimostra invece una correlazione su qualcosa.

Nel 2004 nella comunità scientifica mondiale non c’era più alcun dubbio:  ‘nessun nesso tra vaccini ed autismo’. Tuttavia il danno ormai era fatto, erano gli anni di internet, le notizie hanno iniziato a circolare veloci senza filtri e senza censori.

Uno studio del 2010 denuncia che il 10% dei genitori nega almeno un vaccino ai propri figli per credenze (7), avete bene in mente cosa è successo alle nostre latitudini e cosa sta succedendo in questi giorni.  E cosa è successo al nostro paladino eroe Dr. Wakefield? È venuto fuori che non era così immacolato e in buona fede, ma che era bensì in combutta con una casa farmaceutica rivale a quella del vaccino appena uscita per promuoverne una nuova versione, quindi voleva soltanto screditarlo per favorire la casa farmaceutica per la quale stava segretamente lavorando e così facendo è finito con lo screditare la credibilità di tutto il sistema. Inoltre il nostro ‘eroe’ è stato trovato insieme ad altri due co-investigatori colpevole di cattiva condotta etica e medica. Alla fine delle indagini il General Medical Council ha raccomandato la revoca della licenza medica al Dr. Wakefield. (8) (9)

Nel 2010 la rivista “The Lancet” ha cancellato formalmente l’articolo del 1998 (10).  La comunità scientifica ha reagito prontamente ed energicamente a un grave inciampo, ma l’opinione pubblica è ormai distratta e non più attenta alle rettifiche e revisioni. Sono convinto che molti degli scettici e dubbiosi italiani non conoscano minimamente questa storia.

“La scienza non è democratica e non ammette opinioni, solo fatti certi”.

Bibliografia:

(1) Dennis K Flaherty. The Vaccine-Autism Connection: A Public Health Crisis Caused by Unethical Medical Practices and Fraudulent Science, Ann Phannacother 2011;45:1302-4.Published Online, 13 Sspt 2011. theannals.com. DOl 1O.13451aph.1 0318

(2) Deer B. How the case against the MMR vaccine was fixed. BMJ 2011; 342:c5347.

(3) Wakefield AJ, Murch SH, Anthony A, et al. Ileal-lymphoid-nodular hy- perplasia,non-specific colitis,andpervasivedevelopmental disorderin children. Lancet1998;351:637-41.

(4) Wakefield AI, Montgomery SM. Measles, mumps, rubella vaccine: through a glass,darkly. Adverse DrugReact Toxicol Rev2000;19:265-83.

(5) Fine PE. Herd immunity: history, theory, practice. Epidemiol Rev 1993; 15:265-302.

(6)OffitPA.Autism’sfalseprophets:badscience,riskymedicine,andthe searchforacure.NewYork,NY: ColumbiaUniversityPress,2008:24.

(7) FreedGL,ClarkSJ,ButchartAT, SingerDC,DavisMM.Parental vac- cine safetyconcerns in 2009. Pediatrics 2010;125:654-9.

(8) General Medical Council. Fitness to practise panel hearing 28 January 2010. http:// www.casewatch.orglforeignlwakefieldlgmc_findings.pdf (accessed 2011 May 11).

(9) General MedicalCouncil. Determination on serious professional miscon- duct (SPM) and sanction. http:// www.gmc-uk.orglWakefield_SPM_ and_SANCTION.pdC)2595267.pdf (accessed 2011 May 12).

(10) Retraetion-neal-lymphoid-nodularhyperplasia,non-specificcolitis,and pervasive developmental disorder in children. Lancet2010;375:445.

***( DeStefanoF,ThompsonWW.MMRvaccineand autism:an updateof the scientific evidence. ExpertRev Vaccines 2004;3: 19-22. ; DeWildeS, Carey 1M,Richards N, Hilton SR, Cook DG. Do children who become autistic consult more often after MMR vaccination?Br J Gen Pract2001;51:226-7. ; FarringtonCP,MillerE,TaylorB.MMRandautism:furtherevidence against a causalassociation. Vaccine 200I; 19:3632-5.; Madsen KM, HviidA, Vestergaard M, et al. A population-based studyof measles, mumps, and rubella vaccination and autism. N Engl J Med 2002;347:1477-82.; MakelaA,NuortiJP,PeltolaH.Neurologicaldisordersaftermeasles- mumps-rubella vaccination. Pediatrics 2002;110:957-63.; Takahashi H, Suzumura S, Shirakizawa F, et al. An epidemiological study on Japanese autism concerning routine childhood immunization history. Jpn J InfectDis 2003;56:114-7.; TaylorB,MillerE,FarringtonCP,etal.Autismandmeasles,mumps, and rubella vaccine: no epidemiological evidence for a causal associa- tion.Lancet 1999;353:2026-9.; DalesL,HammerSJ,SmithNJ.TImetrends inautismandinMMRim- munization coverage in California. JAMA 2001 ;285: 1183-5.; Kaye JA, del Mar Melero-Montes M, Jick H. Mumps, measles, and rubellavaccineand the incidence of autismrecordedby generalpracti- tioners: atimetrendanalysis.BMJ2001;322:460-3.)

°°°(Patja A, Davidkin I, KurkiT, KallioMI, Valle M, PeltolaH. Seriousad-verseeventsaftermeasles-mumps-rubella vaccination duringa fourteen- year prospective follow-up. PediatrInfectDis J 2000;19:1127-34.;  PeltolaH, Patja A, LeinikkiP,Valle M, DavidkinI, PaunioM. Noevi- dencefor measles, mumps,and rubellavaccine-associated inflammatory bowel disease or autism in a 14-year prospective study. Lancet 1998; 351:1327-8.)

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Metodo Hobart: quando la danza è un codice di comunicazione emozionale

L’intelligenza del corpo è molto più potente di quella razionale. C’è un ordigno in costante crescita e maturazione, nella nostra fisicità, che la ragione – psichica – non percepisce, non…

L’intelligenza del corpo è molto più potente di quella razionale. C’è un ordigno in costante crescita e maturazione, nella nostra fisicità, che la ragione – psichica – non percepisce, non riesce neanche a contemplare. È l’intelligenza poliritmica del nostro corpo, quella che fa battere il cuore, che ricostituisce i fluidi, che dispone i nessi impliciti tra le funzioni involontarie dell’organismo. Il cardine della nostra sopravvivenza non sta nel nostro cervello, ma in tutto il resto. La gestione delle nostre emozioni, la persistenza dei ricordi, il fulgore creativo, sono atti disciplinati dalla complessità organica del corpo, verso la quale l’elaborazione psichica cerebrale non è che un effetto marginale. L’approfondimento del sé corporale è la base per un qualsiasi percorso di benessere e di appercezione.

Un tale criterio di coscienza di sé, del proprio potenziale corporeo, è forse uno dei dati imprescindibili che la consapevolezza una danzatrice o un danzatore deve raggiungere. Un fondamento percettivo da cui si ergono tutte le possibili diffrazioni gestuali di una performance.

Gillian Hobart ha tenuto ben salda questa consapevolezza, tanto da edificare un metodo personale di educazione corporea per mezzo della danza, attuato nei contesti più lontani dal ballo puro.

È nata a Londra, città nella quale ha iniziato un percorso di formazione che l’ha portata a studiare con Letty Littlewood, con Vera Volkova, George Goncharov, Olga Preobrajenska ed Egorova. Negli anni Sessanta si è trasferita in America, dove ha incontrato una delle sue più importanti maestre e collaboratrici, Mary Antony, assistente di Hanya Holm. Negli anni ’70 Gillian Hobart arriva in Italia, a Roma, e insegna all’Accademia Nazionale di Danza. Dal 1978 inizia a lavorare in autonomia, con una sua scuola, sperimentando nuovi metodi – su tutti il sistema anti-accademico di Rudolf Laban – ed entrando in contatto con il ballerino classico Amedeo Amodio (con cui lavorerà nel contesto del Festival dei due Mondi di Spoleto e con cui instaurerà un sodalizio artistico lungo decenni), con Sylvano Bussotti e il movimento Fluxus. Portando avanti gli insegnamenti di Mary Anthony e Carl Rogers, Gillian Hobart ha cominciato a costituire una consapevolezza artistica che vede la danza sempre più come veicolo di empatia, come codice linguistico ed emozionale, e meno come “balletto” a schema fisso.

Le sue riflessioni sono contenute in un libro intitolato Body and Mind in Modern Dance, tradotto in italiano come Danzare con l’Anima.

È negli anni ’90 che insieme a Claudio Gasparotto inizia un percorso di confronto tra la danza e i diversamente abili. Trasferitasi da Roma a Bracciano inizia a collaborare con un’associazione locale che promuoveva attività ricreative ed educative per disabili. In questo contesto, la sua interpretazione del movimento come linguaggio, trova una possibilità di confronto diretto. Inizia a lavorare e danzare con i diversamente abili, trova punti di contatto, segue modulazioni di ricerca corporea e di valorizzazione delle spinte emotive rappresentate dal movimento.

«Il fraseggio di Gillian è una folgorazione. Il suo rapporto con il singolo movimento è come quello di un poeta per le rime» dice Gasparotto che insieme a Gillian ha codificato una teorizzazione di quello che veniva definendosi sempre più come metodo. «Il metodo è nato nel contesto della disabilità ma è emerso quanto questo abbia una portata educativa che va oltre la danza pura. Si è formato un team di educatori con diverse professionalità. Il metodo ha iniziato ad essere utilizzato tanto con gli anziani quanto con i bambini, con i giovani aggressivi e con tanti altri tipi di umanità».

Il metodo è nato nel contesto della disabilità ma è emerso quanto questo abbia una portata educativa oltre la danza pura. Con il tempo si è formato un team di educatori con diverse professionalità, che lavorano per il perfezionamento e l’adattamento del metodo, che nel frattempo ha iniziato ad essere utilizzato anche con gli anziani, con i bambini, con i giovani aggressivi. Un sistema di correlativi tra esseri umani, sempre più conformato come percorso educativo assoluto e sempre più distante dal modulo particolare della danza-terapia.

«Non dobbiamo parlare di terapia» afferma Claudio Gasparotto «ciò che caratterizza il metodo è il contatto, la relazione, il rispetto». È quindi un percorso educativo atto a favorire l’apertura delle persone, in produzione e recezione di un messaggio, di un codice. «Gillian non fornisce risposte ma attraverso il suo esemplare metodo pone le domande fondamentali per trasformare il caos in ordine, per formulare un’idea attraverso l’espressività corporea, il movimento danzato»

Il motto di Gillian Hobart è: Se la parola è divina, il corpo è miracolo. La forma di relazione tra le persone, sciolta dal raziocinio, da schemi fissi di percezione sociale, è il fondamento per un’accettazione di sé in quanto esseri umani, del proprio corpo in quanto sistema di comunicazione, apparato di produzione emozionale.

Il 22 aprile 2017, Gillian Hobart sarà a Bettolle, alle 16:00 presso la sala polifunzionale in Via Grassi. L’evento è organizzato da AUSER con la collaborazione di Alter.nativa. Saranno presenti i componenti del Team Movimento Centrale Danza & Teatro: Annachiara Cipriani, Milena Giorgetti, Manuela Graziani, Isabella Piva, Monica Tomasetti, nonché Claudio Gasparotto, responsabile artistico del gruppo. All’incontro sarà presente anche Dorin Mihai che da due anni segue le attività del metodo e documenta fotograficamente e videograficamente le performance e lo sviluppo dei percorsi instaurati da questo particolare approccio.

Credits Foto © Dorin Mihai

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Valdichiana Salute: la vaccinazione obbligatoria

Fa freddo, anche in Giappone è tempo di coperte, tè caldi e film romantici sulla neve: Balto. Chi non ha visto la storia dell’eroico amico a quattro zampe che guida…

Fa freddo, anche in Giappone è tempo di coperte, tè caldi e film romantici sulla neve: Balto. Chi non ha visto la storia dell’eroico amico a quattro zampe che guida la carovana alla volta della cittadina di Nome in Alaska?

Film o cartone, tutti ricordiamo quanto Balto sia stato un intrepido condottiero in grado di salvare una cittadina intera, e qui i ricordi finiscono…. Nessuno ricorda cosa diavolo doveva portare, sarà stata mica l’anfora perduta? No altrimenti si sarebbe bevuto un Montenegro alla fine, era bensì una partita di Siero anti-difterite. Nella cittadina di Nome, capoluogo della corsa all’oro in Alaska nei primi del novecento stava imperversando una grave epidemia e c’era il concreto rischio che prima che le strade fossero di nuovo percorribili sarebbero stati tutti infettati e conseguentemente morti.

Oggi del romanticismo e dei gesti eroici di quei tempi non c’è rimasta neanche l’ombra. Sarà per questo che ai giorni nostri ci sono tanti illustri scettici della scienza, forse perché intenzionati a rivivere quei memorabili tempi dove si moriva di malattie orribili (vi sfido a cercare su google DIFTERITE e cliccare Immagini) e nulla o poco si poteva per combattere quelle che all’epoca erano ancora malattie diffusissime e contegnosissime. Allora sì che avremmo scene melodrammatiche strappalacrime con giovani vedove costrette a lutto per sette anni e bambini orfani che si vedranno crescere da soli e diventare i prossimi premi Nobel dopo carriere vessate da invidie borghesi.

Certo,  Balto è un bel film, ma io preferisco la monotona e piatta vita che la scienza tenta a tutti i costi di regalarci e vaccinarmi per vivere in mezzo a gente vaccinata. Vaccino. La storia del primo vaccino ci riporta alla scoperta del legame tra i microrganismi e le malattie infettive; il primo vaccino venne dall’intuizione di un medico,  Edward Jenner (1) che aveva osservato come le lavoratrici del latte che avevano contratto i Vaiolo Vaccino non si ammalavano mai del Vaiolo Umano che era ben peggiore, per cui Jenner dedusse che per diventare immuni dal vaiolo umano bastava ammalarsi prima di quello bovino e così tentò la sorte di un bambino di 8 anni inoculandogli del pus vaccino ed il bambino non si ammalò mai di vaiolo (2). Pur non conoscendo finemente i meccanismi biologici e cellulari, questo è stato il primo vaccino che ha così coniato il nome alla nuova sostanza, in grado di renderci capaci di sconfiggere una malattia, o meglio un agente patogeno esterno, prima ancora che si manifesti.

Per farla breve, rifacendosi alla semplificazione banale, ma scientificamente corretta di Esplorando il Corpo umano, immaginiamo il Sistema immunitario come l’insieme dei corpi di sicurezza di uno stato: pompieri, polizia, carabinieri, finanzieri tutti, il vaccino non è altro che una informativa alla polizia di frontiera. Quando un organismo viene vaccinato corrisponde a consegnargli l’identikit di un ricercato, cosicché qualora e casomai il delinquente si affacciasse alla dogana del nostro aeroporto o porto che sia, tutti sarebbero in grado di riconoscerlo e bloccarlo ancor prima che abbia messo piede nel paese. Questo è quello che fa un vaccino.

Quindi i vaccini, non sono altro che pezzettini di Virus o di Batteri o gli stessi attenuati (cioè resi innocui) che servono a insegnare al nostro sistema immunitario come riconoscere e sconfiggere il batterio o virus prima che questo si insedi e produca danni.

Il calendario vaccinale(3) in Italia prevede come obbligatorio:

Difterite, costituito dalla tossina difterica resa innocua mediante procedimenti chimici: la malattia è endemica nei paesi in via di sviluppo. Penultimo caso in Italia nel 1995 e ultimo nel 2016 (4).
Tetano, costituito dalla tossina tetanica resa innocua mediante procedimenti chimici: nei non vaccinati la mortalità si aggira al 40% e la malattia è ormai presente soltanto nella popolazione anziana, non vaccinata.
Polio, dal 2002, cioè da quando la malattia è stata considerata eradicata, è in uso l’IPV inattive polio virus, cioè il virus della polio viene ucciso ma lasciandone integro l’aspetto esterno in modo tale da essere comunque riconosciuto dal nostro organismo: grazie alla vaccinazione l’OMS considera eradicata la malattia in molti paesi del mondo.
Epatite B, il vaccino è costituito da una proteina di superficie del virus realizzata mediante la tecnica del Dna ricombinante in laboratorio, cioè come se si facesse una replica del naso di una persona ricercata e solo tramite il particolare naso di quel malvivente la nostra polizia di frontiera fosse in grado di riconoscerlo. Nei non vaccinati può portare alla cronicizzazione, con conseguente cirrosi epatica. Dal 1991, quando è divenuto obbligatorio nella popolazione destinataria del provvedimento (i nati dal 1991 in poi), i casi di nuove infezioni si sono ridotti dell’80%

Mentre tra quelli soltanto raccomandati ci sono i vaccini per il morbillo, pertosse, meningite, parotite, rosolia, varicella e infezione da papillomavirus. Al di là degli effetti nel momento dell’infezione, molte infezioni possono rimanere a lavorare in silenzio dentro di noi per anni e manifestarsi in modi che ancora oggi stiamo scoprendo. Sembra ci sia una correlazione anche con alcune malattie psichiatriche, in particolare certe forme di schizofrenia, malattia bipolare e alcuni tipi di infezioni viralinonché la probabilità di sviluppare un tumore cerebrale in età adulta (5)(6). Utile anche ricordare l’importante correlazione tra l’infezione da papillomavirus umano e lo sviluppo del cancro della cervice uterina: il virus che si insedia sulla cervice porta stress del tessuto che è costretto così a replicarsi, prima o poi capita un errore e nasce la prima cellula tumorale, quindi vaccinarsi è un importante aiuto anche nella prevenzione del cancro (7).

Tirando le somme di questa breve introduzione al mondo dei vaccini, ricordiamo che un vaccino non è altro che una sostanza in grado di conferire una immunità attiva contro lo specifico germe, batterio o virus, costituito da parti di germe o parti di esso ricostruite in laboratorio, oppure il germe stesso reso innocuo in laboratorio; la maggior parte dei vaccini a oggi in uso stimola una risposa umorale, cioè la formazione di anticorpi.

In conclusione, vaccinarsi non significa sterilizzarsi e condurre una vita asettica; l’aumento dei casi di allergie, intolleranze, persino celiachia, viene spesso considerato dagli “sciamani del web” come la diretta conseguenza di un mondo ipervaccinato, tuttavia la realtà dei fatti non può essere più lontana da questa tesi (8). Un’infanzia sana e felice è ovvio che debba prevedere ginocchia “sbucciate” e mani graffiate, ma rischiare la vita per un taglietto in un dito, specie se piccolo e innocuo senza neanche una goccia di sangue, sembra proprio sciocco; troppo spesso i genitori, resi scettici dalla quantità di malainformazione presente specialmente sul web, si preoccupano più di fantomatici effetti collaterali che non delle reali conseguenze di tali malattie.

L’ignoranza in materia, se è comprensibile nei genitori, deve essere colmata da un buon medico e pediatra e non può essere pretesto per sostituirsi alla verità scientifica; tuttavia l’immunologia, essendo una branca di nicchia, viene spesso poco studiata dalla popolazione generale dei medici. Si registrano sempre più spesso casi di medici che non sono in grado di colmare i dubbi e le legittime perplessità dei genitori, al punto che anche negli Stati Uniti sono stati condotti studi sulla preparazione dei medici sui vaccini (9).

La scienza non è democratica e non ammette opinioni, solo fatti certi.

(1) Da Immunologia cellulare e molecolare, p. 359

(2) Da Immunologia cellulare e molecolare, p. 1

(3) Calendario vaccinazioni infanzia

(4) Un caso di difterite in Italia

(5) Brain Tumor Res Treat. 2015 Oct;3(2):65-7. doi: 10.14791/btrt.2015.3.2.65. Epub 2015 Oct 30. Measles may be a Risk Factor for Malignant Brain Tumors.

(6) Neurosci Res. 2016 Nov 14. pii: S0168-0102(16)30246-2. doi: 10.1016/j.neures.2016.11.002. Infection and inflammation in schizophrenia and bipolar disorder.

(7) Patient Educ Couns. 2016 Sep;99(9):1452-60. doi: 10.1016/j.pec.2016.06.027. Epub 2016 Jun 25. Characterizing safety-net providers’ HPV vaccine recommendations to undecided parents: A pilot study.

(8) g Sanita Pubbl. 2016 Jul-Ago;72(4):385-396.[Vaccines: history and stories between reality and imagination].

(9) Vaccine. 2014 May 30;32(26):3175-8. doi: 10.1016/j.vaccine.2014.04.001. Epub 2014 Apr 13. Formal training in vaccine safety to address parental concerns not routinely conducted in U.S. pediatric residency programs.

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Valdichiana Salute: meningite, epidemie e vaccini

La meningite, questa sconosciuta. Nelle ultime settimane, in concomitanza della recrudescenza di nuovi casi di meningite, nei social media, in particolare su FB, sono apparsi come lumache dopo la pioggia…

La meningite, questa sconosciuta.

Nelle ultime settimane, in concomitanza della recrudescenza di nuovi casi di meningite, nei social media, in particolare su FB, sono apparsi come lumache dopo la pioggia innumerevoli epidemiologi di fama oscura fino ad allora latenti. È per questo che ho sentito il sincero bisogno di dire anche io la mia. Fatta questa premessa, va ricordato che quando si parla di scienza si parla essenzialmente in maniera noiosa, citando fonti, autori, lavori internazionali; altrimenti equivale ad una chiacchiera da bar post partita della nazionale ai mondiali quando si scoprono tutti allenatori.

Cos’è la meningite? Meningite è letteralmente una infiammazione delle meningi e tale può essere data da molteplici cause, di fatto si distinguono meningiti chimiche, fisiche, infettive e tra queste ultime quelle virali e quelle batteriche. Quando ai Tg sentiamo parlare di meningite, nel 99% dei casi si parla di meningiti batteriche. Questo è proprio il punto su cui si sono cimentati i nostri epidemiologi dell’ultim’ora andando ad additare l’uomo nero come vettore di questi batteri maledetti.

Veniamo ai fatti. La meningite batterica è solitamente causata da 3 famiglie di batteri: lo pneumococco, l’hemofilus influenzae e la famiglia del Nisseria Meningitis. Quest’ultima famiglia di batteri, detta comunemente Meningococco, è costituita da diversi sottogruppi, fino ad ora identificati 13 sottogruppi di cui quelli noti per causare la malattia sono A, B, C, W135, X, e Y.

Ci occuperemo proprio del meningococco perché in Toscana, rispetto al resto d’Italia dove l’andamento del numero di casi di meningite è pressoché stabile o presenta piccole oscillazioni nel triennio 2011-2014 , dai dati del 2015 e i dati preliminari 2016 si evince un aumento di casi di meningococco di tipo C negli adulti.

Il meningococco vive normalmente nella cavità oro-faringea di molte persone, i cosiddetti portatori sani (2-30% della popolazione); questo non implica e non aumenta il rischio di contrarre l’infezione, difatti lo screening con tampone faringeo è stato a più riprese abbandonato come mezzo diagnostico/profilattico; e giusto per curiosità questo batterio non si ritrova in nessun altro animale, solo nell’uomo. La maggior parte dei contagi avviene da portatori sani, soltanto nello 0,5% dei casi avviene da persone malate.

Fatta luce sull’argomento ritorniamo ai nostri epidemiologi dell’ultim’ora che hanno da subito additato i migranti come causa di questo aumento di incidenza. Prima però abbiamo bisogno a questo punto dell’ultima informazione: quali sottofamiglie, sierogruppi/ceppi hanno causato queste meningiti:

  • meningococco B: 65, 51, 48 , 48 , 36 e 28% dei ceppi tipizzati nel 2011, 2012, 2013, 2014, 2015 e 2016
  • meningococco C: 17, 30, 31, 31, 44 e 52% dei ceppi tipizzati nel 2011, 2012, 2013, 2014, 2015 e 2016.

Detto questo, basta ricordare agli esimi colleghi epidemiologi dell’ultim’ora, che in Africa, ed in particolare nella meningitis belt sono endemici i sierogruppi A,W135 ed X. Inoltre un recente studio ha dimostrato come nelle bocche dei migranti siano presenti, come quando stanno a casa loro, i sierogruppi X ed Y . Quindi fintanto che non avremmo un crescere esponenziale di questi sierogruppi possiamo stare tranquilli che la causa di questo aumento non sono le popolazioni migranti. Per scoprire il vero motivo ci stanno lavorando i veri epidemiologi, quelli con la schiena curva e gli occhiali a fondo di bottiglia che prima di dire qualcosa ci pensano bene e si documentano, generalmente per qualche triennio, analizzando i dati di centinaia di migliaia di persone.

Rimane il fatto che la meningite è una malattia rara che tuttavia quando colpisce, colpisce forte, ed è per questo che dovremmo vaccinarci per proteggere noi stessi e la comunità.

La scienza non è democratica e non ammette opinioni, solo fatti certi.

Fonti

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Le erbe spontanee: intervista a Caterina Cardia

Sapevate che le erbe spontanee possono essere mangiate? Anche nelle nostre campagne siamo spesso portati a considerare commestibili soltanto gli alimenti che troviamo nei supermercati oppure negli orti, e le nuove…

Sapevate che le erbe spontanee possono essere mangiate? Anche nelle nostre campagne siamo spesso portati a considerare commestibili soltanto gli alimenti che troviamo nei supermercati oppure negli orti, e le nuove generazioni rischiano di dimenticare che la natura ci mette a disposizione tante tipologie di piante selvatiche che possono essere utilizzate in molti modi. Le erbe spontanee possono essere utilizzate per preparare pietanze o bevande, ma anche come rimedi officinali per lenire dolori e malattie.

Riconoscere le erbe spontanee non è semplice: comprendere quali erbe selvatiche possano essere utilizzate a scopo alimentare è una disciplina chiamata “Fitoalimurgia”.  Approfondiamo l’argomento con Caterina Cardia, originaria di Pienza, che già da molti anni tiene corsi pratici per il riconoscimento e l’utilizzo delle erbe spontanee.

Benvenuta su queste pagine, Caterina! Come hai cominciato a occuparti di fitoalimurgia?

“Faccio questo mestiere ormai da molti anni, perché ho sempre avuto la passione del riconoscimento delle piante. Ho iniziato con la nonna, che era una persona che frequentava boschi, e grazie alla tradizione contadina ha memoria di questa scienza, anche se allora non veniva chiamata fitoalimurgia. Questo termine viene dal ‘700, coniato dall’agronomo Tozzetti, che in un periodo di profonda carestia a Siena cominciò a catalogare le erbe spontanee. Da lì è nata questa branca dell’agraria, la fitoalimurgia, ovvero la possibilità di alimentarsi tramite le piante che si trovano in natura. Questa tecnica ha compensato le carenze alimentari di vari periodi storici, nata appunto nei periodi di grande miseria e carestia. Si tratta di un sapere antichissimo, perché i primi uomini erano cacciatori e raccoglitori, non coltivatori. Un sapere tramandato dalla tradizione contadina, ripreso dalle nonne che utilizzavano queste piante normalmente in cucina e nella dieta delle famiglie contadine. La conoscenza rischiava di andare persa nel tempo, quindi ho pensato di riprenderla con tanta passione; ho iniziato con la nonna, poi con un’amica cuoca che mi ha insegnato tanto, e poi con un botanico, Augusto de Bellis, che mi ha insegnato la sistematica delle piante tramite i manuali di botanica.”

Nello specifico com’è possibile distinguere un’erba che si può mangiare da un’erbaccia?

“Prima di tutto, tramite la tradizione diretta, quindi l’insegnamento diretto. Perchè imparare a riconoscere le erbe spontanee soltanto tramite un manuale è rischioso, si può incappare in qualche errore. Generalmente quindi, si cerca qualche esperto e si chiede una consulenza. Quando abbiamo delle basi si può andare a cercare su un atlante botanico, aumentare la consapevolezza. C’è una regola antica che insegno spesso durante i corsi, ed è praticamente l’osservazione del fiore. Tutte le piante vengono catalogate dal fiore:  il fiore tipico delle piante che generalmente sono le più commestibili sono le composite. Il fiore tipico è la margherita, composto da fiori bianchi e gialli: quando si vede un fiore composto, generalmente si sa che sotto cresce una pianta commestibile. Poi può essere più buona o meno buona, però non ha tossicità.  Si cercano piante che si sviluppano a rosetta, con delle foglie che si sviluppano in cerchio attorno a un unico punto, ricordando le foglie di una lattuga. Si dubita sempre, quando si è principianti, di piante che hanno foglie molto lavorate oppure un portamento strisciante. Poi ci sono le eccezioni, ovviamente, ma lì c’è bisogno di un po’ di esperienza e di pratica per riconoscerli.”

Come possono essere impiegate le erbe spontanee?

“C’è un’infinità di piante edibili e commestibili nella flora italiana. Si utilizzano in cucina, si fanno le insalate; ci sono tutti gli agli spontanei, le cipolle e gli scalogni, ci sono i cardi, i carciofi selvatici, veramente un po’ di tutto, da queste piante poi sono state selezionate le varietà che adesso sono considerate prodotti ortofrutticoli. La lattuga che mangiamo comunemente viene da una lunga selezione delle lattughe spontanee, solo che in natura ce ne sono molte di più. Dalle nostre parti abbiamo anche l’amaranto, una pianta spontanea che viene dal Sudamerica, con cui gli inca e gli aztechi facevano il pane: si tratta di una pianta altamente nutritiva che può sostituire tanti altri tipi di alimenti. Io consumo il papavero, le foglie del papavero sono ottime! Lavoro con uno chef che le utilizza per fare il pesto, ed è buonissimo. Poi le erbe spontanee possono essere utilizzate per fare delle creme: ad esempio l’iperico, nella tradizione toscana viene utilizzato per fare l’oleolito, mettendolo a macerare nell’olio d’oliva. In questa pianta c’è un principio attivo, l’ipericina, che è un cicatrizzante e disinfettante; con questo olio le nostre nonne facevano un unguento per cicatrizzare le ustioni e lenire i dolori delle ferite. Poi ci sono tanti altri usi: i distillati, le erbe officinali spontanee, le piante con cui si stagiona il formaggio… gli usi sono tantissimi, l’argomento è enorme e interessante, il problema è che queste erbe spontanee rischiano l’estinzione.”

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L’utilizzo delle erbe spontanee diventa anche un modo per tutelare l’ambiente. Si tratta infatti di piante che hanno una loro stagionalità, giusto?

“Sì, sono piante con una loro stagionalità. Molte sono sparite, per esempio il fiordaliso dalle nostre parti non si vede più, eppure è una pianta che ha delle proprietà fitoterapiche notevoli, anche commestibile. Alcune cose le abbiamo perse, ci erano state date dalla natura, ma siamo arrivati a toglierci un tesoro che era importante per tutti perché era un’integrazione notevole, magari per coltivare del grano che spesso è modificato o impoverisce la terra, attraverso colture troppo intensive. Abbiamo perso tante piante che crescevano spontaneamente, non avevano bisogno di cure particolari e che ogni mese ci davano qualcosa, perché veramente si copre quasi tutto l’anno con queste piante, anche d’inverno si trovano cose interessanti. Conoscendole potremmo risparmiare e mangiare del cibo sano.”

Un consiglio per chi vuole cominciare a riconoscere le erbe spontanee?

“Il primo consiglio è cercare qualche signora che fa ancora questo mestiere. Quando si vede qualcuno che raccoglie qualcosa in un campo proviamo ad avvicinarci, ascoltare, guardare e imparare. Dopo aver parlato con un espertio si può comprare un piccolo libro di botanica. Ci sono bellissimi manuali di Augusto de Bellis, ad esempio “Le insalate di campo del Monte Amiata” oppure il manuale “Le erbe di Valdorcia”. Se volete contattarmi ho una pagina su Facebook che si chiama “Mangia il tuo Prato” e rispondo volentieri anche nel riconoscimento delle piante. “

Ringraziamo Caterina Cardia per il suo contributo: per chi fosse interessato, è possibile effettuare corsi di riconoscimento delle erbe spontanee nel suo orto giardino. Potete contattarla anche alla mail: caterina.cardia@gmail.com

(La foto di copertina è la Viola Mammola: secondo la tradizione, la prima viola dell’anno che si incontra durante una passeggiata si mangia esprimendo un desiderio!)

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Smart Food: scienza e nutrizione per i cuochi del futuro

L’alimentazione non riguarda soltanto il gusto, ma anche la salute e il benessere: il tema portante del concorso nazionale Smart Food, che ha visto la sua conclusione nel grande evento…

L’alimentazione non riguarda soltanto il gusto, ma anche la salute e il benessere: il tema portante del concorso nazionale Smart Food, che ha visto la sua conclusione nel grande evento all’Istituto alberghiero P.Artusi di Chianciano Terme, si è proprio concentrato sul rapporto tra scienza e nutrizione, per formare in maniera efficace i cuochi del futuro.

Quello che si è svolto venerdì 6 maggio a Chianciano Terme è stato l’atto finale di una sfida a colpi di ricette tra cinque istituti alberghieri provenienti da tutta Italia. Il concorso “Chef Smartfood” è infatti un’iniziativa di educazione nutrizionale promossa dall’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e finanziata dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) nell’ambito del Bando per la Diffusione della Cultura Scientifica. In ognuna delle scuole partecipanti al progetto sono state tenute delle lezioni teoriche e pratiche sulla dieta mediterranea, e su come coniugare le eccellenze enogastronomiche della cultura e dell’accoglienza turistica italiana alle attuali conoscenze scientifiche in materia di prevenzione, nutrizione e salute.

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Le cinque scuole finaliste del progetto hanno presentato una ricetta ciascuna, sulla base delle conoscenze ricevute dai rispettivi insegnanti durante il corso: ogni ricetta si è incentrata su specifiche caratteristiche nutrizionali e valore gastronomico, sintetizzata dal concetto di Smart Food, che può essere considerata come l’evoluzione della classica piramide alimentare.

La conclusione del concorso rappresenta un vero e proprio progetto di ricerca in Scienza della Nutrizione e Comunicazione. Come hanno spiegato i responsabili del progetto Lucilla TittaPier Guseppe Pellicci e la dott.ssa Roberta Mannucci, gli obiettivi da raggiungere erano i seguenti:

  • Individuare nei vari cibi quei composti bioattivi che hanno effetti benefici sulle vie metaboliche legate alla longevità;
  • Valutare gli effetti di alimenti ricchi di tali composti nella prevenzione e nella cura di malattie legate all’invecchiamento, del cancro e delle malattie cardiovascolari;
  • Promuovere e diffondere la salute mediante l’implementazione di strategie che utilizzano “Smart Food” per la prevenzione di patologie correlate all’alimentazione.

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Le cinque pietanze finaliste del concorso sono state valutate in base a sei criteri: estetica, creatività e innovazione, rispetto della stagionalità, degustazione ed equilibrio tra i nutrienti, descrizione della ricetta da parte degli studenti. La giuria incaricata della scelta della ricetta vincitrice era composta da istituzioni, rappresentanti del mondo scientifico e gastronomico tra cui Angelo Riccaboni (Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Siena), Pier Giuseppe Pelicci (Direttore della Ricerca IEO), Lucilla Titta, (Coordinatrice Smart Food IEO), Sergio Crispino (Direttore Dipartimento Oncologia Toscana Sud-Est), lo chef stellato Salvatore Quarto, Alessandro Massimo Nucara (Direttore Generale Federalberghi) e Daniele Barbetti (Presidente dell’Associazione Albergatori di Chianciano Terme).

Queste le cinque ricette finaliste e le rispettive scuole che le hanno ideate:

  • “Sarde in beccafico con insalata di quinoa” dell’Istituto Amerigo Vespucci di Milano
  • “Ravioli di grano saraceno con fave e ceci” dell’Istituto Caterina de’Medici di Desenzano del Garda
  • “Tortino di patate viola su letto di asparagi con crumble di mandorle tostate e quenelle di ricotta e cialde integrali” dell’Istituto Pellegrino Artusi di Chianciano Terme
  • “Spaghetti integrali con sgombro e torpedino su crema di asparagi e granella di pistacchi” dell’Istituto Angelo Celletti di Formia
  • “Pesce spada alla mediterranea” dell’Istituto Alfio Moncada di Lentini

La giornata conclusiva del progetto Smart Food non è stata soltanto l’occasione di confronto tra le cinque ricette finaliste, ma anche un importante momento di confronto sulle tematiche della salute e della nutrizione. Una tavola rotonda dal titolo “Di viaggi e di cibi: le infinite vie del cibo. Cultura, tradizioni, salute e benessere, incontro di popoli” si è svolta nel pomeriggio di venerdì 6 maggio presso l’Istituto alberghiero di Chianciano Terme. Un interessante dibattito a cui hanno partecipato la prof.ssa Letizia Cosci, studiosa di tradizioni popolari, il prof. Fabio Pellegrini e il prof. Maurizio Tuliani, storico del medioevo, che ha approfondito i principi della cultura dietetica araba in Europa. Il prof. Roberto Pagani dell’Università degli Studi di Siena ha spiegato la rivoluzione che ha rappresentato il peperoncino nell’ambito delle spezie, mentre l’enologo Paolo Vagaggini ha chiuso i lavori con una trattazione sul viaggio del vino.

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Al termine della lunga e proficua giornata di lavori, l’Istituto alberghiero ha invitato tutti gli ospiti a una “Cena Smart” con alimenti e ricette basate sui principi della dieta Smart Food e sulla prevenzione delle malattie croniche. Nel corso della cena i venti studenti dei cinque istituti alberghieri italiani hanno presentato nuovamente le loro pietanze e i risultati dei rispettivi lavori, mentre i rappresentanti dell’Istituto Europeo di Oncologia hanno spiegato i processi di selezione dei cibi protettivi per la salute e della ricerca in ambito nutrizionale.

A conclusione della cena è stata annunciata la ricetta vincitrice: si tratta del “Pesce spada alla mediterranea” dell’Istituto Alfio Moncada di Lentini, a cui vanno i complimenti di tutti. Complimenti che si estendono a tutte le scuole che hanno contribuito al progetto e ai promotori dell’iniziativa Smart Food, per una gastronomia sempre più attenta a salute e benessere.

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La Toscana si prepara a far fronte a casi di Ebola

Linee guida per gli operatori, esercitazioni sanitarie nelle Asl, censimento dei posti letto di malattie infettive, un Nucleo operativo composto da esperti. Mentre cresce l’allarme a livello mondiale, la Toscana…

Linee guida per gli operatori, esercitazioni sanitarie nelle Asl, censimento dei posti letto di malattie infettive, un Nucleo operativo composto da esperti.

Mentre cresce l’allarme a livello mondiale, la Toscana si sta preparando per far fronte a eventuali casi sospetti di Ebola. Il riferimento è il protocollo messo a punto dal Ministero, con le linee guida per la gestione dei pazienti, la tutela degli operatori sanitari e dei cittadini.

La direzione generale dell’assessorato ha inviato a tutti i direttori generali e sanitari, direttori dei dipartimenti di prevenzione e delle unità operative di malattie infettive una lettera in cui sono indicate tutte le azioni prioritarie che dovranno essere messe in atto e garantite in tutte le strutture del sistema sanitario regionale. Tra le indicazioni: trasportare l’eventuale caso sospetto in un ospedale dove sia presente un reparto di malattie infettive; verificare e aggiornare i protocolli; verificare la scorta dei dispositivi di protezione individuale (tute, visiera, mascherina, sovrascarpe, ecc.); formare il personale con esercitazioni e simulazioni.

Alcune Asl hanno già messo in atto la simulazione di casi sospetti, coinvolgendo il personale sanitario e le associazioni di volontariato. E’ stato aggiornato il censimento dei posti letto di malattie infettive. Sono stati individuati i laboratori di riferimento per l’esecuzione del test diagnostico di virus Ebola. E’ stato costituito un Nucleo operativo per Ebola, composto da tecnici dell’assessorato, infettivologi, direttori sanitari, medici di famiglia, rianimatori, esperti di sanità pubblica.

La direzione generale dell’assessorato assicura il continuo contatto con il competente ufficio del Ministero della salute e con l’Ufficio territoriale di sanità marittima, aerea e di frontiera (Usmaf) e garantisce il costante aggiornamento delle informazioni disponibili.

Questa la scheda della malattia da virus Ebola contenuta nel protocollo del Ministero della Salute:

LA MALATTIA DA VIRUS EBOLA (MVE)

Clinicamente, si tratta di una malattia acuta grave, caratterizzata da comparsa improvvisa di febbre elevata, astenia intensa, dolori articolari e muscolari, inappetenza e mal di stomaco, mal di testa, mal di gola. Questi primi sintomi possono essere seguiti da altri, come vomito e diarrea.

Il periodo di incubazione è mediamente di 8-10 giorni con un range di 2-21 giorni.

Il paziente diventa contagioso tramite secrezioni quando comincia a manifestare sintomi, e si mantiene contagioso fino a quando il virus è rilevabile nel sangue. Per questo motivo, per evitare di infettare chiunque altro nella comunità, i pazienti infetti devono essere attentamente monitorati e sottoposti a test virologici prima della dimissione, per garantire che il virus non sia più rilevabile in circolo. L’eliminazione del virus tramite allattamento e per via sessuale può proseguire anche dopo la guarigione clinica.

Le informazioni scientifiche disponibili, desunte dalle pregresse epidemie di Ebola, evidenziano come il virus Ebola si trasmetta attraverso:
• il contatto diretto con sangue o altri liquidi/materiali biologici, quali saliva, feci, vomito, sperma, incluse le secrezioni salivari;
• il contatto indiretto, con oggetti contaminati con sangue o altri liquidi biologici.
Non vi sono evidenze di trasmissione del virus per via aerea.
La probabilità di trasmissione del virus cambia nel corso della malattia con l’evolversi delle manifestazioni cliniche.

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Chianciano: Giornata della Prevenzione e dell’AISM sabato 11 ottobre

A Chianciano Terme, sabato 11 ottobre, si terrà la Giornata della Prevenzione Cittadinanzattiva Valdichiana ha indetto sabato 11 ottobre a Chianciano Terme la Giornata della Prevenzione contro le malattie cardiovascolari….

A Chianciano Terme, sabato 11 ottobre, si terrà la Giornata della Prevenzione

Cittadinanzattiva Valdichiana ha indetto sabato 11 ottobre a Chianciano Terme la Giornata della Prevenzione contro le malattie cardiovascolari.

Dalle ore 10 alle ore 18, presso i Giardini di Via Dante i cittadini potranno effettuare uno screening gratuito della pressione arteriosa e della glicemia. Inoltre, sempre a cura di Cittadinanzattiva, verrà distribuito del materiale informativo per sensibilizzare la popolazione sui rischi dell’Ipertensione arteriosa.

A seguire si terrà anche una dimostrazione dell’Unità Cinofila della Croce Rossa Italiana – Comitato Provinciale di Siena.

Info e contatti:

Associazione Cittadinanz@ttiva

Sezione della Valdichiana presso Distretto Sanitario USL 7 via Vesuvio – 53042 Chianciano Terme (SI) tel: 0578/713962 – 347/4131890 sito: www.cittadinanzattivavaldichiana.it E-mail: cittadinanzattivachianciano.t@gmail.com

Croce Rossa Italiana – Com. Prov.le di Siena Sede di Montepulciano Stazione, Via Firenze, 4 – 53045 Montepulciano Stazione (SI), tel: 0578/738800, E-mail: cp.siena@cri.it

Chianciano Terme, con gli Autieri sabato e domenica torna “La mela di AISM” per la ricerca sulla sclerosi multipla

L’11 e il 12 Ottobre, i volontari dell’ Associazione Nazionale Autieri d’Italia in partnership con l’AISM Associazione Italiana Sclerosi Multipla di Siena saranno presenti con i propri banchetti a Chianciano Terme per sensibilizzare la popolazione a sostenere la ricerca scientifica sulla sclerosi multipla.

Con una minima offerta i cittadini potranno contribuire a sconfiggere una malattia che in Italia colpisce 72 mila persone e per la quale non esiste ancora una cura risolutiva, ricevendo in cambio un sacchetto di mele.

Sabato 11 i volontari saranno presenti dalle 8.30 alle 13 e dalle 15 alle 20 presso il supermercato “Coop” con una propria postazione dove saranno raccolte le offerte mentre domenica 12 verrà allestito, dalle ore 8.30 alle 17, un gazebo presso Piazza Italia.

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Enrico Rossi: “Due anni di tagli, ora attuare il patto per la salute”

“Forse pochi se ne sono accorti ma in questi anni di crisi il servizio sanitario regionale ha perso 2500 addetti su 50 mila. Come se avesse chiuso la più grande…

“Forse pochi se ne sono accorti ma in questi anni di crisi il servizio sanitario regionale ha perso 2500 addetti su 50 mila. Come se avesse chiuso la più grande impresa della Toscana. Ma il servizio è in piedi, con ottimi risultati di qualità, grazie all’impegno di tutti gli operatori, a tutti i livelli, e può contare su una situazione di bilancio solida e certificata. Ma tutto il sistema nazionale è in una situazione delicata. Il nuovo patto per la salute c’è e la Toscana ha dato un contributo fortissimo. Al governo chiediamo che venga rispettato“.

Così si è espresso il presidente Enrico Rossi intervenendo a un incontro organizzato a Firenze dalla Fimmg, Federazione dei medici di medicina generale. Erano con lui l’assessore regionale alla sanità Luigi Marroni, il sindaco di Firenze Dario Nardella e il segretario nazionale Giacomo Milillo.

“Se guardiamo ai parametri europei – ha ripreso il presidente Rossi – ci rendiamo conto che quanto a spesa sanitaria l’Italia sta nella media. Germania, Francia e Inghilterra spendono, e non poco, più di noi. Con risultati di qualità competitivi da parte nostra. Quindi il primo messaggio che lancio è attuare il patto per la salute e dare tempo perché questo servizio si possa riequilibrare. Dovessimo derogare in maniera consistente si metterebbero in discussione i fondamenti del sistema e io sarei contrario.”

“In Toscana siamo andati avanti nell’organizzazione sul territorio, con le associazioni territoriali, le case salute, le strutture per le cure intermedie. Abbiamo possibilità di riprendere sul territorio una strada di crescita. Proviamo a scrivere un nuovo programma ascoltando il mondo medico”.

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Nuove norme sulla ricetta sanitaria elettronica e ticket aggiuntivi

Dal 1 ottobre entrano in vigore le nuove norme sulla ricetta sanitaria elettronica e ticket aggiuntivi ma fino al 31 ottobre i cittadini che si presentano in farmacia o agli…

Dal 1 ottobre entrano in vigore le nuove norme sulla ricetta sanitaria elettronica e ticket aggiuntivi ma fino al 31 ottobre i cittadini che si presentano in farmacia o agli sportelli delle strutture sanitarie con una ricetta che ritengono errata o incompleta potranno correggere la propria fascia economica, evitando così di pagare un ticket aggiuntivo improprio.

Inoltre, per non creare inutili code agli sportelli, è bene ricordare che nessuna scadenza è prevista per l’attivazione della Carta Sanitaria Elettronica e del Fascicolo Sanitario Elettronico, operazione che può essere fatta tranquillamente in ogni momento dell’anno recandosi agli sportelli USL appositamente dedicati o alle farmacie che aderiscono all’iniziativa.

Ma cosa prevedono le nuove norme e cosa si deve fare? Ecco qui un vademecum per i cittadini.

1) Non si può più autocertificare la propria fascia di reddito sulla singola ricetta al momento in cui si acquista un farmaco o si fa una prestazione sanitaria. Con il passaggio alla ricetta elettronica il codice della fascia economica viene “estratto” direttamente dalla banca dati dell’Agenzia delle Entrate o dell’INPS nel momento in cui il medico compila la ricetta.

2) Cosa fare: nulla se il cittadino si  avvale dell’ISEE ai fini del pagamento del ticket aggiuntivo (il dato è fornito dall’INPS per il tempo di validità dell’attestazione, è automaticamente rilevato all’atto della prescrizione medica e non può essere autocertificato) o se è in possesso dell’attestato di esenzione per reddito/condizione lavorativa (E01, E02, E03, E04, E90, E91, E92) o se appartiene alla fascia economica superiore ai 100mila euro (paga già il ticket aggiuntivo massimo).

Chi non fa parte di queste categorie deve verificare che il codice della propria fascia economica (ERA fino a 36.151,98 euro, ERB da 36.151,99 fino a 70mila euro, ERC da 70mila a 100mila euro) sia presente e correttamente inserito nella banca dati. Se il codice non è corretto o non è presente, il cittadino deve autocertificare la propria fascia di reddito.

Sia per la verifica della fascia di reddito sia per l’autocertificazione sono a disposizione diversi strumenti: on line, con tessera sanitaria attivata, lettore di smart card e PIN collegandosi al sito www.regione.toscana.it/servizionline, totem “Punto Sì”(la verifica della fascia di reddito si fa anche con la tessera sanitaria non attivata ma per autocertificare occorre l’attivazione) presenti nei principali presidi AUSL 7 della provincia di Siena, sportelli al pubblico dell’AUSL 7.

Per l’autocertificazione è anche possibile scaricare il modulo dal sito dell’AUSL7 www.usl7.toscana.it, compilarlo e inviarlo con una fotocopia del documento di identità, tramite posta elettronica certificata (ausl7@postacert.toscana.it), con raccomandata o via fax ai recapiti presenti sul sito web dell’AUSL7.

Per ulteriori informazioni e chiarimenti  è possibile telefonare al  numero verde di Regione Toscana 800 556060, rivolgersi al servizio InfoSaluteAUSL7 (0577 767777) oppure consultare la pagina web dedicata “Occhio alla ricetta!” sul sito www.usl7.toscana.it.

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