La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: prodotti tipici

La socialità dei pici: da Abbadia a Chiusi

I pici non sono soltanto un piatto tipico del territorio della Valdichiana: sono anche un importante veicolo di socialità e di condivisione. Prendendo spunto dalla proposta di candidatura a patrimonio…

I pici non sono soltanto un piatto tipico del territorio della Valdichiana: sono anche un importante veicolo di socialità e di condivisione. Prendendo spunto dalla proposta di candidatura a patrimonio immateriale UNESCO, a cui ho avuto l’onore di partecipare, sono andato ad approfondire questo tema attraverso le interviste svolte in due feste popolari che si sono tenute lo scorso weekend in Valdichiana: i Giardini in Festa di Abbadia di Montepulciano e Tria Turris di Chiusi.

Al centro dell’interesse, infatti, non c’è la tipologia di pasta, bensì la pratica sociale che avviene per la sua creazione: l’atto di “appiciare”, una pratica condivisa attraverso la quale i pici vengono realizzati a mano da un gruppo di persone. Si tratta di una pratica semplice, che non richiede particolari competenze: per questo motivo può essere svolta da tutte le persone che fanno parte della comunità e diventare un veicolo di incontro e scambio, anche culturale.

I pici si fanno a mano, ma la loro creazione non è circoscritta ai maestri che tramandano il sapere o agli specialisti, come potrebbe accadere nel caso di altri prodotti tipici; dal momento che stiamo parlando di un piatto povero proveniente dalla tradizione contadina, può essere facilmente preparato da tutti, senza distinzione di sesso, età o classe sociale. L’atto dell’appiciare non è faticoso, e le persone che si ritrovano insieme possono parlare, confrontarsi e scambiarsi racconti.

Questo è particolarmente interessante nei casi delle feste popolari, in cui vengono preparate grandi quantità di pici da volontari e amatori per gli stand gastronomici: in questi casi la comunità viene chiamata a raccolta attorno alla pratica dell’appiciatura, e le varie generazioni si incontrano assieme ai pendolari o alle persone originarie del paese che tornano appositamente per la festa.

Il caso dei “Giardini in Festa” di Abbadia di Montepulciano, a questo proposito, è emblematico. Organizzata dall’associazione “Terzo Millennio”, la festa è piuttosto recente, ma dimostra un fortissimo grado di coesione degli abitanti. Nei giorni precedenti alla manifestazione, i volontari si ritrovano ad appiciare tutti assieme, con la presenza contemporanea di tre o più generazioni che, oltre a tramandare la pratica dell’appiciare, condividono i valori della socialità e contribuiscono a fortificare l’identità di Abbadia di Montepulciano.

Durante la ricerca ho avuto modo di intervistare tre esponenti di questo “arco generazionale” che attraversa la festa di Abbadia: Concetta Nannotti, Giulietta Martini e Giovanni Bombagli. Concetta è del 1939, fa quindi parte della generazione più anziana dei volontari della festa:

“Ho imparato a fare i pici da mia mamma, il sabato sera appiciavamo per il pranzo della domenica. Prima fare la pasta in casa era una necessità, perché c’erano pochi soldi per comprarla. Adesso è una tradizione. Mio nipote viene ancora oggi a mangiare i pici alla domenica, appositamente Monte San Savino.”

Giulietta fa invece parte della generazione di mezzo, ed è una delle responsabili della cucina. Coordina il gruppo di circa 40 persone che appicia nei giorni precedenti alla manifestazione.

“Abbiamo provato a fare i pici il primo anno della festa, e sono piaciuti. Abbiamo iniziato a spargere la voce e abbiamo ricevuto l’interesse di tante persone, tra chi sapeva già appiciare e chi aveva voglia di provare. Ragazzi di 15 o 16 anni, ma anche di 30 anni, che non avevano mai fatto i pici, adesso hanno imparato. Quindi è anche un modo per portare avanti una tradizione che era dei nostri nonni e si stava un po’ perdendo.”

La presenza delle nuove generazioni è dimostrata da Giovanni, nato nel 2005, tra i più giovani appiciatori. All’inizio è stato portato alla festa dalla nonna e dalla zia, che già aiutavano, ma adesso è già al terzo anno. La socialità è talmente diffusa che i ragazzi chiamano ad appiciare altri amici o coetanei, non soltanto dal paese di Abbadia, ma anche dai paesi limitrofi

“Mi trovo bene insieme agli altri, riesco anche a instaurare buoni rapporti. Facciamo i pici due volti a settimana, io principalmente aiuto a stenderli, ma se c’è bisogno posso appiciare. Di solito mi metto vicino a qualcuno che appicia, si chiacchiera, stiamo in compagnia.”

I pici dei “Giardini in Festa”

La situazione è diversa, ma ugualmente interessante, se andiamo a considerare il “Tria Turris” di Chiusi. La festa popolare anima il centro storico della cittadina etrusca durante i festeggiamenti in onore di Santa Mustiola, offrendo intrattenimenti di atmosfera medievale e riprendendo l’antica suddivisione in terzieri. Anche in questo caso, l’offerta gastronomica per i visitatori è fortemente incentrata sui pici, che vengono preparati con diverse tipologie di sughi.

In questo caso i volontari che appiciano non si ritrovano tutti assieme, ma suddivisi per terzieri: si tratta quindi di un numero più ristretto di persone, ma in cui possiamo ritrovare le stesse dinamiche di socialità e la stessa attenzione all’importanza di servire la pasta fatta a mano ai visitatori e agli stessi contradaioli.

Per il Terziere Sant’Angelo ho intervistato Ceccattoni Meris e Canestri Nelia, che mi hanno raccontato le modalità di gestione della cucina. Le fasi di appiciatura sono gestite principalmente dalle donne del terziere, che fanno la pasta anche a casa per le necessità domestiche, portando avanti la tradizione imparata dalle rispettive madri.

“A casa faccio tutto – racconta Nelia – ho imparato da mia mamma, poi ho lavorato nei ristoranti e negli alberghi, a Chianciano… si faceva tutta la pasta a mano. Tuttora faccio i pici in famiglia, quando posso. Mia figlia è come me, fa la parrucchiera, ma ha imparato ad appiciare, a fare la pasta a mano.”

Situazione simile al Terziere San Silvestro, dove ho conosciuto Silvia Dolciami, Benita Ceccarini, Valeria Rossini e Valeria Fé. Il gruppo delle cuoche di contrada è composta da sei persone fisse più altri aiutanti; tra di loro c’è anche chi ha imparato ad appiciare a Celle sul Rigo, borgo rinomato proprio per la famosa Sagra dei Pici.

“Per fare i pici prima dobbiamo preparare l’impasto, che deve riposare mezz’ora – spiega Benita – Poi arrivano le altre donne, abbiamo le nostre spianatoie e cominciamo ad appiciare. Li mettiamo nelle teglie, con matasse infarinate di circa 5 chili l’una. Abbiamo imparato dalle nostre mamme, dalle nonne, è una tradizione che si tramanda.”

Infine il Terziere Santa Maria, dove ho incontrato Nadia Pieroni e Carla Barni: anche nel loro caso l’impegno dei volontari della cucina è quello di garantire dei pici fatti a mano a 100%, grazie al lavoro delle donne della contrada.

“Sono originaria di Chiusi ma vivo a Firenze, però torno sempre a dare una mano. – racconta Nadia – Mi piace partecipare, dare una mano. Li facciamo anche a Firenze, ora sta arrivando anche in città la tradizione, per certi versi.”

I pici dimostrano quindi un valore che oltrepassa quello gastronomico, grazie alle fondamentali fasi di appiciatura che diventano delle vere e proprie occasioni sociali in cui rafforzare l’identità dei piccoli borghi della Valdichiana e cementare il rapporto tra le generazioni.

I pici del “Tria Turris”

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La De.Co. per promuovere i prodotti tipici della Valdichiana

Come ogni anno la Fiera dell’Agricoltura delle Tre Berte è stata un’importante occasione per fare il punto sullo stato di salute del comparto primario della Valdichiana e sulle sfide future…

Come ogni anno la Fiera dell’Agricoltura delle Tre Berte è stata un’importante occasione per fare il punto sullo stato di salute del comparto primario della Valdichiana e sulle sfide future che lo attendono. Un’interessante novità, presentata in anteprima durante l’apertura della fiera, è la volontà di introdurre, da parte del Comune di Montepulciano, la De.Co., la denominazione d’origine comunale. Il progetto, illustrato dal sindaco della città del Poliziano Andrea Rossi, insieme all’assessore per le attività produttive e agricole Michele Angiolini, e Stefano Biagiotti, presidente di Qualità e Sviluppo Rurale, ha l’obiettivo di offrire una certificazione a quei prodotti che esprimono un profondo legame con il territorio di provenienza. Uno strumento utile per salvaguardare quelle produzioni di nicchia, anche se molto spesso ignorato o poco usato dalle amministrazioni locali.

Il primo a lanciare l’idea di un marchio, che tutelasse le eccellenze di un comune, è stato lo scrittore ed enogastronomo Luigi Veronelli, nel 1959 con il libro “I vini d’Italia”, nel quale proponeva di istituire una denominazione d’origine gestita direttamente dalle amministrazioni locali. Ma bisogna aspettare trent’anni per vedere i primi risultati in campo legislativo. È con la legge n.142 dell’8 giugno 1990 che viene data ai comuni la possibilità di disciplinare la valorizzazione delle attività agroalimentari tradizionali. Un passo ulteriore viene compiuto nel 2000, quando l’Anci, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, presenta una proposta di legge di iniziativa popolare sul tema “Istituzione delle denominazioni comunali di origine per la tutela e la valorizzazione delle attività agro-alimentari tradizionali locali”. Nel 2002 la stessa Anci redige un “Regolamento Comunale per la valorizzazione delle attività agro-alimentari tradizionali locali. Istituzione della De.Co. Denominazione Comunale di Origine“. Inizia ufficialmente la storia delle De.Co.

Le De.Co. costituiscono dunque una sorta di disciplinare che inserisce all’interno di un elenco tutti quei prodotti dell’enogastronomia che esprimo un forte valore identitario col territorio di provenienza. Si tratta, da una parte, di uno strumento importante per la promozione e la sponsorizzazione di una specifica regione. Le De.Co. hanno dunque un peso considerevole per quanto riguarda l’indotto agricolo e turistico, e offrono al consumatore un’ulteriore certificazione sul prodotto che vanno ad acquistare. Ma soprattutto possono essere un’arma in più in mano alle piccole aziende agricole. Il comparto primario della Valdichiana è composto, prevalentemente, da realtà che contano pochi addetti, capaci di dar vita a delle vere e proprie rarità enogastronomiche, e depositarie di saperi antichi. Tuttavia, proprio per questa loro tipicità, riscontrano molte più difficoltà ad emergere nel mercato, anche perché molto spesso non sono tutelate dai classici marchi di qualità, come Dop e Igp.

Con l’introduzione della De.Co. si apre un nuovo capitolo per l’agroalimentare della Valdichiana. Attraverso questo sigillo si vuole tradurre, in un linguaggio istituzionale, i valori e i saperi che accompagnano da tempo immemorabile la lavorazione di determinate materie. Dunque non un semplice vessillo vuoto di cui fregiarsi, ne tanto meno la volontà di creare una semplice duplicazione di altri prodotti esistenti, ma la testimonianza che, senza l’unicità di determinate produzioni, la Valdichiana perderebbe un pezzo importante della sua tradizione. La susina di Montepulciano, conosciuta come “mascina” o “scoscia monaca”, l’aglione della Valdichiana o l’olio extravergine d’oliva prodotto sulle colline poliziane, sono dei perfetti esempi di quel legame indissolubile tra la cultura culinaria e territorio.

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Il ciambellino, dolce pasquale per eccellenza, tra storia e tradizione

Correva l’anno 1968, e mentre la gioventù di mezzo mondo era impegnata nella lotta di classe, in Valdichiana, in particolare nel piccolo borgo di Rigomagno oltre alla passione politica, non…

Correva l’anno 1968, e mentre la gioventù di mezzo mondo era impegnata nella lotta di classe, in Valdichiana, in particolare nel piccolo borgo di Rigomagno oltre alla passione politica, non disdegnavano la passione per il buon cibo. Fu così che nella Pasqua di 49 anni fa, un gruppo di giovani dette vita alla Sagra del Ciambellino, una festa che aveva l’intenzione di celebrare un dolce immancabile nelle celebrazioni delle festività pasquali: il ciambellino.

Una storia che a dire il vero affonda le sue radici molto più lontano. Se il 1968 segna la nascita della sagra dedicata al ciambellino, già molto tempo prima questo dolce era presente nelle tavole della Valdichiana senese e aretina.

Sacro e profano si fondono in questo dolce dal gusto molto invitante, capace di declinarsi in molteplici varianti. Come per molti cibi della tradizione popolare è difficile ricostruire un percorso univoco sulle origini, perchè ogni borgo, così come ogni casa, ci offre racconti e storie diverse sui natali di questo dolce che contraddistingue la storia delle nostre terre. Ma è proprio questa diversità che arricchisce la nostra tradizione culinaria e che conferisce ad ogni pietanza ancora più mistero con la curiosità di scoprirne i misteri morso dopo morso.

Il ciambellino conserva ancora tutto il suo antico fascino, e puntuale come un vecchio amico si presenta ogni anno sulle nostre tavole in occasione delle celebrazioni pasquali. La maggior parte dei racconti infatti legano la nascita del ciambellino ai riti della Settimana Santa. La tradizionale forma tondeggiante del dolce, del diametro di circa 20 cm, rappresenta la corona di spine del Cristo. Al tempo stesso proprio la forma e la presenza dell’uovo nell’impasto, alludono a tutto l’universo dei simbolismi correlati ai riti della fertilità e della primavera, che segna la rinascita del ciclo naturale e della vita. La perfetta forma circolare del ciambellano e dell’uovo, senza inizio ne fine, esprimono appieno l’idea di resurrezione e vita senza fine.

Per quello che attiene la storia del ciambellino, le tracce più antiche di questo dolce risalgono alla prima metà del XIII secolo, presso il convento delle Vallesi, nelle terre di Rigomagno. Non ci è possibile dare al lettore informazioni certe e dettagliate circa le reali condizioni che portarono alla nascita del ciambellino, ma un aneddoto ci racconta che i frati agostiniani del convento, meticolosi nello studio e devoti nella preghiere, quando si trovarono tra i fuochi della cucina con gli ingredienti del futuro dolce tra le mani fecero cadere il vassoio creando un bel guaio. Allora i frati, per cercare di rimettere insieme i ‘cocci’, secondo il primo principio della termodinamica per cui in un sistema chiuso nulla si distrugge o si crea ma tutto si trasforma, mescolarono in maniera casuale gli ingredienti e dettero vita al ciambellino.

Spostandoci in avanti di qualche secolo, fino al 1800, possiamo trovare le tracce di una versione diversa del ciambellino classico, quello bollito. Rispetto alla versione classica, il ciambellino bollito, che presenta un doppio procedimento di cottura, prima la bollitura e poi la messa in forno, appare molto diverso sia per consistenza che per sapore e aroma. Il ciambellano bollito è come se fosse formato da due ciambelle sovrapposte, a causa di un solco che corre lungo il perimetro per far aderire meglio lo zucchero. Inoltre sapore e odore sono molto decisi e intensi per l’abbondanza di semi di anice e la generosa spennellata di liquore con la quale viene ricoperto. Questa complessità si riflette anche nella preparazione, soprattutto nella fase della bollitura, dove solo piccoli errori nella temperatura sono più che sufficienti per mandare all’aria tutto il lavoro.

Per quanto riguarda la ricetta tradizionale non ne esiste un’unica versione, ma il ciambellino si arricchisce degli aromi, dei sapori e della storia di ogni paese. Possiamo tuttavia ricostruire un canovaccio consolidato di ingredienti che costituiscono il DNA del dolce. Uova, zucchero, farina, burro, vaniglia, liquore, semi di anice, olio extravergine d’oliva, lieto naturale, limone e arancia grattugiata. Ecco il cuore pulsante del ciambellino. A questo punto arriva la parte più interessante: l’assaggio. Ricordate bene, il ciambellino è come un bell’abito nero, va bene in qualsiasi occasione, o se preferite come una persona cara, della quale non ci si stanca mai.

Numerosi sono i momenti nei quali potete gustarvi il ciambellino. Se infatti vi sentite particolarmente mattinieri, desiderosi e impazienti di assaporare un vero fuoriclasse della pasticceria nostrana, non abbiate paura, tirate fuori un po’ della vostra spavalderia culinaria, accompagnando il ciambellino ad una tazza di latte e caffè. Ma si può continuare a gustarlo anche  a fine pasto, accompagnato ad un buon bicchierino di Vinsanto.

In qualsiasi modo vogliate gustarlo ricordatevi questa cosa: una volta passata la Pasqua la festa non finisce, perché potrete sempre e comunque bearvi del gusto del ciambellino, e se qualcuno dovesse farvi notare che siete fuori periodo, vi consiglio di non sprecare tempo a rispondergli, ma riempitivi la bocca con un altro morso di ciambellino.

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L’olio extravergine d’oliva: un convegno tra cultura e salute

Giunge alla sua 3° edizione “La festa dell’olio e dei sapori d’autunno”, l’evento organizzato col patrocinio della Pro Loco di Montepulciano, che celebra uno dei protagonisti indiscussi delle nostre terre,…

Giunge alla sua 3° edizione “La festa dell’olio e dei sapori d’autunno”, l’evento organizzato col patrocinio della Pro Loco di Montepulciano, che celebra uno dei protagonisti indiscussi delle nostre terre, l’olio. Un momento d’incontro per fare il punto sullo stato di salute di un elemento imprescindibile della nostra cultura. L’olio infatti, è portavoce di un patrimonio non solo gastronomico, ma anche identitario, sinonimo di tradizione, civiltà e sacralità. Pianta di una longevità estrema, l’olivo accompagna la civiltà umana fin da suoi albori. La leggenda narra che tra gli dei, che facevano a gara per trovare il dono più prezioso per donare agli uomini, venne scelta Atena, che donò alla stirpe dei mortali proprio l’ulivo.

Un prodotto che però non riceve sempre la giusta importanza. Manca infatti prima di tutto una comunicazione adeguata, che possa promuovere nel miglior modo possibile l’olio, e rendere anche più consapevole il consumatore al momento della scelta. Ma soprattutto, molto spesso, è assente un vero supporto all’attività degli olivicoltori, che da generazioni si dedicano a realizzare un prodotto che non sempre porta con sé il guadagno sperato.

Tutti questi aspetti sono stati affrontati nel pomeriggio di sabato 29 ottobre presso il salone del convento di S. Agnese, in un convegno che ha visto l’intervento di numerosi esperti del mondo dell’olio, che da prospettive diverse hanno sottolineato le criticità, ma anche le potenzialità che contraddistinguo in questo momento la produzione olearia toscana.

Il supporto il coordinamento dei produttori, sono i primi elementi da cui partire per mantenere alta la qualità di una delle eccellenze culinarie della nostra terra. Un’attività nella quale da anni si impegna l’O.T.A., l’Associazione Olivicoltori Toscani Associati.

Assistenza tecnica, ma anche innovazione e trasferimento di nuove conoscenze e tecnologie. È questo il supporto maggiore che oggi l’Associazione fornisce ai suoi soci, per un settore, quello oleario, ancora legato a tecniche produttive di uno o due secoli fa, e che rispetto ad altri comparti dell’agroalimentare, necessita maggiormente dell’inserimento di innovazioni tecnologiche e meccaniche. Questo per aumentare anche la resa e il profitto dei produttori stessi, e garantire una maggiore qualità del prodotto finale. A tal fine abbiamo rapporti costanti coi centri di ricerca, le università e il CNR.”   

Sono queste le parole di Giampiero Cresti, presidente dell’O.T.A., che descrivono chiaramente il lavoro incessante che l’associazione porta avanti. Un impegno non solo rivolto agli addetti ai lavori, ma che guarda anche al territorio.

Fare e promuovere la cultura dell’olio significa partire dalle fasce più giovani, attraverso numerose attività sul territorio toscano, per aumentare la conoscenza e la consapevolezza di questo prodotto. Molto spesso la qualità e l’eccellenza faticano ad emergere nel mercato attuale. Questo perché, quando ci si approccia all’olio, mancano gli strumenti per valutare il reale rapporto tra prezzo e qualità. Non ci si rende conto dell’investimento di risorse umane ed economiche che necessita la produzione dell’olio, e soprattutto del piacere e del gusto che un olio di qualità può conferire ad un piatto, anche se questo comporta una spesa maggiore.”

Un fattore oggi imprescindibile per liberare le grandi potenzialità insite nel comparto oleario è l’investimento sia sulle nuove tecnologie sia su pratiche produttive diverse. Una questione che da anni viene portati avanti dal dott. Stefano Biagiotti, direttore di Qualità Sviluppo Rurale, che si occupa di offrire consulenza e servizi alle aziende dell’agroalimentare.

L’innovazione, sia meccanica che nelle pratiche, è ormai un elemento indispensabile nella produzione di olio. I vantaggi in un’agricoltura di precisione, ad esempio attraverso l’impiego di droni, possono essere molti, sia di natura economica per il produttore, ma anche per il consumatore. Una pratica di questo tipo infatti, può ridurre in modo considerevole l’utilizzo dei fitofarmaci. Soprattutto quello a cui oggi si guarda non sono solo più i costi legati alle materie prime – continua Biagiotti – ma anche quelli inerenti lo smaltimento dei rifiuti. Ecco perché accanto all’innovazione tecnologica, si devono unire le buone pratiche. Si sta abbandonando infatti il concetto di un’economia lineare, per abbracciare quello di economia circolare, nella quale gli scarti vengono riutilizzati all’interno del processo produttivo. Tutto questo parte dalla consapevolezza della limitatezza delle risorse a disposizione, e dall’impatto sull’ambiente. Un’agricoltura condotta in modo intensivo oggi non è più ecosostenibile, in termini di sfruttamento del suolo, della produzione di anidride carbonica o degli interventi coi fitosanitari, che molto spesso vengono fatti senza una reale necessità. La coltura dell’olivo, ben prima dell’introduzione della meccanizzazione e delle nuove tecnologie, si muoveva in questa direzione. Dobbiamo – conclude Biagiotti – sostenere l’attività degli olivicoltori non solo per consentire ad una delle nostre eccellenze di essere ancora competitiva sul mercato, con prodotti che fanno del basso costo e della bassa qualità i loro punti forza, ma anche per l’opera di salvaguardia del territorio che portano avanti da decine e decine di anni.”

convegno-olio-2La ricchezza dell’olio si riflette anche sulla nostra tavola. Il sapore che un buon olio extra vergine d’oliva conferisce al piatto è qualcosa di irripetibile. Una bontà che allo stesso tempo è sinonimo di salute. L’olio è infatti uno dei pilastri della dieta mediterranea, fonte di numerosi benefici e segreto per una vita longeva.

Sull’importanza dell’olio in tavola e su una corretta educazione alimentare, da anni il dott. Giorgio Ciacci porta avanti una serie di progetti, come “Mangiocando” nato nel 2002, rivolto ai ragazzi della scuola primaria, e la Onlus “ELEA”, impegnata nel comune di San Quirico d’Orcia con il “Circo del Gusto” nelle mense scolastiche.

Expo 2015 ha lanciato un grande messaggio, ossia quello di arrivare alla consapevolezza che il cibo non sia solo una questa di sopravvivenza, ma anche un elemento di compagnia di tutti i giorni, e arrivare ud una vera cultura del cibo anche in relazione all’ambiente. Questa consapevolezza deve essere sviluppata con un lavoro che inizi proprio dai bambini. I dati europei – prosegue il dott. Ciacci – ci vedono in modo preoccupate al primo posto per quanto riguarda il rischio di obesità. Questo vuol dire che le generazioni future saranno molto più predisposte alle malattie cardiovascolari e anche, purtroppo, ai tumori. Una questione strettamente connessa anche con l’ambiente. Oggi infatti si dice “dimmi cosa mangi e ti dirò come stai e come sta il pianeta intorno a te”, e questo la dice lunga su come il nostro modo di magiare possa avere delle ripercussioni non solo su noi stessi, ma anche sulla realtà circostante. L’auspicio è che questa nuova cultura intorno al cibo sia il frutto di un lavoro congiunto, che veda coinvolte le famiglie, le scuole e le istituzioni.”   

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Festa dell’olio e dei sapori d’autunno

Questo speciale è realizzato in collaborazione con la Pro Loco Montepulciano A Montepulciano arriva la “Festa dell’Olio e dei Sapori d’Autunno”: nel weekend del 29 e 30 ottobre, tante iniziative…

Questo speciale è realizzato in collaborazione con la Pro Loco Montepulciano

festa-olio-2016

A Montepulciano arriva la “Festa dell’Olio e dei Sapori d’Autunno”: nel weekend del 29 e 30 ottobre, tante iniziative per approfondire la conoscenza con uno dei prodotti d’eccellenza del territorio animeranno la cittadina poliziana. Dai convegni di approfondimento professionali dedicati agli agricoltori al mercato con i prodotti tipici, dalle escursioni per le campagne toscane alle lezioni sui processi di trasformazione delle olive in olio extravergine, sono molte le opportunità per chi vuole scoprire le caratteristiche dell’olio o più semplicemente festeggiare l’ultimo weekend di ottobre con una gustosa bruschetta!


Il programma

Sabato 29 Ottobre

presso l’Aula Magna dei Licei Poliziani:

  • ore 10:30 – Visita virtuale al frantoio di Montepulciano. Relatore: Manuel Mecallini
  • ore 11:15 – Mister olio extravergine d’oliva. Relatore: Dott. Giorgio Ciacci
  • ore 12:00 – Bruschettata del Frantoio

presso il Salone del Convento di S.Agnese:

  • ore 16:30 – Classificazione dell’olio extravergine d’oliva e degustazione. Relatore: Giampiero Cresti
  • ore 17:30 – Aspetti salutistici dell’olio evo e antichi sapori. Relatori: Dott. Giorgio Ciacci e Dott. Stefano Biagiotti
  • ore 18:00 – Aspetti economici e problematiche della produzione dell’olio. A cura del Frantoio di Montepulciano
  • ore 19:00 – Bruschettata del Frantoio e rinfresco a base di prodotti tipici locali

Domenica 30 Ottobre

presso Piazza e Convento S.Agnese:

  • Dalle ore 9:00 alle ore 18:00 – Mercatino dell’olio e dei sapori d’autunno. Mostra mercato con esposizione, degustazione e vendita di prodotti di eccellenza del territorio ed esposizione di piante e fiori
  • ore 12:30 – Bruschettata del Frantoio e arrivo vespe e auto d’epoca a cura di Vintage Tour

presso Frantoio di Montepulciano:

  • Dalle ore 9:00 alle ore 12:30 – Passeggiata a piedi tra gli ulivi e visita alla chiesa “Madonna delle Querce”. Passeggiata non competitiva con rientro e aperitivo in Piazza S.Agnese
  • ore 9:00 – Passeggiata a cavallo tra gli ulivi. Escursione a cavallo a cura del Maneggio Cognanello


Approfondimenti dal convegno presso il Convento di S.Agnese: 

Giunge alla sua 3° edizione “La festa dell’olio e dei sapori d’autunno”, l’evento organizzato col patrocinio della Pro Loco di Montepulciano, che celebra uno dei protagonisti indiscussi delle nostre terre, l’olio. Un momento d’incontro per fare il punto sullo stato di salute di un elemento imprescindibile della nostra cultura. L’olio infatti, è portavoce di un patrimonio non solo gastronomico, ma anche identitario, sinonimo di tradizione, civiltà e sacralità. Pianta di una longevità estrema, l’olivo accompagna la civiltà umana fin da suoi albori. La leggenda narra che tra gli dei, che facevano a gara per trovare il dono più prezioso per donare agli uomini, venne scelta Atena, che donò alla stirpe dei mortali proprio l’ulivo.

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Dall’olivo all’olio: come funziona il processo di che permette alle olive di trasformarsi in olio extravergine? Ce lo spiega il Frantoio di Montepulciano attraverso una serie di slide che approfondiscono tutti i passaggi!


Valdichiana Lounge

Torna la rubrica che vi porta a scoprire i piaceri della nostra terra, dedicata ai prodotti enogastronomici di qualità! In occasione della Festa dell’Olio e dei Sapori d’Autunno, non potevamo che concentrarci sull’olio extravergine di oliva, uno dei prodotti toscani più apprezzati a livello internazionale. Questo episodio di Valdichiana Lounge è realizzato in collaborazione con Pro Loco Montepulciano, Frantoio di Montepulciano e Agraria Poliziana.

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L’amatriciana, piatto veicolo di gusto e di solidarietà

Dopo la paura e la distruzione arrivano le parole. Parole che cercano di alleviare il dolore di chi ha visto ed è sopravvissuto, di consolare l’inconsolabile ma allo stesso tempo…

Dopo la paura e la distruzione arrivano le parole. Parole che cercano di alleviare il dolore di chi ha visto ed è sopravvissuto, di consolare l’inconsolabile ma allo stesso tempo portatrici di speranza e che presto giudicheranno chi ha delle colpe nell’immane tragedia che ha colpito il Centro Italia il 24 agosto scorso.

Si parla di ricostruire, ricreando quei luoghi com’erano prima che il sisma li spazzasse via, senza cambiare il minimo particolare, come secondo volontà di chi quelle zone le abita, cercando di evitare che queste piccole comunità sparse sull’Appennino non vedano una fuga della popolazionenonostante la terra sia divenuta ostile e priva dei propri punti di riferimento nel giro di una notte.

Ma il terremoto, oltre a radere al suolo palazzi storici, abitazioni, piazze e a ridisegnare la geografia, ha cancellato la quotidianità delle persone tanto che neanche un’abile penna sarà più in grado di descrivere. La quotidianità è qualcosa di pesante e ruvido che ogni giorno ci investe, una coperta che a volte sentiamo troppo stretta e della quale non vediamo l’ora di sbarazzarcene, ma allo stesso tempo, se privi, si avverte subito la mancanza del suo calore. La quotidianità si vive attraverso i gesti, la ritualità, nei momenti di ritrovo, attraverso i suoni, gli aromi e i sapori. Proprio uno dei paesi più duramente colpiti, aveva deciso di condividere con il mondo intero un pezzo della sua quotidianità: il paese di Amatrice si stava preparando a celebrare la tradizionale sagra della pasta all’amatriciana.

Anche noi vogliamo rendere omaggio ad Amatrice e a tutte le popolazioni colpite dal sisma e lo faremo raccontando la storia di uno dei piatti più celebri della cucina del Belpaese. Fin da subito, quello che era un semplice veicolo di piacere e condivisione, è diventato uno strumento per dare nuovamente una speranza attraverso i vari appuntamenti di solidarietà e beneficenza che si sono susseguiti nel nostro territorio dove il piatto principe è stato proprio la pasta all’amatriciana.

L’amatriciana, o come si usa dire in gergo “matriciana”, ha come sua antenata la ‘gricia’ o ‘griscia’, un condimento che secondo le ricette tradizionali dei pastori era composto semplicemente da guanciale e formaggio. Il nome sembra che derivi dal paesino di Grisciano, frazione del comune di Accumoli. Furono poi le massaie di Amatrice a creare la variante rossa, che oggi conosciamo con l’aggiunta del pomodoro.

Un’altra vulgata ci racconta una storia leggermente diversa: pare, infatti, che il nome sia derivato da un vicolo di Roma, dove la pasta alla “matriciana” è particolarmente apprezzata. Questo vicolo, nel rione Ponte, si chiamava prima del 1870, vicolo de’ Matriciani, e dopo degli Amatriciani. In una piazza vicino al vicolo i Grici, termine con il quale erano indicate le popolazioni che venivano dalle zone di Amatrice e Accumoli, tenevano un mercato di prodotti tipici, e fu forse proprio da lì che il condimento all’amatriciana partì alla conquista della Città Eterna. Un piatto semplice, messo insieme con pochi ingredienti, che rispecchia la frugalità delle popolazioni locali, eppure apprezzato anche alla tavola di papi e imperatori.

Il cuoco Francesco Leonardi, che aveva lavorato alla corte di Caterina II di Russia, preparò nell’aprile del 1816 un banchetto per Francesco I Imperatore d’Austria e il Papa Pio VII a base di amatriciana. Il poeta Carlo Baccari dedica alcuni suoi versi alla semplicità e alla naturalezza degli ingredienti del sugo all’amatriciana:   “… e li tra gli armenti, da magica mano, nascesti gioiosa nel modo più strano/la pecora mite e il bravo maiale, donarono insieme formaggio e guanciale. ” »

Quando dunque ci metteremo a tavola per gustare un buon piatto di pasta all’amatriciana, l’augurio più sincero sarà quello di pensare non a qualcosa che fu, ma a qualcosa che è e che continuerà ad essere.

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Dall’Aglione alla Susina: i prodotti della tradizione in Valdichiana

Un territorio dal grande passato agricolo come la Valdichiana non poteva che essere caratterizzato dalla presenza di numerose eccellenze enogastronomiche: basta pensare al Vino Nobile, alla carne Chianina, al pecorino…

Un territorio dal grande passato agricolo come la Valdichiana non poteva che essere caratterizzato dalla presenza di numerose eccellenze enogastronomiche: basta pensare al Vino Nobile, alla carne Chianina, al pecorino o all’olio. Oltre ai prodotti locali diventati famosi a livello internazionale e capaci di sviluppare l’economia agricola del territorio, ci sono anche delle varietà meno conosciute fuori dalla Valdichiana, ma non per questo meno interessanti: parliamo di aglione, di susina “coscia di monaca” e di cocomero nero.

L’aglione della Valdichiana è una particolare varietà di aglio più grande del comune, con il “capo grosso”, usato nella tradizione locale per preparare piatti più aromatici e digeribili. La sua area di produzione si trova a cavallo del Canale Maestro della Chiana, praticamente è un prodotto agricolo coltivato nella zona della bonifica, ma giunge fino all’area del Trasimeno ed è conosciuto fin dall’epoca etrusca. Rispetto all’aglio comune, l’aglione non possiede il caratteristico odore sgradevole, è più delicato e non lascia il tipico cattivo odore nell’alito. Con la fine della mezzadria, la tradizione della sua coltivazione è andata scomparendo: oggi si può trovare negli orti dei contadini e in qualche coltivazione sparsa nelle campagne, più difficilmente in commercio o nei supermercati.

Durante il convegno che si è tenuto al Teatro dei Concordi di Acquaviva nel corso della “Fiera di San Vittorino 2016” è stata presentata una monografia di carattere agronomico sull’aglione, a cura dei professori Graziano Tremori e Gianfranco Santiccioli. Un lavoro che dimostra la necessità da parte delle istituzioni, del mondo della ricerca e degli agricoltori di aumentare la conoscenza del prodotto, delle sue caratteristiche alimentari e della sua capacità di sviluppare l’agricoltura di bassa quota.

aglione acquaviva 2

Il convegno sull’aglione della Valdichiana

Le iniziative a favore dell’aglione si sono succedute negli ultimi mesi; particolare risalto va riconosciuto all’operato della società Qualità e Sviluppo Rurale, partecipata dall’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese, che ha attivato iniziative in sintonia con le associazioni di categoria per il riconoscimento di prodotto della tradizione agricola. Il prossimo passo sarà quello dell’ottenimento del marchio DOP, della stesura di un disciplinare e delle azioni di promozione e sviluppo in sinergia con i ristoratori locali, per creare una vera e propria filiera corta attorno all’aglione.

Per quanto riguarda le potenzialità alimentari, infatti, l’aglione è particolarmente indicato per la cucina tradizionale toscana. È considerato il sostituto ideale dell’aglio in molte ricette, e caratterizza i “Pici all’aglione” che sono un piatto tipico della civiltà contadina della bassa provincia di Siena: un primo piatto genuino, semplice ed economico, a base di pici, pomodoro e aglione. In generale, comunque, l’aglione può essere usato in cucina per la sua maggiore digeribilità rispetto all’aglio comune, per la delicatezza del suo sapore e per il vantaggio di non lasciare in bocca un cattivo odore.

Un’altra varietà tipica del nostro territorio è la susina detta “scosciamonaca”; un prodotto spesso sottovalutato, diffuso non soltanto nel nostro territorio ma in generale nel centro Italia. Si tratta di una varietà di susina di forma allungata, con la buccia violacea e la polpa giallastra, molto profumata e saporita. Viene raccolta a metà agosto, più tardi rispetto alle normali susine. La sua polpa è poco aderente al nocciolo, si stacca facilmente, quindi è ottima per il consumo immediato come frutta di stagione. I contadini locali hanno tramandato l’usanza della marmellata di susine, perché è particolarmente adatta all’essiccazione.

La susina scosciamonaca

La susina scosciamonaca

Un ultimo accenno lo merita un altro prodotto tipico, ovvero il Cocomero Nero. Si tratta di una varietà di anguria che veniva coltivata nella Valdichiana aretina e dintorni, che si raccoglieva a tarda estate e veniva conservata in luoghi freschi; poteva raggiungere i venti chili ed era considerato un cocomero gigante, con la corteccia più scura rispetto alle angurie che siamo abituati a vedere. La sua polpa è rossa, con bassa concentrazione di zucchero e un gusto dolce. Veniva consumato con il pane, e le sue fette grandi e cariche d’acqua avevano fatto nascere il detto: “Con il cocomero della Valdichiana si mangia, si beve e ci si lava il muso!”

Questa varietà agricola si era persa nel corso degli anni, ma grazie all’operato di alcuni agricoltori locali il suo seme è stato salvato e alcune sporadiche coltivazioni cominciano a ricomparire nei comuni della Valdichiana, dopo essere stato tramandato negli orti di famiglia e destinato all’autoconsumo. L’ennesima dimostrazione che il nostro territorio, assieme ai prodotti tipici più famosi, è interessato da molte varietà di prodotti agricoli degne d’interesse e che potrebbero diventare un motore di sviluppo.

cocomero nero

Il cocomero nero della Valdichiana

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Alla scoperta dell’Aglione alla Fiera di San Vittorino

L’aglione è uno degli elementi più caratteristici del nostro territorio: dai famosi pici ai tanti condimenti tipici della cucina locale. Proprio l’aglione, assieme ai libri, alle foto d’epoca e agli…

L’aglione è uno degli elementi più caratteristici del nostro territorio: dai famosi pici ai tanti condimenti tipici della cucina locale. Proprio l’aglione, assieme ai libri, alle foto d’epoca e agli altri podotti tipici, sarà il protagonista della “Filiera Corta” che si svolgerà alla Fiera di San Vittorino di Acquaviva di Montepulciano.

L’A.S.D. “Il Fierale” in occasione della Festa patronale di San Vittorino di Acquaviva e della Sagra dell’Ocio dal collo ripieno che si svolge dal 2 al 7 Settembre presso i Giardini dell’Ex-Fierale, torna ad organizzare sul tracciato stradale urbano dell’ antica Via Cassia Adrianea presso l’antica “statio AD NOVAS” la tradizionale Fiera di San Vittorino.

Sabato 6 Settembre, dalle ore 10 alle ore 22, uno storico appuntamento in Valdichiana in cui si troveranno moltissimi prodotti di ogni genere a Filiera Corta, le produzioni delle giovani eccellenze che guardano con rispetto alle tematiche ambientali, l’immancabile fiera merceologica e uno spazio dedicato alla creatività locale presso la ex-Coop con esposizioni di cartoline d’epoca del ‘900 e di opere in piombo dell’artista Ugo Forte.

Tra gli oggetti a Filiera corta, presso lo stand del Centro Culturale Gens Valia, da segnalare l’iniziativa “Dall’autore al lettore”, la filiera corta del libro, dove si potranno trovare gli ultimi libri scritti sulla storia locale del nostro territorio presentati dagli autori e di rari libri d’epoca da collezione di autori famosi quali Vittorio Fossombroni, Odoardo Corsini, Alessandro Manetti ed in modo particolare, per i visitatori che acquisteranno i libri, sarà regalato loro uno spicchio gigante di Aglione della Valdichiana per ogni copia acquistata.

aglione in mano di SergioQuest’anno i Consiglieri del Gens Valia, dopo aver ricevuto moltissime richieste, ripropongono il gustosissimo Aglione Chianino “Raccolta 2014” proveniente dai semi regalati con il progetto 2011. L’Aglione, per il suo gustosissimo sapore (ma è anche un vero farmaco “verde” che regola la pressione e ripulisce le arterie, ha un’azione antibatterica e antivirale, contiene delle sostanze antiossidanti ed è antitumore) è famoso per il sugo a condimento dei tradizionali pici Chianini; recentemente è entrato a far parte dei prodotti pregiati nell’Arca del Gusto di Slow Food. Un ritorno quindi auspicato ad una produzione di prodotti agroalimentari naturali ed una futura opportunità per le giovani generazioni che vorranno intraprendere questa nuova esperienza in un territorio che si appresta ad essere classificato “distretto biologico”.

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La Valdichiana è la regina delle preferenze dei turisti italiani

Secondo Tripadvisor, la Valdichiana è tra i primi posti per le preferenze turistiche, piazzando ben quattro strutture in cima alla classifica La Valdichiana si dimostra una delle mete preferite da…

Secondo Tripadvisor, la Valdichiana è tra i primi posti per le preferenze turistiche, piazzando ben quattro strutture in cima alla classifica

La Valdichiana si dimostra una delle mete preferite da parte dei turisti: secondo la classifica di Tripadvisor, infatti, ben quattro strutture si trovano tra i primi posti del popolare sito di recensioni turistiche, due a Cortona, una a Lucignano e un’altra a Castiglion Fiorentino. L’apprezzamento viene quindi proprio dagli utenti che scelgono la Valdichiana come meta per le loro vacanze e che portano nel cuore i suoi meravigliosi paesaggi. Oltre alla bellezze che la natura o il genio di tanti artisti nel corso dei secoli ha lasciato in eredità al territorio, la Valdichiana è apprezzata in modo particolare per gli alberghi e i ristoranti.

Nella classifica di Tripadvisor spiccano alcuni hotel di piccole dimensioni come Villa Marsili a Cortona, in diciassettesima posizione, e il relais La corte dei Papi, sempre a Cortona, al ventunesimo posto. Non va male nemmeno nell’area dedicata ai bed and breakfast, dove troviamo in ottava posizione casa Portagioia a Castiglion Fiorentino. E per quanto riguarda la gastronomia, una delle attrazioni principali in Toscana, al decimo posto tra le preferenze dei turisti c’è il ristorante «Il Goccino» di Lucignano.

La Valdichiana, quindi, dimostra la sua capacità di attrazione turistica. Non soltanto per la bellezza dei paesaggi e per le camere ospitali, ma anche per la professionalità del personale e la varietà di opzioni offerte al cliente, senza dimenticare le prelibatezze dell’enogastronomia e le tante attrazioni locali.

 

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“Arti e Sapori” a Montepulciano: artisti e cibo d’eccellenza

“Arti e Sapori”: artisti, artigiani e cibo d’eccellenza a Montepulciano fino al 31 luglio Le stanze interne di Palazzo Carletti, in pieno centro storico di Montepulciano, rappresentano uno scenario suggestivo: non capita…

“Arti e Sapori”: artisti, artigiani e cibo d’eccellenza a Montepulciano fino al 31 luglio

Le stanze interne di Palazzo Carletti, in pieno centro storico di Montepulciano, rappresentano uno scenario suggestivo: non capita di frequente, infatti, che il grande portone d’accesso lungo Via dell’Opio nel Corso sia aperto al pubblico. Se poi al loro interno viene allestito “Arti e Sapori”, un percorso che si snoda tra eccellenze artigiane, artistiche ed enogastronomiche, lo scenario si fa ancora più affascinante.

arti e sapori 2Tra le antiche cantine, i soffitti a capriate lignee e le stanze ristrutturate, “Arti e Sapori” raccoglie una serie di collezioni autoprodotte da creativi del settore artistico ed enogastronomico, da molte regioni d’Italia. Non soltanto abiti, bigiotteria e produzioni artigiane, ma anche prodotti tipici locali ed eccellenze enogastronomiche come il vino, l’olio, il pecorino e il cioccolato. La mostra è stata inaugurata lo scorso 5 luglio e rimarrà aperta fino al 31 luglio: un’ottima occasione non soltanto per curiosare tra gli ambienti di Palazzo Carletti e ammirare le produzioni di eccellenza della Valdichiana e della Valdorcia, ma anche per conoscere personalmente alcuni degli artisti e degli artigiani che hanno allestito i loro banchetti ed esposto le loro produzioni di qualità.

La passione per il territorio e per le sue produzioni di eccellenza è stato l’elemento che ha portato alla nascita di Valdorciashop, presente all’interno di “Arti e Sapori”. Un negozio online che ha allestito uno spazio fisico all’interno della mostra e che propone una selezione di prodotti che caratterizzano la Val d’Orcia: vino, olio, pecorino, ma anche prodotti per la salute e il benessere, libri e più in generale uno stile di vita apprezzato in tutto il mondo. I creatori di www.valdorciashop.it, Mirco e Giorgio, si propongono di portare i clienti nella dimensione più autentica e intima della Val d’Orcia, promuovendo il territorio attraverso i suoi prodotti, il patrimonio paesaggistico assieme a quello alimentare e artigianale. Il loro sito di e-commerce può spedire in tutta Europa ed è uno dei primi tentativi di vendere online un territorio a 360°, nelle sue sfaccettature e nelle sue complessità, piuttosto che concentrarsi in un mercato specifico.

Arti e sapori 4Nel nostro percorso enogastronomico all’interno della mostra “Arti e Sapori” ci siamo poi imbattuti nell’esposizione della Dolciaria Franzago, con il suo assortimento di cioccolatini, tavolette e dolci di ogni genere, accomunati dall’utilizzo di cioccolata artigianale di qualità. Un’impresa familiare attiva dal 1980 con la realizzazione di uova di pasqua e che si è poi specializzata nella creazione di prodotti innovativi, come i cioccolatini alla birra. O il particolarissimo cioccolato al sale, che va assaporato senza masticare e che è perfetto in abbinamento con il vino. La famiglia Moscatelli, che ha passato al figlio la tradizione della realizzazione del cioccolato, è spesso ospite a Montepulciano con la manifestazione “Toscana Gustando” organizzata dal centro commerciale naturale, ed è particolarmente attiva nel circuito slow food, distribuendo le sue produzioni a enoteche per abbinamenti particolari e innovativi.

La mostra e il mercatino rimarranno aperti fino al 31 luglio, dalle ore 10 alle ore 19, con il loro percorso tra arti e sapori attraverso i seguenti espositori: Formespazio – Roma (gioielli in plexiglas); Chianti Shine – Siena (abbigliamento e accessori); FoscaMilano – Milano (abbigliamento e accessori); Roberta Moretti – Milano (abbigliamento femminile); Arcobaleno – Montepulciano (maglieria fatta a mano); Marabui – Roma (manifatture in tessuto); Paolo Zingone – Cortona (Hominis, sculture in ceramica – pittura); Dolciaria Franzago – Arezzo (cioccolato artigianale); Valdorciashop – Bagno Vignoni (cibo, arte e mestieri); Paolo Fontani – Cortona (l’arte in ferro battuto).

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