Quando sono stata in Spagna, questa primavera, dall’oblò del volo di ritorno ho guardato la campagna andalusa sotto di me e ho visto una cosa scintillante. Era un campo fotovoltaico. Vista la lontananza non riuscivo a rendermi conto delle sue dimensioni finché non ho visto un paese poco distante, e lì mi sono accorta che l’impianto fotovoltaico era grande almeno cinque o sei volte più del paese.
È stata un’immagine che mi ha impressionato molto e mi ha suscitato angoscia. Era come un mostro gigante, una nave aliena parcheggiata nel nulla. Avevo già avuto l’occasione di passare attraverso una distesa di pannelli solari in costruzione, attraverso delle colline completamente denudate nel viterbese. Anche lì la sensazione è stata di profonda angoscia, alienazione, bruttezza, desiderio di andarmene. Un’esperienza senza dubbio alienante. Sono venuta a conoscenza del fatto che questo tipo di impianti prende il nome di agrivoltaico.

Agrivoltaico: un nome grazioso
L’agrivoltaico è la nuova frontiera delle energie rinnovabili in Italia. Il nome è già di per sé un lavoro di seduzione: agri, che evoca i campi, la terra, il cibo; voltaico, che rimanda all’energia pulita, al futuro, alla responsabilità ambientale. L’idea di base è che si possano installare pannelli solari sopraelevati su terreni agricoli, lasciando che sotto i pannelli si continui a coltivare. Energia e cibo nello stesso metro quadro! Sembra una soluzione win-win, ma purtroppo, a conti fatti, non lo è.
Il PNRR, il piano di ripresa post-Covid finanziato dall’Europa, ha stanziato 1,1 miliardi di euro per l’agrivoltaico italiano. Soldi pubblici (cioè nostri). Ma a chi finiscono questi fondi?
Secondo i dati dell’inchiesta pubblicata da Today.it, sui 775 milioni di euro finora messi a bando, circa 670 milioni sono andati ai progetti più grandi, quelli delle grandi aziende energetiche, quasi sempre straniere, non dei piccoli agricoltori (dei progetti bocciati, nove su dieci erano di piccola dimensione). Il sistema, insomma, è strutturato per favorire i grandi operatori. Fondi di investimento, multinazionali dell’energia, società che operano su scala globale e che guardano al nostro territorio come a una risorsa da sfruttare, un bene da cui estrarre rendimento nel tempo. Non sono di qui, non sanno chi siamo. Magari possono far finta che gli interessi, ma non gli interessa.
La Valdichiana è uno dei territori più esposti in tutta la Toscana a questo tipo di sfruttamento di tipo neo-latifondiario.
I dati della mappatura regionale dicono che, su 96 chilometri quadrati di superfici considerate idonee in provincia di Arezzo, quasi il 39% si trova in Valdichiana. Cortona è il comune più coinvolto, con sette richieste di installazione già in valutazione. Tre di queste superano i 10 megawatt e sono gestite direttamente dal Ministero dell’Ambiente, il che significa che i comuni locali non hanno voce in capitolo nella procedura.
Il Sindaco di Cortona si è espresso dicendo che la proposta di legge della Regione Toscana “mette a rischio il territorio e il nostro paesaggio“, che sono “due risorse inestimabili“. Non è solo un problema estetico, Cortona e gran parte dei Comuni della Valdichiana sono già stati inseriti nel Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici del Ministero dell’Agricoltura (Registro in cui sono presenti il Paesaggio storico della Bonifica Leopoldina in Valdichiana, il Paesaggio collinare storico di Montepulciano e Pienza, e il Paesaggio policolturale di Trequanda, i cui dossier sono stati pubblicati da LaV Libri e sono disponibili per il download gratuito o acquisto nel nostro shop o per consultazione nelle biblioteche del territorio), un riconoscimento che valorizza secoli di trasformazioni operate dalle comunità locali, la rete di bonifica idraulica, la forma stessa degli appezzamenti.
A Castiglion Fiorentino è stata organizzata una petizione cittadina e il consiglio comunale ha approvato una mozione per chiedere regole più severe sugli impianti a terra. In tutta la Toscana, da Rosia, nel senese, dove un maxi-parco da 200 ettari ha messo in allarme un’intera comunità, fino alle nostre campagne, i cittadini si stanno organizzando in comitati e assemblee per far sentire la propria voce.

La logica del latifondo travestita da ecologia
Dobbiamo fare attenzione a come viene raccontata questa storia, perché il linguaggio è facile strumento di oppressione.
Chi promuove l’agrivoltaico parla di “transizione ecologica”, di “rinnovabili”, di “futuro sostenibile”. Chi si oppone viene dipinto come ignorante, reazionario, nemico del clima, ma questa è una trappola retorica in cui è importante non cadere. La domanda che dobbiamo farci non è se siamo favorevoli all’energia solare, oggigiorno sarebbe follia opporsi alle rinnovabili. La vera domanda è: chi deve poter scegliere? E chi deve pagarne il costo? Perché c’è sempre un costo.
Le compagnie energetiche bussano alle porte degli agricoltori con offerte di affitto trentennale, in media tra 1.500 e 3.000 euro all’ettaro all’anno, con punte fino a 4.000 euro in zone strategiche. Sembra tanto, soprattutto per chi fatica a far quadrare i conti. L’agricoltura è un settore fragile, economicamente stressato, e queste offerte arrivano nel momento di maggiore vulnerabilità. Coldiretti Toscana ha denunciato che sono spesso i “profitti assicurati dalle compagnie energetiche per l’affitto dei terreni” a “inghiottire l’agricoltura toscana“, sfruttando la fragilità economica del settore primario.
Ma facciamo due conti: un ettaro di terreno in Toscana, a seconda della qualità, può valere tra 20.000 e 80.000 euro sul mercato fondiario. Un impianto agrivoltaico su quell’ettaro produce energia per trent’anni, venduta in rete con tariffe incentivate dallo Stato, cioè ancora da soldi pubblici, ovvero con le nostre tasse.
Il rendimento per la società energetica è nell’ordine di decine di migliaia di euro all’anno per ettaro. L’agricoltore che affitta percepisce una piccola frazione di quel valore, e alla fine dei trent’anni, ammesso che il terreno venga restituito in buone condizioni, cosa resta?
In alcune aree italiane le offerte non sono nemmeno di affitto, ma di acquisto diretto. Agenzie immobiliari che intermediano per conto di “multinazionali non meglio specificate” bussano alle porte dei proprietari fondiari proponendo l’acquisto dei terreni. Una volta venduto, il terreno non torna. La terra passa di mano, e con essa passa il potere.
Gli incentivi statali, a conti fatti, vanno a creare un mercato drogato e non reale, dove l’investimento di aziende create ad hoc per percepirli è minimo. Non c’è certezza che, di qui a trent’anni, l’unico costo che competerebbe loro, ossia lo smaltimento dell’impianto, sia effettivamente sostenuto. Un impianto fotovoltaico ha una durata tecnica di 20 anni, alla fine dei quali l’impianto andrebbe smaltito: all’azienda basterebbe dichiarare fallimento o cambiare ragione sociale per liberarsi dai vincoli di smaltimento, lasciando i rifiuti in mano alle comunità locali.
La terra è potere
La relazione fra terra e potere è concreta: più terra possiedi, più sei potente. Non è solo una questione di ricchezza, ma di controllo su cosa si produce, su come si vive, su chi decide, su chi può passare, su dove si mette una rete (barriere che aumentano la frammentazione ambientale), un muro, una barriera, una discarica. Basta la promessa di soldi e posti di lavoro perché si lasci che le multinazionali energetiche sottraggano la terra agli abitanti locali per trasformarli in operai, ingranaggi aziendali privi di potere politico, perché il potere politico è legato alla terra (su questo tema, consiglio la lettura di Per un’ecologia pirata di Fatima Ouassak), Si tratta, a conti fatti, di una sorta di truffa assistita dalle istituzioni. Si chiede di rinunciare al proprio potere civico in cambio di soldi che sono in realtà pochi rispetto a quello che si sta perdendo, pochi rispetto a quanto guadagnerà chi si approprierà delle nostre terre.
Quando una multinazionale acquista o affitta per trent’anni le campagne della Valdichiana, non sta solo comprando un terreno, sta comprando il controllo su quel territorio, su cosa ci cresce (una problematica non irrilevante dell’agrivoltaico è che è sufficiente che il terreno su cui sono installati i pannelli sia produttivo. Questo può essere un fattore di esclusione per alcune colture e di favoreggiamento per altre, perché è certamente più facile gestire un parco agrivoltaico coltivato a mangime per animali, fieno ed erbe, che a colture di più difficile gestione), su come appare, su chi ci lavora e a quali condizioni. L’agricoltore che affitta o vende non diventa un imprenditore energetico, diventa, nel migliore dei casi, un dipendente o un inquilino passibile di sfratto, perde la capacità di scegliere in autonomia il destino del territorio in cui vive.
Il dibattito non si deve incentrare solamente sull’altezza dei pannelli o sulla percentuale di suolo occupato, ma sul potere, su chi deve mantenere il diritto di decidere cosa succede in questo territorio.
I nuovi approcci scientifici al calcolo delle emissioni hanno già ampiamente dimostrato che circa il 40% delle emissioni è ascrivibile alle attività e alle decisioni dell’1% della popolazione mondiale, che finora aveva delocalizzato la propria responsabilità nascondendosi dietro un calcolo delle emissioni fatto nazione per nazione, territorio per territorio, senza considerare a chi appartenevano quelle emissioni.
Il vecchio inganno dei posti di lavoro
Uno degli argomenti più usati dai promotori degli impianti agrivoltaici, nonché il cavallo di battaglia di qualsiasi ambiente politico interessato a imbonire le classi popolari che intende sfruttare, è quello occupazionale: gli impianti creano lavoro! Serviranno installatori, tecnici, manutentori, e magari, nel piano più ottimistico, qualche impiegato agricolo all’ombra dei pannelli.
Ma bisogna chiedersi: che tipo di lavoro? Per chi? A quali condizioni?
Un parco agrivoltaico industriale richiede molte persone durante la fase di costruzione, che può durare mesi, ma pochissime una volta che entra in piena attività, ovvero nei decenni successivi. Le imprese di installazione e manutenzione sono spesso esterne al territorio: arrivano, fanno il loro lavoro, ripartono. D’altronde perché una multinazionale dovrebbe affidarsi a dei tecnici di campagna?
Ulteriore punto problematico è che i profitti della vendita di energia non resterebbero in Valdichiana: finirebbero ai fondi d’investimento, alle holding energetiche, agli azionisti che possono essere ovunque nel mondo (improbabile che siano qui, e anche se lo fossero, chi sono? Quanti sono? Perché sacrificare la nostra terra a vantaggio di pochissimi?).
Il territorio locale, invece, resta inevitabilmente trasformato. Pensiamo al logoramento delle strade comunali per il passaggio camion durante la costruzione o lo smaltimento dei rifiuti. Chi paga i lavori di riparazione e manutenzione? Noi. E il turismo su cui i Comuni hanno tanto investito che fine farà, se i turisti, arrivando, non troveranno più i paesaggi bucolici che gli abbiamo venduto?
È paradossale che la “transizione ecologica” finanziata con miliardi pubblici finisca per arricchire soggetti privati stranieri a spese delle comunità locali, delle piccole imprese agricole, del paesaggio che è patrimonio comune di tutti coloro che lo vivono e modellano quotidianamente.

L’estrattivismo verde
C’è un concetto che viene usato sempre più spesso dai movimenti ambientalisti: estrattivismo verde. Indica quella dinamica per cui la transizione energetica riproduce le stesse logiche coloniali e di accumulazione del capitalismo fossile, ma con fonti diverse. Invece di estrarre petrolio o carbone si estrae suolo, territorio, paesaggio.
La Valdichiana conosce bene la storia dell’estrattivismo. Nella memoria di chi ci abita è ancora vivo il ricordo della mezzadria, del latifondo. La riappropriazione dei terreni da parte di chi li lavorava è stata una conquista, ed è avvenuta molto meno di un secolo fa. Siamo già pronti a toglierci il cappello di fronte a nuovi padroni?
Nei secoli, il nostro territorio è stato bonificato, trasformato, lavorato da generazioni di contadini che hanno costruito non solo un’economia, ma un’identità collettiva profondamente legata alla terra, un legame politico. È la base su cui si fonda la nostra capacità di essere comunità, di decidere insieme, di resistere.
Se lasciamo che soggetti esterni, alieni, si approprino di pezzi sempre più grandi della nostra terra, sguainando contratti lunghi decenni, o ridisegnino il paesaggio chianino con logiche di profitto che nulla hanno a che fare con il nostro benessere, stiamo cedendo qualcosa che non si potrà recuperare facilmente.
Cosa possiamo fare
Non voglio dire che gli impianti di pannelli solari di per sé siano una cosa negativa, anzi, ma dobbiame essere consapevoli dei rischi che incorriamo se decidiamo di svendere la terra su cui viviamo e di cui viviamo.
Una domanda facile da farsi è: perché questi impianti non vengono fatti a copertura di parcheggi, questi spiazzi di asfalto bollente che certamente abbondano su tutto il territorio? Perché i Comuni, le Regioni, il Governo non finanziano con progetti strutturali l’installazione di impianti gestiti direttamente dai territori, invece di lasciare tutto in mano a colossi privati a cui, di noi, non frega niente di niente?
Questa soluzione già esiste: le comunità energetiche. Si tratta di impianti di dimensioni ridotte, gestiti collettivamente, dove i proventi restano nel territorio e vengono distribuiti tra i partecipanti. Pannelli sui tetti, sulle aree degradate, sulle strutture industriali. Energia rinnovabile che serve davvero chi abita qui, che non alimenta i bilanci di fondi speculativi alieni. Queste comunità dovrebbero essere sostenute da una pianificazione concertata con l’Unione dei Comuni, con le amministrazioni comunali e con la Provincia. E se la complessità della burocrazia non aiuta il realizzarsi di un modello virtuoso, è importante che lo stimolo a perseguirlo sia sostenuto anche da, per fare un esempio, uno sportello al cittadino e da una programmazione su dove e come impostare gli impianti, in modo da adattarli alla geografia del luogo, anch’essa da concertare con gli abitanti.
Meriterebbe poi discutere il fatto che una vera transizione energetica, idealmente, dovrebbe partire dalla riduzione del fabbisogno energetico complessivo tramite l’efficientamento delle tecnologie, non dall’incremento della produzione di energia. Continuare a ragionare in termini di espansione infinita dell’accesso alle risorse, in un momento in cui è evidente che l’umanità sta già pagando col sangue il prezzo dell’avarizia passata, è oltremodo miope.
Sono belle idee, ma per metterle in pratica dobbiamo essere informati, organizzati, capaci di partecipare alle procedure, che esistono anche se sono complesse. Il Tar e il Consiglio di Stato hanno decretato che, se non c’è concomitanza di visioni fra le istituzioni coinvolte, la decisione viene rimandata al Ministero dell’Energia. In questo modo sia i cittadini che le associazioni sono tagliati fuori dal processo decisionale che riguarda le loro terre con la scusa della pianificazione strategica. Strategica per chi? Chiunque, come singolo cittadino, come comitato, come associazione, dovrebbe poter presentare osservazioni durante le valutazioni d’impatto ambientale. I Comuni dovrebbero potersi opporre, come stanno facendo Cortona e altri. La Regione deve poter legiferare in modo più stringente
Ma tutto questo richiede che la comunità sia presente, vigile, consapevole del proprio potere. Un potere che è inseparabile dalla terra. La Valdichiana appartiene a chi la abita. Non una proprietà privata, ma una responsabilità collettiva riguardo all’appartenenza, al diritto di decidere cosa vogliamo che diventi nel futuro. Questo diritto non si vende, non si affitta per trent’anni, non si delega a chi vuole entrare in casa nostra senza nemmeno guardarci in faccia.
