Close
Close

Nessun prodotto nel carrello.

A 80 anni dal suffragio femminile: memorie e conquiste delle donne in Valdichiana Senese – pt.1

A 80 anni dal suffragio femminile: memorie e conquiste delle donne in Valdichiana Senese – pt.1

“Oggi la benzina è rincarata,
è l’estate del quarantasei.
Un litro vale un chilo d’insalata,
ma chi ci rinuncia? A piedi chi va? L’auto: che comodità!
Sulla Topolino amaranto…”
(La Topolino amaranto, 1975, Paolo Conte)

Bastano pochi versi del brano “La Topolino amaranto”, scritto e interpretato da Paolo Conte nel 1975, per evocare un’Italia lontana eppure familiare, quella del 1946. Non solo per ciò che racconta il brano, ma per quello che suggerisce: un tempo segnato da difficoltà economiche, ma anche da un forte desiderio di normalità.

Gli anni dell’immediato dopoguerra furono caratterizzati da una profonda fase di transizione: dal crollo del regime fascista alla costruzione di un sistema democratico e pluripartitico, in un contesto segnato da una grave crisi economica e sociale, con inflazione, disoccupazione e forti squilibri finanziari. Allo stesso tempo, furono anni di speranza e ricostruzione, animati dalla volontà collettiva di lasciarsi alle spalle le macerie del passato e di costruire un futuro giusto e stabile.

In questo scenario, tutti furono protagonisti, ma le donne lo furono in modo decisivo: attraverso le loro battaglie conquistarono diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto di voto. Era il 2 giugno 1946 quando si formarono già dalle prime ore del mattino lunghe file davanti ai seggi elettorali; l’attesa era tale che molti portarono con sé sedie da casa, pur di rendere più sopportabile il tempo prima del voto. Per la prima volta, milioni di donne italiane, al compimento dei 21 anni, partecipavano alla vita politica del Paese. Dalle grandi città industriali del Nord ai centri del Centro-Sud, fino ai piccoli borghi agricoli e alle comunità montane, donne e uomini si recarono insieme alle urne, contribuendo a un passaggio destinato a cambiare per sempre la storia istituzionale italiana: dalla monarchia costituzionale alla nascita della Repubblica democratica. Le cittadine italiane furono chiamate a esprimersi sia nel referendum tra monarchia e repubblica sia nell’elezione dei membri dell’Assemblea costituente, entrando così, a pieno titolo, nella costruzione della nuova Italia. A ottant’anni da quella data, molti diritti sono stati conquistati e riconosciuti alle donne, ma il percorso verso una piena parità non può dirsi concluso.

Una sensazione, quella di cambiamento imminente, che non appartiene soltanto al passato. Anche oggi, tra inflazione, incertezze e tensioni internazionali – e nuove richieste di diritti – si avverte qualcosa di simile: un’eco storica in tempi diversi, accomunati da una diffusa percezione di transizione e dalla necessità di trovare nuovi equilibri. Equilibri che passano per le mani delle donne: mani che lavorano, che accudiscono, che resistono. E che, a un certo punto, entrano in una cabina elettorale e votano. Non fu solo un diritto finalmente acquisito: fu un passaggio, una soglia che attraversarla significava portarsi dietro tutto il resto: la fatica, la famiglia, la guerra appena finita, la speranza ostinata in qualcosa di diverso.

Pasqualina Sestini, Cesarina Paolucci e Fernanda Cherubini hanno attraversato quella soglia. Le loro storie si muovono parallele, diverse nei dettagli ma simili nel contenuto: lavoro, sacrificio e dignità e una convinzione semplice: votare è una cosa seria. Pasqualina lo dice con una risata vivace ma combattiva, mentre Cesarina lo descrive portandosi addosso il peso di una vita dura, fatta di lavoro nei campi, figli e perdite, con parole, che nonostante siano o più lente arrivano dritte al punto.

PASQUALINA SESTINI: unghie rosse e grande tempra

“Appena ce n’è stata la possibilità sono andata a votare. Era una cosa importante! Quando si andava a votare per la prima volta, poi ci si doveva andare sempre, perché era un nostro diritto e non si poteva rinunciare. Mica come ora! Io ho sempre votato…– ride compiaciuta con occhio vispo di quelli che ha viste tante – e ho sempre votato a sinistra. Non so se fosse giusto o sbagliato, ma ho sempre votato così: dalla parte di chi aveva meno, non dei miliardari.”

Pasqualina Sestini, centenaria di Sinalunga dalle unghie laccate di rosso, racconta gli anni della conquista al voto con fierezza, a tratti incrinati dalle difficoltà che hanno segnato la sua vita. Nata a Foiano della Chiana all’inizio del ventennio fascista, Pasqualina ha vissuto tutta la Seconda Guerra Mondiale. Ancora piccola si trasferì con la famiglia, sei sorelle e un fratello, a Petriolo, una località tra Torrita di Siena e Sinalunga.

“Sono andata a scuola fino a 12 anni, sapevo leggere e scrivere. Finita la scuola ho iniziato a lavorare come cameriera nella villa patronale di Petriolo, dove mi aveva portato la mia famiglia. Io ho sempre lavorato tanto, non mi sono mai tirata indietro. A Petriolo c’erano un tenente e un comandante, entrambi tedeschi: ci facevano paura, ma ci hanno sempre trattato bene. Mi prendevano in giro perché dicevano che noi si voleva di più gli americani, e allora io rispondevo che non mordevo né l’americano né il tedesco: venga chi venga, basta che sia perbene, perché bisogna andare d’accordo con tutti.”

Nelle sue parole, non sempre nitide ma cariche di significato, emerge il valore del lavoro e della responsabilità, elementi centrali tanto nel passato quanto nel presente:

“A 39 anni ho perso mio marito. Insieme avevamo un bar a Montefollonico e, da quando è morto, ho portato avanti io l’attività finché la salute me lo ha permesso. Poi c’era anche da pensare alla famiglia. Ho avuto la fortuna di avere delle sorelle che mi hanno aiutato, insieme a mio fratello: lui faceva l’assistente di laboratorio in una scuola a Siena. Era bravo!”

In un contesto in cui molte donne vivevano ancora all’interno di strutture familiari patriarcali, fu loro possibile partecipare alla vita politica senza allontanarsi completamente dai ruoli tradizionali, legati al lavoro, alla cura della casa e della famiglia.

“Tutte le volte che sono andata a votare… mi sono sempre messa il vestito bono, il rossetto non si poteva mettere ma a me piaceva metterlo eh, e lo smalto alle unghie… insomma ci tenevo a essere sempre a modo! Vede che unghie rosse?” – mostra le mani con grande compiacimento – “La maestra, quando vedeva che qualcuno aveva le unghie sporche e le mani sudice, ci dava le bacchettate: che dolore… ma a me no! Io le ho sempre tenute per benino!”

Pasqualina sorride mostrando le sue unghie rosse. Ed è in questi gesti, scontati e frivoli, che quella storia continua a vivere. Nel vestirsi bene per andare a votare, nello smalto messo con cura e nel rossetto messo appena uscite dalle urne, c’è quel senso di dovere che diventa abitudine e poi identità. Dentro questi gesti c’è l’idea di una cittadinanza conquistata e difesa, qualcosa di prezioso. È da lì che forse si può ancora ripartire per affrontare le sfide del presente. Un filo continuo, ieri come oggi, fatto di partecipazione e lavoro, che attraversa generazioni e continua a interrogare il nostro tempo.

Close