Come sia avere vent’anni non me lo ricordo più. Ricordo i racconti e le idee, ma non mi ricordo i festeggiamenti e le sensazioni che avrei dovuto provare. Ormai sono quasi a metà di questi vent’anni e ancora mi chiedo che cosa avrei dovuto fare. Di me, della vita, degli altri.
Due mesi fa mi sono ritrovata ad ascoltare un’intervista a Guillermo del Toro, sui canali del New York Times, dove parlava di una sublime confusione, quella dovrebbero attraversare i ventenni: “I think the sublime confusion is from nineteen to twenty-nine. You think you are late for everything, you’re a has been, nothing is happening, there’s no opportunity for you, the world is closed, everything is a disaster, you wanna die. And then you’re thirty.”
Prima che il regista continuasse a parlare ho interrotto il video. Ci sono poche cose al mondo che mi danno fastidio come le sentenze, cosa dovrei farci con quei trent’anni? Prendere coscienza di non essere l’unica a essersi sentita persa e frustrata, che in realtà ciò che sentivo era solo un’illusione, come dovrebbe risolvere ciò che sento?
Per me questi vent’anni sono iniziati con una pandemia globale, che ha avuto effetti sul presente, ma ancora di più sul futuro, quello che sto vivendo ora. Sembrano passati decenni dall’ultimo anno di liceo, dal mio ventesimo compleanno, da quella vacanza in montagna, dalla scelta sbagliata di tingere i capelli e farmi la frangetta, dall’andare a vivere a Napoli, dalla rinuncia agli studi, dall’inizio del praticantato per il tesserino da giornalista, dalle risate con le amiche.
Mi sembra che fosse un’altra vita quella, un’altra persona.
Non mi sento di stare vivendo una sublime confusione, ma più una dispersa costruzione di me stessa. Prendo piccoli pezzi di me, da ogni angolo di strada, e provo a vedere se si incastrano con quello che vorrei essere, magari non entrano alla perfezione, ma per ora va bene così, bisogna pur avere un senso per continuare crescere, qualunque esso sia e ovunque esso vada.
Tutto ciò che faccio mi sembra di farlo non perché io l’abbia imparato, ma perché già lo sapessi fare. E mentre raccolgo pezzi di me sento di non avere imparato niente di più di quello che sono.
Quelle pietre grigie e verdi che aggiungo al mio corpo, sembrano uguali a tutte le altre che sono già lì, più o meno da quando sono nata. Ogni rottura che sento, ogni crepa che si rimargina, ogni radice che prende spazio, sembra esserci sempre stata, sembra che io non abbia fatto niente per cercarla o per arginarla.
Non so cosa mi piace, non so cosa vorrei fare, come e dove vorrei vivere, se da sola o in compagnia e se, più di tutto, mi basta l’idea di vivere.
Arrivo a scrivere tutto questo, dopo mesi che ci penso, perché il 2025 per me è stato un anno di quelli che si ricordano. Non che io mi scordi delle cose, o meglio, mi scordo, sempre, quasi di tutto, penso spesso che se fra tutte le persone che mi circondano qualcuna soffrirà di Alzheimer (probabilmente precoce) sarò io. Ma, allo stesso modo, se c’è qualcuno che si ricorda di tutto, sono io. Mi dimentico spesso dove ho messo le chiavi della macchina, di buttare la spazzatura, di andare a fare la spesa, di togliere i panni dallo stendino, di accendere lo scaldabagno, ma non mi scordo mai di ciò che dico quando discuto, dei gesti che le persone compiono attorno a me, quando comunicano con me, non mi scordo dell’odore che le persone hanno, come non mi scordo della morbidezza della pelle di chi mi stava vicino e con cui ormai non condivido più nulla.
Lo scorso anno è stato l’anno delle cose che ho scordato con più difficoltà (ma anche di quelle che ho scordato subito) e delle sensazioni più forti che invece non vorrei dimenticare.
Nel 2025 ho fatto la mia prima seduta con una psicologa, mi sono sentita per la prima volta parte di una generazione che non soffre e basta ma che insorge mentre gli altri non sanno più che fare, perché ha vissuto in un periodo in cui le notizie belle si possono contare sulle dita di una mano.
Ho ammesso, seppur sottovoce, quanto sia brava a prendermi in giro, a distaccarmi da me stessa, pur di non ammettere di stare facendo male a qualcun altro, ma anche di provare rabbia, di poterla accettare, di provare delusione e di non sottovalutarla.
È l’anno in cui, anziché fare spazio, ho provato a farmelo, non da sola, ma accanto a qualcun altro.
Per questo, quando ho sentito Guillermo del Toro parlare di “sublime confusione”, mi sono chiesta cosa ci fosse di davvero sublime in questa confusione. Perché fare fatica ad arrivare a fine mese, scorrere video e foto che raccontano un mondo che ho sempre avuto troppa paura fosse reale, assistere a un genocidio, più di uno, e sentirsi incapace, allungare la lista di chi non è più affianco a me, sognare di vivere da un’altra parte e rassegnarsi all’impossibilità di farlo entro un tempo che speravo, salutare chi amo troppo in fretta la mattina e impastarmi la bocca la sera per riuscire a parlarci perché troppo stanchi dal giorno, non è ciò a cui penso quando penso a “sublime”. In realtà non è neanche ciò a cui penso quando penso a “confusione”.
Io so cosa accadrà domani, so quanto dovrò lavorare, quanto potrò procrastinare, cosa farò questo weekend già da lunedì, perché sennò finisce che non faccio niente perché sono troppo stanca.
Stanchezza, cosa c’è di stanco e di noioso nella confusione?
Io non vivo una sublime confusione, vivo un’estraniante rassegnazione, e scusami Guillermo, ma mi sono anche rotta di rendere tutto così poetico.
Non ce l’avrò una realizzazione a trent’anni, nessuna epifania, nessuno stato di convergenza e di comunione con gli altri. Io spero di avere una casa fra cinque anni, un lavoro e qualcuno da amare e solo il pensiero di riuscire a fare tutto questo mi stanca.
I vent’anni, ma mi permetto di dire anche i trenta, sono gli anni in cui dovrei sublimare la mia persona, sognare e non pensare, costruire, provare, tentare e io voglio farlo, ma che non mi si dica che basta volerlo, perché sinceramente, sono stanca anche di quello.
E non è consolatorio essere spronata ad abbandonare tutto e andare a vivere in mezzo ai monti, perché trovo così ridicolo ed estraniante che io per essere felice debba andarmene dagli altri, dall’altro, dalla società che mi ha cresciuta.
Io ho paura del tempo che passa, del mio compleanno, degli altri che invecchiano, di non riuscire a vivere per come voglio io, di essere per sempre gelosa di ciò che fanno gli altri. Non è che mi piace vivere così, con l’ansia di chi non ha niente e le lamentele di chi non fa niente per averlo. Io ci provo a pensare che sia tutto un malinteso, che basti un passo avanti per non tornare indietro. Ma chi mi garantisce che quel passo non diventi l’affermazione di tutte le mie paure? Chi mi garantisce che io non fallisca o che, se succede, io abbia le forze per non scomparire?
Nessuno.
Come nessuno lo ha garantito a chi è venuto prima di me.
Però che chi è venuto prima di me delle garanzie ce l’aveva e che chi è venuto prima ancora ce ne aveva un po’ di più. Sembrava tutto così confuso, ma di sicuro era tutto più sublime.
Io a venticinque anni vorrei preoccuparmi di fare abbastanza confusione e, invece, aspetto la domenica per fare colazione con chi amo.
Per concludere come ho iniziato, con un riferimento a un contenuto multimediale, vorrei citare una conversazione da una delle serie, almeno per me, che non ho nessuna competenza ma che passo veramente tanto tempo da sola e che di cose audio o video ne ho viste, che meglio risponde a tutto questo mio ragionamento: Normal People.
Non che io sia una fan di Sally Rooney, ho provato a leggere i suoi libri, in lingua originale così da poterla criticare meglio, e dopo poco ho dovuto riguardare la serie per legittimare il mio pensiero positivo nei confronti di quel contenuto.
In breve la serie parla di Connell e Marianne, due ventenni, per riassumere la loro età, che si muovono nella confusione della vita che si muove e va avanti, cresce.
Non è tanto la loro storia d’amore a trainare la serie, ma la costruzione della loro identità, soprattutto quella di Connell. È lui la persona in cui mi vedo, che comprendo, che a volte non tollero.
Ed è una conversazione tra loro due, fatta nella camera di Connell, nell’episodio 2 della prima stagione, che vorrei riportare a conclusione di tutto questo.
Non per il contesto, non per ciò di cui stanno parlando, ma per ciò che viene detto. Per 10 secondi, grazie a una serie tv, nata grazie ad un libro, ho capito cosa pensavo.
E forse non tutto si può capire o risolvere tramite una serie tv, un film, un libro, un quadro, un articolo, un video, una foto, uno spettacolo, ma mi piace sperare che sia così; mi piace pensare che tramite il creare di qualcuno qualcun altro crei, senta e costruisca se stesso o anche solo un pensiero, un dubbio o un sospiro. Anche perché nella vita mi guadagno da vivere comunicando e sarebbe un serio problema se avessi scommesso sul cavallo sbagliato.
Connell “I actually don't know what I like”
Marianne “Then how do you know what you want?”
Connell “I don’t. Most of the time I don’t have a clue”
