La Valdichiana

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Marco Bellotti: il successo sta nell’inseguire i propri sogni

Sincronia di creatività, mutamento e bellezza, punto di incontro tra la ricerca di nuove dimensioni e l’esperienza del sapere artigianale, la moda rappresenta un vero e proprio linguaggio che, di…

Sincronia di creatività, mutamento e bellezza, punto di incontro tra la ricerca di nuove dimensioni e l’esperienza del sapere artigianale, la moda rappresenta un vero e proprio linguaggio che, di stagione in stagione, propone nuovi contenuti in altrettante nuove forme.

Tra gli interpreti di questo codice, ormai da qualche anno, si è fatto strada come modello Marco Bellotti. Nato e cresciuto a Sinalunga, nello specifico a Scrofiano, a neanche 24 anni, Marco ha già sfilato per celebri stilisti e ha prestato il volto a campagne pubblicitarie diffuse in tutto il mondo.

Se ha scelto di intraprendere questo percorso a contatto con la moda, è vero che forse un po’ lo deve anche alla famiglia da cui proviene: negli anni Sessanta fu il bisnonno ad aprire il pantalonificio che si è tramandato di padre in figlio fino ad arrivare nelle mani di Marco e sua sorella Maria.

“Proprio per attività legate all’azienda, all’età di circa 13 anni ho iniziato a seguire mio padre nei suoi viaggi a Firenze e Milano e a conoscere così questo ambiente” racconta. “Avevo 16 anni quando invece ho realizzato che mi sarebbe piaciuto lavorare come modello: complice l’attrazione verso questo lavoro e una somiglianza che in molti dicevano di notare tra me e il modello brasiliano Francisco Lachowski.

Ma prima c’era da pensare alla scuola. Quindi ho conseguito il diploma al Liceo Scientifico di Montepulciano e poi ho iniziato ad intensificare il lavoro come modello.

Il primo incarico importante è stato tre anni fa. Mi chiamano dall’agenzia e mi dicono “Vieni all’aeroporto di Pisa”. La sera stessa mi trovavo a Berlino e il giorno dopo ero sul set di uno shooting per L’Oréal Paris

Una volta arrivato a Milano, mi sono reso conto di quanti stereotipi ci siano legati a questo lavoro, non corrispondenti al vero, ma che si impongono per l’esasperazione a cui è portato il ruolo dell’immagine. Tutto ruota attorno ad essa e per quanto sia soddisfacente essere un modello, tuttavia ci sono delle difficoltà ad avviare una carriera in questo campo che spesso vengono sottovalutate, a fronte di un’idealizzazione di questo mestiere.

Come credo che accada in tutti gli ambienti lavorativi, anche in questo poi si può incappare in approfittatori o amici di comodo, da saper riconoscere. Ma, alla fine, le personalità più eminenti sono quelle che rivelano anche tanta generosità. E Giorgio Armani rientra sicuramente tra queste”.

Re Giorgio, Marco lo ha conosciuto all’Armani Silos, durante i casting della sfilata che si è tenuta il 20 settembre 2018 nell’hangar di Linate.

“Fin dal primo momento, ho notato un certo rispetto da parte sua nei miei confronti che non avrei immaginato. Il “Signor Armani”, come ci si rivolge a lui, si pone sempre come una persona veramente gentile anche se, non appena entra in una stanza, immediatamente cala il silenzio, ma questo forse è dovuto più ad una riverenza spontanea che tutti qui hanno di lui. Mi è capitato di lavorarci a stretto contatto per tre settimane, sui coordinamenti dei capi che avrebbero sfilato, e in quell’occasione è stato lui a chiedermi di proporre un abbinamento, rendendomi ovviamente onorato.

Finora ho anche sfilato, in tutto una decina di volte, per Dolce e Gabbana. Ecco, in loro, e soprattutto in Domenico, ho conosciuto l’artista nel suo senso più eccentrico”.

Oltre a indossare capi in passerella, Marco è stato protagonista anche di importanti campagne pubblicitarie, L’Oréal Paris e Ray Ban – solo per citarne un paio – tanto che non è stato poi così difficile imbattersi in una sua fotografia sfogliando una rivista o, addirittura, camminando per New York, dove è apparso su uno dei display di Times Square. In queste circostanze ha conosciuto importanti fotografi, come Giampaolo Sgura, di fronte al cui obiettivo ha posato per il tributo ai 30 anni di Emporio Armani, per foto pubblicate su Vogue Giappone. Da mettere in archivio, anche la cover di un numero di Harrods. Una soddisfazione dietro l’altra, quindi, che lascia però lo spazio per domandarsi quali siano i sacrifici da affrontare per condurre una carriera di questo tipo.

“Quello a cui non si pensa, quando si parla della vita di un modello, è lo stress mentale che sottopone il fatto di non poter fare programmi a medio e lungo termine, lo stare fuori casa, soprattutto quando si è affezionati ai ritmi tranquilli del posto in cui si è cresciuti.

Ma si viene ripagati anche in termini emotivi. Soprattutto per quanto riguarda le sfilate, è innegabile la tensione che ne precede l’inizio, magari aumentata da giorni e giorni di prove sul percorso da compiere. È vero che a camminare siamo tutti capaci, ma le cose cambiano un po’ quando sai di doverlo fare davanti ad un muro di occhi rivolti verso di te. Alla prima sfilata che ho fatto per Armani, ammetto che l’emozione è stata tanta, soprattutto negli attimi prima di uscire in passerella”.

E se generalmente quella del modello viene considerata una professione temporanea, Marco ha le idee chiare di quello che vorrebbe fosse il suo futuro.

“Se penso alla mia vita tra venti anni, me la immagino con una famiglia, magari dei figli, a fianco degli amici di sempre, nell’azienda di famiglia, la M2B, alla quale io e Maria stiamo già lavorando con l’obiettivo di lanciarla come un brand autorevole”.

Un ritorno nei luoghi che l’hanno visto crescere, quindi, ma con in tasca il bagaglio di conoscenze accumulato in questi anni. Partire da una frazione di seicento abitanti e ritrovarsi in contesti internazionali può dare la misura delle distanze e delle differenze tra la vita di provincia e una dimensione internazionale.

“Auguro a chiunque di crescere in una piccola realtà come me, a contatto con la natura e con l’essenza delle cose e dei valori, a partire dall’amicizia. Allo stesso tempo, viaggiando mi sono reso conto di quanto rimanere confinati entro orizzonti ridotti possa limitare ancora di più il potenziale di realizzazione di ciascuno.

Io sono partito con la sensazione di poter fare qualcosa di importante, ho sfidato il pregiudizio di quanti mi avevano etichettato solo per l’aspetto fisico, dimostrando prima di tutto a me stesso che avevo molto di più da dare”.

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Giovani imprenditori crescono: il caso Bottle Up

Avviare una startup per molti giovani è la risposta alla crisi occupazionale e un modo per abbattere  confini generazionali che sempre di più ostacolano l’ingresso nel mondo del lavoro, creando…

Avviare una startup per molti giovani è la risposta alla crisi occupazionale e un modo per abbattere  confini generazionali che sempre di più ostacolano l’ingresso nel mondo del lavoro, creando dei gap occupazionali che fanno solo male all’economia di un Paese. Per altri giovani, invece, quelli che un lavoro già ce l’hanno, avviare una startup significa mollare il posto fisso e credere nelle proprie idee, seguire i propri sogni e scommettere su sé stessi.

È questo il caso di Francesco Farnetarni, 29 anni, che dopo una laurea in economia aziendale a Firenze, un master alla Bocconi in International management, esperienze di studio in Brasile e di lavoro a Londra, Bruxelles e Milano, si è stancato di colletti inamidati, grattacieli e vita caotica ed è tornato a casa sua, in Valdichiana, per tirare fuori un progetto assieme ad altri soci per unire in maniera perfetta il suo territorio d’origine, la Valdichiana, con la sua formazione accademica. Da questo binomio nasce Bottle Up.

Ciao Francesco e bentornato in Valdichiana! Parlaci di te: a un certo punto della tua vita hai deciso di abbandonare il lavoro, un impiego fisso nell’area della consulenza finanziaria per tornare in Valdichiana e credere fortemente nella tua idea, è stato difficile prendere questa decisione?

“Sono partito da Montepulciano circa 10 anni fa, studiando economia e International Managament prima a Firenze poi a Milano. Ho avuto la possibilità di fare esperienze all’estero, dagli Usa al Brasile a Bruxelles, sia per studio che per lavoro, poi mi sono stabilizzato per circa tre anni a Milano, in un ambiente totalmente diverso, una multinazionale della finanza, tra cravatte giacche e grattacieli, e dopo due anni e mezzo ho maturato una decisione che è stata difficile ma molto serena, di mollare il mio lavoro e la possibilità di fare carriera in questa multinazionale per tornare a Montepulciano dove sviluppare la mia startup.”

La causa che ti ha spinto a tornare da Milano si chiama Bottle Up. Ce la spieghi meglio?

“Bottle Up è la prima piattaforma online che consente ai clienti, che siano aziende o privati, di crearsi delle bottiglie di vino o di birra di qualità, totalmente personalizzabili in soli cinque clic. Questo significa che il cliente nel primo clic può scegliersi la tipologia di bottiglia, nel secondo clic il prodotto, garantito da un network di cantine e birrifici che partecipano al nostro progetto; il terzo clic è relativo all’etichetta, in cui il cliente può caricare un etichetta personale o selezionare tra quelle degli artisti disponibili, il quarto clic è relativo al colore della capsula protettiva, il quinto e ultimo clic è la personalizzazione del certificato “wiki-bottle” in cui c’è lo storytelling della bottiglia, con dettagli del prodotto creato e informazioni sul produttore. Perché noi vogliamo dare un servizio di personalizzazione all’utente, ma vogliamo concentrarci anche sulla qualità e sulla tracciabilità dei prodotti, stessa cosa vale per artista, qualora il cliente scelga un’etichetta d’autore”.

Ottima scelta quella di accostare il vino all’arte. Quanti sono gli artisti che hanno messo a disposizione di Bottle Up le proprie creazioni?

“Ad oggi sono una trentina, ma il numero è destinato a crescere. Gli artisti che hanno messo a disposizione le loro opere, tra famosi ed emergenti, provengono da tutta Italia e dall’estero; disegnano delle serie limitate sulla base di varie tematiche”.

Assieme a Francesco Farnetani, nel progetto Bottle Up sono coinvolti il fratello Federico, esperto di vini, e il compagno di università Matteo Russo, che si è dedicato allo sviluppo della piattaforma web e all’e-commerce. I prezzi oscillano tra i 9 ed i 14 Euro per una bottiglia da 0,75 l e tra i 18 ed i 24 Euro per una da 1,5 l, mentre i tempi di consegna vanno dalle 24 alle 76 ore in tutta Italia, entro i cinque giorni per l’estero.

I produttori scelti per la fase di lancio provengono tutti dalla Toscana e tre aziende produttrici di Vino Nobile di Montepulciano hanno già aderito alla piattaforma di vendita online.

“Abbiamo scelto di collaborare sia con aziende di alto livello sia con realtà meno conosciute per avere ottimi prodotti, ma allo stesso tempo mettere in luce il lavoro di produttori appassionati che sarebbero meno visibili online” spiega Francesco.

Bottle Up permette di ottenere un prodotto di alta qualità, che proprio dalla standardizzazione dei processi produttivi trae elementi di fiducia per il consumatore. Il vino si propone dunque sotto un nuovo profilo: si può customizzare, adattare al proprio gusto, scegliendo tutto, dalla bottiglia, l’etichetta, la capsula e il tappo.

In bocca al lupo a Francesco e ai ragazzi di Bottle Up per il loro progetto!

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Alessandro Maria: la storia di un amore eterno

La storia che si vuole raccontare oggi, non è una storia a lieto fine. Ma è la storia di un amore eterno, che deve essere raccontata a prescindere da tutto,…

La storia che si vuole raccontare oggi, non è una storia a lieto fine. Ma è la storia di un amore eterno, che deve essere raccontata a prescindere da tutto, affinché non se ne perda il messaggio di amore profondo che è alla base di tutta la vicenda, un sentimento fortissimo che ha sostenuto i due anni di lotta del piccolo Alessandro Maria Zancan contro una grave e rara forma di leucemia, la linfoblastica acuta di tipo T (LLA-T). Due anni dove la famiglia Zancan ha ricevuto splendide manifestazioni d’affetto, da parte di parenti e amici, e dove la Fede ha avuto un ruolo via via sempre più significativo, che ha portato Alessandro a Lourdes, da Papa Francesco nei momenti più difficili della sua battaglia.

Alessandro se n’è andato il 28 Aprile 2014 all’età di dieci anni. Ma non per questo lo si deve considerare uno sconfitto, e non per questo la sua lotta è stata vana. In ogni vicenda umana, quale che sia l’epilogo, si nasconde un grandissimo messaggio di forza e amore, che sta a noi raccogliere e portare avanti, nel nome di chi non ce l’ha fatta e nel nome di chi rimane e di chi sta soffrendo nella malattia. Un messaggio che è giusto che i genitori, Luisa e Giorgio, e la sorellina Sofia portino avanti con la Fondazione Alessandro Maria Zancan ONLUS, fondata per sostenere i bambini malati e per garantire alle famiglie un futuro più felice (o “sognare un futuro più felice” – come sostiene il motto della Fondazione). Una Fondazione che ha già avuto un grandissimo sostegno, sin dall’evento inaugurale dello scorso 8 novembre, e che ha raccolto in quell’evento circa 15.000 €, cifra che è andata raddoppiando nei giorni successivi. I fondi raccolti serviranno per parecchi progetti, che sono stati riassunti in cinque “piccoli passi” dalla Fondazione: il sostegno dell’animatrice di reparto al San Gerardo di Monza; la sistemazione delle tombe dei bambini del Cimitero Maggiore di Milano (dove riposa Alessandro); la creazione di un gruppo di psicologi in reparto, a sostegno dei bambini malati e dei genitori; la predisposizione del Fondo “GrandeAle” per le famiglie disagiate e in difficoltà; non ultimo, sostegno pluriennale verso la ricerca riguardante la LLA-T, che colpisce il 10-15% dei bambini malati di leucemia. Purtroppo, per le forme recidive, le cure sono ancora molto limitate e c’è anche la necessità di trovare farmaci meno tossici.

La raccolta fondi può essere sostenuta tramite libere donazioni, oppure tramite l’acquisto del ciondolo-simbolo della Fondazione, o del libro “Alessandro Maria: una storia di un amore eterno”. 

Qualche parola sul libro è doveroso spenderla. Ciascuno può scegliere come raccontare il proprio dolore, soprattutto può scegliere se raccontarlo. Non esiste “giusto” o “sbagliato” in casi come questi – ma la scelta della famiglia Zancan di raccontare due anni di dolore, ma anche di speranza e amore, è una scelta coraggiosa, non da tutti, ed è degna di stima e di rispetto ora più che mai. Il raccontare una storia vuol dire anche passare un testimone, un messaggio. E fintanto che una persona rimane nel cuore di chi resta, fintanto che la sua storia sarà raccontata, fintanto che il testimone sarà passato di mano in mano, non morirà mai.

Il libro è strutturato come un lungo diario, dove sono stati pubblicati gli scambi, a cadenza quasi quotidiana, di messaggi tra mamma Luisa e gli amici e i parenti della famiglia, che hanno sostenuto sin da subito il loro amatissimo “Grande Ale”. In quel libro è presente un ampissimo spettro di sentimenti: ci sono il dolore, lo sconforto, il travaglio e la sofferenza, gli alti e bassi che traspaiono dalla scrittura a volte abbondante, a volte stringata e piena di dolore di mamma Luisa, nella quale si rispecchiano anche la sofferenza di papà Giorgio e della sorellina Sofia; ma l’aspetto che vale la pena di ricordare più di ogni altra cosa è quello dell’amore che ha unito tutti indistintamente, per aiutare Alessandro; la Fede e la speranza che sono cresciute – anziché affievolirsi – man mano che la sofferenza del bambino si faceva più acuta e lasciava sempre meno possibilità di guarigione. Non è stato come contemplare un cielo buio e basta, questo libro ha fatto vedere che è nel buio che si intravedono le stelle luminose, e che è grazie a quelle che si continua a camminare nella vita… E Alessandro continuerà a guidare la sua famiglia con amore, proprio dal cielo, come una piccola grande stella polare. Questo libro è molto più che una banale cronistoria, è un difficile percorso fisico e spirituale di più persone, un percorso che non può non essere raccontato e che è, nel suo piccolo, un racconto da cui se ne esce cambiati e con il cuore pieno di amore, commozione e speranza.

Grazie, piccolo Grande Ale!

www.grandealeonlus.org

NdR: l’immagine di copertina vuole essere un omaggio al quadro che Alessandro Maria aveva regalato ai genitori, durante la sua battaglia. 

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Un pallone d’oro per modello: LIMITED EDITION

Si è appena conclusa la settimana della moda milanese, molte sono state le griffe che hanno presentato la loro collezione uomo per estate 2014 e molte sono state le iniziative…

Si è appena conclusa la settimana della moda milanese, molte sono state le griffe che hanno presentato la loro collezione uomo per estate 2014 e molte sono state le iniziative collaterali che hanno arricchito il calendario milanese. Protagonisti indiscussi sono stati Dolce&Gabbana che hanno colorato Milano con tinte siciliane, infatti la collezione uomo estate 2014 di uno dei più famosi brand di moda, trae ispirazione dalla mitologia siciliana e dal sapore della Magna Grecia. Ma a far parlare di sé ed imbrigliare l’attenzione del pubblico è stato un evento collaterale organizzato alla boutique milanese dei due stilisti. L’evento in questione è stato la presentazione di un libro contenente 90 scatti che vede come protagonista Lionel Messi.

Lionel Messi,vincitore di quattro Palloni d’Oro, punta di diamante del FC Barcellona e capitano della nazionale argentina ha posato come modello per un fotografo d’eccezione, Domenico Dolce, icona della moda in Italia e nel mondo. Domenico Dolce ha realizzato 90 scatti in bianco e nero che raccontano la vita del campione lontano dagli stadi e dal furore agonistico. Dagli scatti emerge la dimensione più intima di uno dei calciatori più forti di tutti i tempi, un Messi inedito, che la creatività e il colpo d’occhio di Domenico Dolce ci restituiscono nella sua sfera più raccolta. Le fotografie raccontano le emozioni, i sentimenti e le passioni di questo giovane che ha saputo affrontare con coraggio tante avversità, pur di realizzare il proprio sogno: diventare il numero uno del calcio mondiale.

I 90 scatti sono stati raccolti in un libro presentato nella boutique di Dolce&Gabbana, insieme al libro è stato realizzato un calendario e una linea di T-shirt in edizione limitata, per sostenere un progetto benefico della Fondazione Leo Messi. Lo scopo di questa iniziativa è di aiutare i bambini con nevi congeniti e melanomi infantili. La Fondazione Leo Messi nasce per volontà dello stesso calciatore e della sua famiglia, per dare a tutti i bambini le stesse opportunità di trasformare i propri sogni in realtà. Dal 2007 la Fondazione si adopera instancabilmente per portare avanti la propria missione a favore dei bambini e degli adolescenti che vivono in situazioni difficili.

Alla presentazione Lionel Messi è arrivato circondato da ballerine che indossavano la maglia numero 10, il suo numero, mentre The Best è stato il titolo del party a lui dedicato, che oltre alle suddette ballerine, ha visto una performance musicale live dai toni revival, e alla serata hanno partecipato molti volti noti dello sport e non solo tra cui Filippo Inzaghi, Fabio e Candela Novembre, Alessandro Dell’Acqua, Andrea Incontri.

Il libro potrà essere acquistato, a partire da fine giugno, in tutte le boutique Dolce&Gabbana e nelle migliori librerie italiane; a partire da novembre, sarà disponibile in tutto il mondo. Mentre le magliette sono in vendita nei monomarca della griffe.

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Confindustria Siena: “La Toscana del Sud verso L’Expo 2015”

“La Toscana del Sud verso L’Expo 2015” è il titolo del convegno che Confindustria Siena, in collaborazione con Confindustria Arezzo e Confindustria Grosseto, ha organizzato venerdì 14 giugno presso La Bagnaia…

“La Toscana del Sud verso L’Expo 2015” è il titolo del convegno che Confindustria Siena, in collaborazione con Confindustria Arezzo Confindustria Grosseto, ha organizzato venerdì 14 giugno presso La Bagnaia Resort sulle opportunità che l’Expo di Milano rappresenterà per le imprese italiane e quelle del territorio toscano, grazie alla sua rilevanza mondiale.

Il convegno è cominciato con il saluto deie presidenti delle Associazioni Industriali organizzatrici, Cesare Cecchi, Andrea Fabianelli Mario Salvestroni; al convegno hanno partecipato anche Paolo de Castro, presidente Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale del Parlamento Europeo, Alberto Mina, direttore Affari istituzionali ed Eventi EXPO 2015, Giuseppe Oriana, delegato per il Comitato Tecnico di Confindustria EXPO 2015, Paolo Ernesto Tedeschi, responsabile Segreteria Presidente Regione Toscana.

“Nutrire il pianeta, energia per la vita” è il tema dell’Expo 2015, in programma a Milano, a cui è rivolto grande interesse anche da parte delle aziende del sud della Toscana. Confindustria reputa l’Expo 2015 una opportunità unica di comunicazione, promozione e crescita per le imprese alimentari, la catena della logistica e della distribuzione, il comparto della ristorazione, i centri di ricerca e le aziende del comparto turistico. Nei sei mesi di durata dell’evento, infatti, sono previsti milioni di visitatori da tutto il mondo, sia professionisti del settore che semplici cittadini, verso i quali saranno dirette azioni di promozione di tutto il territorio nazionale, con le rispettive peculiarità gastronomiche e geografiche.

“Expo 2015 rappresenta una occasione da non perdere per far conoscere meglio i nostri prodotti e il nostro territorio a tutti coloro che verranno per l’occasione in Italia. Sottolineo – ha detto il presidente Cecchi – che questo convegno fa parte di un percorso di azioni messe in atto da Confindustria Siena, in collaborazione con Arezzo e Grosseto, che mirano a rafforzare l’importanza del manifatturiero, in particolare agroalimentare, e del turismo per il rilancio dell’economia della nostra area. Secondo noi infatti i nostri prodotti devono necessariamente essere connotati localmente e quindi legati al nostro territorio”.

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Le Rane di Milano – Seconda Parte

Le Rane di Milano – seconda parte Perché anche chi non è di Milano, può dire di conoscere Milano (basta avere gli occhi aperti e un cuore che batte).  …

Le Rane di Milano – seconda parte

Perché anche chi non è di Milano, può dire di conoscere Milano (basta avere gli occhi aperti e un cuore che batte).

 

“Milano vicino all’Europa 

Milano che banche, che cambi 

Milano gambe aperte 

Milano che ride e si diverte 

Milano a teatro…”

Lucio Dalla – Milano

E non potevo evitare, in questa seconda parte, di parlare della splendida “Milano” di Lucio Dalla. Una grandissima anima di poeta, musicista, personaggio anche estemporaneo, ma sempre in grado di reinventarsi, racchiusa in un corpo piccino. Una mente acuta, che in un testo apparentemente semplice è stato in grado di dire moltissimo di Milano, in bene e male. Pur venendo da una bellissima città – che trovo personalmente più vivibile e più appetibile della mia, indubbiamente – come Bologna, è riuscito in poche righe a dipingere un quadro ricco del capoluogo lombardo.

Milano vicina all’Europacittà metropolitana dal 2014, città dell’Expo 2015 (fondi permettendo), città dai nuovi grattacieli che sanno di fantascienza presso la cosiddetta Isola.

Milano che banche, che cambi – la zona della Borsa, delle enormi sedi delle banche, del dito medio di Cattelan che ho visto praticamente tutti i giorni, frequentando l’Università Cattolica.

Milano gambe aperte – una città aperta a tutti… Un po’ ruffiana e un po’ puttana, con quei suoi negozi che trovi un po’ ovunque, o quei locali un po’ da fighetti che altrove non si trovano.

Milano che ride e si diverte – la zona dei Navigli, la movida di Corso Como, la Milano dell’aperitivo a qualsiasi costo, la Milano sempre patinata e all’ultimo grido durante la Fashion Week.

Milano a teatro – e chi si dimentica dei pomeriggi a teatro? Il Carcano, il Nuovo, il San Babila, il Piccolo… L’inarrivabile Scala di Milano (ahimè ci sono stata solo una volta).

Ecco, in pochissime frasi, Lucio è riuscito a rievocare un fiume di immagini e ricordi personali. In realtà, bastano le sue frasi incisive e quasi sento che quello che ho rievocato sia stato di troppo. Però non trovate anche voi che sia meraviglioso che un musicista riesca a entrare nello spirito dei luoghi che amiamo, nei quali siamo cresciuti? Toglie quel senso di esclusività – accompagnato anche da un senso di gelosa possessività, a dire il vero – rovesciando e mettendo da parte quel “non puoi sapere o sentire certe cose se in quel posto non ci sei vissuto o non ci sei nato”. Perché è vero che probabilmente certe cose non si conoscono se non si è del posto, ma un territorio ha questa meravigliosa caratteristica di essere liberamente aperto a tutti. La cultura del luogo non la puoi incatenare e fermarla dentro quattro mura, a esclusivo appannaggio di quelli del posto. Questa cultura scorre come un fiume e tutti coloro che sono di passaggio, in visita, dotati di un minimo di sensibilità non possono non sentire il richiamo, il fascino di qualcosa di diverso dal solito. E nasce l’urgenza di descriverlo, di narrarlo, di farne musica. Di coprire il più possibile lo spettro dei colori di quel posto, di prenderne il bianco, il nero, il grigio; il sublime e il grottesco, il grande e il piccolo… In modo tale che, chiunque si avvicini a quella canzone, possa come mettersi nei panni di chi canta e suona, nel momento in cui lo sguardo cerca di abbracciare più cose possibili. E guai se ne esce insoddisfatto, deve essere in qualche modo incuriosito.  Questo tipo di narrazione in musica, con questa particolare prospettiva, dovrebbe generare curiosità, un minimo di voglia di mettersi in cammino verso una destinazione nuova. La musica è uno splendido mezzo, non solo una colonna sonora di un viaggio, ma è anche una locomotiva, un motore che ci spinge… Ed è un meraviglioso mezzo per unire un territorio all’altro, una regione all’altra, una città all’altra. In qualche modo ci fa sentire meno isole, forse un po’ più un arcipelago ricco di personalità, di forme e colori.

E quando Lucio diceva:

“Milano ogni volta 

che mi tocca di venire 

mi prendi allo stomaco 

mi fai morire” 

Comunque, non aveva tutti i torti. Sapesse quanti mal di stomaco mi ha fatto venire, Milano, in tutti questi anni.

 

 

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