La Valdichiana

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Gli scioperi in Valdichiana agli inizi del XX secolo

Agli inizi del XX secolo la mezzadria caratterizzava le campagne della Toscana: la maggior parte dell’economia contadina era infatti gestita attraverso il contratto agrario di mezzadria, che prevedeva la divisione dei prodotti…

Agli inizi del XX secolo la mezzadria caratterizzava le campagne della Toscana: la maggior parte dell’economia contadina era infatti gestita attraverso il contratto agrario di mezzadria, che prevedeva la divisione dei prodotti e degli utili tra il proprietario e la famiglia che abitava il podere. Anche la Valdichiana, che dall’epoca della bonifica era diventata una delle più fertili e importanti zone agrarie dell’Italia centrale, veniva condotta a mezzadria, che contribuiva a formare una società tradizionale e rurale.

Alla fine del XIX secolo, tuttavia, il modello produttivo cominciava a mostrare tutti i suoi limiti con l’apertura dei mercati internazionali e l’avvento della meccanizzazione. Nelle campagne regnava una generale situazione di miseria, con patti colonici di retaggio feudale che prevedevano una serie di privilegi nei confronti del padrone e un diffuso disequilibrio nel rapporto tra i proprietari e i contadini. La paura degli sfratti, che avrebbero lasciato le famiglie senza casa né podere, la mancanza di igiene nelle case coloniche e la mancata crescita economica in un periodo storico di forti cambiamenti erano avvertibili in tutte le campagne.

È proprio in questa fase che si inseriscono gli scioperi in Valdichiana, che avvengono nel 1902 e sono considerati uno dei più importanti esempi della storia contadina italiana. Essi avvengono in un quadro di lotte politiche e sindacali sempre più forti, tra il grande sciopero di Genova del 1900 e lo sciopero generale del 1904 dopo l’eccidio dei minatori di Buggerru. La ricostruzione degli eventi in Valdichiana di quell’anno è efficacemente riassunta dal libro di Vittorio Meoni “Gli scioperi del 1902 in Valdichiana” (2002, editrice Le Balze).

I motivi che spinsero i mezzadri a scioperare in quei mesi di tensione non furono soltanto economici, ma anche sociali (relativi alle condizioni di vita dei coloni) e politici, ovvero per sancire l’importanza del riconoscimento di leghe e aggregazioni contadine che potessero difendere i loro diritti. Nella primavera del 1902 si ruppe quindi un equilibrio secolare che aveva caratterizzato le campagne e le aree rurali della Valdichiana.

Prima fase: Chianciano, aprile 1902

La stagione degli scioperi in Valdichiana iniziò il 2 marzo con i contadini di Chianciano che si riunirono in una lega e presentarono un memoriale al Sindaco, in cui si chiedeva una serie di miglioramenti. Principalmente le richieste si concentravano sulla tassa del podere, che volevano a totale carico del proprietario, la ripartizione della ramatura delle viti per far fronte a nuove malattie, la ripartizione della trebbiatura per finanziare i macchinari nuovi, e la cessazione dell’usanza della “capatura” dell’uva migliore da parte dei proprietari. Le richieste più curiose erano quelle di riconoscere la libertà di coscienza e la possibilità di assentarsi dal lavoro nei giorni delle elezioni (che commenterò in seguito). Tale memoriale non venne accolto dai proprietari terrieri di Chianciano, che non solo si rifiutarono di rispondere, ma anche di riconoscere la lega dei contadini.

La risposta dei mezzadri fu dura: in seguito a un’assemblea generale venne indetto lo sciopero per il 7 aprile 1902. La mattina i contadini partirono dai rispettivi poderi, portandosi dietro i buoi, raggiungendo il paese e minacciando di rimanere lì finché non fossero state accolte le loro richieste, a costo di far morire di fame gli animali (la cui proprietà era a metà con i padroni). Inizialmente i proprietari terrieri si rifiutarono di cercare un accordo, e le autorità cittadine rimasero passivamente in attesa.

I contadini in sciopero rimasero fermi nelle loro posizioni e la folla resistette sia alla pioggia del pomeriggio, sia all’arrivo della notte. Il rischio di veder morire di fame gli animali e di rovinare i raccolti costituiva un danno economico troppo grande per i proprietari terrieri di Chianciano, che accettarono infine la trattativa. All’incontro tra i rappresentanti venne siglato un patto che modificava il contratto di mezzadria e garantiva alcune delle richieste fatte dai coloni. Alla firma del patto lo sciopero venne revocato e i contadini tornarono nei rispettivi poderi; quella del 7 aprile 1902 venne quindi considerata come un’importante vittoria dell’aggregazione tra di contadini e uno dei più importanti esempi di presa di coscienza politica.

Seconda fase: Chiusi, maggio 1902

Mentre ancora era in corso la vertenza a Chianciano, anche i contadini di Chiusi cominciano a muoversi, tentando una strategia simile. I mezzadri riuniti in lega consegnarono un memoriale con delle richieste, strutturato in maniera analoga a quanto accaduto nel comune limitrofo; le istanze erano simili, per quanto riguardava le ripartizioni della trebbiatura e le tasse sul podere, ma c’erano anche alcune aggiunte, come la richiesta di estendere la durata del contratto agrario a tre anni e di ottenere una copia del libretto colonico anche nel podere.

Nel frattempo, però, c’era stato lo sciopero di Chianciano, quindi il 9 aprile 1902 i proprietari terrieri di Chiusi non si lasciarono cogliere impreparati e formarono ufficialmente un comitato per rispondere alle richieste dei contadini. Questo comitato si costituì per tutelare i propri diritti e per ottenere il sostegno delle autorità, e questa fu un’importante differenza con Chianciano. I proprietari accettarono alcune delle istanze dei mezzadri e ne respinsero altre, e tale accordo venne inizialmente accettato dai rappresentanti della lega dei contadini di Chiusi. In un secondo momento, tuttavia, l’assemblea dei contadini rifiutò tale accordo e proclamò lo sciopero.

Il 10 maggio 1902 la quasi totalità delle famiglie contadine aderì allo sciopero, senza però radunarsi in paese, ma fermando le attività di gestione del podere e di allevamento dei buoi. A differenza di quanto accaduto a Chianciano, però, i proprietari terrieri di Chiusi rimasero fermi nella loro posizione e ottennero l’appoggio dell’autorità civile, con il sottoprefetto di Montepulciano che fece affiggere un manifesto in cui richiamava i mezzadri all’ordine e al rispetto del primo accordo. La tensione rimase fino al 12 maggio, quando lo sciopero si concluse con i mezzadri che accettarono l’accordo iniziale dei proprietari. Entrambe le parti in causa sentivano di aver vinto: da una parte il comitato dei proprietari, che fece accettare l’accordo iniziale, dall’altra la lega dei contadini, che aveva ottenuto il riconoscimento e la dignità di organizzazione sindacale.

Terza fase: Sarteano, maggio 1902

Seguendo l’esempio dei contadini dei comuni limitrofi, anche i mezzadri di Sarteano iniziarono a organizzarsi a pochi giorni di distanza. Le richieste di migliorie alla vita contadina e al contratto agrario si erano ormai diffuse in tutte le campagne della Valdichiana, e la possibilità di unirsi in leghe permetteva ai contadini di andare a trattare con i proprietari con la forza dei numeri, invece che accontentarsi di una trattativa privata tra latifondista e famiglia colonica.

A Sarteano, però, consci degli avvenimenti nei comuni adiacenti, i proprietari terrieri anticiparono possibili scioperi e il 17 aprile scrissero una lettera al prefetto di Siena, in cui dichiaravano di costituirsi preventivamente in una società difensiva e di voler approntare migliorie al contratto colonico in favore dei contadini, tra cui la concessione di una copia del libretto colonico, una più favorevole suddivisione delle spese per la meccanizzazione dei campi e così via. Tale lettera, mandata anche alle famiglie dei contadini, venne fatta seguire da una diffida a portare il bestiame fuori dai campi senza il consenso dei proprietari, con la minaccia preventiva di ritenerli responsabili di eventuali danni e deperimenti alle proprietà condivise.

La lega dei contadini di Sarteano si riunì il 30 aprile e accettò le migliorie proposte dai proprietari, ma cercò anche di spostare la questione sul piano politico, ovvero di essere riconosciuta come organizzazione sindacale, garantire ai coloni la libertà di pensiero e la possibilità di assentarsi dal lavoro durante le elezioni (come già accaduto a Chianciano). La società difensiva dei proprietari non rispose alla lega, bensì al prefetto di Siena, delegittimando i rappresentanti e lamentando la mancata risposta delle famiglie contadine, intimando inoltre che non sarebbero state date ulteriori concessioni. La tensione continuò a crescere, con i piccoli proprietari che si schierarono dalla parte dei mezzadri e la minaccia di imitare lo sciopero con il bestiame di Chianciano.

Lo sciopero venne indetto il 19 maggio e provocò una mobilitazione in massa dei contadini di Sarteano, che non si spostarono verso il paese ma rimasero nei rispettivi poderi senza lavorare. Contemporaneamente si mossero i proprietari con intransigenza, richiamando le autorità statali ad applicare la forza repressiva, con drappelli di soldati e di carabinieri che si recarono in alcuni poderi dei rappresentanti della lega per contestare la mancata alimentazione del bestiame come inadempienza contrattuale e notificando la citazione in tribunale a Montepulciano. Seguirono alcuni arresti e sfratti, a cui la lega reagì con altrettanta tensione, facendo scendere in sciopero in solidarietà anche i contadini di Chianciano e di Chiusi e facendoli affluire a Sarteano; l’intervento e le cariche della cavalleria, tuttavia, dissolsero l’assembramento.

Il 23 maggio venne dichiarato concluso lo sciopero e la ripresa dei lavori. Lo stesso giorno al tribunale di Montepulciano celebrò rapidamente il processo e la condanna dei contadini arrestati durante i tumulti, affermando i sacri diritti della proprietà contro gli assalti degli scioperanti. Lo sciopero di Sarteano si risolse quindi in un fallimento, e molti contadini abbandonarono la lega, altri subirono sfratti e ritorsioni.

Gli scioperi in Valdichiana nella primavera del 1902, seppur con sorti alterne, contribuirono a migliorare le condizioni delle campagne e i contratti agrari di mezzadria; servirono anche a rafforzare la coscienza di classe dei mezzadri, che in massa si unirono alle leghe dei contadini e successivamente alla Federazione dei Lavoratori della Terra per continuare la lotta sindacale. Fu inoltre una fase di grande tensione che non terminò con le prime organizzazioni ma anzi anticipò le lotte politiche del secondo dopoguerra, con i lunghi e convulsi anni caratterizzati dalle bandiere affisse sui fienili durante la trebbiatura e le agitazioni per ottenere migliori condizioni di vita.

Una riflessione finale va dedicata alla particolare richiesta fatta dai contadini a Chianciano a Sarteano, ovvero la concessione della libertà di pensiero e di assentarsi dal lavoro durante le elezioni. Tale richiesta non venne formalmente accettata dai proprietari durante gli scioperi, perché i mezzadri già la possedevano: essi non erano dipendenti di padroni, nessuno li obbligava a orari precisi di lavoro o a tenere nascoste particolari simpatie politiche. La richiesta però ci suggerisce due cose: innanzitutto che il memoriale preparato dalle leghe dei contadini era probabilmente modellato sulla lotta sindacale di ispirazione socialista già utilizzata nelle città, strutturata nel rapporto tra dipendente e padrone, e che non teneva conto delle differenze dei mezzadri. Secondariamente, suggerisce che i mezzadri, nonostante la loro condizione contrattuale di “proprietari a metà”, si sentissero comunque dipendenti e dovessero chiedere il permesso per esercitare un loro diritto; per quanto formalmente alla pari, infatti, il rapporto di potere nella mezzadria è sempre stato asimmetrico, e le costrizioni a cui erano sottoposte le famiglie coloniche non erano soltanto economiche, ma anche sociali e culturali, rivelando una situazione di subalternità che ha contributo a caratterizzare la società tradizionale delle nostre campagne.

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Lunedì 1 dicembre sciopero generale del pubblico impiego

Lunedì 1 dicembre, a causa dello sciopero generale del pubblico impiego (compresa la Sanità) proclamato dall’organizzazione sindacale CISL per l’intera giornata, sono possibili disagi nelle strutture dell’AUSL 7 E’ probabile,…

Lunedì 1 dicembre, a causa dello sciopero generale del pubblico impiego (compresa la Sanità) proclamato dall’organizzazione sindacale CISL per l’intera giornata, sono possibili disagi nelle strutture dell’AUSL 7

E’ probabile, pertanto, che possano verificarsi alcune variazioni nel normale svolgimento delle attività, in relazione all’adesione dei dipendenti allo stesso sciopero.

L’Azienda USL 7 si scusa per gli eventuali disservizi e, per ridurre gli inconvenienti, consiglia ai cittadini che avessero prenotato esami o visite specialistiche di telefonare agli sportelli di segreteria delle strutture sanitarie di riferimento per chiederne conferma.

Saranno comunque garantiti i servizi essenziali quali l’emergenza e urgenza, il pronto soccorso e i servizi trasfusionali.

Comunicato stampa Usl7 del 24/11/2014. Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla nostra redazione.

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Lavoratori delle Terme di Chianciano: sciopero e presidi

Gli oltre 15mila lavoratori del settore termale hanno scioperato e organizaato presidi per il rinnovo del contratto nazionale scaduto da più di tre anni. Le Organizzazioni sindacali hanno deciso di…

Gli oltre 15mila lavoratori del settore termale hanno scioperato e organizaato presidi per il rinnovo del contratto nazionale scaduto da più di tre anni.

Le Organizzazioni sindacali hanno deciso di proclamare lo stato di agitazione e una giornata di sciopero il 22 ottobre, a seguito delle posizioni rigide di Federterme, che «chiede l’ampliamento della sfera contrattuale per poter applicare il contratto nazionale di lavoro del settore termale anche negli alberghi e la decurtazione del trattamento economico della malattia per il periodo di carenza», spiegano Daniela Spiganti e Gianfranco Mazza, rispettivamente Filcams Cgil e Fisascat Cisl Siena.

Nonostante i vari tentativi di mediazione – proseguono i sindacalisti – Federterme si è mostrata irremovibile dalla sua posizione, dichiarando che senza queste due condizioni non saranno disponibili ad affrontare le richieste sindacali poste in piattaforma, a partire dall’incremento salariale, elemento per noi fondamentale dato che i dipendenti del settore sono fermi con la retribuzione da oltre tre anni.

Secondo le Organizzazioni Sindacali sono due proposte inaccettabili perché potrebbero creare solo confusione e dumping contrattuale, oltre alla messa in discussione dei diritti acquisiti. Per questi motivi Filcams Cgil e Fisascat Cisl di Siena hanno organizzato un presidio dei dipendenti a Chianciano, davanti alla direzione delle Terme «per difendere i diritti dei lavoratori e avere un rinnovo contrattuale dignitoso senza cedere a ricatti». Soddisfatti i sindacati senesi: «L’adesione allo sciopero ha registrato il 99%».

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Medici di Famiglia in agitazione: la Usl 7 non rispetta l’accordo

“I medici di famiglia hanno proclamato lo stato di agitazione a causa di una serie di inadempienze che riguardano la mancata applicazione dell’accordo integrativo aziendale che la Direzione generale della…

“I medici di famiglia hanno proclamato lo stato di agitazione a causa di una serie di inadempienze che riguardano la mancata applicazione dell’accordo integrativo aziendale che la Direzione generale della ASL di Siena non intende rispettare”.

Questo l’inizio di una nota delle organizzazioni sindacali dei medici di medicina generale Snami e Finmg. Uno stato di agitazione che arriva dopo la rottura completa di ogni possibile trattativa tra i sindacati medici e la Usl 7 di Siena. Agitazione che assicurano i sindacati, non andrà in nessun modo a creare disservizi ai pazienti che saranno seguiti come sempre dai propri medici.

“La ASL di Siena, dopo la sottoscrizione dell’accordo nell’agosto 2013 – spiegano i sindacati -, per mesi ha pubblicamente elogiato lo stesso come grande fatto innovativo, ma nella pratica ha adottato una estenuante ed intollerabile pratica del rinvio mese per mese anche quando i rappresentanti sindacali hanno evidenziato che si stavano logorando i rapporti, scegliendo persino di non rispondere anche all’ ultimativa lettera in cui veniva innescata la procedura dello stato di agitazione prevista per i servizi pubblici”.

Inevitabile quindi la convocazione da parte del Prefetto.

“Ci siamo incontrati davanti al Prefetto – spiegano i rappresentanti sindacali Fnmg Marcello Sbrilli e Snami Liliana Gradi – Purtroppo anche in questa sede la Direzione Aziendale ha mantenuto ferma la propria posizione. L’accordo prevede potenziamento e miglioramento dei servizi territoriali indispensabile per fare fronte alla crescente domanda di malattie croniche ed al ridimensionamento degli ospedali. Obiettivo che è possibile perseguire senza aggravio di risorse. Questa strada è perseguibile e possibile perchè in provincia di Siena i Medici di Medicina Generale hanno assicurata da anni l’appropriatezza della spesa farmaceutica. Nel bilancio della ASL7 il costo dei Medici di Famiglia nel bilancio è assai contenuto, appena il 5%”.

Il tutto in un’ottica di ottimizzazione delle risorse per poter dare maggiori e migliori servizi ai pazienti cittadini senza aumentare le spese, come suggerito dalle linee guida della riforma Balduzzi sulla sanità. La condizione indispensabile è quella di una comune programmazione delle attività dei Medici di famiglia e dell’ASL, a condizione che anche negli altri settori di spesa della ASL si ottimizzino e si recuperino le risorse.

E’ faticoso, ma possibile. E con l’accordo sottoscritto ad Agosto 2013 i Medici di Famiglia hanno detto Sì ed hanno cominciato a lavorarci, scontrandosi con i ritardi programmati, con la burocrazia, con la resistenza dell’inefficienza. La ASL anzi ha proceduto per la sua strada con documenti ed atti sui quali non ha chiesto nessun parere o contributo, ma non ha nemmeno comunicato (riorganizzazione della rete ospedaliera, taglio dei presidi e delle attività distrettuali, progetti delle Case della Salute, ecc.). Dove vanno a fine le risorse recuperate?

“Recuperare risorse da destinare allo sviluppo della medicina generale sul territorio attraverso il potenziamento del personale di studio e infermieristico, di dotazioni diagnostiche, di percorsi assistenziali, di integrazioni di sedi – spiegano ancora Sbrilli e Gradi – consentendo al paziente di risparmiarsi gli spesso inutili viaggi per l’accesso alle strutture o le lungaggine di contatti con i CUP”.

Per questo tutti i medici sono chiamati a protestare contro la direzione della ASL di Siena per non aver rispettato i patti stipulati, ma soprattutto per mantenere aperta la strada allo sviluppo di servizi sanitari a livello territoriale, senza i quali nel prossimo futuro rischiamo un pesante peggioramento dell’assistenza.

Per questo i medici di medicina generale si rivolgono ai cittadini, alle rappresentanze delle loro associazioni, alla istituzioni locali affinchè divengano consapevoli della necessità di organizzare un vero servizio sanitario a livello territoriale indispensabile per rispondere alla crescente domanda e ai nuovi bisogni.

La protesta di Siena avrà risonanza oltre i confini provinciali, proprio mentre a Roma i Vertici delle due Parti (pubblica e sindacale) stanno definendo il nuovo Accordo collettivo che dovrebbe ribadire la connotazione libero-professionale del Medico di Medicina Generale.

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