Per questo Unrepentant Geraldines Tour 2014, Tori Amos ha voluto strafare, agli occhi di una persona normale. O forse, agli occhi di un appassionato, ha voluto fare ciò che le è sempre venuto bene, solo che la Nostra se l’era dimenticato… Per poco meno di due lustri (eccezione fatta per i tour 2010, 2011 e 2012, che hanno segnato una netta e commovente ripresa). Che cosa sa far bene? Sa dare ogni volta una nuova vita e una nuova veste a una sua canzone, soprattutto quando questa è stata apparentemente dimenticata per anni, ed è un motivo per cui vederla live secondo chi scrive è diventato più importante che un disco – che sinceramente, dopo “Scarlet’s Walk“, uno dei miei album preferiti scritti da lei, poteva anche iniziare a farne uno ogni cinque, sei, sette anni, che ci saremmo risparmiati certi capitoli evitabili della sua carriera, sino a quel momento impeccabile. Ed è anche colpa dei fan più accaniti, di quelli “io perdono tutto a Tori Amos“, che hanno fatto sì che ci fossero anche dei momenti raccapriccianti ed estremamente tristi nella sua carriera. Ma questo è un altro discorso.

Pregare non è nel mio stile, ma se Tori iniziasse a prendere esempio da Peter Gabriel, che è undici anni che non fa un disco di inediti in studio, eppure fa ancora tour con l’energia di un ragazzino e la fame non la fa a 63 anni suonati… Sarebbe meglio. Torniamo al discorso serio.

Torniamo alle canzoni dimenticate, che hanno goduto di nuova vita, ne prendo due come un puro esempio: “iieee” e “In The Springtime Of His Voodoo“, rispettivamente tratte da “From The Choirgirl Hotel” – album splendido per quello che mi riguarda – e da “Boys For Pele” – un album difficile, un po’ deprimente e indigesto, sempre per quello che mi riguarda. Soprattutto per la seconda canzone, data la provenienza, è quella che ha goduto di una splendida rivisitazione e riarrangiamento: nella data di Milano del 3 Giugno, alla quale ero presente, mi sono trovata di fronte a una cavalcata piena di brio e allegria. Era una canzone energica, come si era sempre meritata di essere. Anche “iieee”, proposta in altre date, era decisamente viva, sofferta e sentita nell’arrangiamento senza band – ed era la prima volta in assoluto che veniva eseguita senza band, dal lontano… 2003, forse? Così come qualsiasi brano preso da “The Beekeeper“, eseguito solo al pianoforte, ed eventualmente tastiera o pianoide, gode della bellezza cristallina che ha sempre avuto in potenza, ma chissà per quale oscuro motivo, quell’album nel 2005 sembrava una scialba jam session con la sua band, con arrangiamenti noiosi e piatti. “Marys Of The Sea” e “The Power Of Orange Knickers” (non ridete!) in questo tour 2014 godono di ottima salute e sono canzoni semplicemente splendide. Per non parlare delle innumerevoli cover che ha proposto nel corso del tour: da mangiarsi le mani per non aver visto “Red Rain” di Peter Gabriel, se non su YouTube, proposta nella data di Zurigo; ma non solo, ha omaggiato Conchita Wurst in una data in Austria con “Rise Like A Phoenix”, mentre in Russia ha avuto un momento estremamente trash (però le si ascoltava tutti, da adolescenti) con “Not Gonna Get Us” delle Tatu. Parlando personalmente, poi, ho sempre avuto un debole per la sua versione di “Total Eclipse Of The Heart“, di Bonnie Tyler e di “Running To Stand Still” degli U2. 

Un altro aspetto che rende questo tour unico, poi, è il fatto che al momento, Tori stia tirando fuori tutto il suo repertorio: si è perso il conto delle canzoni che ha suonato, tra cover e brani suoi, ma si è abbastanza certi che abbia superato le 250 canzoni. È andata a riprendere brani che non suonava da tempo, che suonava poco e li ha riproposti. E questo, forse, è anche merito del fatto che lei accetti richieste da parte dei fan per quanto riguarda le canzoni da suonare (e personalmente, posso dire che due volte su due ha esaudito i miei desideri): chissà, ora che sta terminando il tour europeo, in quello americano riserverà nuove sorprese e canzoni rispolverate per l’occasione. Sperando anche nel buongusto dei fan americani, che sono quelli più accaniti e, appunto, con meno cognizione di cosa sia trash o che cosa sia memorabile. Scusate fan americani, ma non mi siete mai andati troppo giù, perché avete sempre fatto parte di quella categoria “Ma American Doll Posse è un bell’album. Devi solo dargli del tempo” e siete sempre stati quelli che si sbrodolavano anche di fronte a una brutta canzone di Tori. Ricordatevi che dovreste essere degli EWF, degli ears with feet. E che Tori a suo tempo andava tenuta con i piedi per terra, sempre per la faccenda che si sarebbe risparmiata dei momenti imbarazzanti nella sua carriera.

In tutto questo, infine, c’è una cosa che mi ha fatto veramente piacere: rivedere Tori con i suoi capelli, sgonfia dal botox degli anni 2005 – 2009, in forma, sorridente e piena di energia. Consapevole anche dei suoi splendidi 50 anni.

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Alessandra Leoni

Sempre divisa tra Milano (testa) e Parma (cuore). Classe 1989 e tanta voglia di scrivere. Laureata in Linguaggi dei Media presso l'Università del Sacro Cuore di Milano e specializzanda (!?) in Giornalismo e Cultura Editoriale presso l'Università di Parma. Avida lettrice di libri, sviluppa una certa dipendenza alla musica di ogni genere. È necessario prenderla a piccole dosi.

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