Pubblichiamo la seconda parte dello scritto inviatoci dal lettore Simone Capitini – che ha fatto parte del Gruppo Sbandieratori e Tamburini – in cui ci racconta memorie e impressioni di questo grande evento.

Continua da “Quelli dell’Androne – Prima parte”

Allora ecco che un sorriso nostalgico inizia a disegnarsi pian piano sul tuo volto, mentre ritornano alla mente le immagini di quei mesi caldi, passati a provare e riprovare, ad arrabbiarsi per poi rimanere delusi, ad entusiasmarsi fin tanto da emozionarsi, a seguire minuziosamente tutti i consigli di chi già aveva vissuto quei momenti, a pendere dalle labbra di chi ne sapeva più di te.
Sono sensazioni strane, impossibili da descrivere: per quanto ci si sforzi a trovare un perché, anche il più approssimativo possibile, nessuna risposta è data avere. L’unica cosa però che si sa per certa è che ogni anno si ripresentano puntuali, raggiungendo la loro maturità proprio nell’ultima domenica di Agosto: sono il frutto agrodolce di quel vortice di ricordi ed emozioni che ti turbina nella testa e che finisce sempre per piazzarsi lì, preciso nel tuo stomaco. Nostalgia, paura, insicurezza, ma soprattutto onore e un incolmabile senso di orgoglio, sono il sapore di quel raro frutto che in un preciso giorno dell’anno trasforma pochi fortunati in eroi di un’altra epoca.
È vero, sono proprio sensazioni strane, uniche e irripetibili, impossibili da ritrovare nella vita di tutti i giorni. Ma forse perché questo è proprio un sogno, sì un sogno e non importa che voli alto come un’aquila o che si limiti a volteggiare timido come una farfalla, perché in ogni caso sarà comunque destinato a piombare giù dal cielo come una bomba i cui effetti rimarranno indelebili nel tempo.
Ma mentre vorresti continuare a naufragare in quel dolce mare di pensieri ti ricordi, a ragione e forse con un piccolo senso di vergogna, come il tempo per favoleggiare sia ormai finito, da troppo forse, tanto da importi di ritornare con i piedi per terra. Perché non è una tesi di laurea quella che stiamo per discutere e nemmeno un colloquio di lavoro che potrebbe cambiarti la vita, non è la finale di coppa del mondo contro il Brasile, non è il concerto di Woodstock quello che sta per iniziare. Calma quindi, non esageriamo.
Allora ti senti quasi in dovere di scacciare quel fastidioso senso di euforia, troppo infantile per poter condizionare gli stati d’animo di chi è ormai troppo cresciuto per continuare a fantasticare: in fin dei conti, forse, hanno veramente ragione quanti dicono che quello che facciamo non è né più né meno di una vanitosa passeggiata, una passeggiata un po’ faticosa forse, ma pur sempre una passeggiata. Le cose importanti, quelle che contano, sono altre; questa è la realtà.
Purtroppo è vero, un’obiezione di tal genere non fa una piega, soprattutto se torniamo a fare i conti con i duri anni che stiamo vivendo; in particolar modo con quelli di un secolo che invece di essere votato in maniera pressoché esclusiva al progresso e all’evoluzione, come sarebbe stato auspicabile attendersi, pare piuttosto essere caratterizzato sempre più da crisi di tutti i tipi: economiche, sociali, politiche, ambientali, istituzionali, esistenziali e in molti casi pire di identità.
Sembra allora che per restare al passo con i tempi non convenga più perder tempo con tali futilità: occorre bensì allontanarsi il più possibile da esse, vivere con distacco quelle pericolose emozioni che in qualche modo ci fanno sentire ancora bambini. E se ciò non dovesse essere sufficiente sarà anche opportuno chiuderle in una bottiglia destinata ad essere dimenticata in cantina, non prima però di essersi ricordati di scrivere sull’etichetta una nostalgica ma scomoda verità: “elisir di giovinezza”.
Adesso è tutto più chiaro, tutto è tornato normale: finalmente c’è di nuovo il controllo di tutte le emozioni che fino a quel momento ti avevano sballottato come in un mare in tempesta, rischiando di farti perdere la giusta rotta. Adesso ti senti di nuovo padrone di te stesso, sicuro, tranquillo. Adesso il mare è calmo; almeno sembra che sia così.
I rumori della strada, il clamore della gente, l’eco inconfondibile dei ritmi che accompagnano ad uno ad uno i lenti cortei fino al termine della loro processione, uno squillo di chiarine e l’immagine di quel portone che si chiude e che non sai quando mai si riaprirà per te, finiscono inesorabili per rubarti alla realtà per restituirti ancora una volta al sogno. E tutto inizia nuovamente da capo, o forse è proprio da qui che inizia veramente tutto.
Come prima e adesso ancora ti ritrovi a muoverti tra gli sguardi dei tuoi compagni, solo che ora non serve più nascondersi dietro un sorriso, perché ogni volto che incontri è uno specchio nel quale si riflettono la tua immagine, le tue paure, le tue sensazioni, le tue emozioni.
Per questo adesso li rincorri, li cerchi: per trovare una parola d’incoraggiamento, un punto d’appoggio, ma anche una conferma e magari una qualche risposta a quelle perplessità che, nonostante tutto, ti fanno sentire maledettamente ancora un bambino.
Ma a volte è un attimo, solo un flash e tutto finalmente inizia ad avere un senso. Spesso perdiamo il nostro tempo, rischiando in qualche caso di perdere addirittura noi stessi, nella isterica ricerca di un “giardino incantato” dove poter trovare quella agognata “mela proibita”, senza renderci conto che forse, in quel giardino, ci viviamo da tempo e che probabilmente non ha senso affannarsi, arrabbiarsi per poi rimanere delusi solo perché non riusciamo a trovare quel poco che ci manca. Così facendo, del resto, si finisce solo per perdere di vista quel tanto che già abbiamo e il quale, troppo spesso, ci dimentichiamo di possedere.

Continua…

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